Assedio di Melfi
| Assedio di Melfi del 1528 parte della Guerra della Lega di Cognac | |||
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| Data | 22-23 marzo 1528 | ||
| Luogo | Melfi | ||
| Esito | Vittoria francese | ||
| Schieramenti | |||
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L'assedio di Melfi del 1528, meglio noto come Pasqua di sangue, rappresenta un drammatico episodio avvenuto tra il 22 e il 23 marzo 1528, nel più ampio contesto della Guerra della Lega di Cognac. L'azione, a cui seguì un violento saccheggio, fu condotta dalle truppe francesi e mercenarie del maresciallo Odet de Foix, discese nel Mezzogiorno con l'obiettivo di sottrarre il Regno di Napoli al controllo imperiale di Carlo V d'Asburgo. Malgrado l'estremo tentativo di resa da parte della popolazione civile, gli assedianti si abbandonarono ad una strage indiscriminata. L'evento è tutt'oggi ricordato come uno dei più sanguinosi delle guerre d'Italia, lasciando un'impronta indelebile nella memoria storica della città.
Storia
La sconfitta francese nella battaglia di Pavia (1525), durante la quale re Francesco I fu per altro fatto prigioniero, e l'oneroso Trattato di Madrid (1526), che il sovrano fu costretto a firmare in cambio della libertà e con il quale rinunciò a tutti i suoi possedimenti in Italia, posero apparentemente fine alla lunga serie di conflitti che fino a quel momento avevano visto gli eserciti di Francia e Spagna contendersi il dominio sulla penisola.
Tuttavia, una volta tornato in Francia, Francesco I rigettò immediatamente i termini dell'accordo e, cavalcando il timore degli stati italiani circa un'eccessiva egemonia asburgica in Italia, intavolò trattative diplomatiche con lo Stato Pontificio, la Repubblica di Venezia e la Repubblica di Firenze, che sfociarono il 22 maggio 1526 nella creazione della Lega di Cognac.
Dal canto suo Carlo V, intenzionato a mantenere il controllo sull'Italia centro-settentrionale, tentò di riconquistare il favore di papa Clemente VII ma, non avendo avuto successo, decise di intervenire militarmente. Le sue forze erano tuttavia impegnate altrove (contro i luterani sul fronte interno e gli ottomani su quello esterno) e perciò fece in modo di fomentare una rivolta interna tramite la potente famiglia dei Colonna, fedele agli imperiali.
Tale mossa produsse i suoi effetti, in quanto le truppe del cardinale Pompeo Colonna assediarono e saccheggiarono Roma, costringendo il pontefice a chiedere aiuto proprio a Carlo V, con la promessa di rompere gli accordi con i francesi e di abbandonare la Lega di Cognac. Agli insorti venne dunque dato l'ordine di fermarsi e Pompeo Colonna si ritirò con calma verso Napoli. Una volta libero, tuttavia, Clemente VII non mantenne la parola e corse nuovamente fra le braccia di Francesco I.
Furioso per il tradimento subito, Carlo V dispose immediatamente l'intervento armato, affidando l'impresa ad un grosso contingente di Lanzichenecchi comandato da Carlo III di Borbone-Montpensier, uno dei più grandi condottieri francesi fedeli agli spagnoli, che giunse ai piedi delle mura di Roma il 6 maggio 1527, forte di 14.000 miliziani, 4.000 mercenari e 3.000 donne volontarie. La città fu dunque assediata e saccheggiata, mentre Clemente VII fu costretto a rifugiarsi all'interno di Castel Sant'Angelo, dove rimase ostaggio degli imperiali per circa due anni, ovvero fino a quando non pose la sua firma sul Trattato di Barcellona (1529), con il quale cessarono definitivamente le ostilità tra Francia e Spagna.
Antefatti

Il sacco di Roma costituì il perfetto casus belli per Francesco I, che poté così ordinare una nuova calata in Italia, con lo scopo di riconquistare il dominio geopolitico sulla penisola. Al comando dell'Armata d'Italia fu posto Odet de Foix, visconte di Lautrec e Maresciallo di Francia, nonché veterano della terza e della quarta guerra d'Italia. Una volta oltrepassate le Alpi, con il suo esercito conquistò Genova ed Alessandria nell'agosto/settembre 1527, saccheggiò Pavia in ottobre e occupò Bologna, che lasciò il 10 gennaio 1528. Passò quindi per la Romagna e le Marche, entrando negli Abruzzi il 10 febbraio, dove le città gli aprirono le porte, per poi puntare al Regno di Napoli.

