Annella di Massimo

Diana De Rosa, chiamata familiarmente Dianella o anche Annella (Napoli, 1602 – Napoli, 7 dicembre 1643), è stata una pittrice italiana, figura non secondaria tra gli esponenti della pittura napoletana del Seicento.

Inizialmente si formò alla scuola del patrigno, il pittore Filippo Vitale, seguendo i dettami della pittura naturalistica di ispirazione caravaggesca. Successivamente perfezionò la sua arte frequentando la bottega di Massimo Stanzione, uno dei massimi rappresentanti del barocco napoletano.

Biografia

I primi anni

Diana De Rosa, Sansone e Dalila

Nata in una famiglia di artisti, figlia del pittore Tommaso e di Caterina De Mauro, sorella del pittore Giovan Francesco (Pacecco De Rosa), Diana mostrò ben presto una grande attitudine alla pittura. Le relazioni matrimoniali costruirono intorno a Diana una complessa rete familiare e artistica. La madre, rimasta vedova, sposò nel 1612 Filippo Vitale e la stessa Diana nel 1626 sposò un giovane pittore, Agostino Beltrano, allievo di Massimo Stanzione, di cui anche lei frequentò la scuola insieme con il fratello Pacecco.[1] Una delle sorella di Diana, Maria Grazia, sposò anch'ella un pittore, Juan Do, mentre una figlia del patrigno Vitale sposò Aniello Falcone, altro importante pittore napoletano. Diana e le sorelle Lucrezia e Maria Grazia erano particolarmente note per la loro bellezza nella Napoli del Seicento tanto da essere soprannominate le "tre Grazie napoletane".

Allieva di Massimo Stanzione

Massimo Stanzione, Susanna e i Vecchioni

Quando Massimo Stanzione l'accolse nella sua bottega, della giovane Diana in città già si diceva un gran bene e presto anche lui ebbe modo di apprezzarne il talento, la capacità artistica e la determinazione. Diana affiancò il maestro nella sua attività lavorando sui bozzetti e poi anche sulle tele e da allieva diventò la sua pupilla e la sua prima collaboratrice. Fu allora che il suo nome si accomunò a quello del maestro e da quel momento diventò per tutti Annella di Massimo.[2]

A parte le sue innate capacità artistiche, Diana era anche donna «bellissima, onestissima e virtuosa dipintrice».[2] Inoltre lei era «cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella» tant'è che Massimo Stanzione ne volle perpetuare il ricordo riproducendone le fattezze in Susanna e i Vecchioni, dipinto conservato nello Städelsches Kunstinstitut di Francoforte sul Meno.[3]

La leggenda

Intorno alla figura di Diana fu creata o raccolta da Bernardo De Dominici, in un suo testo del 1743, una leggenda legata ai sospetti del marito Beltrano per le attenzioni di Stanzione nei confronti dell'allieva «calunniata e dalle malediche lingue ad infelice e tragico fine condotta».[2] Una storia cupa che si conclude in maniera tragica con l'uccisione di Annella da parte del marito che, accecato dalla gelosia, «sguainata la spada, spietatamente le trafisse il seno».[4] Dopodiché, conclude il De Dominici, «I parenti ... diedero al cadavere dell'innocente e virtuosa donna onoratissima sepoltura».[5] Per riferire questa storia truce, De Dominici si avvale di uno stile altamente drammatico in grado di catturare e coinvolgere la sensibilità dei lettori fin da subito.

Tutta la letteratura successiva al De Dominici ne ha seguito e implementato l'impostazione romanzesca, rendendo talvolta difficile distinguere tra leggenda e realtà. Durante il periodo romantico la vicenda fu ripresa in un patetico racconto popolare da cui, in seguito, fu tratto una pièce teatrale di scarso valore artistico intitolata Anna Di Rosa, ossia una folle gelosia. Ancora oggi, nella Pinacoteca provinciale di Potenza è in esposizione una tela di Anonimo che rappresenta tale uccisione.[6]

