Dialetti altotiberini
| Dialetti altotiberini | |
|---|---|
| Parlato in | Italia |
| Regioni | Toscana e Umbria |
| Parlanti | |
| Totale | ~ |
| Classifica | Non nei primi 100 |
| Tassonomia | |
| Filogenesi | Lingue indoeuropee Lingue italiche Lingue romanze Dialetti italiani mediani e Dialetto toscano Dialetto aretino, Dialetti umbri settentrionali (Pellegrini) Dialetti altotiberini |
| Statuto ufficiale | |
| Ufficiale in | - |
| Regolato da | nessuna regolazione ufficiale |
I dialetti altotiberini[1] sono parlati nell'alta valle del Tevere, in una zona compresa tra la Toscana e l'Umbria settentrionale. Loro poli principali sono: Città di Castello, nella parte settentrionale dell'alto Tevere umbro, e Sansepolcro, nella valtiberina toscana. Altri centri dell'Alto Tevere linguistico sono Citerna, San Giustino e Monte Santa Maria Tiberina, affiancati in posizione linguisticamente più defilata e di transizione ad altre zone, da Monterchi, Montone, Pietralunga e Umbertide.
Storia
È difficile tracciare un quadro storico dei dialetti parlati nell'alta valle del Tevere, anche perché dispongono di una tradizione limitata, fatta eccezione per alcuni canti popolari, filastrocche ed opere dei secoli XVII e XIX-XX relative ai dialetti di Città di Castello e di Sansepolcro. Un altro elemento che ne rendeva difficile lo studio, era la mancanza di regole ortografiche strutturate. Una prima ortografia normalizzata, dedicata in particolare all'area castellana, è stata proposta dal glottologo Daniele Vitali [2], poi ulteriormente sviluppata da Matteo Nunzi [3]. Ad essersi poi occupato per molto tempo della zona altotiberina, e in particolare di Sansepolcro, è stato Enzo Mattesini [4].
Nella valle esistono tre influenze linguistiche preponderanti, ovvero quella aretina, quella perugina e quella romagnola e alto-marchigiana.
Classificazione
In base a quanto emerge dalla «Carta dei dialetti d'Italia»[5] elaborata da Giovan Battista Pellegrini, l'alta valle del Tevere si trova ripartita in due aree linguistiche, quella toscana e quella (peri-)mediana.[5][6][7] La più recente dialettologia (a opera di Daniele Vitali in particolare) propone invece un nuovo raggruppamento, terzo rispetto ai due blocchi, definito aretino-perugino , di cui l'Alto Tevere farebbe parte, insieme all'area di Arezzo, da un lato, e quella di Perugia e Gubbio dall'altro, con poli di snodo rappresentati da Sansepolcro e Cortona, i quali fondono, rispettivamente, tratti altotiberini con tratti aretini e tratti perugini con tratti chianini.[8]
Caratteristiche
Gli elementi romagnoli, e settentrionali in genere, più evidenti nei dialetti altotiberini sono riscontrabili nel vocalismo, così riassumibili:[9]
1) avanzamento di a in sillaba aperta (tradizionalmente detto anche “palatalizzazione”): la vocale «a», quando non seguìta in origine da una consonante doppia, si sposta verso «e» aperta, come accade in «cane, fame» etc.
2) apertura di é, ó in sillaba chiusa nonché di é in fine di parola: «stretto, rotto, sé» etc. vengono pronunciati con «e, o» accentate aperte;
3) apertura di i, u in sillaba chiusa e fine di parola: in «villa, russo, sì, tu» etc. la «i» e la «u» s’aprono, raggiungendo anche delle vere e proprie «e, o» chiuse, all’interno della parola, le quali divengono persino aperte quando finali, in certe parlate;
4) allungamento di è, a, ò in originaria sillaba chiusa: in «ferro, matto, osso», le vocali “toniche” hanno subìto un allungamento, al quale s’accompagna, in certe parlate, l’accorciamento della consonante doppia, così da arrivare a fèro, mato, òso (passaggio, quest’ultimo, che però riguarda più che altro i dialetti altotiberini a est del Tevere);
5) chiusura di è, ò in sillaba aperta originaria: parole che in italiano hanno «e, o» aperta la presentano chiusa, come accade in «bene, modo».
Anche nel consonantismo l'impronta romagnola è a tratti evidente, in particolare a Città di Castello. Lo si evince per esempio dalla pronuncia castellana delle «s» e delle «z». Le prime sono alveolari come al nord d'Italia, e non dentali come al centro-sud; le seconde sono invece prodotte circa come quelle romagnole, appunto, sono cioè delle costrittive non-solcate.[2] La parte facente capo a Sansepolcro, comprese le zone di transizione al tifernate rappresentate da Citerna e San Giustino, non conosce invece tali fenomeni consonantici, ai quali fanno da contraltare pronunce più «toscaneggianti», fra cui quella di «c» e «g» dolci, le quali perdono l'occlusione producendo, ad esempio: trescènto, duṡgènto per «trecento, duecento».
Note
- ↑ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" in accordo alle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Negli altri casi, viene usato il termine "dialetto".
- 1 2 Dialetti Romagnoli, su www.bulgnais.com. URL consultato l'11 giugno 2026.
- ↑ NiM, «Vademecum d’ortografia dialettale per l’area tifernate», presentazione, su VOX MINIMA, 10 aprile 2023. URL consultato l'11 giugno 2026.
- ↑ Piero, Luca e il borghese, su Aboca Life Shop. URL consultato l'11 giugno 2026.
- 1 2 Carta interattiva dei dialetti d'Italia per la sezione linguistica del sito italica.rai.it curata dal professor Francesco Bruni dell'Università Ca' Foscari di Venezia (SWF), su italica.rai.it, Italica (archiviato dall'url originale il 28 ottobre 2000).
- ↑ La variazione diatopica, su maldura.unipd.it (archiviato dall'url originale il 16 febbraio 2012).
- ↑ Carlo Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine: introduzione alla filologia romanza, R. Patròn, 1962. URL consultato il 25 gennaio 2018 (archiviato dall'url originale il 26 febbraio 2018).
- ↑ Daniele Vitali, Dialetti emiliani e dialetti toscani. Le interazioni linguistiche fra Emilia-Romagna e Toscana, e con Liguria, Lunigiana e Umbria, 1º gennaio 2020. URL consultato l'11 giugno 2026.
- ↑ NiM, Un alto Tevere linguistico?, su VOX MINIMA, 4 ottobre 2023. URL consultato l'11 giugno 2026.