Fanum Voltumnae
| Fanum Voltumnae Santuario di Campo della Fiera | |
|---|---|
| Civiltà | Etrusca, poi romana |
| Utilizzo | santuario federale |
| Epoca | metà del VI secolo a.C. - XIV secolo |
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Comune | Orvieto |
| Dimensioni | |
| Superficie | oltre 30 000 m² |
| Scavi | |
| Data scoperta | 1876 |
| Date scavi | 1876-1886; 1987; dal 2000 |
| Organizzazione | Università di Macerata (2000-2008), Università di Perugia (dal 2008) con Università di Foggia (dal 2009), Associazione Campo della Fiera |
| Archeologo | Simonetta Stopponi |
| Amministrazione | |
| Ente | Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio dell'Umbria |
| Visitabile | durante le campagne di scavo estive, con visite guidate |
| Sito web | www.campodellafiera.it |
Il Fanum Voltumnae era il principale santuario federale degli Etruschi, luogo di culto della divinità che le fonti latine chiamano Voltumna. Secondo Tito Livio vi si riunivano periodicamente i rappresentanti dei dodici popoli della lega etrusca per deliberare su questioni di interesse comune e per celebrare cerimonie religiose e giochi solenni.[1] Il termine latino fanum non designa un singolo tempio, ma un'area sacra nel suo insieme, comprendente edifici e spazi con funzioni distinte.[2]
Nessun autore antico ne indica l'ubicazione, ritenuta evidentemente nota ai lettori.[3] Gli scavi condotti dal 2000 in località Campo della Fiera, alla base della rupe di Orvieto (l'etrusca Velzna, la Volsinii dei Romani), sotto la direzione di Simonetta Stopponi, hanno portato alla luce un vasto complesso santuariale che la letteratura scientifica identifica oggi in larga prevalenza con il Fanum Voltumnae.[4]
Resta invece dibattuta la sorte del santuario dopo la conquista romana di Velzna (264 a.C.): una parte degli studiosi sostiene la piena continuità cultuale del sito fino al tardoantico, mentre altre posizioni ipotizzano uno iato o il trasferimento delle funzioni federali presso la rifondata Volsinii Novi (Bolsena).[5]
La divinità
Il teonimo latino Voltumna è il calco di una forma etrusca non attestata direttamente, ricostruita come *Velthum(e)na; la variante Veltune compare come didascalia accanto a una figura divina maschile, barbata e con lancia, sul celebre specchio inciso da Tuscania con scena di aruspicina.[6] Marco Terenzio Varrone definisce il dio deus Etruriae princeps,[7] espressione il cui significato è discusso: mentre parte della critica vi legge una preminenza nel pantheon etrusco, altri studiosi, come Gérard Capdeville, la intendono nel senso di primo dio etrusco introdotto a Roma, e Francesco Marcattili esclude a sua volta che indichi una superiorità gerarchica.[8]
Il carattere maschile della divinità è oggi ritenuto pacifico negli studi: la confusione di genere, diffusa già nell'antichità e ripresa da parte della critica moderna, viene spiegata con la resa in latino dei nomi etruschi terminanti in -na, recepiti sia al maschile sia al femminile.[9] L'opinione oggi prevalente, sostenuta fra gli altri da Pettazzoni, Pfiffig, Roncalli e Cristofani, riconosce in Velthumna un epiteto di Tinia, il sommo dio etrusco, venerato nel territorio volsiniese nella sua valenza di divinità ctonia; Capdeville considera invece Tinia e Voltumna due divinità distinte.[10]
