Eleonora Duse

Eleonora Giulia Amalia Duse (Vigevano, 3 ottobre 1858 – Pittsburgh, 21 aprile 1924) è stata un'attrice teatrale italiana.
Soprannominata da Gabriele D'Annunzio "la Divina" è considerata la più grande attrice teatrale della sua epoca[1][2][3] simbolo del teatro moderno. Compì tournée all'estero recitando sempre in italiano.[4] Ammirata e celebrata all'estero, fu incompresa e non riconosciuta in patria. Come pochi altri, ebbe il coraggio di dire di no a Benito Mussolini, che le aveva offerto una misera pensione, per liquidarla dalle scene: morì in esilio negli Stati Uniti d'America, durante l'ultima trionfale e fatale tournée.[5] Sognava un piccolo "Teatro d'Arte" indipendente dove poter lavorare ed insegnare il proprio metodo ai giovani attori, ma nessuno in Italia, sotto il regime fascista, comprese il suo progetto, nessuno le concesse un prestito e dovette ripartire. Silvio D'Amico le aveva offerto di collaborare alla nascente Accademia d'arte drammatica, ma avevano in mente dei modelli di interpretazione antitetici. Il D'Amico, come Donini diceva, pensava "Non pretendo di creare degli artisti, io, mi contento di insegnare a recitare; ad addestrare, come è stato detto, buone maestranze per la vita da palcoscenico". Alla proposta di D'Amico la Duse, indomabile, aveva risposto categoricamente: "Io non posso accettare alcun contratto sulle ragioni e sui movimenti dell’arte mia. Fra camerati non è bello subir padronanze".[6]
Gli spettatori erano rapiti dal modo di stare in scena di Eleonora Duse, rimanevano "sconcertati". Per lei il teatro era una "scossa esistenziale", non un'esperienza estetica o culturale. Ha toccato strati profondi, mai visti prima, spingendo l'arte dell'attore a limiti estremi. La sua arte era inafferrabile e dolorosa, fu definita "un fenomeno spirituale" capace di avere "confidenze con l'ignoto".[7]
Insieme ad altri protagonisti del pensiero e dell'arte del suo tempo, da Friedrich Nietzsche a Henrik Ibsen, ha trasformato la coscienza del XX secolo. Molti grandi maestri del Novecento l'hanno considerata compagna di strada. Il suo Lavoro come attrice ispirò la rivoluzione teatrale di Konstantin Sergeevič Stanislavskij, il quale tradurrà le intuizioni e le scoperte della Duse nel proprio Sistema. È noto infatti che il maestro russo si ispirò a due attori italiani, Eleonora Duse e Tommaso Salvini.[8][9][10]
La Duse fu ammirata da tutti i grandi del suo tempo, da Hugo von Hofmannsthal a Rainer Maria Rilke, da Anton Čechov a Charlie Chaplin.[5]
Biografia

Nata a Vigevano da una famiglia di attori guitti clodiensi da tre generazioni, crebbe e trascorse l'infanzia tra il nomadismo della compagnia girovaga del padre Alessandro Vincenzo Duse (1820-1892) e della madre Angelica Cappelletto (1833-1906), andando in scena fin da bambina.[11]
Nel 1862, Eleonora, a soli 4 anni, interpretò la parte di Cosetta in una versione teatrale de I miserabili di Victor Hugo e a 15 anni recita, a Verona, nella parte di Giulietta, nel Romeo e Giulietta di William Shakespeare, il giorno del suo compleanno: aveva la stessa età del personaggio. Qui ebbe la sua rivelazione, e più tardi, ricordando quell'episodio, disse: "Io fui Giulietta!". Non c'era distanza tra la vita e l'opera, tra lei e il personaggio. Questa consapevolezza profonda guiderà tutta la sua vita portandola alle vette di un modo di interpretare che segnerà un prima e un dopo.
