Governo della Repubblica di Genova

Il governo della Repubblica di Genova designa il complesso delle istituzioni politiche, amministrative, giudiziarie, finanziarie e militari con cui la città di Genova e i suoi domini si ressero autonomamente per quasi settecento anni dalla costituzione della prima Compagna comunale tradizionalmente collocata nel 1099 fino alla soppressione della Repubblica aristocratica il 14 giugno 1797 sotto pressione delle armate rivoluzionarie francesi. Nel corso di questo lunghissimo arco cronologico tal assetto costituzionale genovese attraversò quattro fasi nettamente distinte (quella consolare, quella podestarile-popolare, quella del dogato "perpetuo" trecentesco e quattrocentesco e infine quella della repubblica aristocratica post-1528) ciascuna caratterizzata da proprie magistrature e da propri equilibri sociali[1].

La ricostruzione dell'assetto costituzionale pone problemi specifici rispetto ad altri comuni e Stati regionali italiani sia per la scarsità relativa delle fonti normative organiche anteriori al Trecento ma anche per la sovrapposizione lungo tutto il basso medioevo tra magistrature pubbliche e organismi di natura privatistica (le compere, le società marittime, le consorterie familiari), che solo con la riforma del 1528 vennero ricondotti entro un quadro istituzionale unitario e più stabile[2]. Fonte fondamentale per il periodo medievale restano sicuramente gli Annali di Caffaro e dei suoi continuatori redatti su incarico del Comune stesso a partire dalla metà del XII secolo andando a costituire al contempo cronaca e legittimazione ideologica del potere pubblico[3].

Le origini: la Compagna Communis (XI-XII secolo)

Le origine dell'autogoverno genovese si possono individuare nel 1099 con la data di costituzione della Compagna Communis, un giuramento associativo (conjuratio) tra le principali famiglie e consorterie genovesi rinnovato periodicamente con cadenza inizialmente triennale e poi quadriennale dal quale sorse il Comune di Genova come veero soggetto politico autonomo, formalmente ancora inserito nella cornice feudale dell'Impero e della Marca Obertenga ma di fatto pienamente autogestito[4]. Il governo della Compagna era affidato a un collegio di consoli del Comune (consules communis) in numero variabile tra quattro e otto eletti annualmente in rappresentanza delle principali famiglie e delle circoscrizioni cittadine (le compagne territoriali, poi ridotte a otto); essi vennero affiancati da consoli dei placiti con competenze giudiziarie in materia civile e penale[5]. Tale carica venne soppressa completamente solo dopo il 1217 quando la Repubblica di Genova si trovò ad adottare una forma di governo in cui vigeva la nomina di un Podestà d'origine non genovese.

Il console Caffaro di Rustico da Caschifellone

Accanto ai consoli operava per le questioni di maggior rilievo, un Consiglio dei Credendari o arengo cioè una assemblea allargata dei capifamiglia aventi diritto, organismi consortili specializzati tra cui vanno ricordate le prime forme di compere e associazioni di finanziatori dello Stato che anticipavano fondi al Comune contro la cessione del gettito di determinate imposte, embrione di quello che sarebbe poi diventato il Banco di San Giorgio[6].

Il periodo podestarile (1191-fine XIII secolo)

Le ricorrenti lotte tra le fazioni aristocratiche in particolare tra i gruppi familiari che sarebbero confluiti nei successivi partiti genovesi dei guelfi e ghibellini, resero cronicamente instabile il governo consolare ed incapace di garantire l'arbitrato tra le grandi casate (Della Volta, Doria, Spinola, Fieschi, Grimaldi su tutte). A partire dal 1191 Genova adottò sul modello lombardo, l'istituto del podestà, un magistrato forestiero in possesso di adeguata formazione giuridica chiamato a reggere la città per un mandato annuale non rinnovabile, con il compito specifico di amministrare la giustizia e mantenere l'ordine pubblico al di sopra delle fazioni locali[7].

