Cultura

Illustrazione dall'Hortus deliciarum, una delle enciclopedie che nel Medioevo costituivano la summa della cultura sapienziale dell'epoca, concepita come il complesso armonico delle sette arti liberali, qui simboleggiate da sette figure femminili con al centro la filosofia.

Il termine cultura deriva dal verbo latino colere, che significa "coltivare"[1]. L'utilizzo di tale termine è stato poi esteso a quei comportamenti che imponevano una "cura verso gli dei", da cui il termine "culto", e a indicare un insieme di conoscenze. Non c'è univocità degli autori sulla definizione generale di cultura anche nella traduzione in altre lingue e a seconda dei periodi storici.

In linea di massima, oggi la si può intendere come «l’insieme dei valori, simboli, concezioni,[N 1] credenze, modelli di comportamento,[N 2] e anche delle attività materiali,[N 3] che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale»;[2] un'eredità storica che, nel suo insieme, definisce i rapporti all'interno di quel gruppo sociale e quelli con il mondo esterno.

Descrizione

Allegoria del colle della Sapienza, che raffigura l'approdo di dieci naufraghi al monte del Ristoro, su cui domina la Sapienza attorniata dai filosofi Socrate e Cratete (opera del Pinturicchio del 1505, Siena)

Il concetto moderno si può intendere come quell'insieme di conoscenze e di pratiche acquisite che vengono trasmesse di generazione in generazione.

Tuttavia, il termine cultura nella lingua italiana denota più significati di diversa interpretazione:

  • una concezione pragmatica (positivismo/utilitarismo) presenta la cultura come formazione individuale, volta all'esercizio di acquisizione di conoscenze "pratiche". In tale accezione essa assume una valenza quantitativa, per la quale una persona può essere più o meno colta (pseudo-saperi);
  • una concezione (antropologia/etica) metafisica presenta la cultura come un processo di sedimentazione dell'insieme patrimoniale delle esperienze condivise da ciascuno dei membri (morale/valori), delle relative società di appartenenza (sociologia/istituzioni), dei codici comportamentali condivisi (morale/costumi), del senso etico del fine collettivo (escatologia/idealismo), e di una visione identitaria storicamente determinata (antropologia identitaria/etnicità), come espressione ecosistemica di una tra le multiformi varietà di gruppi umani e civiltà nel mondo. Concerne sia l'individuo, che i grandi gruppi umani (sociologia/collettività), di cui egli è parte. In questo senso il concetto è ovviamente declinabile al singolare, riconoscendosi ciascun individuo quale membro "di diritto", del gruppo etno-culturale di appartenenza etno-identitaria, nonché nel "patto di adesione sociale" e nelle sue regole etiche e istituzionali volte al fine dell'"autoconservazione" del gruppo etnico stesso;
  • una concezione di senso comune è, inoltre, il potere intellettuale o "status", che vede la cultura come luogo privilegiato dei "saperi" locali e globali, tipico delle istituzioni "superiori", come le "conoscenze specializzate" (scienza/tecnologia), la politica (parlamento/partiti), l'arte (spettacolo/rappresentazione), l'informazione (media/comunicazione), l'interpretazione storica degli eventi (storia/ideologie), ma anche l'influenza sui fenomeni di costume (società/modelli), e sugli orientamenti (filosofia/credenze religiose) delle diverse popolazioni, fino a livelli di misura planetaria;
  • una concezione di tipo istituzionale (educazione/pedagogia), che vede la cultura come strumento di formazione di base e di preparazione al lavoro nell'ordine di una società economica, meritocratica e delle competenze remunerabili.

Estensione del termine

Allegoria della Sapienza, di Benedetto Luti (1710 circa)

Esistono diversi significati del concetto di cultura:[3]

  • secondo una concezione classica, la cultura consiste nel processo di sviluppo e mobilitazione delle facoltà umane che è facilitato dall'assimilazione del lavoro di autori e artisti importanti e legato al carattere di progresso dell'età moderna;
  • secondo una concezione antropologica, la cultura - o civiltà - presa nel suo più ampio significato etnologico è, secondo la nota definizione dell'antropologo evoluzionista inglese Edward Tylor, «quell'insieme complesso che include il sapere, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume, e ogni altra competenza e habitus acquisita dall'uomo in quanto membro della società».[4]

Negli anni, la definizione antropologica di cultura è molto cambiata: ad esempio, l'antropologo svedese Ulf Hannerz la definisce «una struttura di significato che viaggia su reti di comunicazione non localizzate in singoli territori».[5]

La definizione dell'UNESCO considera la cultura come «caratteristiche spirituali, materiali, intellettuali ed emotive distintive di una società o di un gruppo sociale, e che comprende, oltre all'arte e alla letteratura, stili di vita, modi di convivere, sistemi di valori, tradizioni e credenze».[6][7][8]

L'uso popolare della parola cultura in molte società occidentali può riflettere semplicemente il carattere stratificato di queste società: molti usano questa parola per designare i beni di consumo, e attività come ad esempio la cucina, l'arte o la musica. Altri usano il termine di "cultura alta" per distinguere quest'ultima da una presunta "cultura bassa", intendendo con quest'ultima l'insieme dei beni di consumo che non appartengono all'élite.

