Carcano Mod. 67

Carcano Mod. 67
TipoFucile a otturatore girevole-scorrevole
OrigineItalia
Impiego
UtilizzatoriRegno d'Italia
ConflittiPresa di Roma
Produzione
ProgettistaSalvatore Carcano
Data progettazione1866-67
Date di produzione1867-1872
Entrata in servizioSettembre 1867
Ritiro dal servizio1871 tuttavia rimase in servizio nei reparti di seconda e terza linea fino alla fine degli anni '90 del XIX sec.
Numero prodottoSconosciuto, le stime variano dai 3.000 ai 400.000 fucili ad avancarica riconvertiti
Costo unitario10 Lire circa
Descrizione
Peso4,35 kg
Lunghezza126,8 cm
Calibro17,5 mm
Peso proiettile40,5 g
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Il Carcano mod. 67 fu un fucile ad otturatore girevole-scorrevole ad ago in calibro 17,5 mm, che fu adottato per alcuni anni dal Regio Esercito Italiano prima dell'adozione del Vetterli-Vitali 1870. Più che di un'arma ex novo si trattò piuttosto di un arrangiamento del sistema di ricarica (noto appunto come Sistema Carcano) per modificare i vecchi fucili ad avancarica e dotare le forze armate del neonato regno di un fucile al tempo stesso moderno ma poco costoso. Ebbe una carriera piuttosto breve in quanto pochi anni dopo la sua adozione venne sostituito dal Vetterli-Vitali dalle prestazioni sensibilmente migliori. L'unica azione bellica cui il Carcano mod. 67 prese parte fu la Presa di Roma nel settembre 1870.

Tecnica

Il Carcano mod. 67 si presentava come un tentativo di ammodernamento delle carabine mod. 56 e mod. 60 allora in servizio nel Regio Esercito. In quegli anni i vertici militari italiani guardavano ancora con una certa diffidenza alle cartucce metalliche unitarie, considerate costose, delicate e di difficile approvvigionamento in caso di guerra prolungata. Per questo motivo Salvatore Carcano fu costretto a orientarsi verso un sistema ad ago con cartuccia di carta, soluzione già adottata con successo dal francese Chassepot e dal prussiano Dreyse.

A differenza dei moderni fucili progettati fin dall'origine per il caricamento a retrocarica, le vecchie carabine italiane derivavano da armi ad avancarica e presentavano quindi limiti strutturali notevoli. L'adozione diretta dei sistemi Dreyse o Chassepot avrebbe richiesto una radicale riprogettazione della culatta, dell'otturatore e spesso anche dei legni, rendendo economicamente svantaggiosa la trasformazione delle armi esistenti.

Carcano sviluppò quindi una soluzione intermedia ispirata al sistema Doersch-Baumgarten, allora relativamente poco conosciuto. Il suo progetto manteneva alcuni principi tipici dei fucili ad ago — come il percussore allungato che attraversava la cartuccia di carta per colpire l'innesco posto vicino al fondello — ma semplificava l'adattamento alle carabine italiane già esistenti.

La trasformazione prevedeva l'installazione di una nuova culatta incernierata o apribile posteriormente, studiata per poter essere applicata senza alterare eccessivamente la struttura originaria dell'arma. In questo modo si riducevano i costi industriali e si permetteva il riutilizzo di gran parte delle componenti delle vecchie carabine ad avancarica.

Il sistema utilizzava cartucce combustibili in carta contenenti polvere nera e proiettile integrati in un'unica munizione. L'ago percussore, azionato dallo scatto, attraversava la carica di polvere fino a raggiungere la capsula d'innesco. Come in tutti i sistemi ad ago dell'epoca, ciò comportava alcuni inconvenienti: l'ago era soggetto a rapida usura a causa dei gas caldi e dei residui della polvere nera, mentre l'otturazione dei gas risultava inferiore rispetto a quella ottenibile con le future cartucce metalliche.