Il podestà era coadiuvato da:

  • un Consiglio degli Anziani (o Consiglio minore), organo ristretto con funzioni esecutive e consultive;
  • un Consiglio maggiore (o Consiglio del Popolo), assemblea più ampia rappresentativa delle otto compagne cittadine competente per le decisioni di maggior rilievo (come dichiarazioni di guerra, alleanze o imposizioni fiscali straordinarie);
  • Sapientes e consiliarii incaricati di volta in volta di redigere pareri tecnici su singole questioni.

Il sistema podestarile pur ripetutamente riformato non risolse le tensioni di fondo tra le grandi famiglie, che mantennero il controllo di fatto delle risorse militari (tra cui le torri gentilizie e le clientele armate) e finanziarie della città tanto da rendere necessari in più occasioni nel corso del Duecento, interventi di arbitri esterni per riappacificare le fazioni come accadde nel 1194 con l'azione di mediazione imperiale[8].

Il movimento popolare: Capitani del Popolo e Abate del Popolo

Sul modello di altre città comunali italiane nella seconda metà del Duecento si affermò a Genova anche l'istituto dei Capitani del Popolo, espressione delle società armate delle arti e dei mestieri concepito come contrappeso istituzionale allo strapotere delle consorterie nobiliari[9]. In alcune fasi al vertice del movimento popolare fu posto un Abate del Popolo, trattasi di una magistratura di raccordo tra le società delle arti e il governo cittadino: il caso più noto e meglio documentato è quello di Guglielmo Boccanegra abate del popolo dal 1257 al 1262 che esercitò poteri di fatto assimilabili a una signoria personale, prima di essere estromesso da una reazione nobiliare[10].

L'instabilità cronica del sistema comunale venne aggravata dalle guerre esterne (in particolare contro Pisa sconfitta definitivamente nella battaglia della Meloria del 1284 e contro Venezia) portando, tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento a ripetuti ricorsi a signorie esterne o a "capitanerie" straordinarie. Sono emblematici i casi della dedizione alla casata angioina, viscontea e per periodi limitati alle stesse famiglie Doria e Spinola con poteri quasi-signorili.

Simon Boccanegra, primo doge di Genova viene acclamato dal popolo.

Il dogato "perpetuo" (1339-1528)

L'elezione di Simone Boccanegra

Una svolta istituzionale decisiva si ebbe nel settembre 1339 quando una sommossa popolare insofferente al perdurare dei tafferugli fra fazioni nobiliari (in quel momento articolate nei blocchi guelfo e ghibellino), portò all'elezione per acclamazione del primo doge a vita della storia genovese, il popolano Simone Boccanegra nipote del già ricordato Guglielmo[11]. La dignità dogale fu ispirata al modello della vicina Repubblica di Venezia con caratteri distaccatamente popolari (i primi dogi furono infatti scelti quasi sempre tra famiglie non ascritte all'antica nobiltà consolare in evidente funzione anti-oligarchica) e concepita come carica vitalizia con funzioni di capo dello Stato, presidente dei consigli cittadini oltre che comandante supremo delle forze armate[12].

Instabilità politica e dominazioni straniere

Il dogato perpetuo trecentesco e quattrocentesco non pose affatto fine all'instabilità cronica del sistema politico genovese: nell'arco di poco meno di due secoli (1339-1528) si succedettero oltre trenta dogi molti dei quali deposti con la forza in fughe rocambolesche o in vere e proprie congiure di palazzo. In più occasioni la città faticante a darsi un governo stabile e insidiata sia dalle mire espansionistiche dei Visconti di Milano sia da quelle della corona di Francia si sottopose volontariamente a dominazioni straniere rinunciando temporaneamente all'autonomia dogale.

Si ebbero nella storia genovese le seguenti dominazioni governative:

Ciascuna di queste fasi comportò una totale o parziale eliminazione della carica dogale venendo sostituita da governatori nominati dalla potenza dominante spesso affiancati da consigli cittadini ridotti a ruolo puramente consultivo[13]. Solo con la definitiva liberazione dal controllo francese nel 1528 si giunse a una soluzione stabile e perdurante.

