Assedio di Lucera

Assedio di Lucera
parte delle battaglie tra Guelfi e Ghibellini
Statua di Carlo I d'Angiò presso i Musei Capitolini
Datamaggio 1268 - 27 agosto 1269
LuogoLucera
EsitoVittoria guelfa
Schieramenti
Guelfi Angioini
Guelfi del Regno di Sicilia
Ghibellini
(Ribelli del Regno di Sicilia e saraceni di Lucera)
Comandanti
Effettivi
Migliaia tra cavalieri e fantiSaraceni di Lucera e ribelli cristiani da tutto il Regno
Perdite
Capi della rivolta condannati a morte
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L'assedio di Lucera tra il 1268 e il 1269 rappresentò uno dei momenti più critici del consolidamento del potere di Carlo I d'Angiò nel Regno di Sicilia subito dopo la conquista armata avvenuta pochi anni prima. La città, roccaforte dei Saraceni di Lucera fedeli alla dinastia sveva, si ribellò al nuovo sovrano angioino in concomitanza con la discesa in Italia di Corradino di Svevia, costringendo Carlo a una lunga e dispendiosa operazione militare che si concluse con la resa per fame degli assediati.

Antefatti

La comunità saracena di Lucera era stata fondata dall'imperatore Federico II di Svevia tra il 1223 e il 1246, dopo aver deportato i musulmani ribelli dalla Sicilia (vedi Insediamento musulmano di Lucera). Gli abitanti, definiti servi fisci (servi del re), godevano di ampia autonomia interna e libertà di culto in cambio di una fedeltà assoluta alla corona, per la quale fornivano truppe d'élite, in particolare arcieri[1].

Dopo la battaglia di Benevento (1266) e la morte di Manfredi, i Saraceni si sottomisero inizialmente a Carlo I d'Angiò, che li trattò con relativa clemenza per ragioni economiche e militari, pur imponendo tributi e l'abbattimento delle fortificazioni. Tuttavia, il malcontento crebbe rapidamente a causa di diversi fattori tra cui spicca la spedizione di Corradino di Svevia che nel 1268 offrì ai ghibellini la speranza di restaurare l'antico ordine svevo.

Svolgimento

L'insurrezione scoppiò il 2 febbraio 1268, con il massacro delle guarnigioni angioine presenti in città. La rivolta non rimase isolata, ma funse da catalizzatore per un movimento ghibellino che coinvolse diverse città della Puglia (Gallipoli e Brindisi), della Basilicata (Potenza), della Calabria (Amantea) e della Sicilia. A Lucera accorsero i più importanti esponenti delle famiglie ancora fedeli agli svevi che, collaborando con la nobiltà locale e con i musulmani, crearono un polo strategico di ribellione in attesa dell'arrivo del giovane Corradino.

Il primo assedio (maggio - luglio 1268)

Carlo I giunse dinanzi a Lucera tra il 19 e il 20 maggio 1268, dando inizio alle operazioni d'assedio su esortazione di papa Clemente IV. Il pontefice sostenne l'impresa non solo bandendo una vera e propria crociata, ma colpendo con la scomunica sia coloro che accompagnavano Corradino nella sua discesa, sia i sudditi del Regno che si erano sollevati contro il dominio angioino. Tra i ribelli figuravano esponenti di spicco della nobiltà ghibellina, come i Capece, i Gentile e i De Matino; un caso particolarmente rilevante fu quello di Guglielmo De Parisio, che si pose con determinazione alla testa della rivolta lucerina e scomunicato perché in combutta con i musulmani[2].

Per dare forza ideologica alla spedizione, i cardinali Eudes de Châteauroux e Raoul de Grosparmy furono incaricati di predicare con dovizia contro l'erede svevo e i musulmani di Lucera, descritti come nemici della fede[3]. Tuttavia, la resistenza dei difensori si rivelò efficace: a metà giugno, una sortita dei Saraceni riuscì a dare alle fiamme le fortificazioni in legno e le macchine d'assedio angioine, spezzando momentaneamente l'accerchiamento. Nel luglio 1268, l'imminenza dello scontro decisivo costrinse Carlo ad abbandonare il campo per affrontare direttamente Corradino in Abruzzo, nella battaglia di Tagliacozzo.

Il secondo assedio e la resa (dicembre 1268 - agosto 1269)

Dopo la decisiva vittoria nella battaglia di Tagliacozzo nell'agosto del 1268, Carlo I d'Angiò poté volgere nuovamente la sua attenzione alla Capitanata. Tuttavia, la resistenza di Lucera si rivelò più ostinata del previsto: nell'ottobre dello stesso anno, un contingente angioino guidato da Pierre de Beaumont subì una pesante sconfitta per mano dei ribelli, segnale che la piazzaforte era ancora lontana dal cedere. Consapevole che un assalto frontale alle mura sarebbe stato troppo dispendioso in termini di vite umane, il sovrano angioino optò per una radicale strategia di logoramento.

Tornato personalmente sotto le mura di Lucera nel dicembre 1268, Carlo organizzò un apparato d'assedio monumentale, trasformando l'operazione in una vera e propria mobilitazione nazionale. L'intero Regno fu chiamato a contribuire: le province vennero tassate per finanziare la spedizione e i feudatari furono obbligati a fornire truppe e provviste con turni di rotazione costanti. Ogni focolare (nucleo familiare) del Mezzogiorno peninsulare fu costretto ad inviare un uomo sotto le mura per fornire supporto alla causa. Per impedire ogni possibile sortita o rifornimento, il re fece costruire una complessa rete di fortificazioni e fossati che cingevano completamente l'abitato.