In antropologia

La cultura in senso antropologico consiste in:

  • sistemi di norme e di credenze esplicite, elaborati in modi più o meno formalizzati;
  • costumi e abitudini acquisite da esseri umani per il semplice fatto di vivere in determinate comunità, comprese quindi le azioni ordinarie della vita quotidiana;
  • artefatti delle attività umane, dalle opere d'arte vere e proprie agli oggetti di uso quotidiano e tutto quanto fa riferimento alla cultura materiale, al sapere necessario per vivere.

Le caratteristiche che definiscono la cultura nella concezione descrittiva dell'antropologia sono principalmente tre:

  • la cultura è appresa e non è riducibile alla dimensione biologica dell'uomo. Ad esempio, il colore della pelle non è un tratto culturale bensì una caratteristica genetica;
  • la cultura rappresenta la totalità dell'ambiente sociale e fisico che è opera dell'uomo;
  • la cultura è condivisa all'interno di un gruppo o di una società. Essa è distribuita in maniera omogenea all'interno di tali gruppi o società.

Affinché un'azione o un tratto possano essere definiti "culturali" occorre quindi che siano condivisi da un gruppo. Ciò però non significa che un fenomeno "culturale" debba essere obbligatoriamente condiviso dalla totalità della popolazione: è necessario lasciare spazio alla normale variabilità individuale.

Anche per quanto riguarda le variazioni di comportamento tra individuo e individuo all'interno di una società, però, è possibile individuarne dei limiti circoscritti proprio dalle norme sociali che regolano quel determinato gruppo.

Frequentemente gli individui appartenenti a una determinata cultura non percepiscono la loro condotta regolata da tali norme che impongono quale comportamento sia consentito e quale no.

In antropologia l'insieme di queste norme sociali vengono definite modelli culturali generalmente riconosciute anche come "ideali".

Le proprietà antropologiche della cultura

La cultura è:

  • un complesso di modelli di vita (idee, simboli, azioni, disposizioni) di un popolo in un certo periodo storico.

Secondo l'antropologo statunitense Geertz in tutte le culture esiste un “modello di” (es. pulizia, decoro, leggi), attraverso cui si pensa e rappresenta qualcosa. I modelli di generano “modelli per”, ossia concetti guida per l'agire degli individui che si possono classificare nelle seguenti tipologie:[9]

  • operativa: permette un accostamento al mondo in senso pratico e intellettuale e un relativo adattamento ambientale. Permette quindi di passare dall'ideale all'operatività.
  • selettiva: effettua infatti una selezione di modelli funzionali al presente.
  • dinamica: si mantiene nel tempo, ma non è fissa. Interagendo con altre culture vi sono cambiamenti reciproci.
  • stratificata e diversificata: all'interno della stessa società si notano differenze culturali in base all'età, al genere, al reddito, ecc., e queste differenze condizionano i comportamenti sociali. A seconda delle società vi è inoltre una diversa distribuzione della cultura.

La cultura presenta al proprio interno dei dislivelli. Gramsci, schematizzando, parlò di cultura egemonica (che ha il potere di definire i suoi confini) e cultura subalterna che, non avendo tale potere, non ha possibilità di definirsi.[10] Ad esempio, la divisione tra Hutu e Tutsi è nata in seguito alla colonizzazione belga.

Nella società moderna, pur essendo presenti differenze culturali su base linguistica ed etnica, esse sono tollerate perché viene favorita l'integrazione culturale tramite l'istruzione obbligatoria e le classi sociali non hanno confini rigidi: il sociologo Bauman parla di «modernità liquida»:[11]

  • basata sulla comunicazione: la cultura nasce infatti da uno scambio costante.
  • olistica: (dal greco ὅλος, hòlos, "intero") ed è quindi formata da elementi interdipendenti tra loro. Ad esempio vi è un legame tra la religione e l'alimentazione di un paese e di conseguenza sull'economia. Secondo alcuni antropologi alcune culture sono più olistiche perché realizzano meglio questa interdipendenza tra elementi (es. la divisione nelle caste indiane e lo stretto legame tra di esse).
  • porosa: vi sono continui sconfinamenti tra le culture ed è difficile definire un vero limite, un vero confine tra culture.

Cultura e civilizzazione

Oggi gli antropologi non considerano la cultura il semplice risultato dell'evoluzione biologica, ma suo elemento intrinseco, il meccanismo principale dell'adattamento dell'uomo al mondo esterno.

Secondo queste opinioni, la cultura si presenta come un sistema di simboli con capacità di adattamento, che può cambiare da un posto all'altro, permettendo agli antropologi di studiarne le differenze, che si esprimono in varietà concrete di miti e rituali, in strumenti, in varietà abitative e in principi di organizzazione dei villaggi. In questo modo, gli antropologi evidenziano una differenza tra “cultura materiale” e “cultura simbolica”, non solo perché questi concetti rispecchiano sfere diverse dell'attività umana, ma anche perché comprendono dati base diversi, che in fase di analisi richiedono approcci diversi. Secondo quest'idea di cultura, che prevaleva nell'intervallo tra le due guerre, ogni cultura ha i suoi confini e deve essere considerata come un unico insieme che usa dei punti di vista propri.