La riforma di Andrea Doria (1528)

Genesi politica della riforma

Andrea Doria vittorioso nettuno, dipinto del Bronzino. L'ammiraglio fu uno dei fautori della rinnovazione e del secolo genovese.

Nel settembre 1528 il generalissimo e ammiraglio Andrea Doria al comando della flotta genovese al servizio della Francia, ruppe l'alleanza con Francesco I e passò al servizio dell'imperatore Carlo V ottenendo in cambio ampie garanzie di autonomia per la propria città natale. Rientrato a Genova Doria non assunse alcuna carica di principe o signore (nonostante le prementi richieste da parte della famiglia e della nobiltà alleata) ma promosse con l'appoggio determinante del giurista Bendinelli Sauli e di una commissione di riformatori una radicale rifondazione costituzionale, nota come riforma del 1528 (o leggi del Garibetto dal soprannome del quartiere dove si tennero le assemblee costituenti)[14].

Tale audace riforma perseguiva tre obiettivi tra loro connessi; il porre fine in via definitiva al secolare conflitto tra fazioni nobiliari e popolane che aveva reso Genova cronicamente e ripetutamente soggetta a dominazioni straniere ma anche il ricondurre a un quadro costituzionale unitario la molteplicità di corpi e magistrature (compere, alberghi, arti) che avevano fino a quel momento conteso allo Stato quote di sovranità. Ed infine garantire la sicurezza degli investimenti e dei traffici commerciali dei grandi capitalisti genovesi attraverso un governo prevedibile e ripetibile[15].

Gli alberghi e il Libro d'Oro

Lo strumento principale della riforma fu l'iscrizione forzata di tutte le famiglie di rilievo sia di antica nobiltà sia di recente arricchimento mercantile, in un numero ristretto di consorterie artificiali dette alberghi: ventotto in origine in seguito variati nel numero, che assorbivano sotto un unico cognome comune famiglie in precedenza distinte con l'obiettivo dichiarato di diluire le antiche fedeltà di sangue e fazione entro nuove aggregazioni artificiali[16]. Il potere politico fu riservato in via esclusiva ai membri delle famiglie iscritte al Libro d'Oro della nobiltà istituito contestualmente e periodicamente aggiornato: la sua riapertura nel 1576 a seguito dei violenti tumulti tra la fazione dei nobili "vecchi" (l'antica aristocrazia consolare) e quella dei nobili "nuovi" (le famiglie di recente arricchimento mercantile ammesse al patriziato dopo il 1528), portò alla sua divisione in due liste distinte formalmente parificate nei diritti politici ma a lungo fonte di tensione sociale[17][18].

Gli organi centrali di governo dopo il 1528

Il Doge

La facciata di Palazzo Ducale, sede politica del Doge Serenissimo.

Il doge (in ligure dûxe) vertice formale dello Stato cessò con la riforma di essere una carica vitalizia e divenne una magistratura elettiva biennale (dal 1576 fu inoltre stabilito un intervallo obbligatorio di cinque anni tra un dogato e il successivo per lo stesso individuo), riservata ai soli patrizi iscritti al Libro d'Oro e di età non inferiore ai cinquant'anni[19]. Il doge risiedeva nel Palazzo Ducale portando il titolo di Serenissimo e presiedendo formalmente sia i Collegi sia i Consigli ma senza disporre di poteri decisionali autonomi rilevanti: l'intero impianto istituzionale del 1528 era infatti concepito per impedire in via strutturale il riemergere di un potere personale sul modello del dogato trecentesco. Al termine del biennio il doge come ogni altro magistrato uscente, era sottoposto al giudizio dei Sindacatori.