Le fonti latine identificano Voltumna con il dio romano Vortumnus/Vertumnus, la cui antica statua sorgeva nel vicus Tuscus a Roma. Secondo la ricostruzione di Giorgio Ferri i due culti avrebbero però origini distinte: Vortumno sarebbe una divinità latina, connessa al verbo vertere e non attestata epigraficamente in Etruria, la cui "etruscità" deriverebbe dalla collocazione della statua nel quartiere etrusco di Roma; l'identificazione con Voltumna si sarebbe fissata in occasione della probabile, ma non certa, evocatio compiuta dal console Marco Fulvio Flacco alla presa di Velzna.[11] Al dio evocato Flacco dedicò un tempio sull'Aventino, il cui dies natalis cadeva alle idi di agosto (13 agosto), stesso giorno del tempio di Diana aventinese: una coincidenza che accomuna le divinità tutelari delle due maggiori leghe dell'Italia centrale, quella etrusca e quella latina.[12]
Le fonti antiche
Livio nomina espressamente il fanum Voltumnae in cinque passi (IV, 23, 5; IV, 25, 7; IV, 61, 2; V, 17, 6; VI, 2, 2), relativi ad avvenimenti compresi tra il 434 e il 389 a.C.[13] I concili vi vengono convocati soprattutto in relazione alla crisi tra Roma e Veio: le altre città etrusche discussero ripetutamente le richieste di aiuto veienti, senza mai giungere a una strategia comune.[14] Altri passi di Livio (II, 44, 8; VII, 21, 9) e di Dionigi di Alicarnasso (III, 59, 4; IX, 1, 2; IX, 18, 2-4) menzionano concili etruschi senza nominare il santuario; l'apparente irregolarità delle date ha fatto ipotizzare che le riunioni non avessero una cadenza fissa.[15]
Un passo liviano riferito al 403 a.C. (V, 1) informa che presso il santuario i dodici popoli eleggevano annualmente per suffragio un sacerdos e che vi si celebravano giochi solenni la cui interruzione era considerata sacrilega (sollemnia ludorum quos intermitti nefas est): il re di Veio, offeso per essere stato battuto nell'elezione, aveva ritirato gli artisti dagli spettacoli, attirando sulla propria città l'ostilità degli altri popoli.[16] Alle riunioni si accompagnavano fiere e mercati, come suggerisce la menzione liviana dei mercatores.[17] In età arcaica i dodici lucumoni avrebbero forse eletto uno di loro quale primus inter pares; in età imperiale è attestato il titolo onorifico di praetor Etruriae XV populorum, in etrusco zilaθ meχl rasnal.[18]
Altre fonti collegano il santuario e il suo dio a Volsinii: Properzio attesta l'origine volsiniese di Vertumno;[19] Plinio il Vecchio, sulla scorta di Metrodoro di Scepsi, riferisce che dalla conquista della città i Romani trassero un bottino di duemila statue di bronzo, indizio della ricchezza di un grande luogo di culto;[20] Festo ricorda che nel tempio aventino del dio Fulvio Flacco si fece raffigurare in toga picta da trionfatore.[21] Valerio Massimo definisce Volsinii ricca, ordinata da costumi e leggi, "caput Etruriae".[22]
Il rescritto di Spello
Il cosiddetto rescritto di Spello (CIL XI, 5265), copia su pietra di un documento della cancelleria di Costantino I databile tra il 333 e il 337 e rinvenuta nel 1733 presso l'area templare di Villa Fidelia, concedeva agli Umbri, rappresentati dagli abitanti di Hispellum, l'esonero dall'obbligo di raggiungere ogni anno Volsinii per celebrare insieme agli Etruschi, "secondo l'antica usanza", giochi teatrali e gladiatori.[23] Il documento attesta la persistenza in età tardoantica delle festività che avevano sostituito i concili etruschi, divenute in età dioclezianea il centro del culto imperiale per la provincia di Tuscia et Umbria, affidato al coronatus Tusciae et Umbriae.[24] Sull'identificazione della Volsinii del rescritto, se la città romana di Bolsena o l'area del santuario orvietano, la critica è divisa (si veda oltre).
