Giuseppe Marozin
Giuseppe Marozin (Arzignano, 18 settembre 1915[1] – Chiampo, 1966[2]) è stato un partigiano italiano, noto con il nome di battaglia "Vero" durante la Resistenza italiana. Comandò la divisione Pasubio, formazione autonoma attiva tra le province di Verona e Vicenza; in seguito operò a Milano.[2]
Biografia

Nato ad Arzignano nel 1915 da Sebastiano Marozin e Maria Micheletti, prima dell'arruolamento risiedeva a Varese; dopo avere frequentato il primo ginnasio, lavorava come venditore ambulante.[1] Si presentò al distretto militare di Varese il 30 aprile 1936; partito come volontario per il servizio all'estero, sbarcò a Cadice il 21 gennaio 1937.[1] Durante la guerra civile spagnola fu assegnato alla 2ª Compagnia presidio Aranda e, dal 1º maggio 1937, al reparto di artiglieria di Valladolid; il 28 giugno 1937 fu condannato dal tribunale militare del Corpo Truppe Volontarie a sei anni di reclusione militare per "rifiuto di ubbidienza, insubordinazione con insulti", con pena poi sospesa per incorporarlo in un reparto operante.[1] Nel 1938 fu assegnato alla divisione "Frecce azzurre"; ricoverato all'ospedale n. 9 di Saragozza il 13 novembre 1938, fu avviato a Cadice per il rimpatrio il 10 dicembre 1938 e rimpatriò il 4 gennaio 1939.[1]
Dopo l'armistizio di Cassibile si trovava a Crespadoro, nella valle del Chiampo; nei giorni successivi salì in montagna dopo avere disarmato, con la moglie Rosa Ines Franchetti, due militi forestali in un'osteria del paese.[2] Nel 1944 guidò un nucleo che rivendicava l'autonomia dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), assumendo il nome di brigata autonoma Vicenza.[2] Il 13 aprile 1944, con il nome di battaglia "Vero", attaccò e disarmò il presidio fascista di Crespadoro alla testa di una quindicina di partigiani; alla fine di giugno la formazione contava circa 250 uomini e donne e operava nelle alte valli del Chiampo, dell'Alpone e del Progno.[2]
Il 5 agosto 1944, in seguito all'accordo tra la missione alleata Rye e Marozin, la brigata Vicenza assunse la denominazione di divisione patrioti Pasubio del Movimento armato di liberazione, dipendente dal Comando supremo dell'esercito.[2] Alla fine di agosto 1944 il CLN e il comando del Corpo volontari della libertà del Veneto dichiararono Marozin e la sua formazione fuori legge per reiterata insubordinazione.[2] Secondo una ricostruzione, al CLN provinciale di Vicenza erano state presentate lamentele di delegazioni civili locali sul "comportamento anomalo" di Marozin; nella stessa ricostruzione, Ettore Gallo fu incaricato di contattarlo e di invitarlo a coordinare le proprie azioni con il CLN e con il Comando militare provinciale.[3] Nella medesima ricostruzione, il CLN provinciale deliberò all'unanimità una condanna a morte nei confronti di Marozin; Gallo precisò tuttavia che si cercò soprattutto di fargli conoscere la sentenza e di ottenerne l'allontanamento dalla zona.[3] Nel dicembre 1944, dopo il trasferimento a Milano di circa cinquanta componenti del gruppo, il comando generale del Corpo volontari della libertà dichiarò chiusa la "vertenza veneta" e autorizzò Marozin a riprendere l'azione con la Pasubio.[2]
Il 5 giugno 1944 tre pattuglie del battaglione "Danton", comandato da Marozin, prelevarono dalla stazione ferroviaria di Chiampo circa trenta militi della Guardia Nazionale Repubblicana di Vicenza.[4] Nello stesso giorno un rastrellamento condotto da reparti tedeschi e repubblicani investì la zona di Chiampo, portando alla cattura e alla fucilazione dei partigiani Mario Molon "Ubaldo" e Illido Natale Garzara "Sgancia" in località Calcara.[4]
A Milano la Pasubio liberò circa quindici detenuti politici nell'infermeria del Ospedale Maggiore di Niguarda e disarmò quaranta militari fascisti.[2] Nella zona di Baveno, presso il Lago Maggiore, la Pasubio diede vita alla VI brigata Matteotti, comandata da Gianni Turra "Poker"; la formazione partecipò poi alla liberazione di Milano.[2] Durante le giornate dell'insurrezione Marozin comparve accanto a Sandro Pertini in piazza del Duomo.[2]
