Giovanni Episcopo

Giovanni Episcopo
Frontespizio della seconda edizione
AutoreGabriele D'Annunzio
Periodo1891
Genereromanzo
Lingua originaleitaliano
ProtagonistiGiovanni Episcopo
Altri personaggiGiulio Wanzer
Ginevra Canale
Battista Canale
Ciro Episcopo
Filippo Doberti
Emilia Canale
Ingletti

Giovanni Episcopo è un romanzo di Gabriele D'Annunzio, pubblicato nel 1892. Fu il secondo romanzo in prosa edito del poeta abruzzese.

Pubblicato in tre puntate nella Nuova Antologia tra febbraio e marzo 1891 con il pre-titolo Dramatis personae, insieme a L'Innocente, è considerato uno dei romanzi sperimentali di D'Annunzio, deciso a prendere le distanze dal naturalismo.[1] Fortemente ispirato ai romanzi e racconti russi ottocenteschi quali La mite di Fëdor Dostoevskij, il libro si presenta come una lunga confessione del protagonista, che spiega convulsamente e in modo nevrotico, sotto forma di monologo indirizzato a un interlocutore ignoto, la storia della sua vita e del crimine da lui commesso.[1]

Considerato il titolo meno riuscito dell'intera produzione letteraria dannunziana sia dalla critica (il libro venne severamente recensito anche da Luigi Capuana)[1][2] che dallo stesso autore,[1][3][4][5] viene comunque tenuto in considerazione dagli esperti per seguire «lo sviluppo della narrativa dannunziana negli anni cruciali che dal Piacere conducono al Trionfo della morte».[1][5]

Storia editoriale

Ritratto a olio dell'editore Emilio Treves anziano.
Vittorio Matteo Corcos, Ritratto dell'editore Emilio Treves, 1907, Collezione di Franco Maria Ricci. Treves rifiutò di pubblicare Giovanni Episcopo tramite la sua casa editrice

Giovanni Episcopo apparve in tre puntate in altrettanti numeri della rivista Nuova Antologia, precisamente l'1 e il 16 febbraio e il 1 marzo 1891.[1] Per la pubblicazione periodica, D'Annunzio ricevette un compenso di 1000 Lire.[6] Nell'agosto dello stesso anno, D'Annunzio propose all'editore Emilio Treves la pubblicazione dell'opera insieme a L'Innocente in un unico volume, in quanto li riteneva entrambi esperimenti da intendere come inizio del suo cambiamento artistico.[1] La richiesta di fare di Giovanni Episcopo la seconda parte di un "dittico" il cui punto centrale avrebbe dovuto essere L'Innocente avrebbe ridotto l'intero romanzo a semplice introduzione all'altra opera.[7] Treves respinse la richiesta e il libro venne stampato singolarmente nel gennaio 1892 presso la tipografia Bideri di Napoli per conto dell'editore Luigi Pierro[1][6] e presentato in una seconda edizione dallo stesso nel 1899.[1]

Il libro fu poi presentato al pubblico francese nell'antologia Episcopo et Cie, stampata a Parigi da Calmann-Lévy[1] (che aveva già pubblicato L'Innocente),[8] nel 1895, con una scelta di novelle.[1][8] Il titolo si rifà a una battuta pronunciata da Wanzer nel libro. D'Annunzio cercò inizialmente di far pubblicare l'edizione francese del romanzo nel 1893 presso l'editore Hérelle, con il titolo di L'humble assassin.[8]

Nel 1931, unitamente a Terra vergine, Giovanni Episcopo comparve nel decimo volume dell'edizione nazionale Le primavere della mala pianta dell'Officina Bodoni.[1]

Trama

L'intero romanzo è impostato come una lunga confessione di un uomo, che si identifica come Giovanni Episcopo, ad un interlocutore ignoto, chiamato semplicemente «Signore», che racconta i fatti di un omicidio compiuto verso il suo «schiavizzatore».

