Gabriele d'Agnolo

Facciata di Palazzo Gravina
Palazzo dei Tufi a Lauro

Gabriele d'Agnolo (Napoli, metà XV secolo – Napoli, 1510) è stato un architetto italiano.

Personaggio ambiguo nella storiografia architettonica napoletana a cavallo tra il XV secolo e il XVI secolo. Nonostante gli vengano attribuite opere significative nel solco del Rinascimento napoletano, non è del tutto accreditata la sua esistenza per l'aspetto biografico e professionale.

L'esistenza di un architetto con tal nome non è confermato da nessuna documentazione d'epoca. Il primo.a citarlo fu Carlo Celano, ripreso poi da Bernardo De Dominici che ne romanzò le note biografiche. Secondo l'autore settecentesco, egli sarebbe fiorito nel trentennio compreso tra il 1480 e il 1510, contemporaneamente alle figure di Novello da San Lucano e Giovanni Francesco Mormando[1]. Nelle ricerche, Riccardo Filangieri, trovò una serie di personaggi attivi durante il periodo aragonese con tal cognome individuando un tal Gabriele d'Agnolo, pellettiere, che nel 1484 forní a Ferdinando I di Napoli pelli di agnello nero[1]. Altri personaggi con stesso cognome sono vissuti in epoche posteriori a periodo di fioritura del nostro. Secondo il Ceci è probabile che il Celano abbia confuso l'esistenza del fiorentino Baccio d'Agnolo la cui presenza a Napoli non è suffragata da alcuna prova, neanche Giorgio Vasari nella sua scheda cita la presenza di Baccio a Napoli[1]. Lasciando significative incognite sulla figura del d'Agnolo napoletano.

L'opera più rilevante attribuita all'architetto è il Palazzo Orsini di Gravina a Napoli. La costruzione si protrasse dal 1513 al 1545, ben oltre gli estremi di fioritura del d'Agnolo. Il palazzo, articolato su tre livelli fuori terra, è caratterizzato da prospetti rivestiti a bugne di piperno scolpite a cuscino per il primo livello ed interrotte da una trabeazione marcapiano di ordine tuscanico e che funge da appoggio per l'ordine gigante superiore di ordine composito scandito da lesene su la quasi totalità del perimetro. La sola facciata principale e le prime due campate dei fronti laterali sono completamente trattate a piperno.

Altre ipotesi che lasciano dubbi di attribuizione, e alla stessa esistenza dell'architetto, furono ipotizzate da Pasquale Natella e Paolo Perduto[2] sul Palazzo dei Tufi di Lauro. I due storici lessero nell'impostazione del palazzo ascendenze di stampo toscano ad un non definito architetto debitore delle intuizioni classiciste ispirate a Giuliano da Maiano[3]. Inoltre il palazzo, secondo Serraglio, potrebbe essere stato influenzato da proposte presentate in ambito romano vicine a Giuliano da Sangallo ed in particolare alle proposte per la porta di Fano[3].

La storiografia tradizionale gli attribuisce il perduto rifacimento della chiesa di Santa Maria Egiziaca all'Olmo e il Palazzo Carafa di Nocera, realizzato solamente nei primi anni del XVII secolo su presunti disegni postumi dell'architetto.

Note

  1. 1 2 3 Giuseppe Ceci, Palazzo Gravina, in Napoli Nobilissima, vol. 6, Napoli, Ricciardi editore, 1897, pp. 24-31.
  2. ↑ Pasquale Natella, Il Palazzo dei Tufi di Lauro, in Napoli Nobilissima, Napoli, L'arte tipografica, 1969, pp. 107-111.
  3. 1 2 Riccardo Serraglio, Palazzi dei diamanti campani, in Alfonso Gambardella, Stefano Borsi e Vincenza Tempone, Architettura del Classicismo tra Quattrocento e Cinquecento, Roma, Gangemi Editore, pp. 180-197, ISBN 978-88-492-9790-4.

Bibliografia

  • Bernardo De Dominici, Vite dei Pittori, Scultori, ed Architetti Napolitani, 3 voll., Napoli, Stamperia del Ricciardi, 1742.

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