Emakimono

Pannello da Genji monogatari (dettaglio)

L'emakimono (絵巻物? spesso chiamato semplicemente emaki) è un'opera di narrativa illustrata e orizzontale, sviluppatasi tra l'XI e il XVI secolo in Giappone. Tipico di quel paese, l'emakimono unisce testo e immagini, ed è disegnato, dipinto o stampato su un rotolo. Vi vengono rappresentati amori, battaglie, concetti religiosi, storie popolari e racconti soprannaturali.[1] In senso stretto, la definizione di emaki pone l'enfasi sulla narrazione: non vi rientrano quindi i rotoli contenenti scene continuative di paesaggi eseguite in inchiostro monocromo durante il periodo Muromachi (1392-1573), i rotoli puramente decorativi tipici dei periodi successivi, né i rotoli del periodo Edo (1603-1867) raffiguranti scene del quartiere di Yoshiwara o dei teatri di Kabuki, temi che verranno sostanzialmente assimilati alle ukiyo-e[2].

Storia e caratteristiche tecniche

Le origini degli emaki vanno ricercate in Cina e, in misura minore, in India e in Corea, paesi che rimarranno le principali fonti di ispirazione artistica giapponese sino ai tempi moderni. Già nel III secolo a.C. si trovano forme di narrativa illustrata risalenti alla dinastia Han, come i fregi delle camere funerarie, mentre nel II secolo d.C., sotto la dinastia Zhou, vengono raffigurate scene di caccia per decorare le ceramiche. Una celebre lastra in cotto conservata al Museum of Fine Arts di Boston mostra gruppi di figure in vivace movimento, che sembrano anticipare la tensione narrativa e ritmica tipica degli emaki. Solo intorno al I secolo d.C. viene inventata la carta in Cina, permettendo di semplificare la scrittura su rotolo; le leggende buddiste dipinte sulle pareti delle grotte di Dunhuang, risalenti all'inizio del VI secolo, scandiscono già la narrazione in singoli scomparti spaziali mediante le quinte del paesaggio[3]. I primi rotoli cinesi sarebbero arrivati in Giappone intorno al VI o VII secolo, su istruzione di monaci buddisti a seguito dell'introduzione del Buddismo dalla Corea nel 538; non a caso, il più antico rotolo giapponese conservato è l'E inga kyō, caratterizzato da uno stile semplice sul modello del periodo delle Sei Dinastie e del primo periodo Tang, con i dipinti disposti in fregi sopra il testo[3]. L'interesse verso questa forma d'arte e narrazione si sviluppa durante il periodo Heian, anche perché tali rotoli portatili divennero un ottimo strumento per la propaganda delle idee buddiste.

I rotoli, fatti di carta o seta, erano attaccati sul lato sinistro a bacchette di legno di modo da poter essere arrotolati e conservati. Una volta arrotolati, tali oggetti venivano legati con una cordicella di seta intrecciata e poi coperti con altra seta. Così sistemati, i rotoli potevano essere trasportati, riposti sugli scaffali o conservati in raffinati involucri dipinti. L'altezza dei rotoli varia enormemente: se in media si aggira intorno ai trentacinque centimetri, il più alto ne misura cinquantadue e il più piccolo solo ventidue; molto variabile è anche la loro lunghezza, essendo le strisce di carta incollate insieme per formare un unico rotolo[4]. Una normale narrazione riempiva da uno a tre rotoli in tutto.

Gli emakimono venivano letti srotolandoli da destra a sinistra, così come richiede la scrittura giapponese. Era comune scrivere all'inizio del rotolo una breve sintesi della storia, o inframmezzare le immagini con testi adeguati. L'intento dell'artista diventa quello di scandire il tempo del racconto attraverso la successione cronologica degli eventi: scene d'azione ininterrotte sembrano apparire e scomparire al ritmo soggettivo del lettore, che si ritrova come a interpretare il tempo di una partitura musicale[5]. Al lettore del rotolo era richiesto poi di riavvolgere la striscia di carta dopo averla scorsa, un po' come si riavvolgono oggi le videocassette dopo averle viste.

Gli emakimono rappresentano inoltre alcuni dei primi grandi esempi di otoko-e (disegno della figura maschile) e onna-e (disegno della figura femminile). Esistono molte sottili differenze tra le due tecniche, a seconda dei gusti estetici dei due generi. Però molte di queste differenze sono facilmente riscontrabili. L'onna-e, di cui è emblematico il Genji monogatari, descrive la tipica vita di corte, specie delle cortigiane, e s'incentra su temi romantici. L'otoko-e d'altra parte rappresenta spesso degli avvenimenti storici, specie battaglie. L'assedio del palazzo Sanjō (1160), rappresentato nell'opera Attacco notturno al palazzo Sanjō è un celebre esempio di questo stile.

