Contea di Caltanissetta

Contea di Caltanissetta
Informazioni generali
Capoluogo Caltanissetta
Superficie400 km² circa (XVII secolo)
Popolazione8 000 circa (XVII secolo)
Dipendente da Regno di Sicilia (1296-1412)
Corona d'Aragona (1412-1516)
Regno di Spagna (1516-1556)
Impero spagnolo (1556-1720)
Regno di Sicilia (1720-1816)
Amministrazione
ConteLancia (1296-1396)
Aragona di Sicilia (1396-1405)
Moncada (1407-1816)
Organi deliberativiConsiglio generale della Contea
Consiglio delle singole comunità (università)
Corte giuratoria
RappresentantiGovernatore generale
Evoluzione storica
Inizio20 settembre 1296 con Corrado I Lancia
CausaInvestitura a Conte di Caltanissetta di Corrado Lancia da parte del re Federico III di Sicilia
Fine10 agosto 1812 (de facto)
12 dicembre 1816 (de iure) con Giovanni Luigi Moncada Ruffo
CausaAbolizione del feudalesimo (secondo la Costituzione del 1812; de facto)
Legge n. 570 del 12 dicembre 1816, in materia di riorganizzazione dell'amministrazione del Regno delle Due Sicilie[1] (de iure)
Preceduto da Succeduto da
Val di Mazara Distretto di Caltanissetta
Conte di Caltanissetta
Corona araldica
Corona araldica
Stemma
Stemma
ParìaParìa di Sicilia
Data di creazione20 settembre 1296
Creato daFederico III di Sicilia
Primo detentoreCorrado I Lancia
Attuale detentoreUgo II Moncada Verde (dal 2012)
Confluito nei titoli delPrincipe di Paternò
TrasmissioneMaschio primogenito

La Contea di Caltanissetta (in latino: Comitatus Caltanixette; in spagnolo: Condado de Caltanageta) fu un entità feudale del Regno di Sicilia, istituita in epoca aragonese. Dal 1407 al 1816 costituì uno dei principali domini della famiglia Moncada.

Territorio

Al momento della sua soppressione, avvenuta nel 1816, la contea comprendeva il territorio della città di Caltanissetta, nella parte centrale della Sicilia, ed era articolata in 41 feudi: Antimello, Bifaria, Calasi, Cansirotta, Caristoppa, Cicuta Nuova, Cicuta Vecchia, Deliella, Deri, Draffù, Furiana, Gallidoro, Gebbia Rossa, Gibili Cabibbi, Giuffarrone, Giuffu Draffù, Grasta, Graziano, Grotta dell'Acqua, Grottarossa, Gurfo, Landri, Marcato Bianco, Marcato d'Arrigo, Marcato della Serra, Milicia, Mimiano, Misteci, Monte Canini, Musta, Musto Muxharo, Piscazzi Soprani, Piscazzi Sottani, Ramilia, Sabbucina, Salacio, San Martino, Torretta, Trabona, Trabunella e Xirbi.[2]

Storia

Palazzo Moncada a Caltanissetta
La Cattedrale di Caltanissetta

Il casale saraceno di Qal'at al-nisā' (قلعة النساء), situato nel Val di Mazara, fu espugnato dai Normanni nel 1086. Il sito assunse quindi il nome di Caltanissetta e fu infeudato dal Gran Conte Ruggero, che lo assegnò al figlio naturale Giordano d'Altavilla, il quale divenne così signore della terra e del suo castello.[3]

Alla morte di Giordano, avvenuta nel 1092, il dominio feudale su Caltanissetta passò agli altri discendenti del Gran Conte, che lo conservarono fino alla seconda metà del XII secolo, quando la terra risulta infeudata a Goffredo di Montescaglioso.[4][5] Goffredo fu tra i nobili siciliani che guidarono la rivolta del 1155 contro il re Guglielmo I di Sicilia, il quale, per punirlo, gli confiscò il castello e la terra di Caltanissetta, assegnandoli al cognato Enrico di Navarra.[6]

È probabile che Caltanissetta sia rientrata nel Regio Demanio durante la dominazione sveva[4], per essere nuovamente infeudata in età angioina, quando Carlo I d'Angiò sottrasse il Regno di Sicilia agli Svevi nel 1266. In questa fase il castello e la terra nissena sarebbero stati assegnati al miles provenzale Fulcone da Poggio Riccardo oppure al francese Raul de Grollay, che ne divenne signore.[5]