Nel 1878 divenne prima amorosa nella compagnia Ciotti-Belli Blanes, e appena ventenne fu a capo di una compagnia con Giacinta Pezzana. Alcune memorabili interpretazioni, come Teresa Raquin di Émile Zola, le procurarono presto l'adorazione del pubblico e l'entusiasmo della critica.
Nel 1879 entrerà nella compagnia Semistabile di Torino di Cesare Rossi, dove porterà a maturazione la sua poetica che rompe con la tradizione della prima metà dell'Ottocento. Insofferente ai cliché e alla "recitazione" impostata, esteriore, artefatta dei suoi colleghi, la Duse cercherà sempre la verità. La sua arte è amata dai poeti, che comprendono l'essenza del suo realismo. Ogni cosa è permeata dall'interno dalla forza della sua anima. Tutto viene da lei, non c'è impostazione né menzogna.
È proprio in questo periodo, gli anni ottanta del XIX secolo, che Eleonora Duse compirà le scelte di repertorio che segneranno il suo percorso artistico e la sua carriera. Un repertorio che le permetterà di esprimere il suo sentimento di crisi rispetto all'epoca di cui faceva parte. Vista l'assenza di una drammaturgia in Italia, i testi che prediligeva erano per lo più le "pièces bien faites" francesi: moderne, mondane, di forte richiamo per i rinnovati gusti del mutato pubblico del secondo Ottocento.
Nelle mani di Eleonora Duse, che non era solo capocomica, attrice, ma regista di talento, prodiga e precisa di indicazioni agli attori, i drammi di Victorien Sardou e di Alexandre Dumas figlio diventavano partiture da smontare per poter essere poi riempite del messaggio tutto personale di Duse che voleva mettere in crisi i valori borghesi. I temi che Eleonora Duse affrontava erano rappresentativi della società borghese: denaro, sesso, famiglia, matrimonio, ruolo della donna. Ne usciva il ritratto di una società perbenista e ipocrita, marcia nella sostanza, egemonizzata da un dio-denaro regolatore di ogni rapporto umano; un mondo nel quale è impossibile provare emozioni sincere.
Emergeva l'interiorità femminile così come lei la viveva, la propria. Il suo repertorio era moderno e di forte richiamo: dal verismo della Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, tratta dall'omonima novella di Giovanni Verga, dove interpretò Santuzza, ai già citati drammi di Victorien Sardou e Alexandre Dumas figlio, che facevano parte del repertorio dell'attrice francese Sarah Bernhardt. Fra le due attrici nacque una "rivalità", ma lo stile era molto diverso, letteralmente incomparabile.
La Duse strinse profonde amicizie con alcune delle personalità più note dell'epoca, come la scrittrice Sibilla Aleramo e la danzatrice Isadora Duncan.
Nel 1881 Eleonora Duse sposò Tebaldo Marchetti – in arte Tebaldo Checchi –, attore nella sua compagnia; l'unione, dalla quale nacque una bambina, Enrichetta, si rivelò presto infelice e terminò con una separazione definitiva nel 1885, mentre erano in tournée in Sudamerica.[12]
Proprio a quell'anno risalgono infatti sia la relazione di Checchi con Irma Gramatica (su cui la reticente attrice fiumana mantenne sempre un forte riserbo; ella peraltro sarebbe rimasta in compagnia con la Duse anche nell'anno 1886-1887),[13] sia quella di Eleonora con il collega e primo attore Flavio Andò, con il quale nel 1887 ella avrebbe costituito la "compagnia della città di Roma", in un connubio di successo professionale ma non sentimentale.[14]
Nel seguente periodo la Duse si rivolse a nuovi studi, lingue straniere, classici e moderni, sostenuta dall'intenso legame sentimentale e intellettuale con il poeta, commediografo e musicista Arrigo Boito, cui soleva suggerire lei stessa nuove letture.[15]
Boito adattò per lei Antonio e Cleopatra. La loro relazione restò sempre segreta e durò, fra alti e bassi, per diversi anni. In questo periodo, l'attrice frequentò gli ambienti della Scapigliatura e il suo repertorio si arricchì anche dei drammi di Giuseppe Giacosa, amico di Boito.