Giovanni Episcopo è un impiegato, orfano, dal carattere introverso e taciturno, che conduce una vita mediocre e senza particolari emozioni. Divide tutta la sua esistenza tra la camera ammobiliata che ha locato in una piccola e tranquilla pensione e il lavoro. Durante un litigio tra due colleghi in ufficio, viene ferito accidentalmente da Giulio Wanzer, uomo prepotente e aggressivo. Dopo questo episodio, Episcopo finisce per diventare succube di Wanzer, che inizia a manipolarlo, rendendolo di fatto un suo servitore.

Giovanni viene convinto da Wanzer a cambiare la sua residenza per raggiungerlo nella sua pensione, frequentata da colleghi di Episcopo e da gente di malaffare. Qui conosce una giovane e piacente cameriera, Ginevra, figlia dei proprietari dell'albergo, di cui s'invaghisce e con la quale, grazie anche all'intervento prepotente di Wanzer per farli conoscere, finisce per fidanzarsi arrivando a sposarla. Intanto Wanzer viene coinvolto in uno scandalo e sparisce dalla circolazione: dopo aver sottratto dei soldi dalla tesoreria dell'azienda presso cui lavorava, fa perdere le sue tracce. Il protagonista scoprirà in seguito che è fuggito a Buenos Aires.

Giulio Wanzer porta una mano sotto il mento di Giovanni Episcopo in atteggiamento minaccioso.
Fotogramma del film del 1947 Il delitto di Giovanni Episcopo di Alberto Lattuada. A sinistra, Giulio Wanzer (interpretato da Roldano Lupi), a destra Giovanni Episcopo (Aldo Fabrizi)

Dopo aver speso i risparmi della sua vita per poter comprare e arredare casa, già dalla stessa prima notte dopo le nozze il carattere di Ginevra comincia a mutare, rendendola sempre più crudele e scostante col marito. Nonostante la nascita del figlio Ciro (la cui reale paternità rimane incerta), per cui Giovanni spera di poter salvare il proprio matrimonio, la situazione degenera rapidamente: per i problemi famigliari trascurerà i suoi doveri d'ufficio e, dopo qualche ammonizione, verrà licenziato. Sarà dunque costretto a mantenere un tenore di vita più modesto e a cercare lavori più duri e meno remunerativi. Frattanto sua moglie inizia a invitare sempre più uomini in casa propria, con cui ha rapporti sessuali o si prostituisce. La famiglia sopravvive anche grazie alle concessioni monetarie della perfida madre di Ginevra, Emilia, che ha aperto una piccola bottega con i soldi del genero e possiede ancora la pensione. Nonostante le difficoltà economiche e personali, Episcopo sembra almeno riuscire nel suo scopo: far crescere il figlio in condizioni quasi dignitose, nonostante la sua degradazione personale e quella famigliare. In questo periodo, Episcopo si avvicina al suocero Battista, ripudiato dalla moglie in quanto alcolizzato, con cui stringerà un rapporto di compassione reciproca. La morte dell'amico Battista, già preannunciata da vari problemi di salute, peggiorerà lo stato emotivo di Giovanni.

Dopo anni passati tra numerose sofferenze, la situazione precipita quando una sera si presenta a casa Episcopo Giulio Wanzer, ritornato (probabilmente ricco) dall'Argentina dopo che il suo reato è caduto in prescrizione. Wanzer, con il favore di Ginevra, che individua in lui un nuovo amante, si stabilisce nella casa. Giovanni è incapace di reagire alle angherie dell'ex collega, nonostante anche suo figlio abbia paura dell'uomo. Succube della personalità di Giulio, Giovanni riuscirà a ribellarsi solamente quando Wanzer alzerà le mani su Ciro, dopo aver picchiato Ginevra: prenderà un coltello dalla cucina uccidendo l'intruso.