Come risultato emerge il concetto di “relativismo culturale”, idea secondo la quale una persona può accettare i costumi altrui, attraverso i concetti dell'altrui cultura e i suoi elementi (usi, ecc.), e la conoscenza dei sistemi dei simboli, di cui sono parte. Di conseguenza, il concetto che la cultura contiene dei codici di simboli e dei mezzi per trasmetterli da una persona all'altra, significa che la cultura, anche se entro certi limiti, cambia costantemente.

Il fatto che la cultura cambi può essere la conseguenza della formazione di nuove cose, così come avviene al momento del contatto con un'altra cultura. Su scala mondiale, il contatto tra le culture porta all'assimilazione (attraverso lo studio) di vari elementi, cioè la compenetrazione delle culture. In condizioni di antitesi o disuguaglianza politica, le persone di una cultura possono certamente cogliere i valori culturali di un'altra collettività o imporre i propri valori (“acculturazione”).

Il contributo di Bronisław Malinowski

L'antropologo polacco funzionalista Bronisław Malinowski sosteneva che la cultura comprendesse «gli artefatti, i beni, i processi tecnici, le idee, le abitudini e i valori che vengono trasmessi socialmente».[12] L'obiettivo dell'antropologia di Malinowski era quello di indagare i punti di vista delle popolazioni lontane e le istituzioni culturali intese come risposte a bisogni bio-psichici.[13]

Il contributo di Alfred Reginald Radcliffe-Brown

L'antropologo sociale inglese Radcliffe-Brown soteneva che la cultura fosse solo pensieri non osservabili, di conseguenza non era possibile studiarla scientificamente.[14] Per questa ragione egli riteneva che l'antropologia dovesse concentrarsi sulla struttura sociale. L'obiettivo dell'antropologia sociale per Radcliffe-Brown era quello di «indagare le forme di associazione che si trovano tra gli esseri umani».[15] Inoltre, egli distingueva la struttura sociale dalla forma strutturale, sostenendo che la prima è dinamica poiché costituita dalle persone, che cambiano in continuazione, mentre la seconda, ossia le istituzioni, le regole, i principi che regolano i rapporti tra i ruoli sociali, «resta la stessa»,[16] o cambia di pochissimo.[17]

Il contributo di Clifford Geertz

L'antropologo culturale americano Clifford Geertz ha definito le culture «reti di significato».[9] Egli sostiene che per interpretarle vada utilizzato il metodo della descrizione densa (thick description), affinché emerga il significato delle dinamiche sociali quotidiane e si possa comprendere il funzionamento culturale di esse.[18] Di grande importanza è anche l'apprendimento dei codici della cultura studiata.

Il contributo di Claude Lévi-Strauss

L'antropologo strutturalista francese Claude Lévi-Strauss ha sostenuto l'esistenza di strutture universali della mente umana, che fanno sì che quest'ultima «operi e sia organizzata in modo simile ovunque»,[19] quindi «[t]utti gli esseri umani possiedono una struttura mentale che li porta a pensare in determinati modi e che è alla base di ogni comportamento culturale».[19][20][21] Questo significa che se all'apparenza una dinamica culturale di una realtà sociale risulta diversa da quella di un'altra realtà sociale, in realtà entrambe condividono la stessa struttura organizzatrice fondamentale di partenza. Un esempio sono le opposizioni binarie, ad es. sacro e profano, uomo e donna, sè e gli altri, noi e loro, natura e cultura,[19] yin e yang, perché tutte le culture hanno in comune la struttura che le porta poi ad elaborare le proprie particolari opposizioni.

Il contributo di Fredrik Barth

L'antropologo norvegese Fredrik Barth, nel saggio Ethnic groups and boundaries. The social organization of culture difference, ha criticato l'idea dei precedenti antropologi secondo i quali «l'isolamento geografico e sociale siano stati i fattori determinanti per il mantenimento della diversità culturale»[22] e che «ogni gruppo sviluppi la propria forma culturale e sociale in relativo isolamento»,[22] mostrando che, al contrario, la diversità culturale è dovuta al «mantenimento dei confini etnici» che ciò «implica anche situazioni di contatto sociale tra persone di culture diverse».[22] Barth spiega che i gruppi sociali strutturano l'interazione attraverso «un insieme di prescrizioni che regolano le situazioni di contatto e consentono l'articolazione in alcuni settori o ambiti di attività, e un insieme di divieti sulle situazioni sociali che impediscono l'interazione interetnica in altri settori, isolando così parti delle culture dal confronto e dalla modifica».[22][23]

Il contributo di Janet Carsten

L'antropologa culturale e sociale inglese Janet Carsten, nel saggio Cultures of Relatedness, ha introdotto il concetto di "culture of relatedness".[24] Attraverso questo concetto Carsten mostra «cosa significa 'essere relazionate' per determinate persone che vivono in specifiche località»,[25] indagando, in questo modo, «[l']esperienza vissuta della relazione nei contesti locali».[25][26]

In sociologia

Influenzata dagli studi dell'antropologia culturale, la sociologia si dedica con particolare attenzione allo studio della cultura. In senso antropologico, la cultura è tutto ciò che possiede un determinato significato (simboli, linguaggio), e il termine è riferito a un gruppo specifico: la cultura ha quindi dei confini riconoscibili. A partire dagli anni '60/'70 del Novecento, il concetto di cultura ha iniziato ad avere un ruolo centrale e non più marginale. La struttura produttiva e occupazionale (società dei servizi) cambia e si sviluppano i vari settori.