Giunto in Puglia e fatta rassegna delle sue truppe a San Severo, Odet de Foix si avviò verso Lucera per ricongiungersi con Pietro Navarro, capitano di ventura spagnolo da tempo al servizio di Francesco I, che lo aspettava con i suoi 10.000 tra guasconi e biscaglini. Qui i due furono tuttavia raggiunti dall'armata imperiale comandata da Filiberto di Chalon, partita da Roma il 17 febbraio. Si creò dunque una situazione di stallo, in quanto i due eserciti stettero a guardarsi per più di una settimana, ovvero fin quando il Principe d'Orange, venuto a sapere che presto sarebbero giunte in aiuto del nemico le Bande Nere di Orazio Baglioni, approfittò di una densa nebbia per abbandonare inosservato il campo di battaglia e ripiegare verso Napoli, lasciando lungo il cammino un forte presidio a Melfi, con lo scopo di trattenere i francesi quanto più possibile.
Accortosi della precipitosa ritirata degli imperiali, Odet de Foix spinse per inseguirli e dar loro battaglia prima che giungessero a Napoli. Nel consiglio di guerra tenutosi a Troia (che nel frattempo era stata conquistata con 2.000 archibugieri) prevalse tuttavia il parere di Pietro Navarro, secondo cui era necessario dapprima conquistare Melfi, viste la sua posizione strategica e la grande quantità di vettovaglie di cui disponeva, che avrebbero potuto giovare alla logistica, fino a quel momento carente.
Forze in campo
I francesi e le armi d'assedio

Alla vigilia della battaglia, l'esercito francese si presentava come un insieme di reparti eterogenei. La fanteria era formata da otto compagnie tedesche mercenarie, guidate da Pietro Avogaro, e da altre italiane sotto il comando di Gabriele Ripalda (circa 18.000 uomini). Alle schiere del Maresciallo si aggiunsero poi circa 10.000 tra guasconi e biscaglini comandati da Pietro Navarro, i 7.000 fanti veneziani di Camillo Orsini e 3.500 militi delle Bande Nere di Orazio Baglioni, per un totale di circa 40.000 uomini. Consistente era inoltre la cavalleria, composta da 1.000 cavalieri con armatura leggera, 500 tra greci e albanesi sotto il comando di Andrea Curiani, altrettanti italiani e alcune bande di cavalieri pesantemente corazzati e armati con mazze ferrate, guidate da Francesco Cantelmo, per un totale di circa 2.500 uomini.
I francesi disponevano inoltre di un consistente reparto d'artiglieria. Per la precisione, Odet de Foix poteva contare su tredici cannoni di diverso calibro, a cui se ne aggiunsero ulteriori cinque messi a disposizione da Camillo Orsini. Notevoli erano inoltre le mine esplosive, di cui Pietro Navarro era un grande esperto, che ricoprirono per altro un ruolo fondamentale nel corso dell'assedio. Si trattava di ordigni costruiti artigianalmente, riempiti di polvere da sparo e dotati di una miccia. Il loro utilizzo era molto semplice: veniva scavata una galleria fin sotto le mura, ai piedi delle quali erano piazzate e fatte esplodere, causando così una breccia.
Gli spagnoli e le mura difensive

