Disastro della Val di Stava

Disastro della Val di Stava
La valle dopo il disastro
TipoInondazione, frana
Data19 luglio 1985
12:22:55 – 12:25:44[1] (UTC+2)
LuogoStava
StatoItalia (bandiera) Italia
Regione  Trentino-Alto Adige
ComuneTesero
Coordinate46°19′14.09″N 11°30′02.41″E
ResponsabiliDistretto minerario della provincia autonoma di Trento, Montedison, Industria marmi e graniti Imeg, Snam, Prealpi Mineraria
CausaInstabilità dei bacini di decantazione dell'impianto di trattamento presso la miniera di fluorite di Prestavel, dovuta a plurime negligenze, imprudenze progettuali e manutentive
Conseguenze
Morti268
Feriti20
Beni distrutti3 alberghi, 53 abitazioni, 6 capannoni, 8 ponti
Danni300 miliardi di lire[1]
Mappa di localizzazione
Mappa di localizzazione: Trentino-Alto Adige
Luogo dell'evento
Luogo dell'evento

Il disastro della Val di Stava fu un'inondazione di fanghi industriali che si verificò il 19 luglio 1985 nell'omonima vallata del Trentino, in Italia, provocando la morte di 268 persone. Il disastro fu causato dal cedimento degli argini dei bacini di decantazione dell'impianto di trattamento presso la miniera di Prestavel: ne derivò la violenta fuoriuscita e discesa a valle di circa 180000 m³ di fango, che travolsero l'abitato di Stava, frazione del comune di Tesero. È stata una delle più grandi tragedie industriali della storia italiana.

La miniera e l'impianto di trattamento

La miniera di Prestavel

La miniera di Prestavel era situata alle pendici meridionali dell'omonimo monte, nel massiccio di Santa, sovrastante la valle di Stava. Venne sfruttata in modo saltuario fin dal XVI secolo per l'estrazione di galena argentifera.

Nel 1934 venne accertato l'interesse estrattivo di alcuni filoni di fluorite, minerale utile in ambito siderurgico e nella produzione dell'alluminio, nell'industria ottica, nella produzione di ceramica e particolarmente nell'industria chimica.[2][3]

Prestavel si rivelò essere il giacimento fluoritico più importante della regione.[4] La miniera[5] fu gestita durante la seconda guerra mondiale e fino al 1966 dal Gruppo Montecatini, poi diventato Montedison, dopodiché subentrarono i gruppi EGAM ed Eni. Dal 1980 al 1985 fu gestita dalla società Prealpi mineraria di Zogno, che negli anni ottanta ottenne in concessione anche i siti estrattivi di Camissinone, nella bergamasca, di Graticelle (Bovegno, in provincia di Brescia) e della Torgola, in Val Trompia.[6]

L'impianto di trattamento

L'estrazione di fluorite pura dalle rocce grezze provenienti dal giacimento di Prestavel e da altre miniere,[7][8] iniziata nel febbraio del 1962,[9] avveniva col metodo chiamato flottazione con schiuma[10] o froth flotation, che consentiva di ottenere il minerale con un grado di purezza superiore al 97% in , tale da permettere successivamente la produzione di acido fluoridrico («fluorina a grado acido»[11]).

L'escavato veniva dapprima macinato e quindi trattato con acqua, tensioattivi e altre sostanze, così da separare il minerale dallo scarto, che veniva ridotto a una fanghiglia molto fluida (95% di acqua), il cui smaltimento avveniva attraverso un procedimento di decantazione, da attuare in un apposito bacino; progressivamente il sedimento si depositava sul fondo e l'acqua così depurata poteva essere scaricata a valle.[12]

I bacini di decantazione

Per poter effettuare quest'ultima parte del procedimento, nel 1961 la Montecatini acquistò alcuni terreni pubblici e privati al di sopra dell'abitato di Stava, in località Pòzzole, a 400 metri dalla laveria, sui quali chiese e ottenne di poter creare una "discarica", vale a dire un bacino di decantazione per chiarificare le acque prima della loro reimmissione nel torrente Stava. La Forestale e il Genio Civile diedero il via libera: l'argine di tale bacino, dai progetti iniziali, si sarebbe dovuto limitare a un terrapieno di 9 m, così da non costituire una diga (che per le leggi italiane del tempo era tale solo se alta almeno 10 m) e non dover quindi sottostare ai relativi requisiti costruttivi e di sicurezza.[12]

