Guerra di Gradisca

Guerra di Gradisca
Data11 agosto 1615 - 26 settembre 1617
LuogoFriuli, Venezia Giulia, Istria, Dalmazia, Adriatico
EsitoVittoria friuliano-veneziana
Schieramenti
Repubblica di Venezia (bandiera) Repubblica di Venezia
Ducato di Savoia
Asburgo d'Austria e Spagna
Comandanti
Pompeo Giustiniani
Don Giovanni de' Medici
Giovanni di Nassau
Adamo di Trautmannsdorf
Baltasar de Marradas
Effettivi
IncertiSconosciuti
Perdite
Più di 30 000Sconosciute
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«La guerra di Gradisca, ufficialmente non dichiarata, inconcludente, dispendiosa e ricomposta formalmente soltanto un anno dopo la sua conclusione, fu una guerra d'attrito atroce e interminabile, in cui non fu combattuta alcuna battaglia di qualche conto, né fu occupato alcun centro abitato importante.»

La guerra di Gradisca (1615-1617), così denominata per via dell'assedio alla fortezza omonima, è conosciuta anche come guerra degli Uscocchi nelle fonti veneziane, e come guerra del Friuli o, talvolta, guerra di Gradisca nelle fonti arciducali. Il conflitto oppose la Repubblica di Venezia al ramo austriaco della dinastia Asburgo.

Pur trattandosi di una guerra di scala locale, essa assunse connotazioni internazionali per la presenza di truppe mercenarie stranierie – in particolare olandesi, guidate da Giovanni di Nassau – e per il debutto militare di Alberto di Wallenstein, destinato a diventare uno dei più celebri condottieri della Guerra dei Trent'anni. Fu inoltre l'ultimo conflitto combattuto sul suolo italiano con la partecipazione diretta delle milizie veneziane, ad eccezione del loro ruolo marginale nella successiva guerra di successione di Mantova e del Monferrato.

Antefatti e cause

Dopo la sconfitta subita nella guerra della Lega di Cambrai, la Repubblica di Venezia adottò una politica essenzialmente difensiva nei confronti dello Stato di Terraferma, rafforzandone i confini attraverso la costruzione di una rete di fortificazioni di concezione straordinariamente moderna per l'epoca. Nell'ottobre del 1593 ebbero inizio i lavori per la costruzione della fortezza di Palma – oggi Palmanova –, edificata a protezione del confine orientale. Ufficialmente destinata a fronteggiare le incursioni ottomane, essa aveva in realtà una chiara funzione anti-imperiale, in contrapposizione alla fortezza di Gradisca, perduta all'inizio del secolo.[1]

La pace di Zsitvatorok del 1606 inaugurò un periodo di tregua tra l'Austria e l'Impero ottomano, i due principali avversari di Venezia. Il sultano Ahmed I, impegnato nella guerra contro la Persia safavide, non aveva interesse a un nuovo conflitto con la Repubblica di San Marco, con la quale l'Impero ottomano rimase in pace dal 1573 al 1645.

L'ostilità tra Venezia e gli Asburgo – tanto il ramo austriaco quanto quello spagnolo – aveva diverse cause:

  • politiche: la Serenissima, circondata da territori asburgici e costantemente minacciata, cercava alleanze con le potenze ostili agli Asburgo, comprese le nazioni protestanti dell'Europa settentrionale e i Grigioni;
  • commerciali: Venezia rivendicava un diritto esclusivo di polizia marittima sull'Adriatico, che considerava "mare proprio";
  • ideologiche: la Repubblica aveva ottenuto un'ampia autonomia ecclesiastica, specialmente nella nomina dei vescovi, e offriva rifugio a religiosi sospettati d'eresia e ai marranos.