Agli inizi di marzo 1528, la guarnigione spagnola di Melfi risultava esigua, in quanto composta unicamente da una compagnia di fanti italiani (circa 1.000 uomini). Tuttavia, durante il ripiegamento verso Napoli, Filiberto di Chalon rafforzò il contingente lasciando in città un'altra compagnia di fanti italiani e due di fanti spagnoli, per un totale di circa 3.000 uomini, con lo scopo di trattenere quanto più possibile il nemico. Durante l'assedio furono poi molti (circa 2.000) i popolani che volontariamente si armarono con attrezzi da lavoro per fronteggiare l'invasore. Alla guida della guarnigione vi era Giovanni III Caracciolo, già noto ai francesi grazie al suo coraggio e alle sue qualità di comandante.
Melfi era dotata di un'imponente cinta muraria, probabilmente seconda solamente a quella di Napoli. Intorno al 1460 venne rafforzata con bastioni rastremati verso l'esterno e riempiti di terra da Giovanni II Caracciolo, in modo da consentire una maggiore resistenza proprio ai colpi di cannone. Nel tratto più vulnerabile (quello compreso tra la porta Balnea e la porta Venosina), le mura vennero poi aumentate di altezza, in modo da ridurre il vantaggio nemico costituito dalla conformazione prettamente pianeggiante del terreno. Furono infine edificati dei rivellini, ovvero delle torri fortificate, a difesa degli ingressi e delle parti più esposte.
L'assedio
22 marzo


Alle prime luci del 22 marzo 1528, Odet de Foix e il suo esercito giunsero nei pressi di Leonessa, circa 10km a Nord di Melfi, dove allestirono il quartier generale e gli accampamenti in un bosco 8km a sud del fiume Ofanto. Venne quindi inviato un araldo da Giovanni III Caracciolo a chiedere la resa pacifica della città ma, avendo ricevuto un secco rifiuto, Odet de Foix ordinò che fossero avviati i preparativi per l'assedio. Nel frattempo, il vettovagliamento necessario per il sostentamento dell'esercito francese, probabilmente a causa della scarsa percorribilità dei sentieri, venne intercettato e attaccato da alcuni gruppi di cavalieri leggeri spagnoli, inviati proprio da Giovanni III con lo scopo di sabotare il nemico. Giunta al campo la notizia, tra i soldati iniziarono i primi diverbi: alcuni si fecero sovrastare dallo scoraggiamento, ritendendo che l'assedio si sarebbe prolungato per molti giorni, mentre altri (convinti dalle parole dei comandanti) sostennero che la città si sarebbe arresa entro quattro o cinque ore, ovvero una volta schierata l'artiglieria.
Furioso per lo smacco subito e consapevole del fatto che i suoi soldati non avrebbero potuto combattere a lungo senza un'adeguata logistica, Odet de Foix ordinò immediatamente un primo assalto, inviando sul campo di battaglia Pietro Navarro con i suoi guasconi e 8 cannoni da 50 libbre, Camillo Orsini con i suoi fanti veneziani e Orazio Baglioni con sei compagnie di Bande Nere, rafforzate da un centinaio di fanti d'élite di quei reparti. Giunti poco distanti dalle mura, gli ingegneri posizionarono l'artiglieria, dando inizio ad un breve fuoco di sbarramento, al termine del quale fu aperta una piccola breccia poco ad Ovest della porta Venosina. A quel punto, malgrado i loro superiori avessero ordinato di mantenersi a debita distanza, i fanti si lanciarono disordinatamente all'attacco. Al tramonto, dopo un combattimento durato all'incirca due ore, durante il quale un capitano con dodici uomini riuscì addirittura a penetrare in città, i difensori riuscirono a respingerli, specialmente grazie al fuoco incrociato degli archibugi, che dai camminamenti di ronda fecero strage. Nell'assalto perirono numerosi guasconi e veneziani, nonché circa ottanta dei cento soldati scelti delle Bande Nere e sei capitani d'insegna, tra cui il conte Marcantonino Trotto, Morgante Dentino e Bantino da Ferrara.
Per non fare ritorno al campo senza aver ottenuto alcun risultato rilevante, Pietro Navarro ordinò che le cannonate continuassero, probabilmente con lo scopo di ampliare la breccia. Dopo aver ottenuto scarsi risultati (i cannoni calibrarono male il tiro e colpirono tratti murari decisamente più resistenti), intono alle 22:00 venne tentato un secondo assalto. Dopo altre due ore di combattimenti, i difensori riuscirono a resistere valorosamente e a respingere nuovamente il nemico. Malgrado il successo (il bilancio dei morti quel giorno da parte francese fu di circa 500), il Principe Caracciolo abbandonò il campo di battaglia ferito più o meno gravemente in due punti.
23 marzo