La cultura dunque porta cambiamento, che a sua volta valorizza il marketing, la qualità del prodotto, le strategie economiche: tutti elementi che necessitano la conoscenza. Ogni cultura è relativa alla società o al gruppo a cui appartiene. Essa può essere per esempio la vita familiare, la religione, gli abbigliamenti, le consuetudini ecc, ed è limitata ad un determinato arco di tempo e luogo. Uno dei più grossi errori della storia è stato quello di gerarchizzare la cultura, un vero e proprio atto di etnocentrismo che ha comportato la credenza e il sostenimento di culture “superiori” ad altre, generando il blocco culturale delle nazioni e quindi conflitti internazionali. Oggi invece siamo nel pieno della globalizzazione: si può dunque parlare di una sorta di sincretismo, ossia la fusione/conciliazione di più credenze.

Distinzioni

La cultura si può distinguere in base agli aspetti materiali e quelli immateriali:

  1. Aspetti materiali (cultura materiale): sono oggetti, artefatti, tecnologia e beni di consumo: prodotti da una società. Secondo il sociologo statunitense William Ogburn, rielaborando la teoria marxiana, la cultura materiale muta sempre più velocemente in maniera progressiva.[27]
  2. Aspetti immateriali (cultura adattiva): linguaggio, simboli, conoscenze ecc.

Tuttavia esiste una correlazione (o meglio Interdipendenza) tra i due tipi di cultura, ovvero non può esistere la cultura materiale senza quella immateriale: la materiale è portatrice dell'immateriale, ed è responsabile dei cambiamenti e dei modi di vita. Secondo Weber, in Cina erano molto più avanzati dell'Occidente, ma la presenza dell'etica confuciana e il tipo di società bloccavano la rivoluzione capitalista. In occidente, invece, la rivoluzione protestante sbloccò il capitalismo e svegliò il suo sviluppo economico. La cultura immateriale è sempre più lenta: le mentalità rimangono immutate per secoli.

Aspetti immateriali

Sono i valori, le norme e i simboli:

  1. Valori: definiscono ciò che è considerato importante in una cultura. I valori sono le idee e le sensibilità. Guidano gli esseri umani nella loro interazione con l'ambiente sociale.
  2. Norme: Regole di comportamento scritte (formali) o non scritte (informali), che riflettono i valori di una cultura. Il conformismo, per esempio, è l'adattarsi a opinioni, usi e comportamenti preesistenti e prevalenti. Le norme informali sono soggette a sanzioni da quelle formali.
  3. Simboli: ogni insieme di lettere dell'alfabeto rimanda a un significato. Il linguaggio, infatti, è un simbolo. Ciò che ci distingue dagli altri esseri viventi, è la capacità di condividere e comprendere i simboli.

Diffusione e influenza

Sono stati teorizzati diversi tipi di cultura:

  1. Cultura dominante (egemone): è il cosiddetto senso comune, l'insieme delle opinioni prevalenti in una determinata società: il modo in cui giudichiamo le cose.
  2. Subcultura: è l'insieme di valori o norme che identificano un gruppo all'interno di una società (partito politico, gruppo etnico, hacker, ecc.). Si pone al fianco di quella egemone, ma non per questo è da considerarsi inferiore. Non si pone in contrasto con essa. La società odierna è caratterizzata da più minoranze culturali.
  3. Controcultura: si pone in conflitto con le norme dominanti e mina a sostituirsi a quella egemone (prevalente). È simile al concetto di anticonformismo.

La cultura in base al soggetto produttore

Si possono distinguere diversi livelli di cultura:

  1. Cultura alta: composta da cose prodotte intenzionalmente dagli intellettuali, con uno scopo preciso, un proprio codice e canone estetico.
  2. Cultura popolare: cultura prodotta non intenzionalmente da Non intellettuali nel corso delle loro attività sociali (es. cucina, costumi, proverbi). È la tradizione.
  3. Cultura di massa (Pop): prodotta intenzionalmente dai mass media e dalle industrie. L'industria culturale è composta da cinema, tv, radio ecc, e traggono profitto economico. La cultura Pop è la cultura di massa che sostituisce la tradizionale cultura popolare, egemonizzando la vita quotidiana degli individui e dei gruppi. Il capitalismo e i mass media hanno dominato e pilotato in pochi anni gli individui e le loro menti, plasmandoli per mezzo dei prodotti di massa (di cui si fa un grande uso), pur avendo un margine di libertà di utilizzo.