L'installazione del bacino presentò fin da subito elementi di criticità: il terreno era infatti acquitrinoso,[13] presentava una pendenza media del 25% ed era pericolosamente vicino ad aree abitate (la distanza era di appena 800 metri in linea d'aria e 150 metri a livello di quota). Nondimeno, poiché il terrapieno non era legalmente qualificato come diga, il bacino non fu mappato né al catasto, né nei piani urbanistici, ove la zona di Pozzole era registrata come "area agricola di interesse secondario".[12]

Questa ambiguità permise inoltre di effettuare innalzamenti dell'argine senza dover rispettare particolari requisiti e permessi: ciò si rese necessario poiché i 9 m iniziali, al ritmo con cui veniva sfruttata la miniera (e complice il fatto che vi venivano sversati residui provenienti anche da altri siti estrattivi sprovvisti di proprie discariche), si riempirono nel giro di meno di 3 anni. Al rilevato furono quindi aggiunti altri strati, fino a superare i 25 m entro il 1971, anno in cui ci si rese conto di essere arrivati ai limiti.[12][14]

Fin dal 1969 la Fluormine (società del gruppo Montedison che gestiva la miniera) iniziò quindi a creare un secondo bacino di decantazione, impostandone l'argine di base a monte del primo bacino, senza ancoraggio e senza drenaggi;[14] cinque anni dopo, nel 1974, l'allora sindaco di Tesero, Giuseppe Zanon, espresse le proprie perplessità in proposito al distretto minerario della Provincia di Trento, che dispose l'effettuazione di una verifica di stabilità, la quale fu però affidata a periti scelti dalla stessa Fluormine.[12]

Come accertato successivamente, la verifica (eseguita nel 1975) fu fatta in modo superficiale, ma la perizia del tecnico incaricato trovò ugualmente che la pendenza dell'argine del bacino superiore fosse «eccezionale» e la stabilità fosse quindi «al limite»;[15] la società concessionaria comunque rassicurò il Distretto minerario, che riportò al Comune la fattibilità dell'ampliamento «con le dovute cautele». Di fatto si procedette unicamente a ridurre la pendenza dell'argine, il cui accrescimento fu comunque ragguardevole: nel complesso, tra bacino inferiore e superiore, si arrivò a superare i 50 m di sbarramento, con un contenuto di materiale fino a 300 000 m³. Nuovamente, a tutto ciò non fece riscontro alcuna adeguata mappatura del sito di decantazione.[12][14]

I bacini rimasero in uso ininterrottamente fino al 1978, poi non furono più alimentati fino al 1982, quando riprese lo sversamento di fanghi sia da Prestavel che da miniere di altre località.[14]

Risonanza mediatica

L'impianto di trattamento e il bacino di decantazione, al di là della strada (in costruzione, 1961).

La stampa locale diede notizia dell'esistenza dell'impianto di trattamento minerario nel febbraio 1962, quando una perdita di fanghi dalla tubatura che collegava la laveria al primo bacino di decantazione aveva provocato il blocco del traffico automobilistico (a causa della colata fangosa sulla strada sottostante) e una moria di pesci nel Rio Stava, le cui acque si erano intorbidite.[16] Nel novembre 1984 il periodico Questotrentino pubblicò un articolo che, oltre a denunciare il considerevole impatto ecologico del sito, evidenziava come i liquami dei bacini rendessero assai poco compatto il terreno nei dintorni, impedendo le opere di rimboschimento che erano state richieste alla concessionaria.[17]

I primi cedimenti

Nel gennaio 1985 una delle condutture che drenavano l'acqua dal bacino superiore, sepolta sotto uno spesso strato di sedimenti, cedette per il peso eccessivo e iniziò a perdere; ciò, unito all'ulteriore rottura (causata dal freddo) di un tubo che collegava i due bacini, creò un accumulo di liquido alla base dell'argine superiore, che finì per provocare una piccola frana. Poco dopo, a maggio, si ruppe un tubo che correva sotto l'argine inferiore, creando una sorta di voragine che iniziò a fare da "scarico"; i tecnici manutentori intervennero tappando il buco con cemento e sabbia.[12]

La catastrofe

Alle ore 12:22:55 UTC+2 del 19 luglio 1985 l'argine del bacino superiore cedette e crollò sul bacino inferiore, che cedette a sua volta, liberando una massa fangosa composta da 180 000 m³ di sabbia, limo e acqua, che scese a valle a una velocità di quasi 90 chilometri orari, spazzando via persone, alberi, abitazioni e tutto quanto incontrò fino a che non raggiunse l'alveo del torrente Avisio; l'ondata lasciò dietro di sé una coltre di fango spessa da 20 a 40 cm, coprente un'area di 435 000 m² circa, per una lunghezza di 4,2 km. Poche fra le persone investite sopravvissero.

