Il saggio come forma

Il saggio come forma
Titolo originaleDer Essay als Form
AutoreTheodor Adorno
1ª ed. originale1958
Generesaggio
Lingua originaletedesco

Il saggio come forma (Der Essay als Form) è un saggio del filosofo tedesco Theodor W. Adorno, pubblicato nel 1958 come testo d'apertura del primo volume di Noten zur Literatur.[1]

Nel testo Adorno presenta il saggio come una forma di conoscenza e di critica che non coincide né con la trattazione scientifica né con l'opera d'arte, pur mantenendo un rapporto con entrambe. Al procedimento deduttivo e alla pretesa di completezza contrappone un pensiero sperimentale e discontinuo, nel quale i concetti sono coordinati anziché subordinati a un principio generale.

Contesto teorico

Adorno apre il testo ricordando la diffidenza con cui il saggio era stato tradizionalmente accolto nella cultura tedesca, dove era considerato un prodotto ibrido, non pienamente riconducibile né alla scienza né alla letteratura. Indica tuttavia in Georg Simmel, nel giovane György Lukács, in Rudolf Kassner e in Walter Benjamin i rappresentanti di una tradizione che aveva affidato al saggio la riflessione su oggetti culturali già formati.[2]

Il principale punto di partenza è la concezione esposta da Lukács nella lettera a Leo Popper che introduce L'anima e le forme. Secondo Lukács, il saggio non crea il proprio oggetto dal nulla, ma dispone nuovamente cose già esistenti, cercando di esprimerne la verità. Adorno ne accoglie l'attenzione per gli oggetti culturalmente preformati, ma rifiuta di considerare il saggio una forma d'arte: il suo mezzo rimane infatti il concetto e la sua finalità conserva una pretesa di verità.[3] Markus Ophälders ha sottolineato come la concezione giovanile di Lukács tenga insieme l'orgoglio della frammentarietà e un'aspirazione al sistema, vale a dire a un'unità che il saggio annuncia senza poterla ancora compiere.[4]

Un altro interlocutore esplicito è Max Bense, del quale Adorno riprende la definizione del saggista come autore che procede sperimentalmente, interrogando e osservando il proprio oggetto da prospettive differenti. Tale procedimento non è però arbitrario, poiché viene determinato dalla configurazione dell'oggetto e dal rapporto che in esso si è già stabilito tra esperienza e teoria.[5]

Contenuto

Tra arte e scienza

Per Adorno la separazione storica tra arte e scienza è irreversibile e il saggio non può ricomporne una presunta unità originaria. Esso si distingue dall'opera d'arte perché impiega concetti e avanza una pretesa di verità, ma si differenzia anche dalla comunicazione scientifica per l'importanza attribuita alla forma dell'esposizione. La disposizione dei concetti non costituisce un rivestimento esteriore di un contenuto già stabilito, ma deve nascere dal rapporto con l'oggetto stesso.

In opposizione alla rigida separazione positivistica fra forma e contenuto, Adorno sostiene che non sia possibile parlare adeguatamente di un oggetto estetico attraverso una scrittura del tutto indifferente alla propria forma. Il carattere affine all'arte del saggio risiede pertanto nell'autonomia e nell'elaborazione della rappresentazione, non nella rinuncia al pensiero concettuale.[6]

Frammento e discontinuità

Il saggio non comincia da principi primi e non tende a una conclusione che esaurisca definitivamente il proprio oggetto. Prende avvio direttamente da ciò di cui intende parlare e si interrompe quando il percorso dell'autore giunge al proprio limite, lasciando aperta la possibilità di ulteriori interpretazioni. La sua forma recupera così la concezione romantica del frammento, inteso non come parte difettosa di un'opera completa, ma come costruzione che, attraverso l'autoriflessione, rinvia oltre i propri confini.