I soldati superstiti fecero ritorno al campo poche ore dopo, stanchi e demotivati. Alla vista di tale scena, Odet de Foix andò su tutte le furie. Era sicuro che sarebbe bastata una singola spallata da parte di truppe altamente addestrate per conquistare la città. In reazione, fece affluire altri otto pezzi d'artiglieria da 50 libbre e ordinò ai suoi comandanti di saccheggiare Melfi una volta conquistata e di non lasciare che nessun popolano o soldato venisse risparmiato. Contemporaneamente, all'interno delle mura, la popolazione cercò disperatamente di convincere il Principe Giovanni III ad avviare delle trattative con il Visconte di Lautrec, pregandolo di non essere la causa di una ormai certa distruzione totale. In tutta risposta, quest'ultimo li cacciò via con minacce e insulti, affermando che non aveva alcuna intenzione di scendere a patti con il nemico, poiché riteneva di sapere bene che fuori non potevano esserci più di 4.000 fanti e quattro cannoni di medio calibro. Rassegnati e spaventati, i popolani se ne andarono.
All'alba, Pietro Navarro ordinò che sedici cannoni da 50 libbre ciascuno aprissero il fuoco, calibrando il tiro contro la breccia nel tentativo di ampliarla. Il Principe, sentendo la furia con la quale le mura venivano martellate e i forti boati (che a detta dei testimoni oculari avrebbero potuto buttare giù persino una montagna), iniziò a provare un forte timore. Nel frattempo il popolo, non potendo più resistere, iniziò a tumultuare, costringendo le truppe poste a difesa della cinta (circa 1.000 uomini) ad abbandonare le loro posizioni per tentare di ristabilire l'ordine. Alcuni abitanti riuscirono addirittura ad esporre una bandiera bianca gridando dai camminamenti di ronda "Franza, Franza, Franza!".
Dopo appena un'ora di bombardamento, la breccia era talmente ampia che si poteva valicare con poca fatica. Immediatamente l'intero esercito francese risalì la valle dell'Ofanto e tentò il tutto per tutto in un terzo assalto. Questa volta la risposta imperiale fu praticamente nulla, in quanto i popolani armati e i soldati a difesa della breccia furono ben presto sovrastati. Una volta penetrati e furiosi per la strenua resistenza opposta dalla città, gli assedianti si abbandonarono ad un violento massacro. Terrorizzati, molti abitanti tentarono di rifugiarsi nelle proprie case o di dileguarsi nelle campagne, venendo per gran parte trucidati. Furono poi molti coloro che disperatamente si gettarono dalle mura per tentare di salvarsi, morendo per la caduta o per mano della cavalleria che violentemente li caricava. Il bilancio fu tragico: più di 3.000 morti fra uomini, donne e bambini.

Perse le mura e gran parte della città, Giovanni III, insieme al Conte di Nuvolara, ad Antonio Maffei di Solofra e ad un contingente di circa 250 soldati scelti (1.000 se si includono anche i superstiti della guarnigione), si asserragliò all'interno del castello, nel tentativo di un'ultima e disperata difesa. Contemporaneamente, Odet de Foix in persona si diresse immediatamente verso Melfi per accertarsi che il Principe fosse ancora vivo. La sua cattura era infatti fondamentale per dichiarare conclusa l'impresa. Ordinò inoltre a Pietro Navarro di espugnare rapidamente il maniero, in quanto la sua resistenza avrebbe rappresentato una spina nel fianco durante le future operazioni dell'esercito leghista. Rapidamente la fortezza venne completamente isolata e posta sotto assedio da un contingente di circa 3.000 guasconi, supportati da quattro cannoni da 50 libbre direzionati strategicamente contro le sue mura.
L'artiglieria iniziò dunque a martellare il castello ma, conscio del fatto che le sue mura estremamente solide avrebbero richiesto ore per essere abbattute, Pietro Navarro inziò a predisporre il suo cavallo di Troia: lo scavo di mine esplosive sotterranee sotto le fondamenta delle torri. La combinazione del fuoco ravvicinato dei cannoni e la certezza che il nemico avrebbe fatto saltare l'intero maniero spezzarono definitivamente la resistenza di Giovanni III. Consapevole che un assalto di forza all'interno del castello avrebbe significato la morte certa per l'intera guarnigione, ferito, preoccupato per le sorti della sua famiglia e non avendo alcuna speranza da riporre in un eventuale supporto esterno, il Principe si consegnò ad Odet de Foix, assieme con il Conte di Nuvolara e Antonio Maffei che fecero lo stesso consegnandosi ad Orazio Baglioni. Per tutti gli altri soldati rimasti in vita non vi fu pietà, in quanto gli assedianti inferociti li passarono uno ad uno a fil di spada. In tutta la città si salvarono a malapena una quindicina di uomini, tenuti in vita esclusivamente per essere fatti prigionieri e chiedere un riscatto.
24 marzo

