Guglielmo Capitelli
| Guglielmo Capitelli | |
|---|---|
| Sindaco di Napoli | |
| Durata mandato | 25 aprile 1868 – 31 luglio 1870 |
| Predecessore | Michele Pironti |
| Successore | Paolo Emilio Imbriani |
| Dati generali | |
| Partito politico | Destra storica |
| Titolo di studio | Laurea il lettere, filosofia e giurisprudenza |
| Università | Università di Napoli |
Guglielmo Capitelli (Napoli, 6 novembre 1840 – Genova, 7 maggio 1907) è stato un politico, patriota e prefetto italiano.
Biografia
Nacque nel 1840 in un'illustre famiglia napoletana: il padre Domenico nel 1848 sarebbe divenuto presidente del parlamento napoletano, mentre la madre Rosa Lopiccoli apparteneva a una famiglia agiata. Studiò all'Università di Napoli, laureandosi in lettere, filosofia e giurisprudenza nel 1860.[1]
Conquistato dagli ideali del Risorgimento, divenne oppositore del governo delle Due Sicilie e già dal 1859 collaborò con quotidiani settentrionali filo-unitari come La Nazione di Firenze e Il Risorgimento di Torino. Dopo la spedizione dei Mille fece parte del comitato napoletano d'insurrezione, che cacciò i borbonici da Napoli e accolse Giuseppe Garibaldi in città poco dopo.[1] Si arruolò nella guardia nazionale italiana, poco dopo tuttavia si recò assieme allo zio deputato Giacomo Filippo Lacaita in un grand tour europeo, accasandosi per un certo periodo nel Regno Unito.[1]
Rientrato in Italia, si diede al giornalismo e alla politica, e nel 1865 fu eletto consigliere comunale a Napoli. Poco dopo sposò Maria Maddalena Lazzari de' Papini, divenendo poi anche assessore. Nel 1868 si candidò a sindaco di Napoli e, sostenuto dalla Destra storica, vinse le elezioni locali. Il mandato di Capitelli, giudicato poi positivamente, si caratterizzò per la realizzazione di opere pubbliche, la diffusione della scolarizzazione e la collaborazione col prefetto Antonio Starabba, marchese di Rudinì, col quale avrebbe poi avuto altre intese a livello politico.[1]
Già nelle elezioni locali suppletive del 1869 tuttavia la giunta Capitelli fu sconfitta dalla Sinistra storica, forte di alcuni aumenti delle imposte realizzati dal sindaco e dalla sua percepita prodigalità, accusato com'era di sperpero di denaro pubblico in occasione dei grandi festeggiamenti per la nascita nello stesso 1869 del futuro Vittorio Emanuele III di Savoia (del quale fu il padrino, venendo anche nominato conte).[1] Nelle nuove elezioni del 1870 la Destra fu nuovamente sconfitta, e sebbene il consiglio comunale allora a maggioranza di Sinistra l'avesse comunque riconfermato sindaco fino al 1872, preferì rassegnare subito le dimissioni prevedendo le difficoltà che avrebbe avuto a proseguire l'amministrazione di Napoli. Nonostante le pressioni del primo ministro Giovanni Lanza affinché ci ripensasse, Capitelli confermò le dimissioni.[1]
Nel 1871 la nuova giunta napoletana istituì una commissione d'inchiesta per indagare sui presunti illeciti commessi dal Capitelli durante il suo mandato. Nel frattempo tentò di essere eletto in parlamento candidandosi a Manfredonia, ma mancandogli l'appoggio delle autorità fu presto costretto a sospendere la campagna elettorale. Come compensazione, alla formazione del governo Minghetti II nel 1873 fu nominato prefetto di Bologna, contribuendo alla rielezione di Marco Minghetti alle successive elezioni del 1874.[1]
Alla caduta di Minghetti nel 1876, Capitelli rassegnò le dimissioni e tornò a Napoli, dove fu nominato presto capo della Destra storica meridionale. La sua guida fu però inadeguata e alle elezioni del 1876 la Sinistra di Agostino Depretis prevalse con un netto margine.[1] Negli anni successivi quindi Capitelli seguì Minghetti nell'alleanza con Depretis, diventando uno dei maggiori esponenti del trasformismo. Provò più volte a ricandidarsi al parlamento, ma fu sempre sconfitto; nel 1880 morì la moglie Maria Maddalena. Quando nel 1884 a Napoli scoppiò una virulenta epidemia di colera, Capitelli si arruolò nella Croce bianca e condusse personalmente la lotta alla malattia in alcuni quartieri partenopei.[1]
Nel 1886 fu nominato prefetto dell'Aquila, per poi essere trasferito l'anno successivo a Messina per fronteggiare una nuova epidemia di colera. Non gradiva tuttavia particolarmente la città siciliana, e negli anni successivi cercò più volte di farsi trasferire dai primi ministri Rudinì e Giovanni Giolitti, senza tuttavia avere successo.[1] Solo nel 1893 fu spostato a Firenze, e poi nel 1894 a Genova, salvo essere licenziato dopo pochi mesi per scontri politici tra Destra e Sinistra. Solo nel 1896 Rudinì riuscì a farlo riassegnare a Livorno; poco dopo si risposò con la triestina Emma Morpurgo (anche se probabilmente era invaghito della poetessa Vittoria Aganoor, sua confidente alla quale non si dichiarò mai). Nel 1897 fu trasferito a Catania, assicurandosi di far prevalere i candidati politici sostenuti da Rudinì e dalla Destra. Combatté inoltre la diffusione del socialismo in città, facendo sciogliere i circoli e chiudere i giornali di tale orientamento.[1]
Alla formazione del governo Pelloux I nel 1898 fu ancora licenziato, e per i due anni successivi si concentrò sull'attività artistico-letteraria. Tenne un ciclo di conferenze e intensificò i contatti coi principali artisti e poeti del periodo, segnatamente Vittoria Aganoor e poi Giovanni Pascoli, Ada Negri, Gabriele D'Annunzio e Giacomo Puccini.[1] Nel 1900 fu nominato prefetto di Lucca, città dove imbastì il processo contro il brigante Giuseppe Musolino. Nel 1905 fu poi nuovamente trasferito a Messina, gestendo pochi giorni dopo il suo insediamento la risposta al terremoto della Calabria del 1905.[1] Nel 1907, seccato dalle molte richieste di trasferimento di Capitelli, Giolitti lo pose bruscamente a riposo; ritiratosi nel quartiere Nervi a Genova, vi morì poco tempo dopo.[1]
Note
Altri progetti
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Collegamenti esterni
- Francesco Barbagallo, CAPITELLI, Guglielmo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 18, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1975.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 9454803 · ISNI (EN) 0000 0000 7818 9588 · SBN SBLV095266 · BAV 495/157783 · LCCN (EN) no97070060 |
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