Negli anni 1890, la Duse portò sulle scene italiane i drammi di Henrik Ibsen (Casa di bambola, La donna del mare). Nel 1898, con lei ancora vivente e in piena attività, il Teatro Brunetti di Bologna cambiò nome in Teatro Duse.
Nel 1909 Eleonora Duse lasciò il teatro, ma vi ritornò nel 1921, spinta non solo dalle necessità economiche, ma dal voler rimettere in campo ogni energia nel periodo post-bellico. Nel frattempo, nel 1916, interpretò il suo unico film, Cenere, per la regia di Febo Mari e tratto dall'omonimo romanzo di Grazia Deledda, di cui aveva lei stessa curato la sceneggiatura, dopo aver approfondito lo studio della nuova arte cinematografica.

Il 30 luglio 1923, Eleonora Duse divenne la prima donna (e italiana) ad apparire sulla copertina della neonata rivista Time.
Pochi mesi prima di morire compì l'ultimo soggiorno a Viareggio, presso la villa dell'armatore Riccardo Garré, nell'agosto 1923; morì di polmonite nel corso dell'ultima tournée statunitense, a Pittsburgh, il 21 aprile 1924, a 65 anni.

Come da lei richiesto, la sua sepoltura si trova nel cimitero di Sant'Anna ad Asolo, cittadina ove aveva una casa, detta "la casa dell'arco", nella quale dimorò tra il 1920 e il 1922.[16] Lasciò scritto di voler essere seppellita rivolta verso il Monte Grappa, per amore dell'Italia e dei soldati che aveva assistito durante la prima guerra mondiale.[17][18] Il Museo civico di Asolo conserva ed espone ritratti e lettere autografe dell'attrice, oggetti, libri e arredi personali, abiti e calzature di scena, che nel 1933 la figlia Enrichetta Angelica Marchetti Bullough donò allo Stato italiano, vincolandoli a quella cittadina.[19]
Molte altre lettere, scritte e ricevute, libri, copioni – alcuni autografi dell'attrice o dell'autore del testo – abiti, mobilio e molti oggetti personali furono donati nel 1968 dalla nipote e ultima erede Eleonora Ilaria Bullough, religiosa domenicana inglese con il nome di sister Mary of St. Mark, alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia, presso la quale costituiscono l'Archivio Duse e lo spazio espositivo "Stanza di Eleonora Duse", la collezione più ampia e completa di documenti sulla vita e sull'arte dell'attrice.[20]
Ad Asolo in occasione delle celebrazioni per i 100 anni dalla morte è stata dedicata a Eleonora Duse un'intera stagione teatrale.[21]
L'interpretazione e la rivoluzione teatrale della Duse
Eleonora Duse caratterizzò il teatro moderno, ruppe gli schemi, le finzioni e i cliché del teatro ottocentesco, divenuto desueto in una società nuova.
"Recitare? Che brutta parola! Se si trattasse di recitare soltanto; io sento che non ho mai saputo né saprò recitare! Quelle povere donne delle mie commedie mi sono talmente entrate nel cuore e nella testa, che mentre io m'ingegno di farle capire alla meglio a quelli che mi ascoltano, quasi volessi confortarle... sono esse che, adagio adagio, hanno finito per confortare me! Come – e perché, e da quando – mi sia successo questo 'ricambio' affettuoso, inesplicabile e innegabile tra quelle donne e me… sarebbe troppo lungo e anche difficile – per esattezza – a raccontare. Il fatto sta che, mentre tutti diffidano delle donne, io me la intendo benissimo con loro! Io non guardo se hanno mentito, se hanno tradito; se hanno peccato, se nacquero perverse, purché io senta che esse hanno pianto, hanno sofferto o per mentire o per tradire o per amare… io mi metto con loro e le frugo non per mania di sofferenza ma perché il compianto femminile è più grande e più dettagliato, è più dolce e più completo di quello che ne accordano gli uomini!".[22]

Eleonora Duse non "recita", vive veramente in scena. Il suo lavoro parte da lei, si basa sull'istinto e la verità interiore. Il Lavoro – che scriveva rigorosamente con la "L" maiuscola – è un avvenimento naturale, puro, autentico, non meccanico né esteriore. La Duse compariva in scena senza essere notata, spesso di spalle, in ginocchio, camminava lenta e si sedeva, restava immobile a pensare, immersa completamente in "un'azione interiore". Recitava senza trucco e poteva vedersi il rossore sulle sue guance apparire dall'imbarazzo o le lacrime scorrerle per la tristezza.
