Caterina Marcenaro

Caterina Marcenaro (Genova, 23 luglio 1906 – Genova, 2 luglio 1976) è stata una storica dell'arte, museologa e funzionaria italiana.
Biografia
Formazione
Cresce a Terralba, quartiere popolare di Genova, in una famiglia modesta. Il padre muore quando lei ha solo due anni, sarà il fratello Mario a mantenere lei e la madre, e a consentirle di studiare e diplomarsi nel 1926 al liceo classico Cristoforo Colombo. Nel 1930 si laurea e, successivamente, si perfeziona in letteratura italiana.
Dal 1933 al 1937 frequenta a Roma la Scuola di perfezionamento in storia dell'arte dell'università la Sapienza, diretta in quegli anni da Pietro Toesca, dove si laurea con una tesi intitolata Il viaggio italiano di Antonio Van Dyck[1] pittore che sarà suo oggetto di studio per tutta la sua carriera. Antifascista, non è chiaro se abbia avuto un ruolo attivo nella Resistenza. Tuttavia ha contatti con partigiani e ospita nella sua casa riunioni del CLN[2].
Attività didattica e primi incarichi
Dal 1932 al 1948 insegna storia dell'arte nei licei classici genovesi Colombo e D'Oria e pubblica i primi articoli. Nel 1938, inizia a collaborare con Orlando Grosso, direttore dell'Ufficio Belle arti di Genova, per alcune esposizioni sulla pitture ligure e genovese del Seicento e del Settecento, in quegli anni in fase di riscoperta.
Nel 1945 riceve l'incarico di docente di storia dell'arte alla facoltà di Magistero; è la prima donna docente, seppure non di ruolo, dell'ateneo genovese, a cui inoltre viene affidato un insegnamento fino ad allora assente in quella università[3]. Lascia l'incarico nel 1951 per dedicarsi esclusivamente al lavoro presso l'Ufficio di Belle Arti del comune di Genova di cui è diventata direttrice nel 1950, succedendo a Orlando Grosso.
Direzione dell'Ufficio delle Belle Arti di Genova (1950-1971)
Palazzo Bianco (1949-1950)


Il primo intervento seguito della nuova direttrice riguarda l'allestimento di Palazzo Bianco, gravemente danneggiato durante la Seconda Guerra Mondiale. Il palazzo, passato al Comune di Genova per volere testamentario di Maria Brignole Sale De Ferrari, Duchessa di Galliera[4], vede una prima fase di restauro per mano del Genio Civile, ma è nel 1949 che entra in gioco l'architetto Franco Albini, segnando l'inizio di una lunga collaborazione con Marcenaro.
Il progetto prevede la realizzazione di un museo, modificando profondamente l'allestimento preesistente, curato dall'allora direttore Orlando Grosso, il quale si basava sull'idea di ricostruzione dell'ambiente originale, anteponendo il gusto del collezionista privato a criteri didattici e scientifici. Marcenaro e Albini adottano invece criteri propri della museologia moderna, rimuovendo parati ed arredi, introducendo tinte uniformi alle pareti e istallando pavimenti in ardesia e marmo bianco[5].
Le opere vengono ordinate dalla storica dell'arte secondo criteri storico-artistici e cronologici, presentate su supporti mobili in ferro, a parete o sostenuti da piantane tubolari, che consentono una disposizione elastica e facilmente modificabile. Vengono creati depositi organizzati e consultabili, ospitanti le opere non esposte, in linea con le teorie allora emergenti sul museo come luogo di studio, educazione e ricerca[6]. La maggior parte dei quadri sono presentati senza cornici (perché non originali) per favorire un rapporto diretto con i visitatori e una lettura autonoma, senza interferenze, dell'opera d'arte. In alcuni casi, i dipinti vengono montati su dispositivi dotati di cerniere, per consentire la lettura fronte-retro. Le celebri sedute "tripoline", progettate da Albini, costituiscono gli unici arredi delle sale[7]. Il risultato è uno spazio espositivo radicalmente moderno, improntato a neutralità e essenzialità, in linea con i principi museografici sviluppati da Albini e pienamente condivisi dalla direttrice[8].

Particolarmente emblematico nel nuovo allestimento studiato per Palazzo Bianco è la collocazione dell'Elevatio animae di Margherita di Brabante di Giovanni Pisano, studiata da Albini e Marcenaro[9]. La scultura spicca su un fondo nero in ardesia, la pietra locale, ed è esposta su un supporto metallico mobile, a cannocchiale, regolabile in altezza e girevole. I visitatori possano così interagire con l'opera, facendola ruotare e osservandola da punti di vista diversi[10].
Palazzo Bianco viene inaugurato nel 1950 e l'allestimento non subisce sostanziali modifiche fino al 1968, quando Marcenaro avvia una trasformazione dell'istituto in una vera e propria Pinacoteca[11], in previsione del trasferimento delle sculture al nuovo Museo di Sant'Agostino, la cui realizzazione in quegli anni sta finalmente prendendo forma.
Palazzo Rosso (1953-1961)

Nel 1953 si apre il cantiere di Palazzo Rosso, gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1942 e regolato dal vincolo testamentario della duchessa di Galliera, che impone il mantenimento di arredi e disposizioni originari[12]. Dopo un acceso dibattito con i sostenitori della "casa-museo" ottocentesca, Marcenaro e Albini impostano un intervento volto a restituire all'edificio la sua forma barocca: vengono rimossi numerosi aggiustamenti tardo settecenteschi e ottocenteschi, riaperta la loggia delle Rovine e ripristinati gli equilibri spaziali del secondo piano nobile, decorato da importanti cicli ad affresco di Gregorio e Lorenzo De Ferrari, Domenico e Paolo Girolamo Piola, Giovanni Andrea Carlone e altri protagonisti del barocco genovese. L'intervento si fonda sulla lettura del palazzo come fonte barocca per l'architettura organica, secondo una visione che Marcenaro elabora anche nel suo saggio del 1961[13] e che recepisce le teorie sulla "vera forma" architettonica discusse da Renato Bonelli e Bruno Zevi[14].