Parallelamente al blocco militare, venne attuata una spietata "guerra economica": le campagne circostanti furono sistematicamente devastate e i raccolti distrutti per privare i Saraceni di qualsiasi risorsa alimentare. Nonostante le privazioni e l'isolamento, la guarnigione musulmana resistette per oltre otto mesi, sperando invano in un soccorso esterno che non arrivò mai. Solo quando la carestia raggiunse livelli insostenibili, rendendo impossibile la prosecuzione della difesa, i Saraceni si sottomisero. La resa formale avvenne il 27 agosto 1269, ponendo fine a una delle operazioni militari più lunghe e costose del primo periodo angioino.

Conseguenze

La caduta di Lucera segnò la fine della resistenza saracena e rappresentò il definitivo tracollo del fronte ghibellino nel Mezzogiorno. Tuttavia, la resa della città non esaurì immediatamente i focolai di rivolta. Molti dei ribelli che avevano sostenuto la causa sveva, vistasi preclusa ogni via di scampo a Lucera, cercarono rifugio verso sud, dirigendosi a Gallipoli, dove era ancora in corso un accanito assedio contro l'ultima roccaforte fedele a Corradino. La fuga si rivelò però fatale per gran parte di loro: durante lo spostamento attraverso la Puglia, numerosi insorti furono intercettati e catturati dalle forze angioine nel territorio compreso tra Brindisi e le città della Terra d'Otranto, subendo poi la condanna a morte.

Veduta aerea della fortezza svevo-angioina di Lucera

Per quanto riguarda la comunità musulmana di Lucera, l’esito dell’assedio fu determinato dal pragmatismo politico di Carlo I d’Angiò, il quale scelse di non assecondare i desideri di distruzione totale espressi dal papato e dai predicatori della crociata. Nonostante la gravità della ribellione, il sovrano riconobbe l'inestimabile valore militare e produttivo dei Saraceni. Concesse loro un indulto, risparmiando la vita agli abitanti in cambio del pagamento di un pesante tributo e della sottomissione assoluta. Questa scelta permise a Carlo di mantenere intatto un bacino di manodopera specializzata e, soprattutto, di guerrieri scelti: pochi mesi dopo infatti, contingenti di arcieri lucerini (sia a piedi che a cavallo) divennero una componente fissa e temuta degli eserciti angioini, impiegati con continuità nelle campagne militari in Albania e in Acaia.

Per scongiurare il rischio di nuove insurrezioni e garantire un monitoraggio costante della popolazione saracena, Carlo I d'Angiò ordinò, subito dopo la resa del 1269, la trasformazione di una parte della città in una piazzaforte militare invalicabile. Sebbene Federico II avesse già edificato sulla sommità del colle Albano un lussuoso palatium (residenza imperiale), fu proprio il sovrano angioino a progettarne l'attuale assetto difensivo.

Tra il 1269 e il 1283, sotto la direzione dell'architetto Pierre d'Angicourt, fu eretta una imponente cinta muraria lunga quasi un chilometro, intervallata da torri quadrate, poligonali e da due maestose torri cilindriche (la Torre della Leonessa e la Torre del Leone). Questa struttura non aveva lo scopo di proteggere l'abitato musulmano, bensì quello di sorvegliarlo dall'alto: la fortezza divenne una vera e propria cittadella cristiana e militare, una "enclave" di controllo che dominava la sottostante città saracena. Il castello divenne così il simbolo tangibile della sovranità angioina e il fulcro logistico per il mantenimento dell'ordine in una delle aree più turbolente del Regno.

Note

  1. ↑ Pietro Egidi, La colonia saracena di Lucera e la sua distruzione, Napoli, 1915.
  2. ↑ Alessandro De Troia, Fortune e rovesci di una famiglia baronale di Capitanata tra XII e XIII secolo: I de Parisio, in Poligraphia, n. 7, 2025.
  3. ↑ Christoph T. Maier, Crusade and rhetoric against the Muslim colony of Lucera: Eudes of Châteauroux's Sermones de Rebellione Sarracenorum Lucherie in Apulia, in Journal of Medieval History, vol. 21, n. 4, pp. 343-385.

Bibliografia

  • Alessandro De Troia e Domenico Luciano Moretti (a cura di), Luceria 1269 - 750° Anniversario dell’assedio della città e della fondazione della fortezza di Lucera, Roseto degli Abruzzi (TE), Edizioni D'Andrea, 2025.
  • Alessandro De Troia, Fortune e rovesci di una famiglia baronale di Capitanata tra XII e XIII secolo: I de Parisio, in Poligraphia, n. 7, 2025.
  • Federico Canaccini, 1268. La battaglia di Tagliacozzo, Bari, Laterza, 2019.
  • Pietro Egidi, La colonia saracena di Lucera e la sua distruzione, Napoli, 1915.
  • Pietro Egidi, Codice diplomatico dei saraceni di Lucera, Napoli, 1919.
  • Joachim Göbbels, Der Krieg Karls I. von Anjou gegen die Sarazenen von Lucera in den Jahren 1268 und 1269, in Forschungen zur Reichs-, Papst- und Landesgeschichte. Peter Herde zum 65. Geburtstag von Freunden, Schülern und Kollegen dargebracht, vol. 1, 1998, pp. 361-403.
  • Arthur Haseloff, Architettura sveva nell'Italia meridionale, Bari, Adda, 1996.
  • Norman Houseley, The Italian Crusades. The Papal-Angevin Alliance and the Crusades Against Christian Lay Powers, 1254-1343, Oxford University Press, 1982.
  • Christoph T. Maier, Crusade and rhetoric against the Muslim colony of Lucera: Eudes of Châteauroux's Sermones de Rebellione Sarracenorum Lucherie in Apulia, in Journal of Medieval History, vol. 21, n. 4, pp. 343-385.

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