Enrico Piaggio

Enrico Piaggio (Genova, 22 febbraio 1905 – Montopoli in Val d'Arno, 16 ottobre 1965) è stato un imprenditore italiano.
Biografia
Origini e formazione
Figlio secondogenito di Rinaldo Piaggio, Enrico nacque il 22 febbraio 1905 a Pegli, all'epoca comune autonomo poi annesso a Genova, nella residenza di famiglia di viale Villa Gavotti, 7[1].
Dopo avere compiuto gli studi liceali, si iscrisse alla facoltà di Economia e Commercio dell'Università degli Studi di Genova, dove si laureò nel 1927. Nello stesso anno entrò nell'impresa di famiglia Piaggio, che avrebbe poi ereditato insieme al fratello maggiore Armando (1901-1978) nel 1938 alla morte del padre[1].
La Piaggio negli anni Venti e Trenta
Alla fine degli anni 1920 la Piaggio & C. contava quattro stabilimenti: due in Liguria, a Sestri Ponente e Finale Ligure, dedicati alla produzione di arredi navali e materiale rotabile, e due in Toscana, a Pisa e Pontedera, destinati invece alla costruzione aeronautica.
L'attività nel settore aeronautico, avviata durante la prima guerra mondiale con la manutenzione e produzione di parti di velivoli, conobbe negli anni '20 una forte espansione: nel 1922 fu realizzato il Piaggio P.1, primo bimotore progettato integralmente in azienda, seguito nel 1924 dal Piaggio P.2, primo monoplano militare[1].
Con la divisione dei compiti, Armando si occupò dei rami ferroviario e navale, mentre Enrico fu destinato alla direzione della branca aeronautica di Pontedera. L'obiettivo era quello di trasformare lo stabilimento in un centro di eccellenza, richiamando progettisti di talento come Giovanni Pegna e Giuseppe Gabrielli.
Il 1931 segnò un anno di difficoltà: la crisi internazionale fece crollare le commesse e il bilancio registrò quasi tre milioni di lire di perdite. Piaggio decise comunque di assumere l'ingegnere Corradino D'Ascanio, inventore dell'elica a passo variabile, che diede nuovo impulso alla ricerca e allo sviluppo[1]. Grazie a D'Ascanio, lo stabilimento avviò progetti pionieristici come i primi prototipi di elicottero, allora ignorati dal ministero dell'Aeronautica.
Nel 1937 entrò in azienda anche l'ingegnere Giovanni Casiraghi, a cui si deve il Piaggio P.108, primo quadrimotore costruito in Italia, considerato una delle pietre miliari della storia aeronautica nazionale, sebbene prodotto in pochi esemplari.
Alla morte di Rinaldo Piaggio, nel 1938, i due fratelli assunsero la direzione dell'impresa: Enrico continuò a occuparsi del comparto aeronautico e dello stabilimento di Pontedera, mentre Armando prese in mano le produzioni ferroviarie e navali. Tra il 1937 e il 1939 i motori Piaggio registrarono ventuno primati mondiali, tra cui quello di altezza con 17.083 metri, ma l'enorme attività di progettazione – trentatré nuovi modelli tra il 1937 e il 1943 – ebbe esiti industriali limitati, con solo tre realizzazioni effettive[1].
La guerra e l'attentato del 1943
Durante la seconda guerra mondiale lo stabilimento di Pontedera produsse velivoli e motori per l'Aeronautica, ma le commesse statali rimasero modeste e gli impianti subirono distruzioni e requisizioni da parte delle forze militari.
Il 25 settembre 1943, pochi giorni dopo l'armistizio di Cassibile, Enrico Piaggio fu ferito gravemente nella hall dell'Hotel Excelsior di Firenze da un ufficiale della Repubblica Sociale Italiana, per non essersi alzato durante un discorso radiofonico del generale Rodolfo Graziani. Trasportato d'urgenza in ospedale, fu operato e sopravvisse grazie all'asportazione di un rene[1].
Il dopoguerra e la nascita della Vespa
Alla fine della guerra, mentre Armando ricostruiva le attività liguri, Enrico decise di avviare a Pontedera un nuovo indirizzo industriale. In un'Italia provata dal conflitto, con le infrastrutture distrutte e una domanda di mobilità diffusa, puntò sulla produzione di un veicolo semplice, economico e leggero, adatto anche alla guida femminile: lo scooter[1].
Nel 1944 a Biella fu costruito un prototipo, l'MP5, che però non convinse Piaggio. Incaricò allora D'Ascanio di riprogettarlo: nacque così la Vespa, brevettata nell'aprile 1946. Dotata di scocca portante, cambio al manubrio, motore da 98 cc e carrozzeria aerodinamica, rappresentava una sintesi innovativa tra design e funzionalità.