Parallelamente al restauro architettonico e pittorico, Marcenaro e Albini progettano un nuovo ordinamento museale, inaugurato nel 1961 alla presenza del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi[15], che supera la tradizionale quadreria a favore di un'esposizione più rarefatta e leggibile: le pareti sono rivestite di tessuti, i pavimenti di moquette rossa, alcuni dipinti sono montati su strutture metalliche distaccate dalla pareti e rotabili per permettere la visione fronte-retro; l'illuminazione combina luce naturale filtrata e proiettori disegnati ad hoc. Il percorso si amplia con sezioni dedicate alle arti decorative, un gabinetto di designi e stampe e nuovi depositi visitabili. Tra gli interventi architettonici più noti figura la scala ottagonale con tiranti d'acciaio, divenuta una degli elementi distintivi del nuovo percorso museale[16].
Nel 1966, la storica dell'arte pubblica Gli affreschi del Palazzo Rosso di Genova, un ricco volume che accompagna il lavoro di restauro e riordino del palazzo, offrendo una dettagliata analisi storico-critica dell'architettura e delle decorazioni barocche[17].
La casa di un amatore d'arte
Nel sottotetto delle Dipendenze di Palazzo Rosso, Franco Albini progetta l'appartamento destinato alla direttrice, impostato secondo gli stessi criteri adottati nel resto del museo. L'abitazione, organizzata come un open space articolato tra soggiorno, pranzo e studio, combina elementi moderni - tra cui il camino in ferro e arredi designati dall'architetto - con oggetti antichi, accogliendo la collezione personale di Marcenaro. L'intervento prevede la demolizione del solaio per ottenere un'altezza maggiore e l'inserimento di un ballatoio destinato alla biblioteca; l'illuminazione è affidata a piccole lampade a presa fissate a una struttura metallica continua che funge anche da supporto per i dipinti[18].

Nel 1955, la rivista Domus pubblica l'appartamento con il nome La casa di un amatore d'arte all'ultimo piano di un antico palazzo, definendo un esempio emblematico della commistione fra antico e moderno nella produzione di Albini[19].
Marcenaro si trasferisce nell'abitazione nel 1953, e vi risiede fino alla sua morte[20].
Nel 2004, un restauro ha integrato gli spazi nel percorso di visita di Palazzo Rosso con una ricostruzione parziale e rievocativa dell'assetto originario, presentandolo al pubblico con il nome di appartamento di un amatore d'arte[21].
Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo (1952-1956)

Tra il 1952 e il 1956 Marcenaro collabora con Franco Albini e Franca Helg, che dal 1951 lavora nello studio di dell'architetto, alla progettazione del Museo del tesoro della cattedrale di San Lorenzo.[22] L'intervento nasce dall'esigenza di dare una sede adeguata ai preziosi oggetti liturgici del duomo, fino ad allora conservati nella sagrestia senza un ordine definito. Dopo un lungo confronto con il Comune e con la Curia, guidata in quegli anni dal cardinale Giuseppe Siri, il gruppo individua come sede un nuovo spazio interrato ricavato nel cortile del Palazzo Arcivescovile, a circa tre metri di profondità, soluzione che permette di evitare interferenze con le strutture storiche della cattedrale.
La fase di progettazione conduce alla definizione di una serie di ambienti circolari ispirati alla struttura delle tombe a thòlos a Micene, soluzione che Albini ed Helg approfondiscono anche in seguito a un viaggio in Grecia intrapreso su indicazione della direttrice[3]. Tale scelta, sostenuta da Marcenaro per il forte valore simbolico e sacrale degli spazi sotterranei[23], dà forma a un percorso articolato in tre thòloi di dimensioni differenti, raccordati da un vano esagonale che funge da nodo distributivo; l'ingresso, collocato all'interno della sagrestia della cattedrale, conduce attraverso una rampa al tholos minore, dove è esposto il Sacro Catino, l'oggetto più celebre della collezione.

Le pareti in cemento armato sono rivestita con pietra grigia simile a quella del promontorio della Lanterna, materiale utilizzato storicamente nella cattedrale. La luce naturale penetra dall'alto attraverso piccoli lucernari in vetrocemento, mentre l'illuminazione artificiale è garantita da proiettori puntuali integrati nelle strutture espositive. Albini e Helg progettano le vetrine e un sistema di "prese continue" che consente una moderata flessibilità nell'esposizione, pur all'interno di una raccolta chiusa[24].
Il percorso espositivo presenza una selezione mirata delle opere del tesoro - reliquiari, arche, paramenti e sculture - con particolare attenzione ai pezzi di maggiore rilevanza storico-artistica. Le teche, prevalentemente poligonali, sono concepite per una visione ravvicinata e controllata; il Sacro Catino è collocato all'interno di una vetrina cilindrica. Alcune opere di grandi dimensioni, tra cui la statua della Vergine dello scultore Francesco Schiaffino sono esposte senza teca[25].

Il museo viene inaugurato nel 1956 e riceve ampia attenzione sulle riviste di architettura in Italia e all'estero. Per la documentazione fotografica Marcenaro coinvolge il fotografo Paolo Monti, i cui scatti documenteranno molti degli interventi realizzati nei musei genovesi.
Nel 1969, la direttrice pubblica un catalogo monografico dedicato al museo, che descrive nel dettaglio il progetto e la scelta dei materiali[25].
Nel corso del tempo, gli spazi espositivi mantengono gran parte dell'impianto originale, pur subendo necessari interventi di adeguamento, in particolare nel 1994. Nonostante queste modifiche, l'allestimento di Albini, Helg e Marcenaro rimane uno dei più significativi esempi di museografia italiana del dopoguerra e uno dei meglio conservati della loro collaborazione[26].
Museo d'Arte Orientale Edoardo Chiossone (1952-1970)