Il contributo di Émile Durkheim

Émile Durkheim, ponendosi il problema del perché la società mantenga un livello minimo di coesione, ritiene che ogni società si stabilisca e permanga solo se si costituisce come comunità simbolica.[28] Nel suo studio, e in quello dei suoi allievi, hanno una grande importanza le rappresentazioni collettive, cioè «il modo in cui il gruppo pensa a se stesso nei suoi rapporti con gli oggetti che lo influenzano»;[29] gli insiemi di norme e credenze condivise da un gruppo sociale, sentite dagli individui come obbligatorie. Esse sono considerate da Durkheim vere e proprie istituzioni sociali che costituiscono il cemento della società, consentendo la comunicazione tra i suoi membri e mutando con il cambiamento sociale.

Il contributo della scuola di Chicago

Gli autori legati alla scuola di Chicago sono interessati alla vita culturale nelle città statunitensi e studiano i nuovi processi di integrazione, di comunicazione e mobilità sociale delle realtà urbane. Il sociologo William Thomas studia gli immigrati nelle società statunitensi e ritiene che le differenze di integrazione siano legate alla cultura e che la cultura abbia un carattere interattivo e processuale.[30][31]

Il contributo di Talcott Parsons

Dopo anni di scarso interesse da parte dei sociologi, Talcott Parsons riprende il tema della cultura e la considera come uno dei sottosistemi del suo sistema generale dell'azione (lo schema AGIL).

Parsons afferma che la cultura è costituita da sistemi strutturali o ordinati di simboli (che sono gli oggetti dell'orientamento all'azione), da componenti interiorizzate della personalità degli individui e da modelli istituzionalizzati dei sistemi sociali.[32]

Parsons distingue quattro dimensioni idealtipiche principali della cultura:

  • Coerenza/incoerenza - Le proposizioni culturali costituiscono un insieme in cui sono individuabili dei principi ordinatori e non un agglomerato di elementi tra loro sconnessi. Il grado interno di coerenza è tuttavia variabile. Il conflitto (fra gruppi, nel gruppo e/o nell'individuo) per esempio può non essere fattore di disgregazione, ma di ordine sociale. Maggiore è la complessità culturale, più difficile è mantenere conformità e coerenza.
  • Pubblico/privato - La cultura è pubblica nel senso che le proposizioni da cui è costituita sono codificate entro simboli e linguaggi collettivi all'interno di gruppi sociali e accessibili da tutti.
  • Oggettività/soggettività - La cultura è un fatto oggettivo, nel senso che va al di là degli individui per occupare uno spazio e una rilevanza sociale autonoma. Esiste infatti un lato soggettivo della cultura, costituito dalle interpretazioni che di questa danno gli individui
  • Esplicito/implicito - La cultura può essere manifesta, esplicitata, più o meno elaborata teoricamente, o può essere tacita, non tematizzata. In questo caso gli individui la condividono senza saperla necessariamente giustificare (il senso comune).

Oltre a queste dimensioni analitiche, si distinguono quattro componenti della cultura: valori, norme, concetti e simboli.

Nell'era della globalizzazione

Con l'avvento della globalizzazione lo studio della cultura si complica e semplifica allo stesso tempo. Se nella modernità i territori erano concepiti come contenitori di culture, nell'epoca contemporanea la cultura viene studiata in una prospettiva relazionale e reticolare. L'antropologo svedese Ulf Hannerz afferma infatti che «in quanto sistemi collettivi di significato le culture appartengono innanzitutto alle relazioni sociali e ai network di queste relazioni. Appartengono ai luoghi solo indirettamente e senza una necessità logica».[33]

Il contributo di Pierre Bourdieu

Il sociologo Pierre Bourdieu ha introdotto nelle analisi sociologiche delle influenze culturali i concetti di habitus che sottintende l'insieme di atteggiamenti e comportamenti acquisiti per lo più inconsci, che influenzano le pratiche e le percezioni dei membri di una classe sociale,[34] ed il concetto di capitale culturale ovvero il capitale di studi, oggetti culturali, modelli di espressione sviluppati nel corso della socializzazione di classe.[35]

Il contributo di Ann Swidler

La sociologa statunitense Ann Swidler, nell'articolo Culture in Action: Symbols and Strategies, ha concepito la cultura come «cassetta degli attrezzi» («tool kit») contenente habitus, abilità, credenze, pratiche, linguaggi, «simboli, storie, rituali, visioni del mondo, che le persone possono utilizzare in varie configurazioni per risolvere diversi tipi di problemi». Questo significa che le persone, a seconda del momento storico-sociale che stanno vivendo o a seconda del contesto in cui si trovano, modificano il modo in cui organizzano e affrontano la vita cambiando gli "strumenti" attraverso la cultura.[36]

