Barba senza baffi

Il presidente americano Abraham Lincoln (1863)

La barba senza baffi[1] è un'acconciatura maschile.[2]

Descrizione

La barba senza baffi è in genere composta da peli facciali che ricoprono tutta la zona delle mandibole, del mento, del collo e delle basette, ma non quella compresa tra la bocca e il naso. Vi sono delle varianti dell'acconciatura più folte o corte, con peli più curati e ancora ove la barba occupa soltanto la zona del mento a mo' di pizzetto.[1][3]

Secondo il barbiere esperto Francesco Cirignotta, questo taglio può essere indicativamente portato da chiunque, «tuttavia, va sempre adattato a seconda della forma del viso. In generale, infatti, tende ad arrotondare l’ovale, ecco perché viene consigliato soprattutto a chi ha un volto lungo, dalla forma a diamante e ha, dunque, bisogno di allargare i lati del mento per ritrovare una certa armonia nelle proporzioni».[1]

Storia

La barba senza baffi ha origini antiche. Veniva già portato dai fenici-cananei, gli antichi egizi nel periodo predinastico, i greci del periodo arcaico e gli etruschi[1][4] ed è divenuta famosa grazie ai marinai.[1][4] Ancora oggi, la barba senza baffi viene portata dagli uomini amish sposati e gli appartenenti a certe correnti islamiche convinti che fosse il taglio portato da Maometto.[1][5]

Il taglio ha raggiunto una certa notorietà nella cultura pop tra gli anni 1990 e 2000, periodo in cui è stata portata da Hugh Jackman, Brad Pitt, Elijah Wood e 50 Cent nel suo videoclip di Candy Shop.[4]

Note

  1. 1 2 3 4 5 6 Barba senza baffi: uno stile ancora attuale, che ha fatto storia, su style.corriere.it. URL consultato il 15 giugno 2026.
  2. ↑ (EN) Stephanie Henderson-Brown,Catherine Avadis, Advanced Hairdressing: A Coursebook for Level 3, Nelson Thornes, 2004, p. 162.
  3. ↑ Barba senza baffi: tre tagli da provare e alcuni trucchi per averne cura, su esquire.com. URL consultato il 15 giugno 2026.
  4. 1 2 3 La barba senza baffi è tornata e ci piace tantissimo, su gqitalia.it. URL consultato il 15 giugno 2026.
  5. ↑ John E. Bodnar, The Ethnic Experience in Pennsylvania, Bucknell University Press, 1973, p. 89.

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