Conquistata la città, l'accampamento francese divenne il punto di raccolta del bottino e dei prigionieri. Il castello venne interamente saccheggiato, con i soldati che fecero man bassa delle ricchezze e del vettovagliamento che i signori locali avevano deciso di custodirvi. Molto preziosi si rivelarono i beni del capitano imperiale Luigi Rodomonte Gonzaga, trasferiti nel maniero poco prima che quest'ultimo ripiegasse verso la Lombardia con l'obiettivo di reclutare nuovi cavalieri. Per il resto, le strade melfitane erano ricoperte di cadaveri e macchiate di sangue, come confermato da Ludovico Teresara, uno dei testimoni oculari di quei drammatici eventi.
Nel frattempo l'ambasciatore francese Marco del Nero interrogò a lungo Giovanni III, da poco giunto come prigioniero nell'accampamento della Leonessa, cercando di strappargli quante più informazioni possibili riguardo l'esercito imperiale che ancora opponeva una tenace resistenza nel regno di Napoli. Al termine della conversazione, ci dedusse che quest'ultimo fosse stato leggermente sottovalutato dal punto di vista numerico, anche se la cifra poco differiva dalle stime precedentemente fatte. Una cosa era certa: la paura era ormai dilagata tra i nemici a seguito dell'arrivo delle Bande Nere, di cui ormai tutti conoscevano le atroci modalità in battaglia. Tuttavia, l'ambasciatore consigliò di mantenere la guardia alta, in quanto gli imperiali non erano esenti dall'agire con astuzia, e di non farsi illusioni sul successo ottenuto a Melfi, in quanto la guerra concretamente sembrava ancora lunga.
Conseguenze

L'eco della caduta di Melfi e dell'eccidio compiuto ai danni della sua popolazione si diffuse rapidamente nel regno di Napoli, trasformandosi in una formidabile quanto terrificante arma psicologica. Presi dal panico e terrorizzati dall'idea di subire la medesima sorte, i centri fortificati e le città nel raggio di circa trenta miglia fecero a gara per sottomettersi ai francesi senza opporre resistenza. Per prime, Venosa e Cerignola inviarono i loro emissari al campo di Odet de Foix per consegnare le chiavi delle loro terre, seguite da Barletta il 27 marzo, che cedette dopo la richiesta di un araldo francese precedentemente inviato in città, e da Trani, che il 28 marzo aprì le porte e si consegnò nelle mani di Camillo Orsini, offrendo alla marina veneziana un porto fondamentale lungo la costa adriatica.
Il repentino crollo di gran parte delle città ancora in mano agli imperiali spinse inoltre Giovanni III a richiedere più volte il suo riscatto a Filiberto di Chalon, viceré di Napoli, il quale tuttavia mai accettò. Sentitosi tradito e ancora preoccupato per le sorti della sua famiglia, il Principe decise di passare dalla parte dei francesi, offrendo i suoi servigi di militare ad Odet de Foix e alla corona di Francia.
La caduta di Melfi spianò infine la strada all'esercito francese, che il 28 aprile 1528 cinse d'assedio Napoli. La vicenda, durata fino al 29 agosto dello stesso anno, non portò tuttavia i frutti sperati; lo scoppio di una violenta pestilenza portò infatti al fallimento dell'operazione e alla morte di tre dei grandi protagonisti della vicenda melfitana: Odet de Foix morì proprio di peste il 29 agosto, Pietro Navarro fu catturato, richiuso a Castel Nuovo e impiccato, mentre Orazio Baglioni cadde in un'imboscata e fu ucciso a colpi di picca.
Credenze popolari
La leggenda di Ronca Battista
Malgrado non risulti all'interno di alcuna documentazione storica (se si escludono gli scritti di Gennaro Araneo), quella di Ronca Battista è sicuramente la leggenda popolare melfitana più conosciuta e radicata. Non a caso ogni anno, in occasione della rievocazione della Pasqua di Sangue che si celebra in città, risulta essere sempre presente.