I primi 100 esemplari pre-serie ebbero vendite difficili, ma il primo lotto di 2.500 unità vide oltre 2.100 acquirenti. Nel 1947 le immatricolazioni superarono quota 10.000, nel 1948 uscì la Vespa 125, nel 1953 fu prodotta la 500.000ª unità e nel 1956 si raggiunse il milione di esemplari. La Vespa contribuì così alla nascita della motorizzazione di massa in Italia, anticipando la diffusione della Fiat Nuova 500.
Nel 1947 debuttò anche il Piaggio Ape, veicolo commerciale a tre ruote ideato per il trasporto di merci in un Paese che stava affrontando la ricostruzione[1].
L'espansione internazionale e il fenomeno Vespa
Negli anni 1950 la Vespa non fu soltanto un successo industriale, ma anche un fenomeno di costume. La Piaggio avviò produzioni su licenza in Inghilterra, Germania, Spagna e Francia già nel 1950, e nel 1953 la rete commerciale contava 114 paesi e oltre 10.000 punti vendita.
Il successo fu accompagnato da campagne pubblicitarie innovative, che fecero della Vespa un simbolo di modernità e libertà. L'immagine dello scooter entrò anche nel cinema e nella moda, contribuendo alla diffusione del "made in Italy".
Nel 1951 Enrico Piaggio ricevette dall'Università di Pisa la laurea honoris causa in ingegneria. Alla fine del decennio promosse la diversificazione, con il progetto della microvettura Vespa 400, presentata a Montecarlo nel settembre 1957. Prodotta nello stabilimento francese di Fourchambault in 34.000 esemplari fino al 1964, la vettura non ebbe il successo sperato, anche per la scelta di non importarla in Italia per evitare concorrenza alla FIAT[1].
Gli anni Sessanta e la separazione dei rami aziendali
Nel febbraio 1964 i fratelli Piaggio si divisero consensualmente l'azienda: nacquero la Piaggio & C., guidata da Enrico e dedicata ai ciclomotori, e la Industrie Aeronautiche e Meccaniche Piaggio (IAM, poi Piaggio Aerospace), sotto Armando, focalizzata sul comparto aeronautico e ferroviario[1].
La Piaggio & C. contava oltre 10.000 dipendenti e rappresentava uno dei motori economici della Toscana. Nel 1963 un temporaneo calo delle vendite provocò tensioni sindacali e scioperi, preludio alla forte conflittualità degli anni '60. Pontedera, trasformata ormai in una città-fabbrica, divenne teatro di mobilitazioni operaie che segnarono la storia industriale locale[1].
Morte
Nell'autunno del 1965 Enrico Piaggio fu colto da un malore nel suo ufficio di Pontedera, durante uno sciopero. Trasportato d'urgenza all'ospedale di Pisa, morì dieci giorni dopo nella villa di Varramista[1].
Ai funerali parteciparono migliaia di persone: l'intera città di Pontedera rese omaggio all'imprenditore che aveva legato il proprio nome alla Vespa e al rilancio industriale dell'Italia del dopoguerra.
Nello stesso anno l'Università di Pisa istituì il Centro di ricerca Enrico Piaggio, uno dei più antichi centri di ricerca multidisciplinari in Europa[1].
Matrimonio e discendenza
Enrico Piaggio sposò Paola dei conti Antonelli, vedova del colonnello Alberto Bechi Luserna, del quale adottò la figlia avuta da Paola, Antonella Bechi Piaggio, che andò poi sposa a Umberto Agnelli, fratello di Gianni.
Archivio
L'Archivio Storico Piaggio,[2] con sede a Pontedera (Pisa), conserva la documentazione relativa all'attività di Piaggio dai suoi inizi tardo-ottocenteschi fino ai giorni nostri, in tutte le sue attività e in tutti i suoi settori. Costituito grazie al paziente lavoro di ricerca avviato da Tommaso Fanfani alla metà degli anni novanta, l'archivio storico è stato aperto al pubblico nel marzo del 2000.[3]
Filmografia
- Enrico Piaggio - Un sogno italiano, regia di Umberto Marino - film TV (2019)
Note
Bibliografia
- Redazionale, Enrico Piaggio - L'uomo della Vespa, Roma, Graphofeel Edizioni, 2019, ISBN 978‐88‐32009‐44‐6.
Collegamenti esterni
- Enrico Piaggio, su SAN - Portale degli archivi d'impresa.