Nonostante le azioni ostili di alcuni viceré spagnoli, come l'Osuna – che agli inizi del Seicento agivano spesso di propria iniziativa – i rapporti con la Spagna rimasero formalmente corretti. Madrid, infatti, svolse più volte un ruolo di mediazione, sia durante la guerra dell'Interdetto (1606-1607), sia nel contenzioso con l'Arciduca d'Austria.[2]

Agli inizi del XVII secolo, il principale motivo di tensione tra Venezia e gli Asburgo d'Austria era rappresentato dalle scorrerie degli Uscocchi, benché il commercio veneziano fosse minacciato anche dai corsari barbareschi – alleati dei Turchi ma indifferenti alla tregua –, dai pirati protetti dal viceré spagnolo di Napoli e persino da corsari inglesi e olandesi.

Come suggerisce l'etimologia del loro nome, gli Uscocchi erano slavi cattolici fuggiti dall'avanzata turca, stabilitisi sulle coste adriatiche all'inizio del Cinquecento.[3] Integratisi nel sistema difensivo asburgico lungo la frontiera orientale, essi popolarono territori dalmati poveri di risorse, incapaci di sostenerli economicamente. Ai primi nuclei si aggiunsero presto banditi, galeotti evasi e avventurieri di ogni provenienza, tanto che il loro numero – stimato in circa un migliaio alla fine del XVI secolo – aumentò considerevolmente.[4]

La perdita di Bihać nel 1592 accrebbe la loro importanza strategica, mentre la pace del 1606, imponendo la cessazione dei raid contro i domini ottomani, spinse gli Uscocchi a intensificare le loro attività piratesche contro i veneziani.[5] L'atteggiamento dell'Arciduca nei loro confronti rimase ambiguo: pur condannandone formalmente gli eccessi, egli li considerava un utile strumento per minare la supremazia marittima veneziana – mai accettata dagli Asburgo – e per fomentare nuove tensioni tra Venezia e la Porta, nonostante il trattato di pace seguito alla guerra di Cipro avesse affidato ai veneziani la sicurezza dell'Adriatico.[4]

Le loro scorrerie erano particolarmente detestate, non solo per l'entità dei danni – si stima che tra il 1592 e il 1609 si siano impossessati di 250-300 imbarcazioni veneziane, circa un decimo della flotta, rappresentando la seconda causa di perdita di tonnellaggio dopo i naufragi[6] –, ma anche per la prossimità delle loro basi a Venezia stessa, considerata un affronto intollerabile alla sua storica signoria sull'Adriatico, esercitata, tra l'altro, imponendo tributi persino al porto asburgico di Trieste.

Primi scontri

Già nel 1592 Almorò Tiepolo era stato nominato Capitano contra Uscocchi e aveva avviato una serie di attacchi diretti contro le basi dei pirati, che tuttavia godevano di una posizione naturalmente difensiva. La principale di esse era Segna, situata nel canale della Morlacca. Sebbene l'arciduca d'Austria nutrisse risentimento verso Venezia per il mancato sostegno nella guerra contro i Turchi, egli cercò di evitare un conflitto aperto e tentò di contenere la situazione. In risposta al blocco navale imposto dai veneziani lungo tutto il litorale adriatico, nel 1600 inviò come commissario imperiale il goriziano Giuseppe Rabatta, nobile in buoni rapporti con la Serenissima. Rabatta adottò misure durissime, condannando a morte diversi capi uscocchi, ma la reazione dei segnani fu immediata: nella notte del 31 dicembre 1601 egli venne assassinato.[3][4]

Negli anni 1612 e 1613 i veneziani, in rappresaglia, devastarono alcuni territori appartenenti direttamente all'Arciduca. Nuovi tentativi di mediazione – con incontri tenutisi sia a Venezia sia a Vienna – fallirono di fronte all'intransigenza austriaca, che subordinava la fine delle scorrerie uscocche al riconoscimento della libertà di navigazione nel golfo, condizione che Venezia non era disposta ad accettare.[4]