Nonostante questi limiti, il sistema offriva vantaggi significativi rispetto alle precedenti armi ad avancarica. Il caricamento risultava molto più rapido, il tiratore poteva ricaricare in posizione prona o al riparo e la cadenza di tiro aumentava sensibilmente. La trasformazione consentiva inoltre di modernizzare grandi quantità di armi esistenti senza affrontare immediatamente i costi di produzione di un fucile completamente nuovo.

Dal punto di vista meccanico, il Carcano mod. 67 rappresentò quindi una soluzione di transizione tra le tradizionali armi ad avancarica del periodo risorgimentale e i futuri fucili a cartuccia metallica adottati dall'esercito italiano negli anni successivi.

Le armi trasformate conservavano generalmente il calibro originario delle carabine mod. 56 e mod. 60, pari a circa 17,5 mm, impiegando proiettili in piombo di grosso diametro accoppiati a una carica di polvere nera. La canna manteneva la rigatura a poche ampie righe destrorse tipica delle armi militari italiane del periodo, studiata per garantire una sufficiente stabilizzazione del proiettile Minié senza compromettere eccessivamente la velocità di caricamento.

Le dimensioni variavano leggermente a seconda dell'arma di partenza utilizzata per la trasformazione, ma le carabine conservavano generalmente una lunghezza complessiva compresa tra 95 e 110 cm, con una canna relativamente corta rispetto ai lunghi fucili di fanteria dell'epoca. Il peso si aggirava intorno ai 3,5-4 kg.

L'alimentazione avveniva mediante cartucce singole inserite manualmente nella culatta aperta. Una volta chiusa la culatta, il sistema di scatto armava il lungo ago percussore interno all'otturatore. Al momento dello sparo, l'ago attraversava la cartuccia combustibile colpendo l'innesco posto posteriormente alla carica di polvere.

La velocità iniziale del proiettile risultava inferiore rispetto a quella dei successivi sistemi a cartuccia metallica, anche a causa della modesta tenuta dei gas garantita dalla culatta. Nonostante ciò, il Carcano mod. 67 offriva prestazioni nettamente superiori alle precedenti armi ad avancarica in termini di rapidità di tiro e praticità operativa.

Storia

Negli anni 1860 tutte le principali potenze occidentali, europee e americane, stavano progressivamente abbandonando i tradizionali fucili ad avancarica in favore di moderne armi a retrocarica. Le esperienze della guerra di secessione americana, della guerra austro-prussiana del 1866 e dei conflitti coloniali avevano infatti dimostrato come la rapidità di tiro fosse divenuta un fattore decisivo sul campo di battaglia.

Il problema interessò direttamente anche il neonato Regno d'Italia, il quale si trovava nella necessità di modernizzare rapidamente il proprio armamento individuale. L'esercito italiano disponeva ancora in gran parte di carabine e fucili ad avancarica derivati dai modelli piemontesi (principalmente il Fucile Modello 60 e il Fucile Modello 56) o addirittura giacenze di fucili degli eserciti degli eserciti dei vari stati preunitari, ormai considerati superati rispetto ai contemporanei sistemi a retrocarica adottati dalle grandi potenze europee.

La questione era però resa particolarmente complessa dalle difficili condizioni finanziarie dello Stato unitario: infatti, dopo la terza guerra d'indipendenza e le ingenti spese sostenute per l'unificazione nazionale, i governi italiani imposero una severa politica di contenimento dei costi militari. Modernizzare l'armamento di circa 500.000 soldati con armi completamente nuove sarebbe risultato estremamente oneroso.

Alla fine del 1866 venne quindi istituita una commissione incaricata di studiare nuove soluzioni per l'armamento della fanteria. Tra i tecnici consultati figurava anche Salvatore Carcano, allora considerato uno dei più promettenti progettisti italiani nel campo armiero e destinato, alcuni decenni più tardi, a diventare celebre per il fucile Carcano Mod. 91.