L'incertezza del finale

La narrazione che il narratore protagonista Giovanni Episcopo dà dei fatti riportati al termine del romanzo è alquanto lacunosa. Dal testo si possono ricavare le seguenti informazioni: Episcopo sarebbe rimasto immobile nel subire i soprusi di Wanzer sulla sua famiglia. Egli riacquista lucidità sentendo un urlo «selvaggio» del figlio: si risveglia quindi dal suo torpore, afferra un coltello a portata di mano e si precipita nella stanza del figlio. Qui vede Ciro avvinghiato al corpo di Wanzer e le mani di quest'ultimo «su mio figlio». A questo punto, Episcopo accoltella più volte Wanzer. Da questo punto, la narrazione si fa sempre più confusa e tutto lascia presagire che il racconto sia influenzato dal delirio del narratore. Sappiamo che la mano di Episcopo si è «ingiallita» perché egli ha toccato le palpebre del figlio per abbassarle e, come conclusione, Episcopo si rammarica chiedendosi come facciano i morti a guardare da sotto i lenzuoli e constata l'impossibilità di chiudere l'occhio sinistro di Ciro.[9]

Seguendo queste informazioni presenti nel romanzo, non è chiaro cosa sia effettivamente successo in quei momenti. Ad una prima lettura superficiale, seguendo la sequenzialità della scrittura, Episcopo avrebbe ucciso Wanzer per salvare il figlio, mentre Ciro sarebbe morto nel corso di un delirio (impossibile quantificarne la durata), durante il quale il bambino avrebbe avuto l'allucinazione di essere guardato dal cadavere di Wanzer. Le incongruenze di questa visione sono però troppe: lo stato d'animo di Episcopo, sia nel momento in cui accadono i fatti sia nel momento in cui la voce narrante parla, e il salto di linea che comporta il passaggio dalla penultima all'ultima pericope scritta nella conclusione del discorso di Episcopo. Nel finale viene ripresa la stessa invocazione diretta con cui si apre il romanzo, ovvero l'allocuzione al «Signore» che rappresenta un narratario esterno all'opera, ma la situazione qui è invertita: mentre all'inizio Episcopo parla per rispondere all'ingiunzione di raccontare, qui lo fa per supplicare il «Signore» perché questi non se ne vada, ma lo assista fino alla sua morte ormai vicina. Episcopo a questo punto non ha più una storia da offrire sia al narratario che al lettore. Il finale di Giovanni Episcopo è anche una morte narrativa: al di fuori degli eventi della storia che lo ha coinvolto, Episcopo non ha più ragion d'essere. Quel che Episcopo dice una volta passata questa soglia non appartiene più all'ordine della diegesi, ma a quello del simbolico, in cui il piano fattuale viene meno, perso in una serie di simboli allusivi che non si sa se riferire a eventi reali oppure a stati allucinatori.[9]

Di Ciro, paragonato ad un «giglio» privo di sangue, in contrapposizione all'altro cadavere, che invece contiene un «mare di sangue», non vengono menzionate né le tempistiche né le cause del decesso. Ciò rimanda allo stato d'animo di Episcopo al momento dell'assassinio: Giovanni è immerso in una trance che non gli permette di testimoniare né a favore né contro di sé, ed è «trasportato» da una «forza prodigiosa» a brandire il coltello. Il testo afferma: «Due, tre, quattro volte gli confissi il coltello nella schiena…», ma non è riferito chi sia il referente di questo dativo: sicuramente Wanzer, ma potrebbe essere anche il suo stesso figlio.[10]

Questa parte della storia è dunque una grande ellissi, mostrata solo a conclusione dell'intera vicenda: l'impossibilità di comprendere le cause dirette della morte del bambino rende tutti i personaggi dell'opera partecipi della colpa di quest'uccisione. Ciro è, non a caso, l'unico personaggio che si sottrae alle logiche comportamentali dei personaggi presenti nel racconto. Questa ellisse narrativa rende Giovanni, il supposto narratore, un elemento assolutamente passivo, permettendo così che la storia proceda fino al suo climax finale.[11]