La tensione degenerò ulteriormente nel 1613 a causa del raccapricciante assassinio del sopracòmito Cristoforo Venier: assalita la sua galera presso Carlopago nel maggio di quell'anno, gli Uscocchi massacrarono l'equipaggio, decapitarono il Venier e, secondo le cronache, ne estrassero il cuore dal petto per divorarlo.[7] La successiva spedizione punitiva contro Segna, condotta dal Provveditore Filippo Pasqualigo con l'appoggio di un contingente di cavalleria turca che controllava le vie d'accesso dall'interno, provocò infine l'intervento del plenipotenziario austriaco Tiefenbach, il quale fece giustiziare numerosi Uscocchi e riuscì per l'ultima volta a scongiurare la guerra.[4]

Il fatto che Venezia, tradizionalmente incline alla diplomazia più che alle armi, considerasse ormai inevitabile un conflitto terrestre, si deduce anche dall'insistenza con cui nel 1613 cercò di assicurarsi i servigi del celebre condottiero Pompeo Giustiniani. Dopo aver rifiutato due offerte, Giustiniani accettò infine la terza, pari a 3.000 ducati, e nel marzo 1614 raggiunse Venezia, dove gli fu affidato il comando militare di Candia.[4] La Repubblica contava sul fatto che la Spagna, già impegnata a ovest contro Carlo Emanuele I di Savoia – sostenuto finanziariamente dai veneziani –, non avrebbe aperto un secondo fronte, e che l'Arciduca di Graz non avrebbe potuto contare sull'appoggio dell'imperatore Mattia.[5]

Nel 1615 la situazione precipitò definitivamente: gli Uscocchi arrivarono a spingersi con le loro scorrerie fino a Monfalcone, enclave veneziana in territorio arciducale, mentre i veneziani, nel tentativo di colpire Segna, si trovarono a dover affrontare non solo i pirati, ma anche le truppe regolari dell'Arciduca.[4]

Agosto 1615-ottobre 1616

Nella fase iniziale del conflitto, le operazioni veneziane – condotte da truppe partite da Palma – furono caratterizzate da un approccio offensivo, fondato su rapidità di movimento e effetto sorpresa. Gli arciducali, invece di opporre resistenza su un fronte esteso, preferirono abbandonare numerose città e villaggi – tra cui Cervignano, Aquileia, Porpetto, Maranutto, Mariano, Romans d'Isonzo, Cormons, Medea e Sagrado – per concentrarsi su posizioni più forti e facilmente difendibili. Molti di questi centri si arresero spontaneamente alla Serenissima, senza neppure subire attacchi diretti.

Parallelamente, gli austriaci lanciarono un'offensiva in Istria, dove riuscirono a penetrare agevolmente spingendosi sino a Pola, Duecastelli e Sanvincenti. Tuttavia, una volta respinti, gli Uscocchi devastarono i villaggi circostanti, compiendo saccheggi e distruzioni. Il provveditore veneziano Loredan, per fronteggiare tali incursioni, chiese e ottenne rinforzi consistenti a difesa delll'Istria meridionale: inviò artiglieria a Parenzo e Rovigno, armi a Pola, e viveri e munizioni a Valle e Duecastelli, concentrando le milizie nei presidi di Barbana, Dignano e Sanvincenti.

Immagine moderna della piazzaforte a Gradisca

In Friuli, già nel dicembre, il generale Pompeo Giustiniani minacciava Gorizia e Gradisca, quest'ultima designata come punto nevralgico delle operazioni. L'assalto veneziano alla città-fortezza fu condotto con grande energia, e Giustiniani – sostenendo che fosse lecito non fare prigionieri – non risparmiò nessuno. Tuttavia, nonostante le numerose brecce aperte nelle mura, tutti gli attacchi furono respinti con gravi perdite. Gli assedianti decisero allora di affidarsi allo scavo di gallerie da mina, ma non riuscirono mai a farle brillare a causa delle continue incursioni della cavalleria austriaca, che disorganizzavano il campo veneziano.

La risposta arciducale all'assedio fu rapida e mirata: attraversato l'Isonzo, le truppe di Trautmannsdorf investirono il territorio compreso tra Sdraussina e Sagrado. Il comandante asburgico, invece di affrontare frontalmente i veneziani, cercò di tagliare loro le linee di rifornimento, isolando così il campo d'assedio di Gradisca.