Sempre sotto il suo mandato viene avviata e portata a compimento la realizzazione del Museo d'arte orientale Edoardo Chiossone, il cui iter progettuale si estende dal secondo dopoguerra fino all'inaugurazione del nuovo edificio nel 1971[27]. Il museo è dedicato alla collezione donata alla città di Genova dall'incisore e collezionista Edoardo Chiossone, composta originariamente da opere di arte giapponese e successivamente ampliata con acquisizioni provenienti da altre aree dell'Oriente.
Nel 1948 viene promossa la costruzione di una nuova sede museale nell'area della Villetta di Negro, affidando il progetto all'architetto Mario Labò. Marcenaro, inizialmente coinvolta nelle prime fasi come collaboratrice della Direzione delle Belle Arti, assume la piena responsabilità del progetto a partire dal 1953. Il museo rappresenta un caso unico nel panorama genovese del dopoguerra, trattandosi di un edificio di nuova costruzione, non vincolato a preesistenze storiche, e concepito come sintesi unitaria tra architettura, allestimento e rapporto con il paesaggio[28].
Il progetto architettonico, sviluppato da Labò secondo i principi di architettura organica, viene completato dopo la sua morte nel 1961 da Cesare Fera, Luciano Grossi Bianchi e dall'ingegnere Giorgio Olcese. L'edificio si articola in un percorso espositivo continuo, scandito da piani sfalsati, ballatoi e dislivelli, e caratterizzato da un uso controllato della luce artificiale, che accompagna progressivamente il visitatore lungo il percorso.
Parallelamente alla definizione del contenitore, Marcenaro cura l'ordinamento museale della collezione, operando una selezione qualitativa che riduce a circa settecento il numero delle opere esposte rispetto alle oltre cinquemila conservate. L'allestimento segue un criterio per generi, articolato secondo sequenze geografiche e cronologiche, con l'obiettivo di offrire una lettura sistematica delle culture artistiche orientali e dei loro rapporti storici con l'Occidente. Dopo la morte di Labò, l'organizzazione degli spazi espositivi viene affidata a Luciano Grossi Bianchi, che opera seguendo le direttive della direttrice, non senza divergenze legate al carattere classificatorio dell'ordinamento[29].
Il Museo Chiossone rappresenta l'ultimo grande progetto museale seguito da Marcenaro e uno dei casi più complessi del suo operato, sia per la lunga gestazione sia per la necessità di confrontarsi con collezioni e tradizioni artistiche extra-europee[30]. Oggi l'edificio conserva parte dell'impianto originario, testimoniando l'ambizione pedagogica e civica che ha guidato l'intervento.
Museo di Sant'Agostino (1952-1988)

Nel corso del suo mandato la direttrice promuove il recupero dell'ex complesso conventuale di Sant'Agostino, destinato ad ospitare il Museo della scultura antica e dell'archeologia ligure. La struttura, risalente al XIII secolo e composto dalla chiesa e da due chiostri, era stata sconsacrata in età napoleonica e, nel corso dell'Ottocento e del primo Novecento, adibita a usi diversi. Una prima sistemazione museale, inaugurata nel 1939 con il nome di Museo di Architettura e Scultura Ligure, era stata realizzata sotto la direzione di Orlando Grosso secondo criteri di restauro stilistico[31].
I bombardamenti della seconda guerra mondiale causano gravi danni all'edificio, determinandone la chiusura e mettendo a rischio la conservazione del complesso. A partire dagli anni Cinquanta, Marcenaro sollecita più volte il Comune di Genova affinché venga avviato un intervento di recupero, ma solo nel 1962 il progetto ottiene l'approvazione della giunta comunale. In questa fase la direttrice coinvolge nuovamente Franco Albini, affiancato da Franca Helg, per la definizione di un nuovo assetto architettonico e museografico[32].
Le proposte elaborate dallo studio Albini-Helg mirano a integrare le strutture storiche superstiti con interventi contemporanei in acciaio e cemento armato, concepiti come elementi neutri e riconoscibili, in dialogo con l materia antica[33]. Tuttavia, a causa di difficoltà tecniche, urbanistiche e amministrative, il cantiere subisce lunghi ritardi e viene avviato solo dopo la morte di Albini (1977) e a un anno dalla scomparsa di Marcenaro, proseguendo fino al 1992 grazie a Franca Helg, Antonio Piva e Marco Albini[34].
Dalla sua inaugurazione nel 1984, il Museo di Sant'Agostino ha conosciuto diverse fasi di aggiornamento e riassetto. A partire dal 2020, è stato avviato un nuovo programma di interventi volto a riorganizzare il percorso museale e a migliorare le condizioni di fruizione, mantenendo il dialogo con il patrimonio monumentale della città[35]. Qui è oggi conservato il nucleo superstite del monumento funerario di Margherita di Brabante di Giovanni Pisano, comprendente l'Elevatio Animae, la statua della Giustizia, la Madonna col Bambino acefala e altri frammenti del sepolcro.
Attività come storica dell'arte
Caterina Marcenaro affianca all'impegno museologico un'intensa e continuativa attività di studio storico-artistico, concentrata sulla pittura tra XV e XVII secolo e sulla scultura medievale, dedicando particolare attenzione alla pittura genovese e fiamminga del Seicento e Settecento, e alla fortuna critica di Antoon Van Dyck, oggetto di studi, mostre e riorganizzazioni museali da lei promosse.
Nel corso della carriera intrattiene rapporto di confronto e collaborazione con alcuni dei principali storici dell'arte italiani del Novecento, tra cui Roberto Longhi, Federico Zeri e Giulio Carlo Argan, con in quali condivide scambi epistolari, discussioni attributive e scoperte, documentati nell'Archivio Storico del Comune di Genova[36].
La collaborazione con Roberto Longhi