Secondo la leggenda, Giovan Battista Cerone, meglio noto come Ronca Battista, era un umile boscaiolo melfitano. Pochi giorni prima dell'assedio, mentre si trovava nei boschi del Vulture a tagliare la legna, incontrò un'anziana signora intenta a raccogliere rami secchi in cambio di cibo e, senza esitare, si avvicinò offrendole il suo mantello per ripararsi dal freddo e un pezzo di pane per sfamarsi. A quel punto, l'anziana si trasformò in una fata e benedì la roncola del boscaiolo, conferendole dei poteri magici.
Durante l'assedio, avendo visto i francesi penetrare all'interno delle mura, si piazzò alla fine di una strada stretta e, armato della sua roncola fatata, li affrontò da solo, riuscendo valorosamente a resistere e ad ucciderne molti, fino a quando, gravemente ferito, soccombette. In suo onore, la città di Melfi intitolò una via (via Ronca Battista), la stessa al cui termine si dice sia perito.
A conferma di questa teoria proprio gli scritti di Gennaro Araneo, secondo cui fino al 1834 era presente su una delle postierle cittadine (postierla Santa Maria) una lapide, su cui erano incise a mano le iniziali M.B., per lungo tempo ritenute l'acronimo di "manu baptistae". In realtà, la pietra fu probabilmente fatta fatta apporre dal notaio Marsilio Bocdam, il massimo esponente della potente famiglia albanese dei Bocdam, a cui potrebbero dunque ricondursi le suddette iniziali.
Il presunto tradimento

Col passare del tempo, l'assedio venne ricoperto da numerosissimi aneddoti e fabulazioni. Una di queste riguarda il presunto tradimento compiuto da alcune delle più potenti famiglie melfitane dell'epoca, che avrebbero favorito la presa francese della città aprendo una delle sue porte, detta porta Sant'Antolino, in cambio di una generosa ricompensa di denaro. In particolare viene spesso citato un epigramma tramandato oralmente, che afferma: <<Tre di Melfi furono la rovina; li Tibsi, li Gallo e li Mandina>>. Nel 1674 si avvalse della tesi del tradimento anche Pier Battista Ardoini, governatore per conto dei Doria, attribuendola tuttavia alla famiglia Mele.
Una variante della supposizione afferma invece che le truppe francesi riuscirono ad entrare in città attraverso un lungo condotto, collegato con la cantina sottostante il palazzo Araneo (all'epoca dei fatti proprietà dei Mandina) e sfociante al di fuori delle mura, fatto volontariamente scoprire al nemico. Per quante ricerche e scavi siano stati effettuati, il sotterraneo non è tuttavia mai stato rinvenuto.
Bibliografia
- Francesco Gvicciardini gentil'hvomo fiorentino, La Historia d'Italia, Lorenzo Torrentino, 1561.
- Gennaro Araneo, Notizie storiche della città di Melfi, Tipografia nazionale di V. Sodi, 1866.
- Abele Mancini, Il tradimento di Melfi, considerazioni storico-critiche, M. Cellini E.C., 1879.
- Enzo Navazio, Melfi, memorie dell'antico, Compagnia della Terra Nova, 2012.
Voci correlate
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