Tematiche

Distacco dal naturalismo

Se il distacco definitivo e cosciente dal naturalismo è testimoniato in D'Annunzio da alcuni articoli sparsi degli anni 1892-1893, Giovanni Episcopo è il libro che, venuto dopo Il piacere del 1889, mira a integrare l'oggettività con la più complessa e soggettiva analisi interiore,[1] esprimendo una forte insoddisfazione nei confronti dell'estetismo e riallacciandosi più al positivismo.[12]

Avvertendo i limiti del primo romanzo, delle cui «lucide forme verbali» si dichiarava nauseato, D'Annunzio, per uscire dalla crisi profonda, dà mano a una storia a metà tra il racconto lungo e il romanzo breve, che conserva il suo esplicito valore documentario in quanto frutto di una stagione culturale inquieta, di spasmodica esplorazione di forme nuove in sintonia con le più aggiornate esperienze e mode europee.[1] Giovanni Episcopo rappresenta dunque un cruciale momento di transizione e di sperimentazione all'interno della produzione narrativa dell'autore, collocandosi al crocevia tra istanze culturali differenti che oscillano tra la residualità naturalistica e l'approccio psicologistico.[13]

Inattendibilità del narratore

Giovane Gabriele D'Annunzio ritratto in posa sulla spiaggia.
Gabriele D'Annunzio negli anni Ottanta dell'Ottocento

Il principale vettore strutturale dell'opera risiede nell'inattendibilità del narratore protagonista, lo stesso Giovanni Episcopo. Tale inattendibilità si manifesta a un primo livello formale attraverso una sintassi concitata, sconnessa e frammentaria tipica del parlato di una persona molto agitata, modellata sul ritmo emotivo della confessione orale.[13] Il narratore non riesce a far ordine nei propri pensieri: Episcopo mantiene per tutto il testo un tono instabile e alterato, costantemente interrotto da commenti metanarrativi e appelli a un interlocutore silenzioso, identificato come un anonimo signore che ha la funzione di richiamare il protagonista al filo del racconto ogni volta che questi devia in digressioni.[14]

L'autorevolezza del racconto è minata in modo esplicito dalla caratterizzazione stessa del personaggio, che si dichiara fortemente influenzato da una serie di fatti esterni (l'emotività, il digiuno, l'alcolismo, e il lutto),[15] oltre che affetto da gravi disturbi mentali (parestesie e disestesie) e costantemente sull'orlo della pazzia, al punto da prestare assoluta fede ad allucinazioni notturne.[14] Questa veste manifesta della malattia e del delirio si intreccia però con una dimensione più sfuggente e ambigua, legata a una possibile manipolazione della verità. Un episodio chiave, in cui Episcopo ammette che di fronte a uno sconosciuto al caffè sarebbe stato pronto a inventare la storia di un duello mai avvenuto pur di giustificare la propria cicatrice, insinua nel lettore il dubbio che l'intera confessione del delitto possa essere frutto di mitomania o di una propensione alla menzogna. L'inattendibilità si sposta così dal piano della mente disturbata ma sincera a quello della strategia di copertura di traumi profondi e indicibili.[16]