Nel 1951, lo storico Ulisse Prota Giurleo ha demolito questa scabrosa storia noir sulla base dell'atto di morte di Annella, da lui ritrovato nell'archivio del Comune di San Paolo Bel Sito, documento che certifica essere lei morta di malattia il 7 dicembre del 1643, «dopo una vita di successi professionali che le permise di lasciare ai figli una discreta somma di denaro guadagnata in tempi diversi da lei e dal marito Agostino Beltrano».[7]

Le opere

Altra questione nasce dalla difficile attribuzione di opere all'artista napoletana, tema questo molto dibattuto e complesso. Diana dipinse numerose opere di soggetto sacro per chiese o per la devozione privata, la maggior parte delle quali sono andate perdute.

Il primo critico d'arte a tentare una ricostruzione ragionata del percorso artistico di Diana De Rosa è stato Roberto Longhi, compito peraltro non facile a causa del complesso intreccio di rapporti che legava tra di loro i pittori caravaggeschi attivi a Napoli in quel periodo. La difficoltà maggiore nell'identificare con certezza opere che è possibile attribuire a Diana De Rosa dipende proprio dal fatto che lei collaborava attivamente sia a opere del maestro Stanzione che a quelle del Beltrano o di altri pittori, senza peraltro mai completarle.

Diana De Rosa, Santa Cecilia con un angelo

Studiosi e critici d'arte hanno ricostruito finora solo poche decine di opere che possono essere attribuite senza alcun dubbio alla De Rosa. Tra queste lo Sposalizio della Vergine e la Sacra Famiglia nella bottega di San Giuseppe che sono tornate recentemente nella basilica di San Giovanni Maggiore dal Museo diocesano di Napoli.

Nel centro storico di Napoli, nel tempietto del Salvatore colla Congrega del Sacramento (noto anche come Cappella del Santissimo Salvatore), c'è una bella tela d'altare che raffigura la Trasfigurazione, attribuita ad Annella de Rosa dallo storico Aspreno Galante,[8] mentre nella chiesa del Purgatorio ad Arco è conservato una tela che raffigura San Michele, sempre di mano della stessa pittrice.[9]

Una delle opere più raffinate di Diana è senza alcun dubbio la Santa Cecilia con un angelo, quadro acquistato nel 2023 dal Museum of Fine Arts di Boston dov'è attualmente in esposizione. Con linee morbide e colori delicati, l'opera raffigura la Santa accanto a un organo, con in mano uno spartito e lo sguardo estatico rivolto verso il cielo. Davanti a lei un biondo cherubino in atto di porgerle un altro spartito. È interessante notare che tra i pentagrammi dello spartito retto da Santa Cecilia si intravede la scritta a mo' di firma: “Io diana d. rosa, sor di giovanni”.

Appartengono invece a collezioni private le tele che raffigurano Sansone e Dalila (foto in alto) e il Martirio di San Bartolomeo. Recente è anche la scoperta, ancora una volta in una collezione privata, di un Martirio di Sant'Agata che reca chiaramente visibile in basso a destra la firma "Annella di Massimo".

Diana De Rosa, Salomè con la testa di San Giovanni Battista

Grazie all'influente maestro Stanzione, Diana ottenne la commissione per eseguire due eccelse tele per il soffitto della chiesa della Pietà dei Turchini: la Nascita della Vergine e la Morte della Vergine, dipinti realizzati con figure «grandi più del naturale con tanta arte, con gusto di pieghe, buon disegno e chiaro oscuro, che da chiunque vengon veduti, trae a viva forza le benedizioni e le lodi».[10] Entrambi i quadri andarono però distrutti nel 1638 per il crollo del soffitto della chiesa.[11] Sulle pareti laterali dell'altare maggiore sono ora presenti due quadri con gli stessi soggetti di quelli distrutti, ascrivibili però a un non identificato pittore della cerchia di Filippo Vitale.[12] Sempre nella chiesa della Pietà dei Turchini, in una cappella laterale c'è un Angelo custode che viene con certezza attribuito a Diana.[13] La tradizione le assegna anche la Vergine che appare ad alcuni santi dell'Ordine benedettino, nella chiesa di Sant'Anna dei Lombardi, e il S. Giovanni Battista nel deserto, nella sacrestia della basilica di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, ma anche queste due opere sono andate disperse.