Il rapporto con Longhi è costante e articolato. Lo storico dell'arte segue con attenzione le attività scientifiche della Marcenaro, apprezzandone l'impegno curatoriale e la qualità dei cataloghi di mostra, come nel caso della rassegna Luca Cambiaso e la sua fortuna (1956), sempre all'interno di un dialogo critico constante sulle questioni attributive[37].
In più occasioni, Longhi affida alla storica dell'arte la redazione di contributi scientifici per la rivista Paragone, a testimonianza di un rapporto di stima e di un dialogo critico continuativo[13][38].
Nel dibattito sull'Ecce Homo attribuito a Caravaggio e conservato a Palazzo Bianco, Longhi riconosce apertamente il ruolo svolto dalla Marcenaro nel portare l'opera all'attenzione della critica, attribuendole un «grande acume», all'interno di un confronto interpretativo destinato a svilupparsi negli anni successivi[39].
Studi attributivi e principali casi di studio
Tra i contributi più rilevanti come storica dell'arte si annoverano:
- gli studi su Jan Matsys, avviati già negli anni Quaranta, e la contestata attribuzione del Ritratto di Andrea Doria, pubblicata sulla rivista Emporium nel 1949[40];
- la già citata scoperta e identificazione dell'Ecce Homo attribuito a Caravaggio a Palazzo Bianco, che dà origine a un lungo dibattito critico;
- gli studi continui sulla pittura genovese del XVII e XVIII secolo e, in particolare, sull'opera di artisti come Gioacchino Assereto, Alessandro Magnasco, Bernardo Strozzi, Valerio Castello e Giovanni Benedetto Castiglioni. Proprio di quest'ultimo artista, negli anni Sessanta il Comune acquista il Ritratto di Gian Lorenzo Bernini per le collezioni di Palazzo Bianco, grazie al sostegno di enti locali e istituti bancari[41]. Nel 1964, Marcenaro pubblica il volume Dipinti genovesi del XVII e XVIII secolo[42], e nel 1969, cura la mostra Pittori Genovesi del '600 e '700 a Genova[43], sintesi significativa della sua attività di ricerca;
- lo studio del quadro Principe Moscovita, oggi conservato a Palazzo Rosso, per il quale Marcenaro propone nel 1959 un'attribuzione a Pisanello, avanzando anche proposte sull'identità dell'effigiato; il caso dà origine ad un ampio dibattito critico che, negli anni successivi, porta a nuove proposte attributive, tra cui quella a Michele Giambono, oggi largamente accolta[44];
- la scoperta nei depositi di Palazzo Bianco del dipinto Strage degli innocenti, del pittore seicentesco Vincent Malo, artista franco-fiammingo attivo a Genova, all'epoca ancora poco studiato e caratterizzato da un catalogo frammentario e problematico[45];
- l'individuazione e lo studio di frammenti del monumento funerario di Margherita di Brabante di Giovanni Pisano, in particolare la scoperta della statua della Giustizia, riconosciuta per caso in un giardino di Genova nel 1960 e pubblicata su Paragone nel 1961 su invito di Longhi[38]. L'anno successivo, Marcenaro riconosce una Madonna col Bambino acefala, oggi conservati ed esposti al Museo di Sant'Agostino. Marcenaro pubblica nuovamente la scoperta su Paragone nel 1963[46].
Valutazioni critiche
L'attività attributiva della storica dell'arte è spesso oggetto di discussione critica già nel corso della sua carriera, in particolare in relazione ad alcuni casi di errata identificazione o a opere successivamente riconosciute come copie o repliche[47]. Tale fenomeno si riconduce alla natura stessa della connoisseurship, disciplina fondata sul giudizio critico e sull'analisi stilistica, non sempre riconducibile a criteri oggettivi e condizionata, nel contesto storico in cui Marcenaro opera, dai limiti degli strumenti scientifici allora disponibili[48].
È tuttavia anche significativo sottolineare come Caterina Marcenaro non sia da identificare primariamente come connoisseur, ma come storica dell'arte e museologa: l'attribuzione rappresenta per lei uno degli strumenti del lavoro storico, non il fine ultimo della ricerca. Se da un lato alcuni suoi interventi attributivi risultano oggi superati, dall'altro numerosi contributi hanno prodotto avanzamenti duraturi nella conoscenza di opere, artisti e dei relativi contesti storici[49].
Le mostre a Genova
L'attività espositiva di Caterina Marcenaro si avvia già negli anni Trenta attraverso la collaborazione con Orlando Grosso, l'allora direttore delle Belle Arti di Genova. La sua prima partecipazione a una grande rassegna risale al 1938, con la mostra Pittori genovesi del Seicento e del Settecento, allestita a Palazzo Reale e curata da Grosso[50]. In questa sede la scuola genovese è ancora interpretata secondo una visione incentrata prevalentemente sulla ritrattistica, con significative assenze oggi considerate imprescindibili; tuttavia, l'esposizione segna un momento di aggiornamento critico, presentando anche opere di Gioacchino Assereto da poco ricondotte all'artista grazie agli studi di Roberto Longhi. È in occasione di questa mostra che Marcenaro entra in contatto con lo storico dell'arte austriaco Wilhelm Suida, uno dei maggiori studiosi europei di pittura rinascimentale attivi negli anni Trenta[51].
Negli anni immediatamente precedenti la guerra, collabora inoltre a:
- Pittori Liguri dell'Ottocento (Genova, Palazzo Rosso, 1938), a cura di Orlando Grosso[52];
- Le Casacce e la scultura lignea sacra genovese del Seicento e del Settecento (Genova, Chiesa e Museo di San'Agostino, 1939)[53], rassegna inaugurata nel complesso recentemente riallestito da Grosso, per la quale Marcenaro, nel catalogo, redige anche il contributo dedicato all'assetto museale di Sant'Agostino;
Dopo la fine del conflitto, entra stabilmente nell'amministrazione comunale di Genova: nel 1945 viene assunta presso l'Ufficio delle Belle Arti, continuando la collaborazione con Grosso.
Nel 1946 partecipa all'organizzazione della Mostra della pittura antica in Liguria dal Trecento al Cinquecento, seguita nel 1947 dalla Mostra della pittura del Seicento e del Settecento in Liguria. Queste rassegne segnano un momento decisivo nello studio della pittura genovese, ampliando in modo sistematico l'orizzonte di analisi all'intero repertorio ligure e superando una lettura esclusivamente cittadina della scuola locale[54].
Nel 1949 prende parte all'organizzazione de La grande mostra del Magnasco (Genova, Palazzo Bianco), curata da Antonio Morassi[55]. In questa occasione, Marcenaro si distingue anche per la particolare attenzione riservata alla comunicazione e alla diffusione internazionale dell'evento, promuovendo la mostra su riviste specializzate straniere quali The Burlington Magazine e Art News, in una fase storica in cui le strategie di promozione culturale erano ancora poco strutturate[56].
100 opere di Van Dyck (1955)