Calcò le scene di molti Paesi, in Europa occidentale, orientale, Stati Uniti e America Latina, sempre in lingua italiana: anche quando il pubblico non comprendeva le parole, intendeva ciò che esprimeva, attraverso le emozioni vere. Parlava la lingua dell'anima.
Il drammaturgo russo Anton Čechov, quando la vide per la prima volta, scrisse di lei alla sorella:
Eleonora Duse fu apprezzata anche da Konstantin Sergeevič Stanislavskij, il quale affermò di essersi ispirato all'attrice italiana per la creazione del Teatro d'arte di Mosca.
Eleonora Duse sul palco era naturale, non si truccava nemmeno nella vita privata. Di se diceva di non essere mai stata bella, "La prima impressione che faccio è la bruttezza", eppure tutti si innamoravano di questa donna fragile, vulnerabile, come un uccello dalle ali spezzate.

La Duse non fingeva, sul palco era se stessa. Il suo modo libero e anticonformista di agire fu interpretato come sfrontato: le mani sui fianchi o appoggiate sulle ginocchia erano gesti ritenuti troppo maschili.
La voce non aveva toni ridondanti, colpiva per naturalezza e spontaneità. A volte, Eleonora sussurrava, ripetendo la stessa parola diverse volte, una parola che riteneva fondamentale per il suo personaggio.
Il suo stile era inconfondibile, e questo fu testimoniato da tutti coloro che la videro, compresi i colleghi, come l'attrice Adelaide Ristori, che nel 1897 sottolineò la grande modernità della Duse.
Come lei stessa affermò e com'era evidente dai suoi spettacoli, la Duse sentiva intensamente tutto ciò che interpretava, sovrapponendo alla recitazione modi e sentimenti della sua vita personale. Dopo aver subito un tradimento dal marito Tebaldo Checchi (che aveva intrecciato una relazione con l'allora giovanissima attrice Irma Gramatica), Eleonora, mentre stava recitando La principessa di Baghdad di Alexandre Dumas figlio, mostra il seno nudo in scena, slacciandosi il corsetto.
Fu subito scalpore: agli spettacoli di Eleonora Duse tra la folla del pubblico c'erano sempre giornalisti. In seguito al tradimento, Irma Gramatica tenterà il suicidio, mentre Checchi, finito il matrimonio con la Duse, resterà a vivere in Sud America, dove la compagnia era andata in tournèe.
Sul palco e fuori scena, la Duse congiungeva le mani e intrecciava le dita, poi sollevava gli indici e li conduceva alla bocca, sfiorandosi le labbra in un atteggiamento pensoso e molto delicato.
Recitò con passione e sentimento sino alla fine della sua vita e si esibì per l'ultima volta il 5 aprile 1924 a Pittsburgh. Quella sera aveva la febbre molto alta e la tosse, aggravata dalla sua malattia ai polmoni.
La "Divina Duse" non disdegnava il viola nell'abbigliamento, colore invece abolito dalle persone di spettacolo, specialmente nel suo tempo.