I soccorsi furono immediati ed efficienti: vi parteciparono oltre 18 000 uomini, di cui oltre ottomila Vigili del Fuoco volontari del Trentino e quattromila militari del 4º Corpo d'armata alpino. I primi ad accorrere furono i Vigili del Fuoco volontari di Tesero e della Valle di Fiemme, presto raggiunti da tutti i corpi dei Vigili del Fuoco volontari del Trentino; si unirono altresì i pompieri volontari dell'Alto Adige, i corpi permanenti di Trento e di Bolzano, la Croce rossa, la Croce Bianca, il personale dei Carabinieri, della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza e del Corpo forestale, unità cinofile, sommozzatori e centinaia di volontari. Il loro lavoro venne coadiuvato da 19 elicotteri, 774 automezzi, 137 mezzi speciali, 16 gru a braccio lungo, 72 fotoelettriche, 5 battelli, 26 ambulanze, 27 cucine da campo, 144 radio portatili e 4 ponti radio. Presso il municipio di Tesero fu istituito un quartier generale della protezione civile, presso il quale si recò prontamente il ministro Giuseppe Zamberletti. Il 21 luglio arrivò in visita sui luoghi del disastro il neoeletto presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.[18]

Foto scattata in Val di Stava durante le operazioni di soccorso.

Pochissimi furono i feriti e le persone estratte vive dalle macerie: la violenza e la velocità della colata di fango causarono la morte sul colpo di 267 persone, e solo una ragazza estratta ancora in vita dalle macerie di uno degli alberghi di Stava sopravvisse per pochi giorni. La maggior parte delle vittime fu recuperata nelle prime ore, ma la ricerca si protrasse per tre settimane lungo la val di Stava e lungo il torrente Avisio fino al bacino idroelettrico di Stramentizzo. Le salme furono ricomposte nella palestra delle scuole elementari di Tesero; la camera ardente venne successivamente allestita nella pieve di Santa Maria Assunta a Cavalese. Il riconoscimento continuò poi fino alla metà di agosto in ambienti climatizzati ad Egna. Il numero dei morti del disastro richiese molto tempo per essere stimato con esattezza: molte salme peraltro erano in condizioni tali da non poter essere riconosciute e fu quindi necessario ricorrere alla dichiarazione di morte presunta. Il tempo di attesa, richiesto per consentire tale dichiarazione (normalmente di 5 anni, a partire da prima dichiarazione di scomparsa) fu in questo caso ridotto con decreto legge a un anno.[19] Nel primo anno successivo alla catastrofe il numero delle vittime fu quindi stimato in quello delle salme riconosciute (197) più quello delle denunce o dichiarazioni di scomparsa (72), cioè 269. Un anno dopo il disastro fu possibile avere il numero esatto delle dichiarazioni di morte presunta, che risultarono essere 71, previa espunzione della denuncia di scomparsa di un cittadino francese del quale non fu poi dichiarata la morte presunta.

La gran parte delle vittime fu riportata ai luoghi di origine, trovando sepoltura in 64 diversi cimiteri d'Italia. I 71 per i quali non fu possibile il riconoscimento rimasero a Tesero, nel cimitero monumentale delle vittime della val di Stava, costruito nelle adiacenze della chiesa di San Leonardo.

