Castello di Partinico
| Castello di Partinico | |
|---|---|
| Ubicazione | |
| Stato | |
| Città | Partinico |
| Informazioni generali | |
| Inizio costruzione | VIII secolo (?) |
| Materiale | in pietra locale |
| Demolizione | tra il 1245 e il 1309 |
| Condizione attuale | rudere - (solo fondamenta) |
| voci di architetture militari presenti su Wikipedia | |
Il Castello di Partinico (o fortezza di Br.t.nīq in arabo بارتينيكو? ) è una roccaforte in rovina, situata sul Colle Cesarò, nel territorio comunale di Partinico.
Storia

Lo storico curdo Ali Ibn Al-Athīr, morto nel 1233, riferisce che i Bizantini, a metà del secolo VIII tornarono a essere protagonisti in Sicilia, edificando fortificazioni e castelli e non lasciarono monti che non avessero una rocca presidiata.[1] Con le stesse parole si esprime Al-Nuwaryrī «il paese [la Sicilia] fu restaurato in ogni parte dai Bizantini».[2] Dalla posizione di rilievo del monte Cesarò, risulta probabile che la prima costruzione sia avvenuta già in quel periodo dai Rūm[3]. Il sistema difensivo del territorio da parte dei Bizantini, consisteva nel realizzare insieme al castello arroccato, un villaggio alla base del rilievo che doveva garantire provvigioni alimentari regolari. L'esempio risulta calzare bene con Partinico. Mentre le rovine sul colle Cesarò identificano l'esatta posizione del castello, incerta rimane ancora l'ubicazione del casale nella piana.
Dopo l'arrivo e la conquista dell'Isola da parte degli arabi, avvenuta a partire dall'827 d.C., la fortezza fu occupata e prese il nome arabo di Br.t.nīq. Il primo a indicare nella documentazione storica la presenza dell'abitato (985) fu il geografo musulmano Al-Muqaddasi[4]. La città fortificata compare col nome di Bartinik (1154), nella tabula rogeriana del cartografo Al-Idrisi,[5][6][7] che la posiziona in luogo elevato chiamato Ծabān (cimitero)[8].
L'espansione del castello ormai divenuta cittadella, si sviluppò durante i secoli solo nel versante sud del rilievo, poiché i tre lati restanti presentavano un dirupo a strapiombo, facendone una roccaforte inespugnabile. I resti delle fondamenta, sono visibili in tratti di muri in pietra a pianta irregolare. Le strutture murarie sono costruite in opus incertum[9], di spezzoni calcarei locali. Rimane ancora visibile una cisterna con copertura a volta, probabilmente per la raccolta dell'acqua delle dimensioni di metri 3 × 2. I rilievi fatti negli ultimi anni, eseguiti sui luoghi con tecniche innovative[10][11] (droni), hanno dimostrato che la città nella sua massima espansione occupò metà del pendio. Divenne presto come Jato (Giato) e le altre città arabe costruite sulle montagne un'enclave autonoma anche dopo l'arrivo dei normanni e degli svevi, subendo alterni assalti perlopiù nei mesi estivi dalla fine del XI fino a metà del XII secolo, da Guglielmo I di Sicilia, Tancredi e Ruggero Scalvo.

L’ultima notizia documentata diretta è del 1169, dove viene citata insieme al Castello di Carini come luogo di rifugio di alcuni francesi[12][13], durante le lotte intestine della corte normanna all’epoca della minore età di Guglielmo II. Fu certamente protagonista attiva non meno delle altre città arabe vicine, della grande rivolta islamica che negli anni 1245-46 infiammò la Sicilia durante il regno di Federico II di Svevia[14]. Non si trattò di una semplice ribellione contadina, ma di una resistenza disperata e collettiva: un popolo che si oppose all’imposizione totale dell’autorità imperiale per difendere lingua, fede e memoria.[15]
Dopo l’assedio e la conquista, non si hanno documenti sulla sua demolizione. L’unica fonte certa è che Federico III di Sicilia da licenza nel 1309 di habitationem de novo facere[16] in località detta Sala di Partinico. La cittadella sopra la montagna scompare dagli annali, molto probabilmente distrutta nel corso della ribellione araba o dallo stesso Federico III durante la guerra del Vespro, per non far cadere importanti fortificazioni nelle mani degli invasori angioini.[17]
Note
- ↑ Giovanni Uggeri, I Castra bizantini in sicilia, Publications de l'École Française de Rome.ª ed., 2006, pp. 319-336.