Con il passaggio della Sicilia sotto la Corona d'Aragona nel 1282, Pietro III d'Aragona assegnò la signoria di Caltanissetta al cavaliere Raimondo Alemanno di Cervellón. Dopo l'ascesa al trono del figlio Federico III di Sicilia, nel 1296, Raimondo fece ritorno in Aragona e restituì alla Corona i propri feudi siciliani.[4] Federico concesse quindi la terra e il castello di Caltanissetta a Corrado Lancia, che con privilegio del 20 settembre 1296 fu investito del titolo di I conte di Caltanissetta.[4][7]

Alla morte di Corrado, avvenuta nel 1299 senza eredi maschi, la contea passò al nipote Pietro Lancia, figlio del fratello Manfredi.[7] Anche Pietro morì nei primi anni del XIV secolo senza discendenza maschile; il dominio passò pertanto agli Aragonesi, poiché la sua unica figlia, Cesarea, aveva sposato Giovanni d'Aragona, marchese di Randazzo, figlio del Re di Sicilia.[8]

Dal matrimonio nacquero tre figli e l'erede della contea fu Eleonora, che sposò Guglielmo Peralta, conte di Caltabellotta, appartenente a una delle più potenti famiglie dell'isola.[9] Nel 1396 il re Martino I di Sicilia la investì della contea sua vita durante tantum, stabilendo che al figlio Nicola Peralta, avuto da Guglielmo, spettasse soltanto il quaternus de jure.[9] Alla morte della contessa, avvenuta nel 1405, il sovrano confiscò la contea ai Peralta per ribellione e la reintegrò nel Regio Demanio.[10]

Nel 1406 Caltanissetta fu concessa in signoria a Sancio Ruiz de Lihori, che tuttavia la restituì poco tempo dopo alla Corona in cambio di un compenso di 20.000 fiorini.[4][11] Il 25 giugno 1407 Matteo Moncada Alagona stipulò con il sovrano aragonese un accordo che prevedeva la permuta della Contea di Agosta, di cui era titolare, con la terra e il castello di Caltanissetta, ottenendone l'investitura con il mero e misto imperio e il titolo di conte.[12][13]

A Matteo Moncada succedettero i figli Guglielmo Raimondo e Antonio. Poiché nessuno dei due lasciò discendenza maschile legittima, la contea passò all'altro ramo dei Moncada, quello dei conti di Adernò. Giovanni Tommaso Moncada Sanseverino, conte di Adernò e cugino del conte Antonio, ereditò infatti lo Stato e ne ottenne investitura il 12 luglio 1479.[14][15]

Tra i maggiori protagonisti della vita politica del Regno di Sicilia nella seconda metà del XV secolo, Giovanni Tommaso aveva già assunto di fatto il controllo della contea, come dimostra un atto del notaio Luigi Arcarolo di Paternò, rogato il 27 settembre 1470.[16] Tra il 1471 e il 1486 fece inoltre redigere i capitoli della universitas di Caltanissetta, un insieme di norme destinate a disciplinare la vita sociale ed economica della città.[17] Nel 1493, a causa di gravi difficoltà finanziarie, alienò il feudo di Serradifalco a Niccolò Barresi, signore di Pietraperzia.[18]

Nel 1502 il figlio Guglielmo Raimondo Moncada Ventimiglia, succeduto al padre l'anno precedente e marito di Contissella Moncada Esfar, unica figlia del conte Antonio, promulgò nuovi capitoli per la contea.[19] Alla sua morte, nel 1511, gli succedette il figlio Antonio Moncada e Moncada, XI conte di Caltanissetta. Durante il suo governo, tra il marzo e l'aprile 1516, scoppiarono i primi tumulti contro l'autorità feudale, alimentati dal malcontento della popolazione per l'amministrazione ritenuta dispotica e per l'elevata pressione fiscale.[20]

La rivolta cessò con la stipula di nuovi capitoli tra il conte e i rappresentanti della nobiltà civica nissena; tuttavia, nel 1548, il consiglio cittadino presentò al Viceré di Sicilia un'istanza affinché Caltanissetta fosse devoluta al demanio regio.[21] La riconciliazione tra la comunità cittadina e il feudatario si ebbe nel 1550, quando il governo della contea passò a Francesco Moncada de Luna Rosso, figlio di Antonio, che nel 1565 ottenne dal re di Spagna anche il titolo di principe di Paternò.[21]