Il contributo di Omar Lizardo

Il sociologo statunitense Omar Lizardo, nell'articolo Improving Cultural Analysis: Considering Personal Culture in its Declarative and Nondeclarative Modes, distingue la cultura pubblica da quella personale. La cultura pubblica è quella «esteriorizzata sotto forma di simboli, discorsi e istituzioni pubbliche». La cultura personale è qulla individuale, che si divide in sapere dichiarato, ossia valori, attitudini, orientamenti, visioni del mondo e ideologia, e in sapere non dichiarato, ossia abilità, disposizioni, schemi mentali, associazioni.[37]

Il contributo di Edgar Schein

Lo psicologo sociale Edgar Schein, nel saggio Cultura d'azienda e leadership, in cui si è occupato delle organizzazioni, ha articolato il concetto di "cultura organizzativa". Secondo Schein, essa sarebbe composta da tre livelli:[38]

  1. Artefatti, che sono visibili, ossia i «prodotti immediatamente osservabili di una data organizzazione: la sua architettura, l'arredamento, la tecnologia, ma anche il modo di comportarsi dei suoi membri come il gergo, l'abbigliamento, la mimica, i simboli, i rituali».[39]
  2. Valori espliciti, ossia i «discorsi manifesti e accettati, che vengono spesso creati e fatti circolare dalla leadership con l'intento di rafforzare il senso di appartenenza e solidarietà, di individuare i pericoli e i nemici esterni, di chiarire e legittimare le scelte dell'organizzazione, di creare consenso tra i membri».[39]
  3. Assunti di base, che sono «le convinzioni più profonde e inespresse, date talmente per scontate da non attrarre l'attenzione e di cui spesso i membri non sono nemmeno del tutto consapevoli». Riguarda le «motivazioni profonde» che orientano le azioni e sono alla base della selezione e del modellamento dei membri.[39]

Culture interdipendenti e indipendenti

Sotto la prospettiva socio-culturale i ricercatori Hazel Markus e Shinobu Kitayama nel 1991 hanno proposto la distinzione tra culture indipendenti, che enfatizzano l'autonomia individuale diffuse nei paesi occidentali, e culture interdipendenti, che enfatizzano le relazioni con le persone e l'armonia sociale.[40]

L'evoluzione della cultura

Anche l'evoluzione della specie incide sull'evoluzione culturale in quanto gli stessi cambiamenti demografici condizionano le culture e viceversa.[41]

In storia

Il contributo di William H. Sewell Jr.

Il sociologo e storico William H. Sewell Jr., nell'articolo Historical events as transformations of structures:Inventing revolution at the Bastille, ha definito l'evento storico come una «(1) sequenza ramificata di eventi che (2) è riconosciuta come notevole dai contemporanei e che (3) si traduce in una trasformazione duratura delle strutture»,[42] che «cambia il corso della storia».[42] Egli spiega che essi si verificano quando le strutture culturali e sociali vanno in crisi. Infatti, Sewell sotiene «che gli eventi debbano essere concepiti come sequenze di accadimenti che determinano trasformazioni di strutture. Tali sequenze iniziano con una rottura di qualche tipo, ovvero una sorprendente interruzione della pratica di routine»[42] e inoltre «[u]n evento diventa storico [...] solo quando innesca una catena di avvenimenti che trasformano in modo duraturo le strutture e le pratiche precedenti».[42]

