Gigliola Pierobon

La pratica dell'aborto

Gigliola Pierobon (San Martino di Lupari, 1950) è un'attivista italiana.

È nota per il procedimento giudiziario che la coinvolse nel 1973, passato alla cronaca come "caso Pierobon".[1][2]

Biografia

Nacque nel giugno del 1950 in una famiglia di agricoltori di San Martino di Lupari, in provincia di Padova.

Nel 1967, a 17 anni, rimase incinta di un compaesano di ventisette anni, che la lasciò dopo aver appreso della gravidanza. Sola e spaventata per come avrebbero potuto reagire i genitori, decise di interromperla.[3] All’epoca l’aborto era illegale e l’accesso a pratiche meno rischiose era di fatto riservato alle donne benestanti[4]; chi non disponeva di mezzi economici si rivolgeva a pratiche clandestine pericolose.[1]

Nell’agosto 1967 si recò a Padova da una "praticona", sottoponendosi a un aborto clandestino che le provocò un’infezione.[5] Per timore di conseguenze penali si curò inizialmente in casa ed in seguito si rivolse a un medico che non la denunciò. Negli anni successivi si sposò, ebbe una figlia e attraversò un periodo di grave crisi nervosa che comportò un ricovero.[5]

Nel 1970 il suo nome emerse durante un’indagine su aborti clandestini. Interrogata, confessò di aver abortito tre anni prima. Il processo iniziò il 5 giugno 1973; a causa della vicenda giudiziaria perse il lavoro con cui manteneva sé stessa e la figlia.[6]

Il processo

Nel 1973, a 23 anni, fu processata dal tribunale di Padova per aborto clandestino.[7][8] La difesa, affidata all’avvocata Bianca Guidetti Serra, cercò di trasformare il caso in una questione pubblica, evidenziando come la sua vicenda riguardasse migliaia di donne italiane.[9]

Il processo si svolse in un clima teso, anche per il dibattito internazionale sull’aborto (tra cui il caso francese di Marie-Claire Chevalier e la sentenza statunitense Roe contro Wade). In Italia era ancora in vigore il Codice penale del 1930, che puniva l’aborto con la reclusione.[10]

Il procedimento si concluse rapidamente, in tre giorni, senza ammissione di testimoni né revisione della perizia ginecologica effettuata a distanza di anni dai fatti.[11] Di fatto, la confessione della stessa Pierobon rimase l’elemento centrale dell’accusa.[12]

Il processo si concluse il 7 giugno 1973. La sentenza fu di “perdono giudiziale”, motivata anche dalla sua successiva condizione di moglie e madre. Secondo la storica Lorenza Perini, il caso mise in luce l’impreparazione della società dell’epoca nell’affrontare una realtà diffusa ma raramente riconosciuta pubblicamente.[13]

Qualche mese prima, a Roma si era tenuto un incontro dedicato alla condizione femminile, al quale avevano partecipato anche la madre di Marie-Claire Chevalier e Simone de Beauvoir. Il dibattito degenerò in disordini, a testimonianza della forte tensione che circondava il tema dell’aborto in quegli anni.[14]

Il caso mediatico

Pierobon scelse di rendere pubblica la propria vicenda, trasformandola in una battaglia politica per la revisione della normativa sull’aborto. Il processo suscitò manifestazioni e prese di posizione in diverse città italiane. Slogan come "aborto libero e gratuito" e richiami al diritto di libera procreazione caratterizzarono la mobilitazione, considerata da alcuni studiosi una delle prime azioni organizzate del femminismo italiano.[15][16]

Durante le proteste si verificarono anche tensioni e scontri con gruppi di estrema destra, evitati grazie all’intervento dei carabinieri.[17]

Le conseguenze del processo

Nel settembre 1973 nacque a Milano il CISA (centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto), coordinato da esponenti radicali come Adele Faccio ed Emma Bonino. L’organizzazione promosse iniziative di disobbedienza civile[18] e assistenza alle donne, anche tramite viaggi all’estero verso Paesi dove l’interruzione di gravidanza era legale.[3]

Nel 1975 la Corte costituzionale, con la sentenza n. 27, dichiarò non punibile l’aborto terapeutico, aprendo la strada al superamento dell’art. 546 del Codice Rocco.[19] Il dibattito avviato anche dal caso Pierobon avrebbe condotto nel 1978 all’approvazione della legge che regolamentò l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia.[20]