Simbolismo

Il problema morale del delitto e lo sblocco della passività del protagonista in un raptus omicida vengono risolti da D'Annunzio attraverso l'introduzione di una trama analogica di stampo simbolista.[5][15][17] Per connettere gli eventi della propria vita e sottrarsi alla responsabilità etica dell'omicidio, Episcopo interpreta la realtà non attraverso i fatti fisici, considerati insufficienti, bensì ricorrendo a un sistema di sogni, coincidenze, chiaroveggenze e presentimenti tragici.[18] Egli percepisce la propria esistenza come la ripetizione inevitabile di una serie di avvenimenti già vissuti in un'esperienza anteriore, descrivendo la propria volontà come esterna alla sua persona nel momento in cui compie l'azione violenta.[17] Questa dimensione metafisica e visionaria della coscienza, che risente delle letture di psicologia del profondo affrontate dall'autore in quegli anni, genera tuttavia una palese incongruenza con il profilo sociale e culturale di un umile impiegato qual è Episcopo.[2] La critica ha evidenziato come in questi passaggi si consumi una vera e propria prevaricazione dell'autore sul personaggio, a cui D'Annunzio presta le proprie concezioni intellettuali e le proprie ossessioni estetiche. L'instabilità del programma teorico autoriale e le contraddizioni interne alla struttura del monologo, sospeso tra realismo e simbolismo, finiscono per configurare il romanzo come una complessa formazione di compromesso, la cui vitalità risiede proprio in tali insanabili conflittualità diegetiche.[15][17]

Ispirazioni

Primo piano di Fëdor Dostoevskij con barba folta.
Fëdor Dostoevskij

D'Annunzio, voglioso di rinnovamento, si trova a rinnegare le sue ispirazioni precedenti quali Émile Zola e Paul Bourget, superando la metodica quasi "documentaristica",[1][19][20] come ne Il piacere, preferendole il racconto-confessione di Dostoevskij, dove predomina la trascrizione del delirio e dell'angoscia, manifestazioni della mente criminale. Attento alle novità, D'Annunzio non si lascia sfuggire la tentazione d'immergersi nel mondo dei diseredati e dei "disgraziati" per studiarne i comportamenti irrazionali, tanto che trasforma Roma ridisegnandone il paesaggio urbano e rendendola simile alla Pietroburgo cupa delle opere russe.[1][19] Il protagonista, dal dandy innamorato della bellezza, ricco e colto intellettuale che si divide tra salotti e botteghe d'antiquario, a cui è riconducibile il protagonista de Il piacere Andrea Sperelli-Fieschi d'Ugenta, diventa un timido e modesto impiegato, dalla vocazione perdente, vittima dei soprusi del più forte e raggirato da loschi individui e da donne senza scrupoli. La sua ambizione sperimentale lo porta ad assimilare le voci degli strati più bassi della società, sull'esempio della letteratura russa allora in auge in Europa (per esempio Memorie dal sottosuolo). Continua così la sua ricerca attraverso un ulteriore sforzo di rinnovamento imboccando quella strada che lo porterà più avanti anche alla familiarità con Wagner e Nietzsche.[1]

Similitudini con La mite

Il personaggio di Episcopo trae molto da quelli dostoevskiani e di Lev Tolstoj,[19][21] come per esempio Aleksèj Aleksàndrovič Karènin di Anna Karenina. Al mondo dei figli innocenti marcati dalla colpa e dal tradimento dei padri è riportabile il personaggio di Ciro.[21] Sempre a proposito delle ispirazioni russe, è possibile collegare la novità della forma del monologo frammentato del Giovanni Episcopo con La mite di Dostoevskij, di cui D'Annunzio avrebbe conservato soprattutto le eccellenze retoriche, senza la "tormentosa complessità".[19] Il paragone, già segnalato da Capuana nella sua recensione, è giustificato anche dal tentativo del poeta abruzzese di riprendere la sintassi concitata e il ragionamento in fieri del parlato del proprietario del banco dei pegni scritto da Dostoevskij. Per questo, alcuni studiosi hanno accusato D'Annunzio di aver plagiato il racconto dello scrittore russo. Tuttavia, oltre alle differenze della situazione narrativa e della caratterizzazione del protagonista, il narratore dostoevskiano riesce nella seconda parte dell'opera a mettere ordine nel suo racconto e, superate le contraddizioni dettate dall'emotività, «gradatamente egli davvero chiarisce l'accaduto, "mette ordine nei suoi pensieri"». Infatti ciò non avviene nel romanzo dannunziano, il cui tono emotivo e ritmo sconnesso non mutano per tutto il testo.[13]