Il legame con Gabriele D'Annunzio

Nel 1882, a Roma, Eleonora incontra per la prima volta Gabriele D'Annunzio: quest'ultimo è un giovane affascinante, venuto da poco dall'Abruzzo, ma già può vantare la pubblicazione di tre sue opere. Compare davanti alla Duse e le propone, "tout court", di andare a letto con lui. Eleonora lo congeda con sdegno, ma forse anche con un segreto compiacimento (in quel giorno lo descrive: Già famoso e molto attraente, con i capelli biondi e qualcosa di ardente nella sua persona).[23]
Nel 1888, al Teatro Valle di Roma, reduce dal suo ruolo da protagonista in Signora delle camelie, Eleonora sta avviandosi verso il suo camerino, quando un giovane sbuca d'improvviso dalla penombra e grida: "O grande amatrice!". La Duse, un po' spaventata, lo guarda per un attimo e poi prosegue. Il giovane è D'Annunzio.[24]

Nel giugno 1892, D'Annunzio scrive una dedica (Alla divina Eleonora Duse) su un esemplare delle sue Elegie romane. Dal libro nasce in Eleonora il desiderio di un incontro con l'autore. E nell'incontro si abbandona alla presa di quegli occhi chiari, si sorprende a dimenticare tutta la sua amara sapienza della vita e a godere della lusinga che essi esprimono.[25]
Momento fondamentale sia nella vita privata sia nella carriera artistica di Eleonora Duse fu un altro incontro con D'Annunzio, a Venezia nel 1894. Il tempestoso legame sentimentale e artistico che si stabilì tra l'attrice e il poeta durò una decina d'anni e contribuì in modo determinante alla fama di D'Annunzio. Eleonora Duse, già celebre e acclamata in Europa e oltre oceano, portò infatti sulle scene i drammi dannunziani (Il sogno di un mattino di primavera, La Gioconda, Francesca da Rimini, La città morta, La figlia di Iorio), spesso finanziando ella stessa le produzioni e assicurando loro il successo e l'attenzione della critica anche fuori dall'Italia. Ciononostante, nel 1896, D'Annunzio le preferì Sarah Bernhardt per la prima rappresentazione francese de La ville morte.
Periodi di vicinanza e collaborazione fra i due artisti si alternarono a crisi e rotture; D'Annunzio seguiva raramente l'attrice nelle sue tournée, ma nel 1898 affittò la trecentesca Villa La Capponcina, nella zona di Settignano, a nord-est di Firenze, per avvicinarsi a Villa La Porziuncola, la dimora di Eleonora. Nel 1900, D'Annunzio pubblicò il romanzo Il fuoco, ispirato alla sua relazione con Eleonora Duse (ella vi appare nel ruolo di Foscarina, ed è presente anche l'amica fiorentina di lei, Giulietta Gordigiani, in quello della giovane e bella cantante Donatella Arvale), suscitando critiche vivaci da parte degli ammiratori dell'attrice. La loro relazione finì nel 1904. Quando ricevette la notizia della morte di Eleonora Duse, D'Annunzio pare abbia mormorato: «È morta quella che non meritai».[26]
D'Annunzio conservò al Vittoriale degli Italiani, la sua casa museo, un busto (visibile ancora nel ventunesimo secolo al pubblico) raffigurante il volto di Eleonora Duse, per il quale ebbe un vero e proprio culto, soprattutto negli anni che seguirono la morte dell'attrice. Il poeta chiamava la statua "testimone velata" e la copriva appunto con un velo quando si dedicava alla scrittura, sostenendo che Eleonora non dovesse guardarlo mentre lavorava. Eppure la statua era stata posta dal poeta stesso nell'Officina del Vittoriale degli Italiani, ossia la stanza dedita alla scrittura.