Note

Note

  1. ↑ Coltura e cultura, su Corriere della Sera. URL consultato il 10 aprile 2023 (archiviato il 10 aprile 2023).
  2. ↑ Cultura - Significato ed etimologia - Vocabolario, su Treccani. URL consultato il 9 agosto 2026.
  3. ↑ Per una panoramica delle definizioni di cultura vedere A. L. Kroeber, Clyde Kluckhorn, Culture. A Critical Review of Concepts and Definitions, Cambridge, Massachusetts, Published by the Museum, 1952.
  4. ↑ Edward Tylor, The science of culture (PDF), in Primitive Culture, vol. 1, 1871, p. 1.
    «CULTURE or Civilization, taken in its wide ethnographic sense, is that complex whole which includes knowledge, belief, art, morals, law, custom, and any other capabilities and habits acquired by man as a member of society»
  5. ↑ Ulf Hannerz, Esplorare la città: antropologia della vita urbana, Il Mulino, 2001, ISBN 978-88-15-08258-9. URL consultato il 4 agosto 2026.
  6. ↑ UNESCO Universal Declaration on Cultural Diversity, su unesco.org, 2 November 2001. URL consultato il 6 agosto 2026.
    «Reaffirming that culture should be regarded as the set of distinctive spiritual, material, intellectual and emotional features of society or a social group, and that it encompasses, in addition to art and literature, lifestyles, ways of living together, value systems, traditions and beliefs»
  7. ↑ Valentina Dolciotti, 21 maggio, Giornata mondiale della diversità culturale, su treccani.it, 21 maggio 2018. URL consultato il 10 aprile 2023 (archiviato il 10 aprile 2023).
  8. ↑ Osservatorio decoro: "Valorizzare i beni di Catanzaro", su cn24tv.it, 28 giugno 2013. URL consultato il 10 aprile 2023 (archiviato il 30 giugno 2013).
  9. 1 2 Clifford Geertz, Interpretazione di culture, 3ª ed., Il Mulino, 12 settembre 2019, ISBN 978-8815284259.
  10. ↑ Fabio Dei, Cultura popolare in Italia, Il Mulino, 26 luglio 2018, ISBN 978-8815265609.
  11. ↑ Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Gius.Laterza & Figli Spa, 18 dicembre 2012, ISBN 978-88-581-0728-7. URL consultato il 5 agosto 2026.
  12. ↑ (EN) Edwin Robert Anderson Seligman e Alvin Saunders Johnson, Culture, in Encyclopaedia of the Social Sciences, Macmillan, 1931. URL consultato il 4 agosto 2026.
  13. ↑ Bronisław Malinowski, Introduzione: oggetto, metodo e fine della ricerca, in Argonauti del Pacifico occidentale, traduzione di Maria Arioti, Roma, Newton Compton Italiana, 1973, p. 49.
  14. ↑ Mark Moberg, Engaging anthropological theory: a social and political history, Routledge, 2013, ISBN 978-0-415-69999-0.
  15. ↑ A. R. Radcliffe-Brown, On Social Structure, in The Journal of the Royal Anthropological Institute of Great Britain and Ireland, vol. 70, n. 1, 1940, p. 2, DOI:10.2307/2844197. URL consultato il 4 agosto 2026.
    «For a preliminary definition of social phenomena it seems sufficiently clear that what we have to deal with are relations of association between individual organism.»
  16. ↑ (EN) Alfred Reginald Radcliffe-Brown, A Natural Science of Society, Free Press, 1957. URL consultato il 4 agosto 2026.
    «A social structure is a natural persistent system. It maintains its continuity despite internal changes from moment to moment, year to year, just as a living organism remains the same living organism in spite of metabolic change; it is dynamic [...] The kinds of relationship people observe will be the same for the period of time in which structural form is maintained, which is analogous to saying the structural forms of human beings, unless (or until) they become pathologic, remain the same.»
  17. ↑ A. R. Radcliffe-Brown, On Social Structure, in The Journal of the Royal Anthropological Institute of Great Britain and Ireland, vol. 70, n. 1, 1940, p. 4, DOI:10.2307/2844197. URL consultato il 4 agosto 2026.
    «Yet I may find that the kinds of relations that I can observe are very little different from those observed ten years before. The structural form has changed little.»
  18. ↑ Mary Jo Hatch e Ann L. Cunlife, Teoria dell'organizzazione, 3ª ed., il Mulino, 17 ottobre 2013, p. 56, ISBN 978-8815245724.
  19. 1 2 3 Mark Moberg, Engaging anthropological theory: a social and political history, Routledge, 2013, ISBN 978-0-415-69999-0.
  20. ↑ Claude Lévi-Strauss, Structural Anthropology, New York, Basic Books, 1963, p. 21, SBN 465-08229-7.
    «If, as we believe to be the case, the unconscious activity of the mind consists in imposing forms upon content, and if these forms are fundamentally the same for all minds — ancient and modern, primitive and civilized (as the study of the symbolic function, expressed in language, so strikingly indicates) — it is necessary and sufficient to grasp the unconscious structure underlying each institution and each custom, in order to obtain a principle of interpretation valid for other institutions and other customs, provided of course that the analysis is carried far enough.»
  21. ↑ Claude Lévi-Strauss, Structural Anthropology (PDF), New York, Basic Books, 1963, p. 65, SBN 465-08229-7.
    «The road will then be open for a comparative structural analysis of customs, institutions, and accepted patterns of behavior. We shall be in a position to understand basic similarities between forms of social life, such as language, art, law, and religion, that on the surface seem to differ greatly. At the same time, we shall have the hope of overcoming the opposition between the collective nature of culture and its manifestations in the individual, since the so-called “ collective consciousness” would, in the final analysis, be no more than the expression, on the level of individual thought and behavior, of certain time and space modalities of the universal laws which make up the unconscious activity of the mind.»