Catastrofe in cifre
Frana
  • 180 000 m³ di acqua e fango fuoriusciti dalle discariche
  • 40-50 000 m³ provenienti da processi erosivi, dalla distruzione degli edifici e dallo sradicamento di centinaia di alberi
Velocità della frana 90 km/h circa (circa 25 m/s)
Area interessata 435 000 m² circa per una lunghezza di 4,2 chilometri
Danni materiali
  • 3 alberghi, 53 abitazioni, 6 capannoni, 8 ponti completamente distrutti
  • 9 edifici gravemente danneggiati
  • Centinaia di alberi sradicati
  • Processi erosivi su un'area complessiva di 27 000 m²
Vittime 268 morti di cui
  • 28 bambini con meno di 10 anni
  • 31 ragazzi con meno di 18 anni
  • 120 donne
  • 89 uomini
Feriti 20 feriti di cui
  • 13 estratti dalle macerie degli alberghi
  • 4 estratti dalle macerie delle proprie abitazioni
  • 3 estratti dalle macerie dei capannoni

Le cause

La Commissione ministeriale d'inchiesta[20] e i periti nominati dal Tribunale di Trento definirono nella loro relazione «tutto l'impianto di decantazione [...] una continua minaccia incombente sulla vallata [...] progettato, costruito, gestito in modo da non offrire quei margini di sicurezza che la società civile si attende da opere che possono mettere a repentaglio l'esistenza di intere comunità umane».

La causa del crollo venne individuata nella cronica instabilità delle discariche, e in particolare del bacino superiore: fu riscontrata l'assenza dei coefficienti di sicurezza minimi necessari a evitare il franamento. In particolare, venne osservato che i limi depositati non erano consolidati a causa della natura acquitrinosa del terreno su cui sorgevano le discariche, che impediva una corretta decantazione dei fanghi. A ciò si aggiungeva l’errata costruzione dell’argine del bacino superiore, che non garantiva un adeguato drenaggio al piede.

Un ulteriore elemento critico era rappresentato dalla costruzione del bacino superiore a ridosso di quello inferiore: con l’aumentare delle dimensioni, l’argine finì per poggiare in parte sui limi non consolidati del bacino sottostante, aggravando ulteriormente sia il drenaggio sia la stabilità complessiva della struttura.

Anche le caratteristiche geometriche del rilevato contribuivano alla sua instabilità. L’argine del bacino superiore raggiungeva un’altezza di 34 metri e presentava una pendenza eccessiva, pari all’80%, corrispondente a un angolo di quasi 40 gradi. Inoltre, le discariche erano realizzate su un declivio con una pendenza media di circa il 25%, condizione che aumentava ulteriormente il rischio.

A peggiorare la situazione vi fu anche la scelta di accrescere l’argine con il sistema “a monte”, un metodo che sacrificava la sicurezza a fronte di rapidità ed economia. Infine, risultava inadeguata anche la collocazione delle tubazioni di sfioro delle acque di decantazione, posizionate sul fondo dei bacini e fatte passare attraverso gli argini, col risultato di diventare a loro volta un fattore di instabilità.

Nondimeno, in oltre 20 anni le discariche non furono mai sottoposte a verifiche di stabilità da parte delle società concessionarie o a controlli da parte degli uffici pubblici incaricati di vigilare sulla sicurezza delle lavorazioni minerarie e dei terzi. La sentenza-ordinanza pronunciata il 25 maggio 1987 dal giudice istruttore del Tribunale di Trento, Carlo Ancona, evidenziò che la tragedia sarebbe stata evitabile spendendo «una somma di denaro e una fatica pari anche soltanto ad un decimo di quanto si è profuso negli accertamenti peritali successivi al fatto».

Il dopo catastrofe e le vicende giudiziarie

Dopo la catastrofe la miniera di Prestavel non fu più riattivata; qualche anno dopo l'area dei bacini di decantazione fu bonificata e rimboschita[14].

Il procedimento penale si concluse nel giugno 1992 con la condanna di 10 imputati dei reati di disastro colposo ed omicidio colposo plurimo, segnatamente i responsabili della costruzione e gestione del bacino superiore che crollò per primo (i direttori della miniera e alcuni responsabili delle società che intervennero nelle scelte circa la costruzione e la crescita del bacino superiore dal 1969 al 1985) e i responsabili del Distretto minerario della Provincia autonoma di Trento (che omisero del tutto i controlli sulle discariche.).

Vennero inoltre condannate al risarcimento dei danni in veste di responsabili civili per la colpa dei loro dipendenti le società che nello stesso periodo ebbero in concessione la miniera di Prestavel o intervennero nelle scelte relative alle discariche (Montedison Spa, Industria marmi e graniti Imeg Spa per conto della Fluormine Spa, Snam Spa per conto della Solmine Spa, Prealpi Mineraria Spa) e la Provincia Autonoma di Trento.