I Serenissimi Collegi

Accanto al doge operavano i Serenissimi Collegi, articolati in:

  • il Collegio dei Governatori, composto da otto membri con funzioni di governo generale e di gestione degli affari correnti;
  • il Collegio dei Procuratori (i cosiddetti "Procuratori della Repubblica"), anch'esso di otto membri con competenze in materia finanziaria, di giustizia civile d'appello e di rappresentanza cerimoniale e diplomatica.

Doge e Collegi riuniti formavano la Serenissima Signoria, vertice esecutivo collegiale dello Stato che deliberava sugli affari di ordinaria amministrazione e sulla conduzione della politica estera nell'intervallo tra una sessione e l'altra dei Consigli maggiori[20].

Il Minor Consiglio e il Maggior Consiglio

Il potere legislativo era esercitato da due assemblee:

  • il Minor Consiglio (o Piccolo Consiglio), composto da un centinaio di membri estratti tra i patrizi iscritti al Libro d'Oro, con funzioni deliberative su materie ordinarie e di istruttoria per i lavori del Maggior Consiglio;
  • il Maggior Consiglio, assemblea più ampia che nei periodi di massima estensione poté contare fino a circa quattrocento membri competente per le decisioni di maggior rilievo costituzionale: modifiche alle leggi fondamentali dello Stato, dichiarazioni di guerra e di pace, elezione delle principali magistrature (doge, Collegi, Senato, ambasciatori etc).
La sala del Minor Consiglio

L'accesso ai due Consigli era riservato come detto ai nobili iscritti al Libro d'Oro selezionati attraverso un complesso sistema di estrazione a sorte da apposite "borse elettorali" (il cosiddetto sistema del bussolo), periodicamente rinnovate secondo criteri di rotazione tra gli alberghi allo scopo esplicito di impedire il consolidarsi di maggioranze stabili o di clientele di lungo periodo[21].

Il Senato

Il Senato istituito contestualmente alla riforma del 1528 e profondamente riorganizzato con le successive riforme del 1576 (in seguito alla crisi tra nobiltà vecchia e nuova) e del 1622 affiancava i Collegi nella gestione ordinaria degli affari di Stato, con competenze prevalenti in materia di politica estera, di amministrazione militare e di finanza pubblica. Nel corso del Seicento e ancor più nel Settecento il Senato assunse un ruolo di crescente centralità nella conduzione quotidiana del governo in parte a scapito dei Consigli maggiori sempre più ridotti a un ruolo cerimoniale e di mera ratifica[22].

I Sindacatori

I Sindacatori (o Supremi Sindacatori), in numero di cinque, costituivano l'organo di controllo sulla legalità dell'operato di tutti i magistrati uscenti, doge compreso, con potere di infliggere sanzioni pecuniarie o interdittive per gli abusi commessi durante il mandato. L'istituto di minima ispirazione veneziana (sul modello degli Avogadori di Comun) fu tratto peculiare e particolarmente rigido del costituzionalismo genovese post-1528 poiché concepito specificamente per prevenire il riemergere di poteri personali forti (combatté i numerosi tentativi di trame politiche e colpi di stato ai danni del Doria quali la congiura dei Fieschi e quella di Giulio Cibo)[23].

La Rota Criminale e le magistrature giudiziarie

La giustizia penale ordinaria era amministrata dalla Rota Criminale, un tribunale collegiale composto da giudici forestieri (secondo la tradizione risalente al periodo podestarile di affidare la funzione giudicante a magistrati non genovesi, per garantirne l'imparzialità rispetto alle consorterie locali) mentre la giustizia civile faceva capo in prima istanza ai Conservatori delle Leggi e in appello, agli stessi Collegi dei Procuratori[24].