Ma Diana non si cimentò solo con soggetti religiosi. La sua Lucrezia affronta un tema di grande impatto emotivo raffigurando la donna nell'atto di trafiggersi il petto. La tela, realizzata con la consueta cura dei particolari, è ora conservata in una collezione privata. Nell'asta Sotheby's battuta a Londra il 2 luglio 2025 la Salomè con la testa di San Giovanni Battista (soggetto molto popolare tra i pittori in quegli anni) è stata aggiudicata a 317.500 sterline (poco meno di 369.000 euro).[14] L'olio su tela della De Rosa ha fatto così registrare un trionfale +400% sulla valutazione di partenza contribuendo a far uscire la pittrice napoletana dall'anonimato in cui era rimasta ingiustamente relegata per secoli.[15]

Lascito

A Napoli, le strade più importanti del quartiere Vomero sono intitolate a musicisti, pittori e architetti. Tra queste esiste anche Via Annella di Massimo. Nel mese di marzo di quest’anno, su richiesta della Commissione pari opportunità dell'Ordine degli architetti di Napoli, l’Ufficio toponomastica del Comune ha rimosso la vecchia targa sostituendola con una nuova che integra il toponimo con il nome completo "Diana De Rosa" per restituire piena identità e dignità storica a una delle protagoniste indiscusse del Seicento napoletano.[16]

Note

  1. ↑ DE ROSA, Giovan Francesco, detto Pacecco, su treccani.it.
  2. 1 2 3 Bernardo De Dominici, Vite dei pittori, architetti e scultori napoletani, tomo III, Tipografia Trani, 1844, p. 259
  3. ↑ Susanna and the Elders, su sammlung.staedelmuseum.de.
  4. ↑ De Dominici, op. cit., p. 263
  5. ↑ De Dominici, op. cit., p. 264
  6. ↑ La morte di Annella di Massimo, su polodellacultura-provinciapotenza.it.
  7. ↑ Ulisse Prota-Giurleo, Un complesso familiare di artisti napoletani del sec. XVII, in Napoli-Rivista municipale, n. LXXVII, vol. II, 1951, p. 25
  8. ↑ Gennaro Aspreno Galante,Guida sacra della città di Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872, p. 167
  9. ↑ Gennaro Aspreno Galante, op. cit., p. 168
  10. ↑ Bernardo De Dominici, Vite dei pittori, architetti e scultori napoletani, tomo III, Tipografia Trani, 1844, p. 265
  11. ↑ Carlo Celano, ‘’Notizie del bello, dell'antico e del curioso della città di Napoli, vol. IV, Stamperia di Nicola Mencia, 1856, p. 366
  12. ↑ V. Pacelli, Saggi vari in memoria di Raffaello Causa, Edizioni 'L & T', 1984, p. 93
  13. ↑ Gennaro Aspreno Galante, op. cit., p. 336
  14. ↑ La Salomè da record di Diana De Rosa, su exibart.com.
  15. ↑ Giovanni Battista Gennaro Grossi, Le belle arti, vol. 2º, Tipografia del giornale enciclopedico, 1820, p. 126
  16. ↑ Napoli restituisce luce a Diana De Rosa, su comune.napoli.it.

Bibliografia

  • Giuseppe Porzio, Diana Di Rosa. “Bellissima, onestissima, virtuosa dipintrice” nella Napoli del Seicento, Porcini, 2023
  • Isabella Pedicini, Diana De Rosa (Annella Di Massimo). La pittrice mai esistita, De Nigris Editore, 2025
  • Carlo Tito Dalbono, Massimo Stanzione. I suoi tempi e la sua scuola, Tip. S. Pietro a Majella, 1871
  • Achille Della Ragione, Il secolo d'oro della pittura napoletana, P.M.P. Editori, 1998
  • Nicola Spinosa, Pittura del Seicento a Napoli. Da Caravaggio a Massimo Stanzione, Napoli, Artem, 2008

Collegamenti esterni

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