Memoria

La Fondazione Stava 1985

I familiari delle vittime, riuniti nell'Associazione Sinistrati Val di Stava, portano avanti la memoria della sciagura attraverso la Fondazione Stava 1985, con sede a Tesero, della quale sono soci fondatori insieme alla Magnifica Comunità di Fiemme e ai Comuni di Tesero, Longarone e Cavalese.

L'attività e le iniziative della fondazione (su tutte l'istituzione del centro di documentazione Stava, che costituisce l'archivio dei documenti relativi alla catastrofe, avente sede sul luogo della sciagura) vengono interamente finanziate con lasciti e donazioni.

Memoriali

Alla memoria del disastro è dedicato il cimitero monumentale delle vittime della val di Stava, adiacente alla chiesa di San Leonardo di Tesero, nel quale sono sepolte 71 salme di vittime non identificate. Il 17 luglio 1988 il sacrario accolse papa Giovanni Paolo II, che si recò in visita sul luogo della tragedia.[21] Nel 40° anniversario, il 19 luglio 2025 il sacrario accolse il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.[22][23]

Costituisce altresì un memoriale del disastro la piccola chiesa della Palanca, dedicata all'Addolorata, che fu risparmiata dalla colata di fango.

Il disastro nei media

Alla tragedia di Stava sono stati dedicati vari prodotti audiovisivi, quali una puntata del programma Rai La storia siamo noi,[24] documentari realizzati dal National Geographic Channel e da History Channel, il film-documento Stava 19 luglio del regista Rai Gabriele Cipollitti, il documentario Un Papa in ginocchio di Alberto Folgheraiter (giornalista della sede Rai di Trento) incentrato sulla visita di Giovanni Paolo II.

La Fondazione Stava 1985 ha inoltre patrocinato i documentari RicorDi Stava (che ripercorre la storia della valle prima e dopo il disastro) e lo speciale televisivo per il trentennale della tragedia La lezione di Stava[25], per la regia di Pino Putignani, trasmesso a livello nazionale e internazionale da Telepace.[21][26]

Il disastro nei testi per il teatro

Nel 1997, presso Garzanti, era uscito Il racconto del Vajont, testo dell'omonima opera teatrale di Marco Paolini e Gabriele Vacis; nell'incipit il primo nome di luogo citato (posto alla base di una gradazione ascendente) è Stava: «Un nome: Stava. Ti dice niente? Val di Stava, una conca tra Bolzano e Trento. In cima alla Val di Stava, lassù in alto, c'era una diga di terra e dietro c'erano i fanghi, gli scarichi di una miniera Montedison. Dopo che è piovuto un bel po', il 18 luglio 1985 la diga non ce la fa più: scoppia [...]».[27][28]

Nel 2010 venne pubblicato il testo teatrale Stava 19 luglio 1985, di Luisa Pachera.[29][30]

Il disastro nella legislazione ambientale

Evento determinante per la nascita della Legge 183/1989 sulla difesa del suolo,[31] successivamente inglobata nel Testo unico in materia ambientale, il disastro della Val di Stava ha ispirato la stessa legislazione comunitaria:[32]

«L'esigenza di controllo delle strutture di deposito dei rifiuti estrattivi, al fine di prevenire i molti eventi incidentali, anche catastrofici, che le hanno coinvolte in varie parti del mondo e anche in Italia (Val di Stava, 1985) ha portato la CE ad emanare la direttiva 2006/21/CE "Gestione dei rifiuti delle industrie estrattive" disponendo, per ciascuno Stato membro, la realizzazione dell'inventario delle sorgenti di pericolo, ricadenti sul proprio territorio, entro il 1° maggio 2012, ed il periodico aggiornamento»