I Moncada stabilirono a Caltanissetta la sede del proprio potere e della propria corte. La loro presenza in città si consolidò ulteriormente durante la reggenza di Aloisia de Luna Vega, duchessa di Bivona, rimasta vedova nel 1571 di Cesare Moncada Pignatelli, II principe di Paternò, che l'anno precedente aveva alienato i feudi nisseni di Graziano e Gallidoro.[22]

La duchessa Aloisia fece di Caltanissetta la propria dimora privilegiata e il principale centro dei suoi investimenti edilizi e decorativi. Durante la sua reggenza promosse la fondazione del collegio dei padri gesuiti, la costruzione della chiesa di Sant'Agata, il proseguimento dei lavori della nuova chiesa matrice, l'ampliamento dell'ospedale, che da semplice ospizio divenne una struttura sanitaria affidata ai Fatebenefratelli, nonché l'edificazione di una sontuosa residenza suburbana nel vicino bosco di Mimiano.[23]

Alla sua iniziativa si deve anche una vivace politica culturale, che trasformò la città in un centro frequentato da musicisti, letterati, pittori, orafi e argentieri. In competizione con la corte di Bivona della matrigna Angela La Cerda, quella nissena contribuì, nell'arco di pochi decenni, a trasformare Caltanissetta da centro rurale e feudale-militare in una vera e propria capitale signorile.[23]

Benché i principi di Paternò avessero trasferito la loro residenza principale nel Palazzo Ajutamicristo di Palermo, acquistato nel 1588 da Francesco Moncada de Luna Vega, figlio di Cesare e di Aloisia, essi continuarono a mantenere uno stretto legame con Caltanissetta, come testimonia la costruzione del Palazzo Moncada, fatta erigere nel XVII secolo da Luigi Guglielmo Moncada La Cerda, V principe di Paternò.

Tra tutti gli Stati feudali appartenenti ai Moncada, la Contea di Caltanissetta era quello che garantiva le rendite più elevate. Tra il XVI e il XVII secolo lo Stato comitale produceva infatti un reddito feudale annuo di circa 8.000 onze, su un totale di circa 50.000 percepite complessivamente dalla casata.[24]

Nel 1713 morì il principe Ferdinando Moncada Aragona, con il quale si estinse il ramo primigenio dei principi di Paternò. Non avendo lasciato eredi maschi legittimi, ma soltanto la figlia Caterina Moncada Fajardo, moglie di Giuseppe Federico Álvarez de Toledo, duca di Ferrandina, quest'ultima gli succedette nel possesso dei feudi e dei titoli. Il cugino Luigi Guglielmo Moncada Branciforte, duca di San Giovanni, promosse tuttavia una lunga lite giudiziaria per impedire che gli Stati feudali della famiglia passassero in dote agli Álvarez de Toledo.[25]

La controversia si protrasse fino al 1752, quando fu pronunciata la sentenza definitiva. In forza del fidecommisso agnatizio mascolino istituito dal conte Giovanni Tommaso Moncada nel 1501, la Gran Corte civile assegnò la Contea di Caltanissetta ai duchi di San Giovanni, insieme al Principato di Paternò e ad altri importanti Stati feudali, tra cui le baronie di Melilli e Motta Sant'Anastasia.[26]

Nel 1754, due anni dopo il ritorno della contea ai Moncada, gli abitanti di Caltanissetta promossero una nuova causa per ottenere la devoluzione della città al demanio regio. Nell'ambito della controversia giunsero perfino a contestare la legittimità della permuta conclusa nel 1407, ritenendola «ingiuriosa alla Maestà, che fu forzata a farla per timore del conte Matteo secondo, il quale in quelli tempi calamitosi si abusò delle strettezze in cui era la Maestà situata».[27]

L'abolizione del feudalesimo il 10 agosto 1812 e la legge del 12 dicembre 1816 sancirono la definitiva incorporazione del territorio della Contea nel Regno delle Due Sicilie. Ultimo titolare fu Giovanni Luigi Moncada Ruffo, IX principe di Paternò.