Le magistrature settoriali

Oltre agli organi di vertice, il governo della Repubblica si articolava in un fitto reticolo di magistrature specializzate, spesso di antichissima origine comunale e progressivamente riorganizzate nel corso dell'età moderna:

  • Padri del Comune, competenti per l'urbanistica cittadina, la manutenzione delle strade e degli edifici pubblici, e in una fase più tarda per il controllo edilizio privato[25];
  • Magistrato delle Fortificazioni, responsabile della progettazione, costruzione e manutenzione delle mura e delle opere difensive cittadine, tra cui le celebri mura seicentesche;
  • Conservatori del Mare, con competenze in materia di diritto marittimo, di sicurezza della navigazione e di risoluzione delle controversie commerciali tra mercanti;
  • Magistrato di Sanità, incaricato della prevenzione delle epidemie, del controllo dei porti e della gestione dei lazzaretti, la cui documentazione (i cosiddetti "cartelli di sanità") costituisce oggi fonte preziosa per la storia demografica ligure[26];
  • Magistrato dell'Abbondanza, preposto all'approvvigionamento annonario della città e al controllo dei prezzi dei generi di prima necessità;
  • Ufficio delle Gabelle e altre magistrature fiscali, responsabili della riscossione delle imposte indirette sui traffici commerciali, principale fonte di entrata dello Stato genovese.
  • Magistratura degli Straordinari, organo giudiziario e amministrativo su casi di natura straordinaria.

Il Banco (Officio) di San Giorgio

Un ruolo del tutto peculiare nell'architettura istituzionale genovese fu svolto dal Banco di San Giorgio, sorto nel 1407 dalla fusione delle antiche compere (i consorzi di creditori dello Stato costituitisi fin dal Duecento per finanziare le spese belliche del Comune) in un unico organismo, che nel corso del Quattrocento e del Cinquecento assunse progressivamente competenze pubblicistiche di enorme rilievo. Tra i suoi ruoli vi era la gestione autonoma di larga parte del debito pubblico genovese e la riscossione diretta di importanti cespiti fiscali ceduti in garanzia dallo Stato. Il banco è noto anche per aver direttamente avuto il controllo di alcuni possedimenti d'oltremare quali l'isola di Corsica (dal 1453 al 1562, poi nuovamente dal 1568) e alcuni scali del Mar Nero e della Crimea prima della loro perdita definitiva a favore ottomano[27]. Il Banco era retto da propri organi statutari, gli Otto Protettori delle Compere di San Giorgio che erano dotati di ampia autonomia rispetto al governo repubblicano propriamente detto tanto da essere descritto da Niccolò Machiavelli nelle sue Istorie fiorentine come "uno stato dentro lo stato"[28].

L'amministrazione del Dominio (territori di terraferma e oltremare)

Al di fuori della città capitale, la Repubblica amministrava un vasto Dominio governativo territoriale articolato in:

L'apparato militare e navale

La difesa dello Stato genovese si fondava su un sistema misto che combinava:

  • le galee dello Stato, numericamente limitate e destinate soprattutto alla scorta dei convogli commerciali e alla rappresentanza;
  • il ricorso sistematico ad ammiragli e squadre private in primo luogo quella della famiglia Doria noleggiate allo Stato attraverso appositi contratti (i cosiddetti asientos), sistema che consentì a Genova di mantenere un peso navale nel Mediterraneo sproporzionato rispetto alle proprie sole risorse pubbliche dirette;
  • le milizie territoriali delle Riviere organizzate su base locale per la difesa costiera contro le incursioni corsare barbaresche particolarmente frequenti tra Cinque e Seicento[30].

L'apparato diplomatico

La Repubblica intratteneva rapporti diplomatici stabili con le principali potenze europee attraverso Ambasciatori residenti (in particolare presso la corte di Spagna di cui Genova fu a lungo alleata privilegiata e principale fornitrice di credito attraverso i celebri "uomini d'affari" genovesi del secolo XVI-XVII) e Inviati straordinari per le missioni di volta in volta necessarie la cui corrispondenza è oggi in gran parte conservata presso l'Archivio di Stato di Genova[31].