Storia della ricerca
La questione dell'ubicazione del fanum si pose a partire dal Rinascimento. Nel XV secolo il frate domenicano Annio da Viterbo lo collocò a Viterbo, all'interno del sistema di falsificazioni erudite con cui mirava a procurare alla propria città un passato illustre.[25] Nell'Ottocento George Dennis propose dapprima il colle di Montefiascone e in seguito Viterbo; altre localizzazioni chiamarono in causa Civita Castellana, il Voltone e Monte Becco presso Farnese, la stessa rupe di Orvieto, Tarquinia, oltre ai centri non identificati di Oenarea e Trossulum.[26] Secondo Pietro Tamburini queste ricerche muovevano da un equivoco di fondo: l'interpretazione di fanum come "tempio", da cercare in posizione elevata e dominante, laddove un santuario destinato ad accogliere concili, giochi, gare e mercati richiedeva ampi spazi pianeggianti, sul modello del santuario panellenico di Olimpia.[2]
Nel 1935 lo studioso orvietano Geralberto Buccolini, riesaminando le relazioni degli scavi ottocenteschi che nella vallata a sud-ovest della rupe avevano riportato alla luce murature di edifici monumentali e terrecotte architettoniche di notevole qualità, in parte confluite a Berlino, propose di riconoscere il fanum nella zona del "Giardino della Regina", nell'area di Campo della Fiera.[27] Una prima conferma giunse casualmente nel 1987, quando lo scavo della trincea per il nuovo acquedotto di Orvieto restituì grandi quantità di materiali edilizi etruschi e di ceramiche etrusche, greche e orientali; un successivo saggio della Soprintendenza archeologica per l'Umbria individuò un tracciato stradale romano affiancato da edifici più antichi.[28]
Gli scavi sistematici iniziarono nell'estate del 2000 a cura dell'Università di Macerata, sotto la direzione di Simonetta Stopponi; dal 2008 la concessione passò all'Università di Perugia, affiancata dall'anno successivo dall'Università di Foggia, con la medesima direzione scientifica.[29] Le campagne, tuttora in corso, proseguono con cadenza annuale.[30]
Il santuario
L'area santuariale si estende per oltre tre ettari; la superficie indagata in profondità supera i 30.000 metri quadrati.[31] Dopo sporadiche tracce di frequentazione di età villanoviana, i materiali acquistano consistenza poco prima della metà del VI secolo a.C., con frammenti di terrecotte architettoniche di prima fase e di ceramiche greche; la presenza di ceramica attica si infittisce nel terzo quarto del VI secolo.[32]
Il sito è attraversato da due strade basolate: una, costruita verso la metà del III secolo a.C., larga cinque metri e segnata dai solchi dei carri, collegava Orvieto a Bolsena; l'altra, di larghezza compresa fra sette e nove metri e dal tracciato rettilineo, è interpretata come la via sacra del santuario.[33] Il settore centrale è occupato da un recinto sacro, più volte ricostruito tra età repubblicana e imperiale, caratterizzato dalla presenza di due pozzi: al suo interno si trovano il tempietto A, orientato a est e preceduto da altari in tufo e in trachite, un donario monumentale in trachite, un thesaurus litico per le offerte monetali e una struttura quadrangolare che conteneva una base iscritta.[34] Un secondo grande edificio templare (tempio B), in asse con la via sacra e in posizione elevata e dominante, è considerato da alcuni studiosi il tempio principale del santuario, forse quello di Voltumna; un terzo edificio arcaico (tempio C) sorgeva presso il lato orientale della via sacra.[35]
Le terrecotte architettoniche rinvenute, dalla policromia spesso ben conservata, coprono un arco compreso tra la fine del VI e gli inizi del III secolo a.C.; il ritrovamento di una matrice di epoca classica indica che parte delle decorazioni fu prodotta localmente per il santuario.[36] Tra i materiali votivi figurano ceramiche attiche a figure nere e rosse, bronzetti, teste votive femminili e monete di zecche umbre, greche e siculo-puniche, indizio di una frequentazione che superava i confini dell'Etruria.[37]
Le iscrizioni
Il documento epigrafico più rilevante è la base in trachite per una statua bronzea, con la più lunga iscrizione arcaica finora nota a Orvieto, incisa su due lati: kanuta larecenas lautenitha aranthia pinies puia turuce / tluschval marvethul faliathere. Nell'interpretazione di Stopponi il testo ricorda la dedica di Kanuta, liberta della gens Larecena e moglie di Aranth Pinie, alle divinità femminili Tluschva della dimora nel "luogo celeste" (faliathere); Giovanni Colonna intende invece il gruppo divino come maschile e legge diversamente il termine marvethul.[38] La dedica di una liberta è stata messa in relazione con una competenza del santuario sulla sfera dell'affrancamento.[39]
Una ciotola frammentaria in bucchero grigio reca graffita sul fondo interno la parola apas ("del padre"): Colonna vi riconosce una dedica a Voltumna quale padre degli dei, mentre Stopponi preferisce riferire il termine a Dioniso.[40] Da una fontana presso il tempio B proviene inoltre un piattello a vernice nera con il digramma ve, che Stopponi ha proposto, in via suggestiva, di sciogliere come abbreviazione di Veltune.[41] Manca a oggi un'iscrizione che menzioni per esteso il teonimo della divinità titolare.