Alla ripresa delle ostilità, nella primavera del 1616, Gradisca risultava ancora sotto assedio. Nonostante l'elevata mortalità tra soldati e civili, nel luglio giunsero rinforzi e tre nuovi pezzi d'artiglieria trasferiti da Gorizia.

Esaurito lo slancio iniziale, le forze veneziane si arrestarono sul fronte del medio Isonzo, attestandosi sui rilievi del monte Cucco, monte Podgora, monte Santo, monte San Gabriele e monte San Michele. Il baricentro delle operazioni si spostò così da Gradisca, rimasta inespugnata, a Gorizia, dove entrambi i comandanti concentrarono progressivamente truppe e mezzi.

Ottobre 1616-settembre 1617

Esaurito lo slancio iniziale, l'esercito veneziano fu costretto a mutare strategia. Il cambiamento avvenne in uno dei momenti più critici per la Serenissima: la morte di Pompeo Giustiniani, determinato a espugnare a ogni costo Gorizia e Gradisca. Il suo successore, Giovanni de' Medici, si dimostrò invece più cauto, guidato da considerazioni di opportunità politica oltre che militare; preferì consolidare le posizioni già conquistate piuttosto che rischiare manovre offensive.

Le truppe veneziane, decimate non tanto dai combattimenti quanto dalle febbri e dalle privazioni, furono rinforzate nel maggio del 1617 con un reggimento di 3.000 soldati olandesi provenienti dalle Province Unite, al comando del conte Giovanni di Nassau. Sebbene il loro arrivo rinforzasse significativamente l'esercito veneziano, gli ufficiali della nobiltà veneziana li guardavano con diffidenza: li giudicavano indisciplinati, avidi e poco efficaci in battaglia – un giudizio che si sarebbe presto rivelato ingiusto.

Sul fronte opposto, gli austriaci, che nel frattempo avevano rafforzato i propri ranghi, ripresero l'iniziativa nel marzo 1617, concentrando i loro sforzi sul medio Isonzo e, ancora una volta, sulla fortezza di Gradisca. Tuttavia, il 1º giugno 1617, Giovanni de' Medici sferrò un audace attacco di aggiramento sul Carso, che sembrò sul punto di assicurare a Venezia una vittoria campale decisiva. Il successo sfumò però pochi giorni dopo: il 6 giugno, il conte di Nassau, le cui truppe erano esauste, rifiutò di riprendere l'offensiva e si accampò, vanificando l'occasione.

Il 7 giugno, il comandante austriaco Trautmannsdorf venne mortalmente colpito da una palla di colubrina nel castello di Rubbia; gli succedette Baltasar de Marradas. Dopo una breve tregua, tra il 9 e il 12 giugno, le truppe olandesi ripresero con vigore l'attacco, combattendo corpo a corpo e infliggendo pesanti perdite al nemico. La vittoria sembrava a portata di mano, ma Giovanni de' Medici, irritato per l'iniziativa autonoma dei suoi alleati, rifiutò di inviare rinforzi poiché gli olandesi avevano agito senza il suo ordine diretto. Ne nacque un aperto contrasto tra De' Medici e Nassau, ciascuno accusando l'altro di non aver sostenuto adeguatamente l'azione dell'altro in battaglia.

Mentre la diplomazia cercava una soluzione al conflitto, la tensione si estese anche al mare. Nella primavera del 1617 una squadra navale napoletana entrò nel Golfo di Venezia (3-4 aprile), in un gesto apertamente ostile che tuttavia non colse di sorpresa la Serenissima. Le due flotte si fronteggiarono più volte, ma gli scontri si conclusero senza risultati decisivi: anche sul mare, dunque, Venezia non riuscì a ottenere una vittoria risolutiva.