La prima grande rassegna internazionale organizzata sotto la direzione Marcenaro è la mostra 100 opere di Van Dyck, allestita nel 1955 a Palazzo dell'Accademia Ligustica. Il progetto scientifico è promosso e diretto dalla direttrice nell'ambito dell'accordo culturale italo-belga e rappresenta un risultato di anni di studi dedicati all'opera del pittore fiammingo.
In origine concepita come Van Dyck in Italia, la mostra assume successivamente un carattere più antologico su indicazione ministeriale; nonostante ciò, Marcenaro mantiene il controllo dell'impianto scientifico e dell'organizzazione generale, coordinando i rapporti con le istituzioni prestatrici italiane e straniere. L'esposizione riunisce dipinti provenienti da musei e collezioni internazionali, tra cui Il Mauritshuis, la National Gallery of Ireland e istituzioni pubbliche e private statunitensi[57], e viene accompagnata da un dettagliato catalogo scientifico, curato dalla direttrice[58].
L'allestimento è affidato all'architetto Marco Lavarello e al pittore e grafico Eugenio Carmi, su indicazione di Marcenaro. Il progetto privilegia soluzioni leggere e reversibili, con strutture metalliche modulari e supporti scorrevoli, riflettendo i principi museografici albiniani già sperimentati, in quegli stessi anni, nei musei civici genovesi[59].
Luca Cambiaso e la sua fortuna (1956)

Nel 1956 Caterina Marcenaro dirige la mostra monografica su Luca Cambiaso, intitolata Luca Cambiaso e la sua fortuna, allestita a Palazzo dell'Accademia Ligustica, con l'obiettivo di offrire una rilettura critica complessiva della figura del pittore genovese, allora ancora difficilmente collocabile nella storiografia del Cinquecento. La rassegna è sostenuta dall'Ente Manifestazioni Genovesi e si avvale di un comitato scientifico di alto profilo, del quale fanno parte, tra gli altri, Roberto Longhi, Wilhelm Suida e sua figlia Bertina Suida Manning. Nel corso della preparazione emergono divergenze interpretative di carattere strettamente scientifico, in particolare sulla collocazione di Cambiaso all'interno della storiografia caravaggesca. Longhi, in disaccordo con la lettura proposta dallo storico dell'arte George Isarlo, che individuava nell'artista un antecedente del naturalismo caravaggesco, decide di ritirarsi dal comitato scientifico della mostra, senza che ciò interrompa il confronto critico con la direttrice.
La mostra riunisce dipinti e disegni del Cambiaso affiancati da opere di artisti coevi e successivi, ricostruendone la fortuna critica e il contesto culturale. L'allestimento, progettato da Eugenio Carmi, adotta soluzioni leggere e non invasive, com'era già successo per la mostra su Van Dyck, in linea con i principi della museografia moderna condivisi da Marcenaro, privilegiando la leggibilità delle opere e il carattere didattico del percorso[60]. Anche per questa mostra, la storica dell'arte pubblica un ricco catalogo, molto apprezzato anche da Longhi stesso[37].
Pittori genovesi a Genova nel '600 e nel '700 (1969)

Nel 1969 la direttrice cura la mostra Pittori genovesi a Genova nel '600 e nel '700, allestita a Palazzo Bianco in occasione dei lavori di riorganizzazione del museo. La rassegna rappresenta uno dei momenti più significativi della sua attività espositiva e scientifica, ponendosi come sintesi matura dei suoi studi sulla pittura genovese del Seicento e del Settecento, già confluiti nel volume Dipinti Genovesi del XVII e XIII secolo (1964)[42].
La mostra riunisce 148 dipinti, comprendenti numerose opere inedite provenienti da collezioni private, tra cui un nucleo rilevante messo a disposizione dall'armatore e collezionista Angelo Costa, amico della direttrice, e propone una rilettura ampia della scuola pittorica estendendo l'attenzione oltre i nomi tradizionalmente più noti. Tra gli artisti presenti figurano Bernardo Strozzi, Gioacchino Assereto, Giovanni Benedetto Castiglione (detto il Grechetto), Valerio Castello, Alessandro e Domenico Magnasco, oltre ad altri protagonisti del panorama locale[61].

Marcenaro coinvolge nuovamente Roberto Longhi, che partecipa al progetto in qualità di consulente scientifico, intervenendo sullo studio delle opere selezionate e visitando la mostra nel corso della sua apertura, pur avanzando alcune riserve critiche sulla qualità di alcune dipinti esposti[62].
Viene pubblicato un ricco catalogo, con introduzione di Federico Mario Boero, presidente della mostra e dell'Ente Manifestazioni Genovesi, e di Marcenaro, parte integrante del comitato esecutivo[61].
Ruolo nella museologia italiana
I progetti che Caterina Marcenaro realizza, prevalentemente con Franco Albini, si inseriscono nella stagione di grande rinnovamento della museologia italiana del secondo dopoguerra. In questo periodo storico le necessità ricostruttive dovute ai danni bellici, divengono l'occasione per ripensare i musei. La collaborazione Marcenaro-Albini è esemplificativa del proficuo rapporto di scambio instauratosi tra storici dell'arte e architetti a partire dagli anni cinquanta fino alla fine degli anni settanta, rapporto che contribuirà alla definizione di competenze del museologo e del museografo[63].
Nei progetti di questi anni l'architettura storica degli ambienti si integra con le proposte degli architetti (aderenti, in molti casi, al razionalismo italiano) in un dialogo tra antico e nuovo. Gli edifici monumentali che ospitano i musei si aprono, a nuove funzioni tra cui spicca la didattica[64]; si vuole creare un ponte tra antiche collezioni e nuovi fruitori[65][66]. Per questo le raccolte museali sono organizzate come antologie figurative, in cui sono esposte opere particolarmente rappresentative di determinate correnti artistiche. A questo criterio si aggiunge l'attenzione all'impatto estetico dell'allestimento[67].
Un ruolo importante nello sviluppo di questa idea di museo è svolto dai funzionari pubblici che si trovano in quegli anni a svolgere attività dirigenziali nel settore dei beni culturali[63]. Caterina Marcenaro è attiva nel dibattito sull'introduzione della museologia come disciplina universitaria. È anche grazie al suo impegno che Genova sarà la prima università italiana a introdurre, nel 1963, la museologia come insegnamento nel Corso di perfezionamento in archeologia e storia dell'arte. E sarà proprio a lei che Giulio Carlo Argan[68] affiderà la redazione della voce "museologia" nell'Enciclopedia universale dell'arte[69].
Ultimi anni e destino della collezione d'arte Marcenaro