I culti
Le evidenze del settore del recinto orientano, secondo Stopponi, verso una devozione femminile rivolta a dee di ambito demetriaco e ctonio: ne sono indizio le numerose teste e statue votive muliebri, gli oggetti femminili deposti nelle fosse votive e soprattutto il braccio di una statua acrolitica in pietra basaltica la cui mano stringe una melagrana, forse pertinente alla statua di culto venerata presso il tempietto A.[42] Quanto alle divinità Tluschva destinatarie della dedica di Kanuta, Adriano Maggiani vi riconosce un gruppo di dee connesse alla sfera naturale e vegetale, paragonabile alle Cariti o alle Ninfe greche; Stopponi si chiede se non possano avvicinarsi a Demetra e Kore, mentre Colonna le intende come divinità maschili.[43] Accanto agli elementi muliebri Stopponi rileva insistiti richiami al mondo dionisiaco: le immagini di Dioniso e del suo seguito sulla ceramica greca, l'oinochoe configurata con il volto di Dioniso e i rhyta a protome d'ariete dalla struttura quadrangolare, il graffito apas, i resti di legno e foglie di vite nel thesaurus e un'antefissa di età romana con pantere affrontate ai lati di un probabile tirso.[44] Fra gli altri teonimi discussi figurano Vei, secondo la rilettura di Colonna di un'epigrafe su peso da telaio, e śuri, cui lo stesso studioso riferisce i cippi in pietra scura altrimenti attribuiti a Tinia.[45] A sottolineare la complessità dei culti del santuario Stopponi richiama Properzio, che fra le trasformazioni di Vertumno menziona le sembianze di Bacco e di Apollo.[46]
Le fasi romana e medievale
Tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del successivo venne costruita, presso l'estremità meridionale della via sacra, una vasta residenza dotata di due impianti termali, il secondo dei quali di età adrianea; la sua interpretazione è discussa (si veda oltre).[47] Il thesaurus presso il tempietto A ha restituito un deposito di 221 monete che giunge fino ad assi di età augustea, a testimonianza della persistenza del carattere sacro del luogo ben oltre la conquista romana; le analisi dei resti lignei rinvenuti al suo interno hanno identificato legno di Vitis vinifera, dato suggestivo alla luce del nome greco di Velzna, Oinarea.[48] Presso il tempio A fu inoltre sepolto con cura, entro una fossa, un busto marmoreo di dignitario di età imperiale, variamente datato tra età tardo-adrianea e severiana e interpretato come atto di pietas.[49]
Nel medioevo sull'area sorse la chiesa di San Pietro in vetere, con annesso convento, frequentata fino alla peste nera del 1348; il toponimo stesso di Campo della Fiera conserva memoria della lunga destinazione dell'area a mercati e fiere.[50]
Il dibattito sulla continuità dopo il 264 a.C.
La conquista romana di Velzna (264 a.C.) coinvolse direttamente il santuario: oltre alla notizia pliniana delle duemila statue di bronzo, lo documentano le numerose ghiande missili in piombo rinvenute nell'area e il donario dedicato da Fulvio Flacco con parte del bottino nell'area sacra di Sant'Omobono a Roma.[51] Sulle vicende successive del sito la critica è divisa in almeno tre posizioni.