Crisi settecentesca e caduta della Repubblica (1797)

Il sistema oligarchico disegnato nel 1528 e consolidato nel 1576 rimase sostanzialmente inalterato nelle sue linee di fondo fino alla fine del XVIII secolo pur attraversando gravi crisi: dovette sopportare e resistere al bombardamento francese del 1684, alla rivolta antiaustriaca del 1746 (il celebre episodio di Balilla), alla già menzionata perdita della Corsica nel 1768 e infine al progressivo logoramento finanziario e politico dello Stato negli ultimi decenni del secolo. Le pressioni rivoluzionarie francesi unite a un diffuso malcontento sociale interno contro il monopolio politico della vecchia aristocrazia portarono nel maggio-giugno 1797 alla caduta definitiva del governo aristocratico: sotto la spinta di sommosse popolari e con l'intervento diretto delle truppe di Napoleone Bonaparte, le istituzioni oligarchiche vennero abolite e sostituite da un governo provvisorio democratico, che il 14 giugno 1797 proclamò la Repubblica Ligure posta sotto lo stretto controllo politico francese[32]. La Repubblica Ligure fu a sua volta annessa alla Francia napoleonica nel 1805 e dopo la caduta di Napoleone i territori dell'antica Repubblica di Genova (dopo un breve periodo di rinnovata indipendenza con la Repubblica Genovese) furono definitivamente assegnati al Regno di Sardegna con le decisioni del Congresso di Vienna del 1815 ponendo fine per sempre all'indipendenza politica genovese (senza contare la brevissima vita politica della Repubblica del 1849).