La Duse ispirò una parte molto importante dell'opera dannunziana, tale da essere la musa ispiratrice della raccolta poetica Alcyone, la più celebre delle raccolte poetiche dannunziane. Infatti, durante la loro relazione, D'Annunzio scriveva circa 6 000 versi al mese. Agli anniversari della morte di Eleonora, il poeta si ritirava nella "Stanza del Lebbroso" (al Vittoriale degli Italiani) esclusivamente per meditare su di lei. Spesso affermava di vedere l'attrice in sogno. Annotò: "Nessuna donna mi ha mai amato come Ghisola, né prima, né dopo".
(Ghisola era il nome con cui d'Annunzio aveva ribattezzato la Duse, insieme con Ghisolabella, Isa, Perdita[27] e Nomade, per i suoi continui, lunghi viaggi dovuti alle tournée).
Durante la prima guerra mondiale, alla quale prese parte, D'Annunzio portò sempre con se due smeraldi, dono della Duse, incastonati in un anello all'indice della mano sinistra, convinto che lo proteggessero dal morire in guerra.[29]
Note
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- ↑ Carlo Fruttero e Massimo Gramellini, La Patria, bene o male, Edizioni Mondadori, 1º marzo 2011, ISBN 978-88-520-1742-1. URL consultato il 13 aprile 2020.
- ↑ (EN) Peter Rader, Playing to the Gods: Sarah Bernhardt, Eleonora Duse, and the Rivalry That Changed Acting Forever, Simon and Schuster, 21 agosto 2018, ISBN 978-1-4767-3839-0. URL consultato il 13 aprile 2020.«Charlie Chaplin [...] wrote: Eleonora Duse is the greatest artiste I have ever seen.»
- ↑ Maria Ida Biggi, Eleonora Duse: viaggio intorno al mondo, Skira, 2010, ISBN 978-88-572-0924-1. URL consultato il 13 aprile 2020.
- 1 2 Luisa Mariani, Dialogo intimo con Irina Casali, su Meer, 27 novembre 2025. URL consultato il 19 aprile 2026.
- ↑ Luisa Mariani, Dialogo intimo con Irina Casali, su Meer, 27 gennaio 2026. URL consultato il 20 aprile 2026.
- ↑ Lucia Re, Eleonora Duse. Storia e immagini di una rivoluzione teatrale by Mirella Schino, Rome, Carocci Editore, 2023, 345 pp., €34 (paperback), ISBN 9788829021208, in Modern Italy, 15 novembre 2024, pp. 1–2, DOI:10.1017/mit.2024.55. URL consultato il 24 settembre 2025.
- ↑ Eleonora Duse e Vera Komissarzhevskaja. Due dive allo specchio., su cini.it, 2016. URL consultato il 19 aprile 2026.
- ↑ Il fuoco di Eleonora Duse 100 anni dopo, su teatropertutti.it, 11 marzo 2024. URL consultato il 19 aprile 2026.
- ↑ Mezzani Donatella, Salvini Tommaso, su siusa-archivi.cultura.gov.it, 27 novembre 2018. URL consultato il 19 aprile 2026.
- ↑ Eleonora era inoltre zia di secondo grado di Italia Vitaliani, poiché suo padre era fratello di Giorgio Duse, e questi era padre di Elisa, la madre di Italia e cugina di primo grado di Eleonora.
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- ↑ Renzo Allegri, Un aspetto enigmatico nella vita di D’Annunzio, su Zenit. Il mondo visto da Roma, 3 marzo 2013. URL consultato il 22 agosto 2016.
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- ↑ Denis Mack Smith, L'Italia del XX secolo, vol. I (1899-1908) tomo I, pag. 49 edizioni Rizzoli, 1977.
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- ↑ Guerri, p. 123.
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Bibliografia
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Voci correlate
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Collegamenti esterni
- Duse, Eleonora, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Silvio D'Amico, DUSE, Eleonora, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1932.
- Duse, Eleonòra, su sapere.it, De Agostini.
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- Divina Eleonora, mostra della Fondazione Cini.
- Eleonora Duse Pagina dedicata alla Duse dal comune di Asolo, dove è sepolta
- (IT) Albero genealogico della famiglia Duse
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