Note

  1. 1 2 Il sismogramma - Val di Stava 1985 (PDF), su engeology.eu, Engeology. URL consultato il 26 aprile 2019 (archiviato il 26 aprile 2019).
  2. ↑ Il Gruppo Montecatini: che cos'è, che cosa produce, dove produce, 1955, pp. 59-60.
  3. ↑ (EN) Alain Tressaud, Fluorine. A Paradoxical Element, Amsterdam, Elsevier, 2019.
  4. ↑ Giuliano Perna, Fluorite, in L'industria mineraria nel Trentino-Alto Adige, Trento, Saturnia, 1964, p. 264.
  5. ↑ Centro per la cultura d'impresa - Fondo Edison, Prestavel, su lombardiabeniculturali.it. URL consultato il 6 luglio 2026.
  6. ↑ A.Gorfer, pp. 578-579.
  7. ↑ Giuliano Perna, Giacimenti della regione alpina, in Le fluoriti italiane. Atti della giornata di studio, Torino, 16 dicembre 1972, vol. 1, Torino, Fanton, 1973, pp. 26-27.
  8. ↑ Fernando Metelli, Campioni di fluorite dell'Alto Adige, su collezioneminerali.it.
  9. ↑ Daria Dovera, Stava: incultura, imperizia, negligenza, imprudenza, Roma, Fondazione Centro studi CNG, 2015, p. 41.
  10. ↑ Centro per la cultura d'impresa - Fondo Edison, Quadro sinottico di controllo, su lombardiabeniculturali.it. URL consultato il 6 luglio 2026.
  11. ↑ Angelo Morra e Luciano Vighi, Miniera di Prestavel, in L'industria mineraria nel Trentino-Alto Adige, Trento, Saturnia, 1964, p. 344.
  12. 1 2 3 4 5 6 7 Stava: il «piccolo Vajont» dimenticato di 30 anni fa, in Corriere della Sera, 15 luglio 2015. URL consultato il 16 luglio 2023.
  13. ↑ Giovanni Rossi, I bacini di decantazione dei rifiuti degli impianti di trattamento dei minerali. Aspetti ecologici e tecno-economici del problema, in L'Industria Mineraria, n. 11, novembre 1973, p. 529. URL consultato l'8 giugno 2026.
  14. 1 2 3 4 5 La genesi - stava1985.it
  15. ↑ Sentenza dell'8 luglio 1988 del tribunale penale di Trento. Estensore Marco La Ganga
  16. ↑ Entrate in funzione le miniere di fluorite, su Alto Adige, Athesia, 21 febbraio 1962, p. 8. URL consultato l'11 luglio 2025.
  17. ↑ Claudio Doliana e Luigi Casanova, E scava, scava, scava..., su Questotrentino, 2 novembre 1984, p. 23. URL consultato l'11 luglio 2025.
  18. ↑ Visita del Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a Cavalese e Tesero, su archivio.quirinale.it, 21 luglio 1985. URL consultato l'11 luglio 2025.
  19. ↑ decreto legge n. 480 del 24 settembre 1985, convertito nella legge n. 662 del 21 novembre 1985
  20. ↑ Relazione pubblicata nel giugno del 1986 della commissione ministeriale tecnico-amministrativa d'inchiesta sul disastro verificatosi nel comune di Tesero, località Stava.
  21. 1 2 I film – Fondazione Stava 1985 onlus, su stava1985.it. URL consultato l'11 luglio 2025.
  22. ↑ Il Presidente Mattarella a Tesero per i 40 anni della catastrofe di Val di Stava, su quirinale.it.
  23. ↑ Discorso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, 19 luglio 2025, su rainews.it.
  24. ↑ Stava - Una tragedia dimenticata - La Storia siamo noi. URL consultato l'11 luglio 2025 (archiviato dall'url originale il 27 dicembre 2012).
  25. ↑ Filmato audio Pino Putignani, La lezione di Stava, su YouTube.
  26. ↑ “La lezione di Stava”, su Trentino Cultura. URL consultato l'11 luglio 2025.
  27. ↑ Marco Paolini e Gabriele Vacis, Il racconto del Vajont, Milano, Garzanti, 1997, p. 7. Da osservare che il refuso (18 invece di 19 luglio) si è trasmesso alle successive edizioni del volume ed è arrivato nelle antologie per le scuole superiori (cfr. p. es. Gli istanti più belli. Poesia e teatro, Bologna, Zanichelli, 2023, p. 506).
  28. ↑ Antologia per le Scuole Superiori, su archive.org, 2023.
  29. ↑ Luisa Pachera, Stava 19 luglio 1985: dedicato a 268 persone che non ci sono più, Rovereto, Osiride, 2010, ISBN 9788874981380.
  30. ↑ Stava 19 luglio 1985, su stava1985.it.
  31. ↑ Vittorio Maugliani, Gli eventi che determinarono la nascita della Legge 183/1989 sulla difesa del suolo, in Silvae. Rivista tecnico-scientifica ambientale dell'Arma dei Carabinieri, pp. 59-71.
  32. ↑ ISPRA, Programma Nazionale di Esplorazione. Art. 10, DL n. 84/2024, 2024, p. 24.

Bibliografia

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