Conti

Epoca feudale

Prima contea di Caltanissetta
Seconda contea di Caltanissetta

Epoca post-feudale

Epoca post-monarchica

  • Ugo Moncada Valguarnera (18 giugno 1946 – 28 dicembre 1974)
  • Pietro III Moncada Lanza Branciforte (28 dicembre 1974 – 2001)
  • Francesco Moncada Lanza Branciforte (2001 – 2012)
  • Ugo II Moncada Verde (dal 2012)

Note

  1. ↑ Comune (Regno delle due Sicilie), 1816 - 1860, su siusa-archivi.cultura.gov.it. URL consultato il 27 marzo 2025.
  2. ↑ D'Angelo, nota 4, p. 55.
  3. ↑ Villabianca, p. 80.
  4. 1 2 3 4 5 G. Di Marzo, Dizionario topografico della Sicilia di Vito Amico, vol. 1, Di Marzo, 1858, pp. 211-212.
  5. 1 2 S. Gelchi (a cura di), Caltanissetta medievale: "l'oro del grano" e lo sviluppo della città, in I Congresso Nazionale di Archeologia Medievale, 3ª ed., All'Insegna del Giglio, 2015 [1997], pp. 36-40.
  6. ↑ R. Licinio, Castelli medievali. Puglia e Basilicata, dai Normanni a Federico II e Carlo I d'Angiò, Dedalo, 1994, nota 82, p. 52.
  7. 1 2 Villabianca, p. 81.
  8. ↑ Zaffuto Rovello 2008, p. 35.
  9. 1 2 Villabianca, p. 82.
  10. ↑ Villabianca, pp. 82-83.
  11. ↑ Villabianca, p. 83.
  12. ↑ Villabianca, p. 91.
  13. ↑ Laudani, p. 41.
  14. ↑ V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, vol. 4, Forni, 1981, p. 639.
  15. ↑ D'Angelo, p. 81.
  16. ↑ D'Angelo, nota 12, p. 82.
  17. ↑ D'Angelo, pp. 81-87.
  18. ↑ F. M. Emanuele Gaetani, marchese di Villabianca, Della Sicilia Nobile, vol. 2, Stamperia de' Santi Apostoli, 1754, p. 134.
  19. ↑ D'Angelo, pp. 87-92.
  20. ↑ D'Angelo, pp. 91-101.
  21. 1 2 D'Angelo, pp. 101-117.
  22. ↑ D'Angelo, p. 15.
  23. 1 2 D'Angelo, pp. 15-16.
  24. ↑ D'Angelo, pp. 39-46.
  25. ↑ F. Figlia, Il Seicento in Sicilia: aspetti di vita quotidiana a Petralia Sottana, terra feudale, Officina di Studi Medievali, 2008, p. 145.
  26. ↑ D'Angelo, p. 39.
  27. ↑ D'Angelo, p. 55.

Bibliografia

  • F. D'Angelo, La capitale di uno Stato feudale: Caltanissetta nei secoli XVI e XVII (Tesi dottorato di ricerca), Università degli Studi di Catania, 2013.
  • F. M. Emanuele Gaetani, marchese di Villabianca, Della Sicilia Nobile, vol. 4, Palermo, Stamperia de' Santi Apostoli, 1754.
  • G. Giugno, Caltanissetta dei Moncada: il progetto di città moderna, Caltanissetta, Lussografica, 2012, ISBN 88-8243-204-1.
  • S. Laudani, Lo Stato del Principe: i Moncada e i loro territori, Palermo, Sciascia, 2008, ISBN 978-88-8241-284-5.
  • J. Lévesque de Burigny, Storia generale di Sicilia, vol. 4, Torino, Stamperia reale, 1791.
  • E. I. Mineo, Nobiltà di stato, famiglie e identità aristocratiche del tardo Medioevo : la Sicilia, Roma, Donzelli, 2001, ISBN 88-7989-642-3.
  • L. Santagati, Storia di Caltanissetta: dalle origini ai nostri giorni, collana Storia e tradizioni popolari, Caltanissetta, Paruzzo, 1989.
  • L. Santagati, Fatti politici di Caltanissetta: fatti e personaggi dal Feudalesimo al 1993, Caltanissetta, Lussografica, 1993.
  • R. Zaffuto Rovello, Caltanissetta fertilissima civitas 1516-1650: storia di Caltanissetta, Palermo, Sciasca, 2002, ISBN 88-8241-157-5.
  • R. Zaffuto Rovello, Storia di Caltanissetta, Palermo, Arbor, 2008, ISBN 978-88-86325-35-6.

Voci correlate