Marozin diresse l'operazione che portò alla fucilazione, avvenuta a Milano in via Poliziano il 30 aprile 1945, degli attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida; i due avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana; Valenti si era arruolato volontario nell'aprile 1944 nella Decima flottiglia MAS, con il grado di tenente.[5] La brigata partigiana Pasubio prelevò Luisa Ferida a Milano il 29 aprile 1945.[6] Il 30 aprile Valenti e Ferida furono fucilati a Milano dai partigiani della divisione Pasubio; l'accusa di complicità dei due attori con la Banda Koch fu poi dimostrata infondata.[5] Secondo una ricostruzione, il memoriale difensivo di Valenti fu consegnato al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia e non venne aperto da Pertini.[5]
Il 4 maggio 1945 Marozin tornò ad Arzignano con alcuni uomini del suo comando e fu affrontato da un reparto incaricato dal CLN locale di disarmarli.[2] Nella sparatoria Marozin e un altro uomo rimasero feriti; due veterani della Vicenza-Pasubio furono uccisi.[2] Nel luglio 1945 la Questura di Milano comunicò l'arresto di Marozin e di altri dirigenti della Pasubio.[7] Con sentenza del 30 giugno 1960, il Tribunale di Vicenza prosciolse Marozin e i coimputati dalle imputazioni contestate perché "il fatto non sussiste", perché "il fatto non costituisce reato" o in applicazione del decreto luogotenenziale del febbraio 1945.[2]
Note
- 1 2 3 4 5 Fin e Zorzanello, 2019, pp. 97-100
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 Jouvet, 2001, pp. 578-579
- 1 2 Cisotto, 2013-2014, p. 39
- 1 2 Piero Casentini, Episodio di Calcara, Chiampo, 5-6-1944 (PDF), su straginazifasciste.it, Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia. URL consultato il 17 giugno 2026.
- 1 2 3 Paolo Puppa, Valenti, Osvaldo, su treccani.it, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2020. URL consultato il 17 giugno 2026.
- ↑ Jacopo Mosca, Manfrini, Luisa, su treccani.it, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2007. URL consultato il 17 giugno 2026.
- ↑ Vecchiato, 2007, p. 39
Bibliografia
- Fonti
- Gianni A. Cisotto, Ettore Gallo e la Resistenza (PDF), in Odeo olimpico. Memorie dell'Accademia Olimpica, XXIX, 2013-2014, pp. 33–57.
- Giorgio Fin e Giancarlo Zorzanello, Con le armi in pugno. Alle origini della Resistenza armata nel Vicentino: settembre 1943-aprile 1944 (PDF), Sommacampagna, Cierre, 2019, ISBN 9788883149924.
- Jean Pierre Jouvet, Dizionario della Resistenza. Vol. 2: Luoghi, formazioni, protagonisti, a cura di Enzo Collotti, Renato Sandri e Frediano Sessi, Torino, Einaudi, 2001, pp. 578-579, ISBN 9788806158552.
- Francesco Vecchiato, Verona la guerra e la ricostruzione (PDF), a cura di Maristella Vecchiato, Verona, Rotary Club Verona Nord, 2007.
- Approfondimenti
- Giovanni Dean (a cura di), Scritti e documenti della Resistenza veronese (1943-1945), Verona, Provincia di Verona, 1982, SBN VEA0044298.
- Luca Fazzo, L'ultimo fucilato. Fascisti, partigiani, giudici e voltagabbana nell'Italia della Liberazione, Milano, Mursia, 2015, ISBN 9788842551225.
- Giorgio Fin e Giancarlo Zorzanello, Epilogo di una "odissea partigiana". Arzignano - 4 maggio 1945, Arzignano, ANPI Arzignano, 2023.
- Giuseppe Marozin, Odissea partigiana. I 19 della Pasubio, a cura di Franco Catalano, Milano, Azione Comune, 1965, SBN VIA0033399.
Voci correlate
Collegamenti esterni
- Piero Casentini, Episodio di Calcara, Chiampo, 5-6-1944 (PDF), su straginazifasciste.it, Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia.
- Jacopo Mosca, Manfrini, Luisa, su treccani.it, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2007.
- Paolo Puppa, Valenti, Osvaldo, su treccani.it, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2020.
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