Negli ultimi anni di attività Caterina Marcenaro denuncia la marginalizzazione progressiva della direzione Belle arti, che non viene coinvolta, se non in fase avanzata, in progetti che incidono profondamente sul territorio cittadino, come la costruzione della strada sopraelevata[70].
Va in pensione nel 1971 ma continua ad abitare nell'appartamento di Palazzo Rosso. Muore il 2 luglio 1976, all'età di 69 anni. Per espressa volontà testamentaria, dopo una perizia di Federico Zeri (da lei stessa prevista)[71], lascia la propria collezione d'arte alla Cassa di risparmio delle Province Lombarde (Cariplo) poi confluita nella Fondazione Cariplo. Non viene però costruito il museo che avrebbe voluto intitolato a suo nome. Una parte delle opere[72] è esposta presso il Museo diocesano di Milano.
Il ruolo attivo svolto in ogni fase della progettazione dei numerosi musei è documentato dall'archivio amministrativo dell'Ufficio di belle arti, conservato presso l'Archivio storico del comune di Genova[36].
Principali progetti
- 1950 Palazzo Bianco, Genova: museologa Caterina Marcenaro, museografo Franco Albini.
- 1956 Museo del tesoro della cattedrale di San Lorenzo, Genova: museologa Caterina Marcenaro, museografo Franco Albini.
- 1952 Palazzo Rosso, Genova, museologa Caterina Marcenaro, museografi Franco Albini. Franca Helg.
- 1971 Museo d'arte orientale Edoardo Chiossone, Genova: museologa Caterina Marcenaro, museografi Mario Labò, Luciano Grossi Bianchi, Cesare Fera.
- 1977 Museo di Sant'Agostino, Genova: museologa Caterina Marcenaro, museografi Franco Albini, Franca Helg, Antonio Piva.
Sotto la sua direzione dell'Ufficio di Belle Arti del comune di Genova sono stati ordinati e inventariati i seguenti archivi:
- Archivio dei Magistrati del comune Archiviato il 26 gennaio 2021 in Internet Archive..
- Archivio storico del Comune di Genova.
- Archivio dei comuni annessi.
- Archivio Brignole-Sale.
Principali mostre da lei curate:
- 100 opere di Van Dyck, Palazzo dell'Accademia, Ente Manifestazioni Genovesi, Genova, 1955
- Luca Cambiaso e la sua fortuna, Palazzo dell'Accademia, Ente Manifestazioni Genovesi, Genova, 1956
- Pittori Genovesi a Genova nel '600 e nel '700, Palazzo Bianco, Genova, 1969
Opere
- Caterina Marcenaro, L'arte in Italia dalle origini cristiane alla fine del XIV secolo: corso di storia dell'arte tenuto alla facoltà di Magistero di Genova, anno accademico 1945-46, Genova, universale, 1946.
- Caterina Marcenaro, Uno sconosciuto ritratto di Andrea Doria nella Pinacoteca del Palazzo Bianco di Genova, in "Emporium", vol. CXI, n. 654, giugno 1949, pp. 243-250.[73]
- Caterina Marcenaro, Ancora Jan Matsys a Palazzo Bianco, in "Emporium", vol. CXII, n. 669, settembre 1950, pp. 125-129.[74]
- Caterina Marcenaro, Le concept de musée et la réorganization du Palazzo Bianco à Gênes, in "Museum", VII, 4, 1954, pp. 250-258.
- Caterina Marcenaro, Catalogo provvisorio della Galleria di Palazzo Bianco, Genova, Comune di Genova, 1957.
- Caterina Marcenaro, Per la tomba di Margherita di Brabante, in "Paragone" Arte, n. 133, gennaio 1961, pp. 3-17.
- Caterina Marcenaro, Una fonte barocca per l'architettura organica: il Palazzo Rosso di Genova, Firenze, Sansoni, 1961.
- Caterina Marcenaro, Dipinti genovesi del XVII e XVIII secolo: cinquanta tavole a colori di quadri appartenenti a Collezioni pubbliche e private di Genova, Torino, ERI, 1964.
- Caterina Marcenaro, Gli affreschi del Palazzo Rosso di Genova. Genova, Genova, Cassa di Risparmio di Genova, 1965.
- Caterina Marcenaro, Il Museo del tesoro della cattedrale a Genova, Genova, Cassa di risparmio di Genova e Imperia, 1969.
- Caterina Marcenaro (a cura di), Pittori Genovesi a Genova nel '600 e nel '700: catalogo della mostra di Palazzo Bianco, Genova, Amilcare Pizzi, 1969.
Riconoscimenti
Note
- ↑ Caterina Marcenaro, Il viaggio italiano di Antonio Van Dyck, tesi del 3. anno di perfezionamento in Storia dell'arte, Università di Roma La Sapienza, anno accademico 1936-1937.
- ↑ Raffaella Fontanarossa, La capostipite di sé. Caterina Marcenaro: una donna alla guida dei musei a Genova 1948-'71, Roma, Etgraphiae, 2015, p. 55.
- 1 2 Raffaella Fontanarossa, pp. 45-46.
- ↑ Maria Brignole Sale duchessa di Galliera, su visitgenoa.it. URL consultato il 10 dicembre 2025.
- ↑ Afferma la Marcenaro: "È stato programmaticamente abbandonato il concetto di palazzo ed è stato rigorosamente perseguito il museo". Cfr Marisa Dalai Emiliani. I musei della ricostruzione in Italia, tra disfatta e rivincita della storia, p. 153-154. In Licisco Magagnato (a cura di), Carlo Scarpa a Castelvecchio, Milano, Edizioni di Comunità, 1982.
- ↑ Giulio Carlo Argan, Il Museo come Scuola, in Comunità, n. 3, 1949, pp. 64-66.
- ↑ Marisa Dalai Emiliani, p. 153.