Note

  1. 1 2 Gigliola Pierobon, Il processo degli angeli. Storia di un aborto., Roma, Tattilo Editrice, 1974, p. 11.
  2. ↑ Aborto, 50 anni fa il processo a Gigliola Pierobon: sfidò i giudici e aprì la strada alla legge 194, su Corriere della Sera, 5 giugno 2023. URL consultato il 3 marzo 2026.
  3. 1 2 Giulia Mariani, Legge 22 maggio 1978 n.194: il dibattito sull’interruzione volontaria della gravidanza, Perugia, Università degli Studi di Perugia, 2020, p. 11.
  4. ↑ Lorenza Perini, Quando l’aborto era un crimine. La costruzione del discorso in Italia e negli Stati Uniti (1965- 1973), in Storicamente, vol. 6, n. 41, 2010, p. 3.
  5. 1 2 Lorenza Perini, Il corpo della cittadina. La costruzione del discorso pubblico sulla legge n. 194/1978 in Italia negli anni Settanta., Università di Bologna, 2011, p. 60.
  6. ↑ Lorenza Perini, Il corpo della cittadina. La costruzione del discorso pubblico sulla legge n. 194/1978 in Italia negli anni Settanta., Università di Bologna, 2011, pp. 97-98.
  7. ↑ E. Corradi, "Abbiamo abortito tutte!" Gridano le femministe a Padova, in Corriere della Sera, 5 giugno 1973.
  8. ↑ E. Corradi, Perdono giudiziale per la ragazza che ha abortito, in Corriere della Sera, 7 giugno 1973.
  9. ↑ Alessia Ferri, Libertà condizionata, Gallarate, People, 2020, p. 25.
  10. ↑ Lorenza Perini, Quando l’aborto era un crimine. La costruzione del discorso in Italia e negli Stati Uniti (1965-1973, in Storicamente, vol. 6, n. 41, 2010, p. 42.
  11. ↑ Lorenza Perini, Il corpo della cittadina. La costruzione del discorso pubblico sulla legge n. 194/1978 in Italia negli anni Settanta., Università di Bologna, 2011, p. 62.
  12. ↑ Lorenza Perini, l corpo della cittadina. La costruzione del discorso pubblico sulla legge n. 194/1978 in Italia negli anni Settanta., Università di Bologna, 2011, p. 82.
  13. ↑ Lorenza Perini, Il corpo della cittadina. La costruzione del discorso pubblico sulla legge n. 194/1978 in Italia negli anni Settanta., Università di Bologna, 2011, p. 64.
  14. ↑ Lorenza Perini, Il corpo della cittadina. La costruzione del discorso pubblico sulla legge n. 194/1978 in Italia negli anni Settanta., Università di Bologna, 2011, pp. 75-77.
  15. ↑ Lorenza Perini, Il corpo della cittadina. La costruzione del discorso pubblico sulla legge n. 194/1978 in Italia negli anni Settanta., Università di Bologna, 2011, p. 98-99.
  16. ↑ M. Ciotta, Il tribunale ha condannato l'aborto ma il processo politico è servito a rompere il muro di silenzio., in Il manifesto, 8 giugno 1973.
  17. ↑ A.M. Zanetti, Condanna per un figlio mai nato, in Il Gazzettino, 6 giugno 1993.
  18. ↑ Alessia Ferri, Libertà condizionata, Gallarate, People, 2020, pp. 28-29, 35.
  19. ↑ Art. 546, Aborto di donna consenziente, Codice Penale Italiano, Libro II, Titolo X, Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe, 1930.
  20. ↑ Lorenza Perini, Quando l’aborto era un crimine. La costruzione del discorso in Italia e negli Stati Uniti (1965- 1973), in Storicamente, vol. 6, n. 41, 2010, p. 1.

Bibliografia

  • Art. 546, Aborto di donna consenziente, Codice Penale Italiano, Libro II, Titolo X, Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe, 1930.
  • Giulia Mariani, Legge 22 maggio 1978 n.194: il dibattito sull’interruzione volontaria della gravidanza, Perugia, Università degli Studi di Perugia, 2020.
  • Lotta femminista, Il personale è politico, in "Quaderni di lotta femminista", Torino, Musolini editore, 1973.
  • Lorenza Perini, Quando l’aborto era un crimine. La costruzione del discorso in Italia e negli Stati Uniti (1965- 1973), in "Storicamente", vol. 6, n.41, 2010.
  • Lorenza Perini, Il corpo della cittadina. La costruzione del discorso pubblico sulla legge n. 194/1978 in Italia negli anni Settanta., Università di Bologna, 2011.
  • Gigliola Pierobon, Il processo degli angeli. Storia di un aborto, Roma, Tattilo Editrice, 1974.

Voci correlate

Controllo di autoritàVIAF (EN) 285532096 · ISNI (EN) 0000 0003 9167 271X · SBN RAVV110259