Il riferimento a La mite costituisce solo un aspetto della più ampia ispirazione dostoevskiana, che va al di là della presentazione da parte di D'Annunzio di Giovanni Episcopo come un Christus patiens, ovvero un «uomo dolce e miserabile» ricondotto dal cognome stesso, con evidente gioco onomastico, alla «morale evangelica predicata dagli slavi».[22] La figura del Christus patiens induce peraltro a riflettere sul rapporto tra libertà e necessità a proposito del delitto compiuto dal protagonista.[1] Nella concretezza del testo si assiste a una ben più stringente "russificazione" della materia, che traspone la dimensione cristologica di Giovanni in uno psicologismo a oltranza, tipico della letteratura patologica del periodo;[20][22][23] significativo al riguardo è un passo del testo nel quale si può riconoscere un diretto tributo a una pagina di Delitto e castigo:[22]

«Capite dove voglio giungere? Ascoltatemi bene, perché questa che vi dico è la verità; la verità scoperta da uno che ha passato anni ed anni a guardare dentro di sé continuamente, solo in mezzo agli uomini solo. Ascoltatemi bene, perché questa è una verità assai più importante dei fatti che volete conoscere. Quando…

Un'altra volta? Domani? Perché domani? Non volete dunque che io vi spieghi il mio pensiero?

Ah, i fatti, i fatti, sempre i fatti! – I fatti non sono nulla, non significano nulla. C'è qualche cosa al mondo, signore, che vale assai più.»

Ritratto a mezzo busto dello scrittore Guy de Maupassant.
Guy de Maupassant

Influenze francesi

L'abbinamento del narratore all'assassino stesso e il basare l'intero romanzo su un suo monologo con lo scopo di analizzarne la sua psicologia, insieme alle modalità specifiche del crimine, ricordano molto uno dei racconti di Guy de Maupassant, intitolato Confession.[1][24] Anche nella costruzione dell'intreccio e nella scrittura di alcuni personaggi, prima fra tutti Ginevra, insieme al suo amante predestinato (Wanzer), si possono trovare chiari riferimenti alla narrativa maupassantiana. Nonostante la deformazione fattane da D'Annunzio, i personaggi di Giovanni Episcopo mostrano la loro ispirazione dai tanti antieroi e personaggi negativi dell'autore francese.[21][25]

Giovanni Episcopo risulta essere un'opera creata sulla base di contaminazioni fra modelli, da elementi russi alla base della letteratura a lui contemporanea che prevedevano l'introspezione, il patimento, la sofferenza e l'autodistruzione, agendo in un contesto tipico della romanzistica francese della seconda metà dell'Ottocento.[25][26]

Dedica

La scrittrice Matilde Serao seduta entro una cornice con decorazioni floreali.
Matilde Serao nel 1890

Nella prima edizione,[5] D'Annunzio inserisce prima del testo una dedica a Matilde Serao,[27] sua collega, amica e interesse amoroso,[28] che ha funzione di prefazione,[27] in cui descrive sostanzialmente il suo pensiero e il senso dell'opera in questa fase della sua carriera letteraria. La dedica appare come una sorta di micro-manifesto estetico, in cui convivono nozioni ancora riconducibili alla lezione impartita dal Naturalismo, riletta alla luce de L'uomo delinquente di Cesare Lombroso.[29] D'Annunzio afferma di voler rappresentare con esattezza il dramma di un pover'uomo: pur rispondendo ciò ai dettami della corrente naturalista che unisce arte e scienza, fa subito seguire il motto: «O rinnovarsi o morire», alludendo alla sua sperimentazione fra temi e forme diversi d'espressione, oltre che alla sua ricerca di nuove fonti d'ispirazione. Nello specifico D'Annunzio cerca di trasmettere l'immagine di sé, mentre è intento a comporre l'opera, come quella di uno scrittore in preda a una «singolare inquietudine», nata da una «sensazione visiva reale» dei "fantasmi" dell'arte.[30] Tra i suoi obbiettivi preposti esplicitamente con la dedica, vi sono l'eliminare le ridondanze dello stile alla ricerca di una prosa più asciutta e concreta, ma anche l'ambizione di caricare la narrazione di una valenza ideologica dopo la descrizione del delirio estetizzante e aristocratico del protagonista de Il piacere.[1]