  22. 1 2 3 4 (EN) Fredrik Barth, Ethnic Groups and Boundaries: The Social Organization of Culture Difference, Waveland Press, 11 marzo 1998, ISBN 978-1-4786-0795-3. URL consultato il 6 agosto 2026.
  23. ↑ Richard E. Blanton, Theories of ethnicity and the dynamics of ethnic change in multiethnic societies, in Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, vol. 112, n. 30, 28 luglio 2015, pp. 9176–9181, DOI:10.1073/pnas.1421406112. URL consultato il 6 agosto 2026.
    «The key turning point in anthropological thinking about culture and ethnicity came from Fredrik Barth’s brief but very useful introduction to “Ethnic Groups and Boundaries”. Barth proposed that we rethink culture from the vantage point of how social action drives the formation of ethnic groups that are aimed to “organize interaction” for a social purpose. Typically, in ethnic groups, a sense of belonging is created through the symbolism of blood relations and shared history. However, to Barth, symbolic meaning is less important than the fact that ethnically specific behaviors constitute a system of signals with the dual purpose to establish intergroup boundaries and, intragroup, to confirm group members’ commitment to the “basic value orientations” of the collectivity.»
  24. ↑ (EN) Janet Carsten, Cultures of Relatedness: New Approaches to the Study of Kinship, Cambridge University Press, 9 marzo 2000, ISBN 978-0-521-65627-6. URL consultato il 6 agosto 2026.
  25. 1 2 (EN) Janet Carsten, Cultures of Relatedness: New Approaches to the Study of Kinship, Cambridge University Press, 9 marzo 2000, p. 1, ISBN 978-0-521-65627-6. URL consultato il 6 agosto 2026.
  26. ↑ Siobhan Magee, Relatedness, 4 settembre 2018, pp. 1–2, DOI:10.1002/9781118924396.wbiea1349. URL consultato il 6 agosto 2026.
    «Within kinship studies, the term “relatedness” signifies a commitment to the anthropological exploration of emic experiences of relationships. These include (but are not restricted to) those relationships that fall outside of classical kinship terminologies.»
  27. ↑ (EN) William F. Ogburn, Social Change with Respect to Culture and Original Nature, B.W. Huebsch, Incorporated, 1922. URL consultato il 5 agosto 2026.
  28. ↑ Michele Lamont, Sabrina Pendergrass e Mark Pachucki, Symbolic Boundaries, in International Encyclopedia of the Social & Behavioral Sciences, 31 dicembre 2015, pp. 850–855, DOI:10.1016/B978-0-08-097086-8.10416-7. URL consultato il 5 agosto 2026.
    «Durkheim defines society by its symbolic boundaries: it is the sharing of a common definition of the sacred and the profane, of similar rules of conduct and a common compliance to rituals and interdictions that defines the internal bonds within a community.»
  29. ↑ Emile Durkheim, The rule of sociological method (PDF), The Free Press, 1982, p. 40, ISBN 978-0-02-907930-0.
  30. ↑ William I. Thomas, Gli immigrati e l'America. Tra il vecchio mondo e il nuovo, Donzelli Editore, 2000, ISBN 978-88-7989-531-6. URL consultato il 4 agosto 2026.
  31. ↑ (EN) William Isaac Thomas e Florian Znaniecki, The Polish Peasant in Europe and America: A Classic Work in Immigration History, University of Illinois Press, 1996, ISBN 978-0-252-06484-5. URL consultato il 4 agosto 2026.
  32. ↑ (EN) Talcott Parsons, The Social System, Free Press, 1951, ISBN 978-0-7100-1931-8. URL consultato il 4 agosto 2026.
  33. ↑ Ulf Hannerz, La complessità culturale, traduzione di S. L. Neirotti, Il Mulino, 13 novembre 1998, ISBN 978-8815066916.
  34. ↑ Pierre Bourdieu, Il senso pratico, Armando Editore, 20 dicembre 2021, p. 84, ISBN 978-88-6677-328-3. URL consultato il 4 agosto 2026.
  35. ↑ Pierre Bourdieu, Forme di capitale, a cura di Marco Santoro, Armando Editore, 10 gennaio 2011, ISBN 978-8866779230.
  36. ↑ Ann Swidler, Culture in Action: Symbols and Strategies, in American Sociological Review, vol. 51, n. 2, 1986, pp. 273–286, DOI:10.2307/2095521. URL consultato il 4 agosto 2026.
  37. ↑ (EN) Omar Lizardo, Improving Cultural Analysis: Considering Personal Culture in its Declarative and Nondeclarative Modes, in American Sociological Review, vol. 82, n. 1, 1º febbraio 2017, pp. 88–115, DOI:10.1177/0003122416675175. URL consultato il 4 agosto 2026.
  38. ↑ Edgar Henry Schein, Cultura d'azienda e leadership, Raffaello Cortina Editore, 2018, ISBN 978-88-6030-999-0. URL consultato l'8 agosto 2026.
  39. 1 2 3 Giuseppe Bonazzi, Come studiare le organizzazioni, Il Mulino, 2006, p. 160, ISBN 978-88-15-11306-1. URL consultato l'8 agosto 2026.
  40. ↑ Hazel Markus e Shinobu Kitayama, Culture and the Self: Implications for Cognition, Emotion, and Motivation, in Psychological Review, vol. 98, 1º aprile 1991, pp. 224–253, DOI:10.1037/0033-295X.98.2.224. URL consultato il 6 agosto 2026.
  41. ↑ Luigi Luca Cavalli-Sforza, La selezione naturale controlla i cambiamenti culturali, in L'evoluzione della cultura, Torino, Codice Edizioni, 2019, ISBN 978-88-7578-826-1.
  42. 1 2 3 4 William H. Sewell, Historical Events as Transformations of Structures: Inventing Revolution at the Bastille, in Theory and Society, vol. 25, n. 6, 1996, p. 844. URL consultato il 6 agosto 2026.

Annotazioni

  1. ↑ Saperi e opinioni
  2. ↑ Norme e costumi
  3. ↑ Tecnologie e processi tecnici

Bibliografia

Enciclopedia del Novecento, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani
Enciclopedia delle Scienze Sociali Treccani

Voci correlate

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Collegamenti esterni

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