- ↑ Franco Albini, Costruire la modernità, Electa, 2006, p. 72.«L'architettura crea attorno al visitatore un'atmosfera moderna e proprio per questo entra in rapporto con la sua sensibilità, con la sua cultura, con la sua mentalità di uomo moderno. Gli elementi dell'architettura e dell'arredamento se sono consueti al visitatore e stilisticamente coerenti con il costume attuale (oggetti di serie per esempio) non suscitano ragioni di disturbo all'attenzione, che può tutta puntare verso i valori espressivi dell'opera esposta: il primo avvicinamento all'opera d'arte è dato proprio dall'architettura. Un ambiente moderno è certamente il più favorevole alla comprensione e al godimento dell'opera d'arte.»
- ↑ Raffaella Fontanarossa, pp. 79-80.
- ↑ L'allestimento è smantellato nel 1968 quando Palazzo Bianco diviene pinacoteca; il frammento viene trasferito al Museo di Sant'Agostino. " [...] lo spostamento in un'altra sede della Margherita di Brabante, eliminando l'opera su cui fa perno l'allestimento quella sala, finisce per rendere incomprensibile e superflua sia la presenza della parete di ardesia sia il rivestimento della pavimentazione[...]" . Cfr.: Antonella Huber, pp. 85-86
- ↑ Caterina Marcenaro, Catalogo provvisorio di Palazzo Bianco, 1970.
- ↑ Maria Brignole Sale, su visitgenoa.it. URL consultato il 10 dicembre 2025.
- 1 2 Caterina Marcenaro, Una fonte barocca per l’architettura organica: il Palazzo Rosso di Genova, in Paragone Arte, XII, n. 139.
- ↑ Bruno Zevi, Verso un'architettura organica. Saggio sullo sviluppo del pensiero architettonico negli ultimi cinquant'anni, Giulio Einaudi Editore, "Saggi LIV", 1945.
- ↑ Il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi visita Palazzo Rosso il giorno dell'apertura, accompagnato da Caterina Marcenaro, su patrimonioacs.cultura.gov.it. URL consultato il 10 dicembre 2025.
- ↑ La scala ottagonale progettata da Franco Albini, su museidigenova.it. URL consultato il 10 dicembre 2025.
- ↑ Caterina Marcenaro, Gli affreschi di Palazzo Rosso a Genova, Amilcare Pizzi - Cassa di Risparmio di Genova, 1966.
- ↑ Raffaella Besta, Piero Boccardo e Margherita Priarone, Genova. Musei di Strada Nuova. Guida alla Visita, Silvana Editoriale, 2017.
- ↑ La casa di un amatore d’arte all’ultimo piano di un antico palazzo, in Domus, n. 307, giugno 1955, pp. 24-32.
- ↑ Raffaella Fontanarossa, La capostipite di sé: una donna alla guida dei musei: Caterina Marcenaro a Genova 1948-'71, Etgraphiae, 2015, p. 116, ISBN 978-88-99680-02-2.
- ↑ Appartamento di un amatore d'arte, su museidigenova.it. URL consultato il 10 dicembre 2025.
- ↑ Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo, su museidigenova.it. URL consultato il 9 dicembre 2025.
- ↑ Marco Spesso, Caterina Marcenaro, musei a Genova 1948-1971, ETSª ed., 2011, pp. 31-34.
- ↑ Franco Albini e il Museo del Tesoro a Genova, Genova, Altralinea, 2015.
- 1 2 Caterina Marcenaro, Il museo del tesoro della cattedrale a Genova, Genova, Cassa di Risparmio Genova e Imperia, 1969.
- ↑ Rinnovare i musei dei maestri, collana Architettura in Liguria, Sagep editori, 2019, ISBN 978-88-6373-655-7.
- ↑ Museo d'Arte Orientale Edoardo Chiossone, su museidigenova.it. URL consultato il 9 dicembre 2025.
- ↑ Marco Spesso e Gian Luca Porcile, Da Zevi a Labò, Albini e Marcenaro. Musei a Genova 1948-1962: intersezioni tra razionalismo e organicismo, collana Critica e Storia dell'Architettura, Genova University Press, 2019.
- ↑ Raffaella Fontanarossa, La capostipite di sé. Caterina Marcenaro: una donna alla guida dei musei a Genova 1948-'71, Roma, EtGraphiae, 2015, pp. 218-220.
- ↑ Marco Spesso, Caterina Marcenaro, musei a Genova 1948-1971, pp. 40-41.
- ↑ S.Agostino, da convento a Museo, su ceraunavoltagenova.blogspot.com. URL consultato il 12 dicembre 2025.
- ↑ Raffaella Fontanarossa, pp. 224-229
- ↑ Il progetto museografico di Franco Albini a Sant'Agostino, su atlas.landscapefor.eu. URL consultato il 12 dicembre 2025.
- ↑ Museo di Sant'Agostino, su catalogo.museidigenova.it. URL consultato il 9 dicembre 2025.
- ↑ Sant'Agostino - Verso un nuovo museo, su museidigenova.it. URL consultato il 12 dicembre 2025.
- 1 2 Archivio Storico del Comune di Genova, su comune.genova.it. URL consultato il 12 dicembre 2025.
- 1 2 Raffaella Fontanarossa, p. 147
- 1 2 Caterina Marcenaro, Per la tomba di Margherita di Brabante, in Paragone, n. 133, gennaio 1961, pp. 3-17.
- ↑ Roberto Longhi, L'Ecce Homo del Caravaggio a Genova, in Paragone, n. 51, Sansoni - Firenze.«(...) Che, infatti, la presentazione della copia alla mostra di Milano dovesse tornare utile, è oggi, a così breve distanza di tempo, felicemente chiaro per la straordinaria riscoperta compiuta dal grande acume di Caterina Marcenaro, direttrice delle Belle Arti del Comune di Genova, su di una tela che vagava da molti decenni, quasi illeggibile, nei depositi comunali. (...)»
- ↑ Caterina Marcenaro, Uno sconosciuto ritratto di Andrea Doria nella Pinacoteca del Palazzo Bianco di Genova, in Emporium, CXI, n. 654, 1949, pp. 243-250.
- ↑ Raffaella Fontanarossa, p. 192