La dedica del Giovanni Episcopo ha uno scopo: con essa, l'autore determina una distanza fra sé e il suo testo; non solo rispetto al libro nel quale è presente, ma anche rispetto a L'innocente. Non è però chiaro come D'Annunzio volesse che il lettore interpretasse tale dedica: da un lato la comunanza fra le due opere, dall'altro un avvertimento da parte dello scrittore sulla forma della propria opera, che non ritiene di valore adeguato rispetto al resto della sua produzione. Giovanni Episcopo è infatti irrisolto sotto il profilo della forma; D'Annunzio si riferisce a esso come a uno "studio" e non come a un "romanzo". Forse anche per questo cercò tramite la dedica di non assumersi la responsabilità autoriale sulla riuscita del contenuto.[31]

Come ultimo elemento importante, la dedica chiarisce a chi si sia ispirato per il personaggio di Giovanni Episcopo:[1]

«La persona di Giovanni Episcopo era stata già da me osservata e studiata con intensa curiosità, due anni innanzi. Il filosofo Angelo Conti l'aveva conosciuta per la prima volta nel gabinetto d'un medico, all'ospedale San Giacomo. Io, quel nobile filosofo e il pittore simbolico Marius de Maria avevamo poi frequentato una mortuaria taverna della via Alessandrina per incontrarci col doloroso bevitore. Alcune circostanze bizzarre avevano favorito il nostro studio.»

Il distacco di D'Annunzio

Ritratto di D'Annunzio con baffi curvi e colletto rigido.
D'Annunzio nel 1890

D'Annunzio riconobbe nel Giovanni Episcopo la sua opera meno riuscita:[3]

«Ah, mia cara amica, perché ebbi una sì fiera visione e feci una sì debole opera? Perché sulla pagina quel gran flutto di forza si attenuò e si spense?»

Egli ebbe molte difficoltà di scrittura, sia a causa della vita militare, il cui strascico causò un vero e proprio impedimento fisico all'immobilità richiesta dallo scrivere, sia per il ripudio stesso nei confronti dell'opera, avvenuto nel corso della stesura, che lo convinse a concludere il prima possibile il testo. Ciò è riscontrabile in uno dei passaggi narrativi più importanti, quello della morte del suocero Battista, uno dei tanti "doppi" di Episcopo, come rivela immediatamente la semplice relazione onomastica fra i nomi dei personaggi, Giovanni e Battista appunto, dovuta a un tumore.[32] Il ritrovamento del Giovanni Episcopo rappresenta la risoluzione della crisi: l'autore si cimenta in una scrittura che sorge di getto. Il romanzo è, agli occhi del suo autore, debole e D'Annunzio così ne ipotizza il motivo:[33][34]

«Compresi allora come sia profonda e inevitabile su noi l'azione pur degli estranei da cui tante diversità ci separano, e come sia più difficile preservare la nostra persona morale che il nostro corpo dai rudi contatti delle moltitudini per mezzo a cui viviamo o passiamo. Nulla, mia cara amica, nulla di quanto crediamo nostro ci appartiene.»