La pace

Al fronte le ostilità continuavano, ma entrambe le parti anelavano alla pace. Ferdinando, già proiettato verso la futura dignità imperiale, desiderava porre fine alla guerra con Venezia per concentrare la propria attenzione sui problemi interni della Germania; Venezia, dal canto suo, pur non essendosi mai impegnata fino in fondo nel conflitto – temendo un possibile intervento diretto della Spagna –, riteneva la guerra dannosa per i propri interessi mercantili e priva di prospettive vantaggiose.

La tregua venne stipulata il 6 novembre 1617, e la smobilitazione degli eserciti iniziò il 28 dello stesso mese. Tuttavia, il protrarsi[8] delle trattative e l'incertezza del loro esito indussero la Repubblica a reclutare nuovi contingenti di soldati nelle Province Unite. Questi reparti, giunti a Venezia quando la pace era ormai firmata, si trovarono disoccupati e ridotti alla fame, aggravando le difficoltà interne.

Nel "Trattato di pace concluso per la mediazione di Filippo III tra Mattia, imperatore dei Romani, e Ferdinando, re di Boemia e arciduca d'Austria, e la Repubblica di Venezia" – noto oggi come Trattato preliminare di Parigi e Trattato di Madrid – si stabiliva che gli Uscocchi fossero espulsi da Segna e dagli altri porti marittimi soggetti alla Casa d'Austria, mentre Venezia avrebbe dovuto restituire all'Impero i territori e i passaggi occupati in Istria e in Friuli. Quando a Venezia giunse notizia delle clausole, firmate dai due ambasciatori residenti, i Savi del Consiglio di Terraferma fecero approvare dal Senato un ordine di arresto nei loro confronti; i diplomatici si salvarono solo grazie all'intervento del re di Francia.

Nonostante tutto, Venezia uscì dal conflitto a testa alta, avendo raggiunto l'obiettivo principale: la cacciata degli Uscocchi da Segna e, insieme, il riconoscimento della propria signoria sull'Adriatico. Tuttavia, il bilancio complessivo restava cupo: cronisti dell'epoca descrivono un Friuli devastato, afflitto da carestie, epidemie, morie del bestiame e continue incursioni di lupi, segni tangibili della crisi che aveva travolto la regione nei primi decenni del Seicento.

Note

  1. ↑ Alvise Zorzi, Venezia, Repubblica di terra e mare, Touring, 2002, p. 118, ISBN 978-88-365-2549-2.
  2. ↑ R.Caimmi, 2007, cap.II.
  3. 1 2 Uscocchi, su Enciclopedia italiana, 2012. URL consultato il 2 novembre 2013.
  4. 1 2 3 4 5 6 7 R.Caimmi, 2007, cap.VII.
  5. 1 2 Peter H. Wilson, The Uskok war and the Habsburg succession 1615-17, in The Thirty Years War: Europe's Tragedy, Penguin Group, 2009, ISBN 978-0-14-193780-9.
  6. ↑ AA.VV., Bandits at Sea: A Pirates Reader, a cura di C.R.Pennell, NYU Press, 2001, p. 87, ISBN 978-0-8147-6678-1.
  7. ↑ Alvise Zorzi, La repubblica del leone: Storia di Venezia, Bompiani, ISBN 978-88-587-2529-0.
  8. ↑ "[...] trasferire la guerra dove fosse loro piacciuto, e tenerla ora viva, ora sopita secondo che li accidenti scoprissero il loro proprio servizio" (Paolo Sarpi - dal "Trattato di pace ed accommodamento" e altri scritti sulla pace d'Italia 1617-1620, a cura di Gaetano e Luisa Cozzi, Einaudi, 1979, pag. 73)

Bibliografia

  • Riccardo Caimmi, La guerra del Friuli, Libreria Editrice Goriziana, 2007, ISBN 978-88-6102-008-5.
  • M. E. Mallett, John Rigby Hale, The Military Organisation of a Renaissance State: Venice C. 1400 To 1617, Cambridge University Press, 2006, ISBN 978-0-521-03247-6.
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