- 1 2 Caterina Marcenaro, Dipinti genovesi del XVII e XVIII secolo, Torino, ERI, Edizione RAI radiotelevisione Italiana, 1964.
- ↑ Caterina Marcenaro (a cura di), Catalogo Mostra Pittori genovesi a Genova nel '600 e nel '700, Genova, Arti Grafiche, 1969.
- ↑ Principe Moscovita, su catalogo.museidigenova.it. URL consultato il 13 dicembre 2025.
- ↑ Raffaella Fontanarossa, p. 191
- ↑ Caterina Marcenaro, La 'Madonna' della tomba di Margherita di Brabante, in Paragone, n. 167, 1963, pp. 17-21.
- ↑ Troppo bello per essere vero, su programmabarocco.fondazione1563.it. URL consultato il 12 dicembre 2025.
- ↑ Raffaella Fontanarossa, p. 252
- ↑ Raffaella Fontanarossa, pp. 190-191
- ↑ AA.VV., Pittori genovesi del Seicento e del Settecento, Milano, Edizioni Luigi Alfieri, 1938.
- ↑ Raffaella Fontanarossa, pp. 42-44
- ↑ Orlando Grosso, Mostra di Pittori Liguri dell'Ottocento, Genova, Confederazione Fascista dei Professionisti ed Artisti. Unione Provinciale di Genova, 1938.
- ↑ Orlando Grosso, Le Casacce e la scultura lignea sacra genovese del Seicento e del Settecento, Genova, Goffi, 1939.
- ↑ Raffaella Fontanarossa, pp. 56-59
- ↑ Antonio Morassi, Mostra del Magnasco, Istituto Italiano d'Arti Grafiche, 1949.
- ↑ Raffaella Fontanarossa, p. 63
- ↑ Raffaella Fontanarossa, pp. 122-126
- ↑ AA.VV., 100 opere di Van Dyck, Genova, A.G.I.S. - Arti Grafiche Iro Stringa, 1955.
- ↑ Anna Chiara Cimoli, Musei effimeri. Allestimenti di mostre in Italia 1949-1963, Il Saggiatore, 2007, pp. pp. 138-139.
- ↑ Anna Chiara Cimoli, pp. 147-150
- 1 2 Caterina Marcenaro (a cura di), Mostra dei pittori genovesi a Genova nel '600 e '700, Pizzi, 1969.
- ↑ Raffaella Fontanarossa, p. 189
- 1 2 Marisa Dalai Emiliani, pp. 152-155.
- ↑ Raffaella Fontanarossa, pp. 77-78.
- ↑ Marisa Dalai Emiliani, p. 151.
- ↑ Antonella Huber, pp. 55-57.
- ↑ Marisa Dalai Emiliani, p. 153 e p. 168.
- ↑ La conoscenza e la collaborazione professionale tra i due è documentata dalle lettere citate e parzialmente riprodotte in Raffaella Fontanarossa
- ↑ La voce è pubblicata come sotto lemma di "Collezioni e musei" a cura di Luigi Salerno (Enciclopedia universale dell'arte, V. 9, Venezia; Roma: Istituto per la collaborazione culturali, 1963, p. 762-769). Cfr Raffaella Fontanarossa. La Capostipite di sé: Caterina Marcenaro una donna alla guida dei musei a Genova, 1948-71. Roma, Etgraphiae, 2015, 212-214.
- ↑ "[...] è veramente penoso che a questo ufficio siano richiesti pareri sulle insegne dei parrucchieri e dei fornai e non venga richiesto quello su una costruzione quale la sopraelevata". Lettera di Caterina Marcenaro citata in Raffaella Fontanarossa, p. 244. Nello stesso testo si veda inoltre l'intero paragrafo intitolato La sopralelevata, p. 243-245.
- ↑ Il rapporto con Federico Zeri si è costruito negli anni anche grazie alla collaborazione nell'attribuzione di opere dei musei genovesi. Cfr. le numerose lettere citate e parzialmente riprodotte in Raffaella Fontanarossa
- ↑ Collezione Mercenaro, su Museo diocesano Milano. URL consultato il 10 luglio 2017. (archiviato dall'url originale il 10 ottobre 2016).
- ↑ Emporium, la rivista online, su emporium.sns.it. URL consultato il 9 dicembre 2025.
- ↑ Emporium, la rivista online, su emporium.sns.it. URL consultato il 9 dicembre 2025.
- ↑ Nel 1965 Marcenaro scrive al presidente della Repubblica Giuseppe Saragat per chiedere l'annullamento del diploma dato che lo stesso era stato assegnato a Giovanni Ansaldo, di cui ricorda il passato fascista Raffaella Fontanarossa, pp. 182-183
Bibliografia
- Antonella Huber, Il museo italiano. La trasformazione di spazi storici in spazi espositivi: attualità dell'esperienza museografica degli anni '50, Milano, Lybra immagine, 1997.
- Federico Bucci e Augusto Rossari (a cura di), I musei e gli allestimenti di Franco Albini, Milano, Electa, 2005.
- Anna Chiara Cimoli, Musei effimeri. Allestimenti di mostre in Italia (1949-1963), Il Saggiatore, 2017.
- Marisa Dalai Emiliani, I musei della ricostruzione in Italia, tra disfatta e rivincita della storia, in Licisco Magagnato (a cura di), Carlo Scarpa a Castelvecchio, Milano, Edizioni di Comunità, 1982.
- Raffaella Fontanarossa, La capostipite di sé. Caterina Marcenaro: una donna alla guida dei musei a Genova 1948-'71, Roma, Etgraphiae, 2015.
- Valter Scelsi, Elevatio Animae. Franco Albini., Genova, SAGEP, 2022.
- Marco Spesso, Caterina Marcenaro, Musei a Genova 1948-1971, ETS, 2011.
- Marco Spesso e Gian Luca Porcile, Da Zevi a Labò, Albini e Marcenaro. Musei a Genova 1948-1962: intersezioni tra razionalismo e organicismo, Genova University Press, 2019.
- Vincenzo Tinè e Enrico Pinna, Rinnovare i musei dei maestri, Genova, SAGEP, 2019.
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Collegamenti esterni
- Marcenaro, Caterina, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
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