Giovanni Episcopo è, perciò, l'opera frutto di quest'estraneità: racconta una storia di spossamento e deprivazione, di cui Episcopo è il simbolo, ma è anche soggettiva espressione di una crisi durante la quale D'Annunzio perde il pieno controllo sulla scrittura: di tale perdita il romanzo è il frutto e la prova.[1][33]

Critica

Ritratto di Luigi Capuana quasi di profilo, con grandi baffi bianchi.
Luigi Capuana è stato il principale critico del Giovanni Episcopo

Sostanzialmente anche la critica dannunziana segue il parere dell'autore.[3] Sebbene la rilevanza che riveste nell'ambito della narrativa l'incipit sia stata comprovata,[34] in generale l'opera viene criticata per molte parti poco credibili e poco riuscite.[1] Luigi Capuana affermò che l'intero discorso pronunciato da Giovanni sembrasse poco credibile da parte di una persona del suo calibro. Sostiene infatti che in Giovanni avvenga un'inattesa identificazione dell'autore, come se D'Annunzio, oltre a mimetizzarsi nel signore che interroga con studio diretto il «doloroso bevitore», non avesse potuto fare a meno di prestare le sue concezioni intellettuali – nonché la sua peculiare declinazione mortuaria e morbosa dell'eros – anche a un "sottouomo" per eccellenza come Giovanni, così eccezionalmente inferiore da risultare degno di farsi figura d'autore.[2] Sempre per Capuana, nel disarticolato racconto emerge la storia di un vinto, di un uomo nato schiavo, che nonostante tutto non riesce a emanciparsi. Tuttavia, la debolezza del libro non sta tanto nella forma scelta, che a lungo andare può risultare monotona, quanto nel non aver saputo l'autore conciliare il dettato dell'io con la corposità dei personaggi. Wanzer, Ginevra, il vecchio Battista, la suocera, sono stereotipi evanescenti che finiscono per restare sullo sfondo, senza entrare nettamente nella coscienza del lettore.[1] Il testo non ha goduto di molta fortuna critica anche per la sua ambigua forma, a metà tra il racconto lungo e il romanzo breve.[5]

Capuana concluse la sua recensione del 1892 del Giovanni Episcopo con un commento lapidario:[2]

«[...] il D'Annunzio non sembra avere precisa coscienza di quel che avviene dentro di lui da qualche anno in qua.»

Trasposizioni cinematografiche

Episcopo parla con un uomo in un ufficio con scaffali di registri.
Fotogramma del film Il delitto di Giovanni Episcopo. A sinistra, Gino Cavalieri, a destra Aldo Fabrizi

Edizioni

Note

  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 Oliva.
  2. 1 2 3 4 Porciani, p. 85.
  3. 1 2 3 Carmello, p. 128.
  4. ↑ Pavlovic, p. 150.
  5. 1 2 3 4 5 Porciani, p. 73.
  6. 1 2 Andreoli, p. 171.
  7. ↑ Carmello, pp. 131-132.
  8. 1 2 3 Crotti, p. 115.
  9. 1 2 Carmello, p. 153.
  10. ↑ Carmello, pp. 153-154.
  11. ↑ Carmello, p. 154.
  12. ↑ Uchida, p. 88.
  13. 1 2 3 Porciani, pp. 76-77.
  14. 1 2 Porciani, p. 78.
  15. 1 2 3 Porciani, p. 82.
  16. ↑ Porciani, pp. 79-81.
  17. 1 2 3 Carmello, p. 130.
  18. ↑ Crotti, p. 114.
  19. 1 2 3 4 Delvaux, p. 4.
  20. 1 2 Pavlovic, p. 147.
  21. 1 2 3 Carmello, p. 135.
  22. 1 2 3 Porciani, p. 77.
  23. ↑ Porciani, p. 79.
  24. ↑ Delvaux, p. 3.
  25. 1 2 Carmello, pp. 135-136.
  26. ↑ Crotti, pp. 113-114.
  27. 1 2 Carmello, pp. 132-133.
  28. ↑ Crotti, pp. 116-117.
  29. ↑ Crotti, p. 116.
  30. ↑ Giacon, p. 142.
  31. ↑ Carmello, p. 131.
  32. ↑ Carmello, p. 133.
  33. 1 2 Carmello, p. 134.
  34. 1 2 Crotti, pp. 110-111.
  35. ↑ Borin, p. 125.

Bibliografia

Altri progetti

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