Per Stopponi e per gli autori dello scavo il sito mostra un'ininterrotta continuità di frequentazione dalla seconda metà del VI secolo a.C. fino al 1348: il tempietto A continuò a essere utilizzato, il thesaurus raccolse offerte fino all'età augustea e la residenza costruita sulla via sacra potrebbe essere interpretata come sede di rappresentanza, forse legata al praetor Etruriae, nel quadro della rivitalizzazione augustea delle funzioni del santuario.[52] La stessa Stopponi rileva peraltro che in età romana la frequentazione cultuale proseguì nel solo tempio A, mentre i templi B e C furono abbandonati, e osserva che i materiali finora rinvenuti sul tempio C orientano verso una distruzione anteriore al trionfo di Fulvio Flacco, riferibile agli scontri tra Roma e Volsinii compresi fra il 308 e il 280 a.C.; le sepolture infantili deposte lungo il perimetro dell'edificio vengono da lei messe in relazione, in via ipotetica, con il culto di una divinità matronale suggerito dalle epigrafi atial e hu, più che con una semplice perdita di sacralità dell'area.[53]
Mario Torelli considera ancora aperta la questione di un'eventuale interruzione della vita del santuario tra il 264 e la prima età imperiale, ma colloca a Campo della Fiera la ricostituzione della lega etrusca promossa in età augustea, quando il numero dei popoli fu portato da dodici a quindici e le cariche di praetor e aedilis Etruriae divennero ambite onorificenze per senatori e cavalieri, fino allo stesso imperatore Adriano; l'aula con pavimento musivo al centro dell'area, più che una domus privata, difficile da immaginare in un'area suburbana sacra, sarebbe stata la sede delle riunioni dei delegati e dell'elezione del pretore.[54]
Una posizione minoritaria, sostenuta da Pietro Tamburini sulla scia delle conclusioni di Paolo Bruschetti, ritiene invece che il santuario abbia perso definitivamente la propria funzione federale con il sacco: ne sarebbero indizi l'abbandono dei templi B e C, la deposizione di sepolture entro l'area sacra già tra IV e III secolo a.C., la costruzione della residenza termale sopra la carreggiata della via sacra e soprattutto l'assenza totale di iscrizioni pubbliche latine, attese in gran numero se la restaurazione augustea dei ludi avesse riguardato il sito. La funzione santuariale sarebbe stata ripristinata in età augustea presso la nuova Volsinii (Bolsena), dove in località Prato Rigo sono emersi i resti monumentali di un edificio proto-augusteo attribuito al teatro della città; in questa lettura la Volsinii del rescritto di Spello coincide senza ambiguità con Bolsena.[55] Tamburini rileva peraltro come la stessa Stopponi abbia progressivamente modificato la propria lettura del rescritto, passando dall'identificazione con Bolsena (1999) a una formulazione probabilistica (2006), fino a indicare Orvieto quale sede delle celebrazioni (2013).[56]
Note
- ↑ Stopponi 2013a, p. 632.
- 1 2 Tamburini 2017, p. 13, con riferimento a Svetonio, Divus Iulius, 54.
- ↑ Tamburini 2017, p. 12; Stopponi 2013a, p. 632.
- ↑ Tamburini 2017, pp. 16-17; Bartoloni 2012, p. 289; Bizzarri 2016, pp. 117-118; Torelli 2017, p. 700; Harari 2012, p. 37.
- ↑ Stopponi 2012, pp. 7-8; Torelli 2017, p. 701; Tamburini 2017, pp. 18-22.
- ↑ Tamburini 2017, p. 11.
- ↑ Varrone, De lingua latina, V, 46.
- ↑ Ferri 2009, pp. 993 e 1003; Marcattili 2022, p. 223, nota 2.
- ↑ Ferri 2009, p. 996.
- ↑ Ferri 2009, p. 1003; Tamburini 2017, p. 11; Colonna 2012, pp. 204-206, citato in Tamburini.
- ↑ Ferri 2009, pp. 997-1004.
- ↑ Ferri 2009, pp. 1001 e 1004; Marcattili 2022, pp. 223-224.
- ↑ Stopponi 2013a, p. 632; Ferri 2009, p. 996, nota 30. Per la cronologia dei singoli passi: Tamburini 2017, p. 12, nota 8.
- ↑ Tamburini 2017, p. 12.
- ↑ Tamburini 2017, p. 12, note 8-9.
- ↑ Cherici 2012, pp. 293-295.
- ↑ Livio, IV, 24, 2 e VI, 2, 2; Tamburini 2017, p. 11, nota 6. Sul carattere anche emporico del santuario: Cherici 2012, pp. 293-326.