Evoluzione storica

La rottura delle relazioni con la Cina intorno al IX secolo, a seguito del declino della dinastia Tang, favorì l'emergere di un gusto nazionale (secondo la definizione di Miyeko Murase), in quello che oggi appare come il periodo di massimo splendore della civiltà giapponese, caratterizzato da un'estetica raffinata e da un senso di malinconica impermanenza delle cose. L'arte giapponese si fece gradualmente più delicata e colorata, e l'illustrazione dei romanzi, molto apprezzata a corte specialmente dalle dame, è considerata dagli storici all'origine stessa della nascita degli emaki[6].

Il periodo a cavallo tra la fine dell'epoca Heian e gran parte del Kamakura è comunemente definito dagli storici dell'arte come l'«età d'oro» dell'emaki: sotto la spinta della nuova classe guerriera e di nuove sette buddiste, la produzione conobbe una fase di grande vitalità, caratterizzata dalla sintesi dei generi onna-e e otoko-e e da un accentuato realismo. Tali tendenze culminarono nel ritratto realistico (nise-e), sviluppato da Fujiwara Takanobu e dal figlio Fujiwara Nobuzane[7].

Verso la fine del periodo Kamakura, gli emaki persero progressivamente importanza, in favore di un manierismo tecnico a scapito della creatività. Il movimento letterario dell'otogizōshi, incentrato su temi di mitologia e folklore, prese il posto delle narrazioni storico-religiose, spesso con esiti stilisticamente meno accurati o persino amatoriali. Dal XV secolo, le tendenze dello yamato-e antico e della pittura cinese moderna si fusero, in particolare nella scuola Kanō, mentre lo sviluppo dell'ukiyo-e rappresentò in qualche modo una rinascita dell'antico yamato-e: le Cinquantatré stazioni del Tōkaidō di Hiroshige, ad esempio, richiamano per certi versi la struttura sequenziale di un emakimono, come pure, in epoca più recente, il Kagayaku Oyashima di Yokoyama Taikan[8].

Opere note

Il più discusso esempio di emakimono è Genji monogatari datato intorno al 1130. Questo emaki illustra l'epica storia di Genji di Murasaki Shikibu. Scritto intorno all'anno 1000, il romanzo racconta la vita e gli amori del principe Genji e le vicende della Corte di Heian dopo la sua morte. A noi è arrivato solo il 15% dell'opera originale. Altri frammenti sono conservati tra i tesori nazionali del Giappone.

Il Chōjū-jinbutsu-giga (Rotolo degli animali eccitati) di Toba Sōjō fa invece un uso insolito del mezzo: non contiene alcun testo ma solo immagini di divertenti scene animali, metafore degli usi del Giappone del XII secolo. Lo sviluppo dell'emaki nell'XI secolo avviene quasi in parallelo con la realizzazione dell'arazzo di Bayeux, come se un analogo bisogno narrativo avesse portato a un'evoluzione simile dell'arte sequenziale in contesti culturali indipendenti, sebbene in Occidente essa si componga generalmente di sequenze meno numerose, delineate in modo più definito nel singolo riquadro, caratteristica riscontrabile ancora in un precursore del fumetto come William Hogarth. La grande diffusione dell'arte giapponese in Occidente, tra il 1850 e il 1870, è di poco successiva all'opera di Rodolphe Töpffer, che nella prima metà dell'Ottocento realizza già opere con una ricca proporzione di vignette rispetto alla storia rappresentata[9].

Note

  1. ↑ (EN) Emakimono - Japanese Picture Scrolls, su askasia.org. URL consultato l'11 novembre 2016 (archiviato dall'url originale il 1º ottobre 2006).
  2. ↑ Marco Milone, Per un'introduzione sugli emaki, Mimesis, 2020, p. 16, ISBN 978-88-575-7014-3.
  3. 1 2 Marco Milone, Per un'introduzione sugli emaki, Mimesis, 2020, p. 23-24, ISBN 978-88-575-7014-3.
  4. ↑ Marco Milone, Per un'introduzione sugli emaki, Mimesis, 2020, p. 16-17, ISBN 978-88-575-7014-3.
  5. ↑ Marco Milone, Per un'introduzione sugli emaki, Mimesis, 2020, p. 17, ISBN 978-88-575-7014-3.
  6. ↑ Marco Milone, Per un'introduzione sugli emaki, Mimesis, 2020, p. 25, ISBN 978-88-575-7014-3.
  7. ↑ Marco Milone, Per un'introduzione sugli emaki, Mimesis, 2020, p. 25-26, ISBN 978-88-575-7014-3.
  8. ↑ Marco Milone, Emaki. Un breve profilo storico, su Pagine Zen, 11 maggio 2024.
  9. ↑ Marco Milone, Da dove viene l'enorme influenza dei manga?, su L'Indiscreto, 16 maggio 2022.

Bibliografia

  • Marco Milone, Per un'introduzione sugli emaki, Mimesis, 5 giugno 2020, ISBN 978-88-575-7014-3. URL consultato il 16 agosto 2020.
  • Massimo Nicora, Alle radici del cinema d'animazione giapponese. Gli emakimono, gli spettacoli di lanterna magica e il kamishibai, in Manga Academica, n. 15.

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