Eracle di Lisippo

Eracle a riposo
Testa del II secolo d.C. ritenuta copia dell'originale di Lisippo
AutoreLisippo
DataIV secolo a.C.
MaterialeBronzo
Altezza500 cm
Ubicazionescomparsa, Taranto

L’Eracle di Lisippo era una statua bronzea di dimensioni monumentali collocata nell'acropoli della colonia magnogreca di Taras (odierna Taranto), realizzata dal celebre scultore Lisippo su commissione della città durante il suo periodo di maggior splendore, corrispondente al IV secolo a.C..

Storia e descrizione

Grazie al rinvenimento di copie bronzee e marmoree di piccole dimensioni, è stato possibile dedurre quale fosse l'aspetto originario dell'opera: alto 5 metri, l'Eracle era ritratto nel momento in cui si riposa dopo aver ripulito le stalle di Augia, re dell'Elide. La testa era sorretta dal braccio destro, mentre il sinistro reggeva una clava poggiata in punta al terreno. L'intera figura era adagiata sulla cysta mistica (recipiente contenente oggetti sacri, riconducibile al culto di Demetra), sulla quale vi era anche la leontè (pelle del leone di Nemea).

Con la caduta di Taranto ad opera dei romani nel 209 a.C., il generale al comando delle truppe latine, Fabio Massimo, privò la città di gran parte delle sue ricchezze artistiche per trasportarle a Roma in memoria del trionfo; fra queste c'era anche l'Eracle, che venne posizionato sul Campidoglio[1][2]. A Roma il colosso rimase fino al 325 d.C., data in cui venne spostato a Costantinopoli dall'imperatore Costantino I. Fu solo nel 1204 d.C. che i crociati, conquistata la capitale dell'Impero bizantino, distrussero l'opera e la fusero per realizzare delle monete.[3]

Note

  1. ↑ Strabone, v.278, in Geografia, vol. 6.
    «[...] tra queste vi è una statua colossale in bronzo di Eracle, posta sul Campidoglio, opera di Lisippo e dono [a Roma] di Fabio Massimo, espugnatore di Taranto.»
  2. ↑ Plutarco, 22, 8, in Vite parallele, Vita di Fabio Massimo.
    «[...] dopo aver trasportato il colosso di Eracle da Taranto lo eresse sul Campidoglio»
  3. ↑ Niceta Coniata, Storia, in Sulle statue di Costantinopoli, vol. 5.
    «Pure non s'astennero dal distruggere anche quest' Ercole...»