- ↑ Giovanni Uggeri, I castra bizantini in Sicilia (PDF), in Publications de l'École française de Rome, n. 363, Roma, 2006, p. 328. URL consultato il 2 aprile 2026.
- ↑ Nome arabo con il quale si indicavano i Bizantini.
- ↑ Michele Amari (a cura di), Biblioteca arabo-sicula, Ermanno Loecher, Torino e Roma, 1880, p. 317.
- ↑ Il Cartografo dice della città: "Partinico è un bel paese, piacevole, piano, di aspetto gradevole e ameno. Gli appartengono fertili poderi nei quali si producono in abbondanza il cotone, la henna, ed altre piante leguminose. Le acque sono abbondanti, numerosi i mulini. La fortezza che trae nome da Partinico è situata in una località detta Giabàn (cimitero), a cavaliere sul paese. Quest’ultimo ha un porto, noto col nome di ar-Rukn, distante all’incirca due miglia verso nord."
- ↑ Vittorio Giustolisi, Parthenicum e le acque segestane, Centro di documentazione e ricerca per la Sicilia antica "Paolo Orsi", 1976.
- ↑ Luigi Santagati (a cura di), al-Idrisi: il diletto di chi è appassionato per le peregrinazioni a traverso il mondo (PDF), su galleria.media, Salvatore Sciascia Editore, p. 86.
- ↑ Ferdinando Maurici - Benedetto Giambona (a cura di), Archeologia Medievale, in XXVII, 2000, pp. 433-434, ISBN 8878141895.
- ↑ Un'antica tecnica edilizia romana, sviluppatasi dal III secolo a.C., che prevede la costruzione di muri utilizzando pietre di forma e dimensioni irregolari (caementa) disposte in modo casuale, ma con facce combacianti, sopra un nucleo cementizio.
- ↑ Antonio Alfano e Giovanni Polizzi, I CASTELLI DELLE RIVOLTE. DALLA PIANA DI PARTINICO ALLA VALLE DELLO JATO (PALERMO) SULLE TRACCE DEGLI ULTIMI MUSULMANI IN SICILIA OCCIDENTALE, in Atti dei XLVIII e XLIX Convegno Internazionale della Ceramica: Cinquant’anni di studi sulla ceramica e il contributo del centro ligure per la storia della ceramica, Centro ligure per la storia della ceramica, pp.63-81, 2017. ⟨hal-02054507⟩, 2017.
- ↑ Leonardo D'Asaro, Partinico dalle origini alla fine del XIX secolo, Partinico, 2018.«All'interno del libro, una sezione descrittiva e illustrativa descrive lo sviluppo della città.»
- ↑ Cav. A. F. Ferrara, Storia generale della Sicilia, su google.it, Tomo III, Lorenzo Dato, 1831, p. 231.
- ↑ Opere edite e Inedite di Niccolò Palmeri, su google.it, Volume Unico, 1883 Palermo, p. 596.
- ↑ Amedeo Feniello, Sotto il segno del Leone: Storia dell'Italia musulmana, Laterza, Bari, 2015, ISBN 9788858112540.
- ↑ Ferdinando Maurici, L'emirato sulle montagne: note per una storia della resistenza musulmana in Sicilia nell'età di Federico II di Svevia., Centro di documentazione e ricerca per la Sicilia antica "Paolo Orsi", 1987, pp. 77.
- ↑ Storia di Partinico, su virtualsicily.it.
- ↑ Vita Russo (a cura di), Partinico, castello di monte Cesarò, su mondimedievali.net.