Carcano presentò inizialmente un progetto particolarmente avanzato per l'epoca: l'arma prevedeva il riutilizzo delle casse dei vecchi fucili ad avancarica, ma introduceva un moderno sistema a retrocarica girevole-scorrevole con cartuccia metallica a innesco centrale recuperabile. Il progetto comprendeva inoltre un innovativo sistema di messa in sicura del percussore. Il calibro previsto era di 11 mm, con passo di rigatura fissato a 560 mm; la gittata teorica raggiungeva gli 800 metri, mentre la cadenza di tiro dichiarata era di circa 20 colpi al minuto.

Nonostante le buone prestazioni teoriche, il progetto venne giudicato eccessivamente costoso. La commissione stimò infatti una spesa di circa 50 lire per arma, equivalenti a un investimento complessivo di circa 25 milioni di lire, cifra ritenuta insostenibile per il bilancio statale. Il Ministero della Guerra impose quindi un drastico ridimensionamento del programma, fissando un costo massimo di circa 10 lire per arma.

Le restrizioni economiche costrinsero Carcano ad abbandonare l'idea della cartuccia metallica. All'epoca molti ufficiali superiori italiani nutrivano inoltre una certa diffidenza verso questo tipo di munizionamento, ritenuto troppo costoso e inadatto a un esercito di leva composto in larga parte da soldati poco istruiti. La commissione richiese quindi una soluzione più economica che consentisse il massimo riutilizzo delle vecchie armi esistenti.

Carcano sviluppò così il Mod. 67, un fucile ad ago a retrocarica basato sulla trasformazione delle precedenti armi ad avancarica. Il sistema adottava un otturatore girevole-scorrevole e impiegava cartucce combustibili in carta calibro 17,5 mm. La soluzione tecnica rappresentava un compromesso tra modernizzazione e contenimento dei costi, permettendo di convertire rapidamente grandi quantità di armamento già presente negli arsenali.

Durante le prove di collaudo il Mod. 67 si dimostrò generalmente affidabile e offrì una cadenza di tiro sensibilmente superiore rispetto alle vecchie avancariche. Tuttavia emersero anche alcuni limiti, in particolare una precisione non ottimale sulle lunghe distanze e i consueti problemi di usura dell'ago percussore tipici dei sistemi a cartuccia di carta. Secondo una tradizione riportata in alcune fonti secondarie, alle critiche di un ufficiale della commissione sulla precisione dell'arma Carcano avrebbe ironicamente risposto: «Con rispetto Eccellenza... ma con 10 lire di spesa massima a disposizione speravate che sparasse pure dritto?».

Il Mod. 67 entrò in servizio nell'Esercito italiano alla fine degli anni 1860, soprattutto come soluzione transitoria in attesa di sistemi più moderni. L'arma rimase in dotazione fino alla metà degli anni 1870, quando iniziò progressivamente a essere sostituita dai più avanzati fucili Vetterli, e l'unica azione bellica alla quale prese parte fu la Presa di Roma nel settembre 1870, con i bersaglieri armati di questo fucile che affrontarono i pontifici armati di carabine Rolling Block. Molti esemplari continuarono comunque a essere utilizzati da corpi territoriali, carabinieri, forze di polizia e unità di seconda linea ancora per diversi anni.

Con l'adozione del Vetterli-Vitali e successivamente del Carcano Mod. 91 a polvere infume, il Mod. 67 venne definitivamente ritirato dal servizio operativo. Numerosi esemplari furono alienati come surplus militare.

All'inizio del XX secolo diverse migliaia di fucili furono acquistate da un commerciante d'armi intenzionato a convertirli in armi da caccia per il mercato civile. L'iniziativa tuttavia non ebbe successo commerciale e la società fallì nel 1911.

Note

    Bibliografia

    • E. Marcianò, M. Morin, Dal Carcano al FAL, Editoriale Olimpia, 1974.
    • G. Rotasso, M. Ruffo, L'armamento individuale dell'Esercito Italiano dal 1861 al 1943, Uff. Storico S.M. Esercito, 1997.