Apollo di Veio

Apollo di Veio
AutoreVulca (attribuito)
DataVI secolo a.C.
Materialeterracotta
Altezza180 cm
UbicazioneMuseo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma

L'Apollo di Veio è una statua acroteriale etrusca in terracotta policroma, databile agli ultimi decenni del VI secolo a.C. e proveniente dal santuario di Portonaccio a Veio. Opera della fase tardo-arcaica dell'arte etrusca, raffigura il dio Aplu (Apollo) che incede con il braccio teso, il volto atteggiato nel caratteristico sorriso arcaico[1], e faceva parte di un gruppo scultoreo collocato sul colmo del tetto (columen) del tempio, dedicato alla dea Menerva, che rappresentava la contesa tra il dio ed Eracle per la cerva di Cerinea, sacra ad Artemide[2][1].

Le statue del Portonaccio sono attribuite al cosiddetto "Maestro dell'Apollo", un coroplasta veiente appartenente all'ultima generazione dell'officina di Vulca, l'autore della statua di culto del tempio di Giove Capitolino a Roma[3]. Rinvenuta in frammenti nel maggio del 1916, è conservata nel Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, a Roma[3].

Storia

La statua di Apollo insieme ad altri acroteri che decoravano il tempio di Veio

Fu rinvenuto quasi integro nel 1916, negli scavi di Giulio Quirino Giglioli (1886-1957) del Santuario di Portonaccio, a Veio. Alto circa 1,80 m, faceva parte delle sculture in terracotta in dimensioni naturali, modellate tra il 510 e il 490 a.C., che ornavano il colmo del tetto del tempio tuscanico dedicato a Minerva, a circa 12 m di altezza. Insieme alla statua fu trovato anche il piedistallo a sella su cui essa poggiava.

Insieme all'Apollo fu rinvenuta la parte inferiore di una statua di "Ercole con la cerva", il cui torso venne riportato alla luce nel 1944 e un frammento della testa nel 1949, e un frammento con la testa di una statua di Hermes. Le tre sculture formavano un gruppo raffigurante la contesa tra Apollo ed Ercole per il possesso della cerva cerinite dalle corna d'oro, sacra ad Artemide. Un'altra statua che apparteneva anch'essa alla decorazione del santuario, ma è forse di mano diversa, rappresenta Latona con in braccio Apollo bambino, nell'atto di tirare frecce al serpente Pitone. È curata nei minimi dettagli, a testimonianza dell'abilità artistica di Vulca.

Negli anni venti la statua fu restaurata una prima volta mediante l'assemblaggio delle parti e il risarcimento di alcune lacune. Un nuovo importante intervento di restauro conservativo è stato effettuato negli anni 2002-2004 a cura della Soprintendenza Archeologica dell'Etruria Meridionale.

Descrizione

Particolare

La scultura fu realizzata modellando separatamente il corpo e la testa, le braccia e le gambe, ma fu cotta intera. Le superfici erano dipinte: in nero i capelli, in rosso- violaceo la pelle e in due diverse sfumature di ocra la veste e il mantello.

Lo stile accentua il movimento e presenta volumi nettamente delineati, con le pieghe delle vesti schiacciate sul corpo. L'artista ha tenuto conto del punto di vista fortemente angolato, correggendo le figure con le deformazioni ottiche necessarie. È presente l'influsso della scultura greca contemporanea di età arcaica, come nelle altre manifestazioni di arte etrusca di questo periodo.[4]

È un esempio della capacità tecnica e finezza artistica raggiunta dagli artigiani etruschi alla cui base dominava l'ispirazione religiosa. A riguardo scrisse l'archeologo Massimo Pallottino:

«L'elemento religioso sempre presente nell'arte come nella mentalità etrusca allontana quel processo che si avverte, più o meno definito, nel mondo greco verso una considerazione autonoma del fenomeno artistico, quale attività non soltanto pratica ed etica, ma anche estetica.»

Note

  1. 1 2 Apollo di Veio, su Museo nazionale etrusco di Villa Giulia. URL consultato il 12 giugno 2026.
  2. ↑ de Grummond 2006, pp. 131-132
  3. 1 2 Francesca Boitani, Apollo di Veio, su Museo nazionale etrusco di Villa Giulia. URL consultato il 12 giugno 2026.
  4. ↑ Ranuccio Bianchi Bandinelli e Antonio Giuliano, Etruschi e Italici prima del dominio di Roma, 1979.
    «La sua derivazione da modelli greci è palese e si possono riconoscere tanto elementi di stile ionico che di stile attico. [...] Ma l'impeto del suo muovere il passo e la brutale, quasi animalesca ferocia del suo sorriso sono una genuina espressione del gusto etrusco, che rimane pervaso di elementi primitivi.»

Bibliografia

Voci correlate

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