Note

  1. ↑ Vito Vitale, Breviario della storia di Genova. Lineamenti storici ed orientamenti bibliografici, I-II, Genova, Società Ligure di Storia Patria, 1955.
  2. ↑ Giovanna Petti Balbi, Governare la città. Pratiche sociali e linguaggi politici a Genova in età medievale, Bologna, CLUEB, 2007, pp. 15-42.
  3. ↑ Caffaro, Annali genovesi di Caffaro e de' suoi continuatori, a cura di Luigi Tommaso Belgrano, 5 voll., Roma, Istituto Storico Italiano, 1890-1929.
  4. ↑ Steven A. Epstein, Genoa and the Genoese, 958-1528, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1996, pp. 19-45.
  5. ↑ Giorgio Costamagna, Il governo del Comune di Genova nel Duecento, in Bollettino Ligustico per la storia e la cultura regionale, XIII, 1961.
  6. ↑ Giuseppe Felloni, Scritti di storia economica, I, pp. 55-98, Genova, Società Ligure di Storia Patria, 1998.
  7. ↑ Dino Puncuh (a cura di), Storia di Genova. Mediterraneo, Europa, Atlantico, Genova, Società Ligure di Storia Patria, 2003, pp. 112-140.
  8. ↑ Antonio Musarra, Genova e il mare nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 2015, pp. 88-104.
  9. ↑ Vito Piergiovanni (a cura di), Farsi Comune. Il popolo a Genova, Milano e Bologna nel Duecento, Bologna, Il Mulino, 2015, pp. 201-230.
  10. ↑ Giovanna Petti Balbi, Simon Boccanegra e la Genova del '300, Genova, ECIG, 1991, pp. 25-40.
  11. ↑ Ernesto Pandiani, Vita privata genovese nel Rinascimento, Genova, A. Donath, 1915, pp. 12-30.
  12. ↑ Giovanna Petti Balbi, Simon Boccanegra e la Genova del '300, Genova, ECIG, 1991, pp. 55-90.
  13. ↑ Dino Puncuh (a cura di), Storia di Genova. Mediterraneo, Europa, Atlantico, Genova, Società Ligure di Storia Patria, 2003, pp. 210-260.
  14. ↑ Arturo Pacini, I presupposti politici del "secolo dei genovesi". La riforma del 1528, Genova, Società Ligure di Storia Patria, 1990, pp. 1-460.
  15. ↑ Edoardo Grendi, La repubblica aristocratica dei genovesi. Politica, carità e commercio fra Cinque e Seicento, Bologna, Il Mulino, 1987, pp. 13-60.
  16. ↑ Rodolfo Savelli, La repubblica oligarchica. Legislazione, istituzioni e ceti a Genova nel Cinquecento, Milano, Giuffrè, 1981, pp. 45-120.
  17. ↑ Rodolfo Savelli, La repubblica oligarchica. Legislazione, istituzioni e ceti a Genova nel Cinquecento, Milano, Giuffrè, 1981, pp. 180-240.
  18. ↑ Carlo Bitossi, Il governo dei magnifici. Patriziato e politica a Genova fra Cinque e Seicento, Genova, ECIG, 1990, pp. 70-130.
  19. ↑ Carlo Bitossi, Il governo dei magnifici. Patriziato e politica a Genova fra Cinque e Seicento, Genova, ECIG, 1990, pp. 140-165.
  20. ↑ Giovanni Battista Semeria, Secoli cristiani della Liguria, I, pp. 210-225, Torino, Tipografia Fratelli Canfari, 1843.
  21. ↑ Rodolfo Savelli, La repubblica oligarchica. Legislazione, istituzioni e ceti a Genova nel Cinquecento, Milano, Giuffrè, 1981, pp. 250-310.
  22. ↑ Giorgio Doria, Investimenti e sottosviluppo a Genova all'inizio dell'età moderna, Torino, ILTE, 1969, pp. 130-155.
  23. ↑ Rodolfo Savelli, La repubblica oligarchica. Legislazione, istituzioni e ceti a Genova nel Cinquecento, Milano, Giuffrè, 1981, pp. 320-340.
  24. ↑ Vito Piergiovanni (a cura di), Diritto e potere nella storia europea, Padova, CEDAM, 1982, pp. 310-330.
  25. ↑ Ennio Poleggi, Genova, una civiltà di Palazzi, Genova, Sagep, 2002, pp. 45-70.
  26. ↑ Carlo M. Cipolla, Cristofano e la peste. Un caso di storia sociale e crisi religiosa nella Toscana barocca, Bologna, Il Mulino, 1976.
  27. ↑ Giuseppe Felloni, Scritti di storia economica, I, pp. 150-210, Genova, Società Ligure di Storia Patria, 1998.
  28. ↑ Niccolò Machiavelli, Istorie fiorentine, libro VIII, 1525.
  29. ↑ Michel Balard, La Romanie génoise (XIIe-début du XVe siècle), 2 voll., Roma, École française de Rome, 1978.
  30. ↑ Luca Lo Basso, Uomini da remo. Galee e galeotti del Mediterraneo in età moderna, Milano, Selene Edizioni, 2003, pp. 60-110.
  31. ↑ Arturo Pacini, La Genova di Andrea Doria nell'Impero di Carlo V, Firenze, Leo S. Olschki, 1999, pp. 200-260.
  32. ↑ Luca Lo Basso, Uomini da remo. Galee e galeotti del Mediterraneo in età moderna, Milano, Selene Edizioni, 2003, pp. 250-270.

Bibliografia

  • Vito Vitale, Breviario della storia di Genova. Lineamenti storici ed orientamenti bibliografici, 2 voll., Genova, Società Ligure di Storia Patria, 1955.
  • Giovanna Petti Balbi, Governare la città. Pratiche sociali e linguaggi politici a Genova in età medievale, Bologna, CLUEB, 2007.
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  • Steven A. Epstein, Genoa and the Genoese, 958-1528, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1996.
  • Dino Puncuh (a cura di), Storia di Genova. Mediterraneo, Europa, Atlantico, Genova, Società Ligure di Storia Patria, 2003.
  • Antonio Musarra, Genova e il mare nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 2015.
  • Vito Piergiovanni (a cura di), Farsi Comune. Il popolo a Genova, Milano e Bologna nel Duecento, Bologna, Il Mulino, 2015.
  • Arturo Pacini, I presupposti politici del "secolo dei genovesi". La riforma del 1528, Genova, Società Ligure di Storia Patria, 1990.
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Voci correlate

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