- ↑ Ferri 2009, p. 995.
- ↑ Properzio, IV, 2, 3-4; Stopponi 2013a, p. 632.
- ↑ Plinio, Naturalis historia, XXXIV, 34; Tamburini 2017, p. 14; Torelli 2017, p. 701.
- ↑ Festo, 228 L; Stopponi 2013a, p. 632.
- ↑ Valerio Massimo, IX, 1, ext. 2; Stopponi 2013a, p. 632.
- ↑ Tamburini 2017, pp. 14 e 22, nota 23; Stopponi 2013a, p. 632.
- ↑ Torelli 2017, pp. 702-703.
- ↑ Tamburini 2017, p. 13. Su Annio: Riccardo Fubini, Nanni, Giovanni (Annio da Viterbo), in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 77, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012.
- ↑ Dennis 1848, p. 519; Tamburini 2017, p. 13.
- ↑ Tamburini 2017, p. 15; Stopponi 2013a, p. 632.
- ↑ Tamburini 2017, p. 15; Bruschetti 1999, pp. 159-181.
- ↑ Tamburini 2017, p. 16; Bizzarri 2016, p. 117.
- ↑ Stopponi 2025, pp. 17-25.
- ↑ Stopponi 2013a, p. 633; Tamburini 2017, p. 16.
- ↑ Stopponi 2012, pp. 8-9.
- ↑ Stopponi 2013a, p. 633; Tamburini 2017, pp. 16-17.
- ↑ Stopponi 2012, pp. 9-10; Bartoloni 2012, p. 289; Bizzarri 2016, pp. 118-119.
- ↑ Tamburini 2017, pp. 17 e 20; Bizzarri 2016, p. 119.
- ↑ Bartoloni 2012, p. 289; Stopponi 2025, pp. 17-25.
- ↑ Bizzarri 2016, pp. 118-119.
- ↑ Bizzarri 2016, pp. 118-119; Tamburini 2017, pp. 17-18; Colonna 2012, pp. 207-208, citato in Tamburini.
- ↑ Marcattili 2022, pp. 223-237.
- ↑ Tamburini 2017, pp. 17 e 23, nota 32; Colonna 2012, p. 206, citato in Tamburini; Stopponi 2012, p. 20.
- ↑ Stopponi 2013b, p. 144; Tamburini 2017, p. 23, nota 49.
- ↑ Stopponi 2012, pp. 15-16 e 19.
- ↑ Stopponi 2012, pp. 19-20.
- ↑ Stopponi 2012, pp. 20 e 24.
- ↑ Stopponi 2012, p. 19, note 62-63.
- ↑ Properzio, IV, 2, 21; Stopponi 2012, p. 21.
- ↑ Tamburini 2017, pp. 20-21; Torelli 2017, p. 700.
- ↑ Ranucci 2009, pp. 103-139; Bizzarri 2016, p. 119.
- ↑ Bizzarri 2016, p. 119; Tamburini 2017, p. 23, nota 52; Stopponi 2012, p. 33, nota 124.
- ↑ Stopponi 2012, pp. 7-8; Bizzarri 2016, p. 118; Tamburini 2017, p. 15.
- ↑ Tamburini 2017, p. 18; Torelli 1968, pp. 71-75; Torelli 2017, p. 701.
- ↑ Stopponi 2012, pp. 7-8; Tamburini 2017, pp. 20-21 e 23, nota 52.
- ↑ Stopponi 2012, pp. 28-33.
- ↑ Torelli 2017, pp. 698-702.
- ↑ Tamburini 2017, pp. 18-22; Tamburini 2002, pp. 541-580; Bruschetti 1999, p. 165.
- ↑ Tamburini 2017, p. 24, nota 57.
Bibliografia
Fonti antiche
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Studi
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- Mario Torelli, Il donario di M. Fulvio Flacco nell'area di S. Omobono, in Quaderni dell'Istituto di Topografia Antica dell'Università di Roma, vol. 5, 1968, pp. 71-75.
- (EN) Mario Torelli, The Etruscan Legacy, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, pp. 685-720.
Voci correlate
Collegamenti esterni
- (EN) Fanum Voltumnae, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.