Bruno Bearzi
Bruno Bearzi (Palmanova, 19 novembre 1894 – Firenze, 26 dicembre 1983) è stato uno scultore italiano.
Biografia
Bruno Bearzi nacque a Palmanova il 19 novembre 1894, figlio di Giuseppe e Teresa Cirio. Dopo gli studi tecnici al Convitto nazionale di Belluno si trasferì a Firenze, dove iniziò la sua carriera come capo reparto tecnico alle Officine Galileo, una delle industrie più avanzate dell’epoca. Durante la Prima guerra mondiale, con la produzione industriale convertita a scopi bellici, Bearzi entrò in contatto con la prestigiosa fonderia di Gusmano Vignali, alla quale le Officine Galileo commissionavano lavori speciali.[1]
Il rapporto professionale si trasformò presto in un legame familiare: Bearzi sposò Emma Vignali e nel 1921 divenne socio e comproprietario della fonderia, che assunse il nome di Fonderia Artistica Fiorentina. Da quel momento si dedicò completamente alla metallurgia artistica, sviluppando un interesse profondo per le tecniche antiche di fusione e per la composizione delle leghe metalliche.[2]
Durante la Seconda guerra mondiale la Soprintendenza ai Monumenti gli affidò un compito cruciale: proteggere le opere d’arte fiorentine dai bombardamenti. Molti capolavori in marmo e bronzo furono messi in salvo nella galleria ferroviaria dell’Incisa. Terminato il conflitto, Bearzi fu incaricato di riportare le opere nei loro luoghi originari, tra cui le statue della Loggia dei Lanzi, di Orsanmichele e del Battistero.[3]
Divenuto restauratore ufficiale della Soprintendenza, si distinse per rigore scientifico e sensibilità artistica. Durante il restauro del San Ludovico di Donatello scoprì tracce di doratura, intuizione che lo portò a verificare anche la Porta del Paradiso di Lorenzo Ghiberti: sotto la sporcizia secolare l’oro era ancora intatto. Dopo un lungo lavoro di pulitura, la porta tornò al suo splendore il 24 giugno 1948.[4]
Il laboratorio di Bearzi, situato sotto la Galleria degli Uffizi, divenne un centro di eccellenza: vi passarono opere come la Chimera di Arezzo, il Perseo del Cellini, il Porcellino del Tacca, le statue della fontana del Nettuno e l’altare argenteo di San Jacopo di Pistoia. Restaurò inoltre le armi del Bargello e le armature del Museo Stibbert.
La sua fama superò i confini italiani: nel 1960 il governo greco lo invitò ad Atene per fondare una fonderia statale e formare nuovi artigiani, onorandolo con una medaglia d’oro. Fu consulente in Francia, Finlandia e negli Stati Uniti, collaborò con il Metropolitan Museum di New York e con la American Battle Monuments Commission per la fusione di monumenti destinati ai cimiteri di guerra americani.[5]
Studioso appassionato, organizzò mostre sulla metallurgia antica, fondò un centro di studi presso l’Istituto di Studi Etruschi e Italici e insegnò anche per il Dartmouth College. Nel 1967 fu chiamato a Madrid per interpretare il manoscritto leonardesco sul monumento a Francesco Sforza, ma non riuscì a pubblicarne gli appunti.[6]
Commendatore della Repubblica e membro dell’American Institute of Architects, Bearzi morì a Firenze il 26 dicembre 1983.[7]
Note
- ↑ Eve Borsook, BEARZI, Bruno, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 34, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1988. URL consultato il 12 giugno 2026.
- ↑ Bruno BearziLeonardo Libri, su www.leonardolibri.com. URL consultato il 12 giugno 2026.
- ↑ Le opere e i restauri del Bearzi a Firenze., su treccani.it.
- ↑ La storia del grande bronzista e restauratore Bruno Bearzi, su www.nove.firenze.it. URL consultato il 12 giugno 2026.
- ↑ Bruno Bearzi | I Tatti | The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies, su itatti.harvard.edu. URL consultato il 12 giugno 2026.
- ↑ Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici | Home - Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici, su studietruschi.org. URL consultato il 12 giugno 2026.
- ↑ Bruno Bearzi, su BeWeB - Beni Ecclesiastici in Web. URL consultato il 12 giugno 2026.