La discontinuità non equivale tuttavia a una successione casuale di osservazioni. Adorno afferma che il saggio trova la propria unità attraverso le fratture dell'oggetto, anziché eliminarle mediante una struttura logica imposta dall'esterno. I suoi concetti vengono coordinati in una configurazione reciproca, senza essere subordinati a un concetto generale. La totalità cui aspira è pertanto la totalità di qualcosa di non totale: una forma conclusa che non pretende di far coincidere integralmente il pensiero con la cosa.[7]

Il saggio come critica immanente

Adorno definisce il saggio la «forma critica per eccellenza». Esso non assume un punto di vista esterno e già costituito dal quale giudicare gli oggetti culturali, ma li confronta con il loro stesso concetto e con le pretese di verità che avanzano. In questo senso opera come critica immanente e come critica dell'ideologia, facendo emergere la distanza fra ciò che le opere dichiarano di essere e ciò che effettivamente sono.

La mancanza di un fondamento esterno non comporta per Adorno relativismo. Il saggio incorpora nel proprio procedimento la parzialità e la provvisorietà del pensiero, anziché mascherarle dietro l'apparenza di un sistema concluso. Per questo può risultare «più dialettico della dialettica» quando quest'ultima si irrigidisce in un metodo: prende sul serio la pretesa di verità del particolare fino al punto in cui ne divengono visibili le contraddizioni.[8]

Interpretazione e verità

Adorno rifiuta l'idea che interpretare un'opera significhi soltanto ricostruire ciò che il suo autore intendeva dire. Le intenzioni individuali dell'autore si estinguono infatti nel contenuto oggettivo dell'opera, la cui ricchezza di significati richiede, per manifestarsi, l'intervento della fantasia soggettiva dell'interprete. Tale intervento non è arbitrario: un'interpretazione deve essere compatibile con il testo e coerente con se stessa, oltre a dimostrarsi capace di mettere in relazione e di far parlare insieme gli elementi dell'oggetto.[9]

Il saggio non si limita quindi ad accogliere e classificare il proprio oggetto, ma cerca di oltrepassarne l'apparenza immediata. Per questo le sue letture possono assumere il carattere di «sovrainterpretazioni»: ciò che viene ricavato dall'opera dipende anche da quanto l'interprete vi introduce, senza che venga meno l'obbligo di rispondere alla configurazione concreta del testo. La partecipazione del soggetto diviene così una condizione per accedere al contenuto oggettivo, anziché un ostacolo alla conoscenza.[9]

Concetti e definizioni

Il saggio utilizza concetti senza assumerne le definizioni come principi immutabili. Adorno paragona il suo modo di procedere all'apprendimento di una lingua straniera senza dizionario: il significato delle parole viene chiarito progressivamente attraverso i rapporti che esse stabiliscono nel contesto, anziché essere fissato in anticipo. I concetti ricevono quindi precisione dalla loro reciproca configurazione e dal contatto con l'oggetto.[10]

Questa pratica si oppone al procedimento scientifico che, mediante definizioni rigorose, tende secondo Adorno a eliminare dai concetti quanto negli oggetti rimane inquietante o resistente. Il saggio non rinuncia alla precisione, ma la ricerca nella rete dei rapporti tra i concetti: ciascuno di essi interagisce con gli altri come una parte di una costellazione, senza che un principio sovraordinato ne stabilisca definitivamente il significato.[10]

Forma e stile

Il saggio come forma non si limita a descrivere teoricamente il proprio oggetto, ma adotta molti dei procedimenti che attribuisce al saggio. L'argomentazione procede mediante accostamenti, inversioni e passaggi non lineari, senza offrire una definizione iniziale dalla quale dedurre ordinatamente le proprie conclusioni. Secondo Sarah Pourciau, il testo deve pertanto essere letto mantenendo insieme il suo argomento e la sua forma, evitando tanto di ridurlo a un insieme di affermazioni generali sulla filosofia adorniana quanto di considerarlo un semplice trattato sulle caratteristiche di un genere letterario.[11]

Pourciau individua nell'equivocità uno dei principi costitutivi del testo. La parola «saggio» designa contemporaneamente un genere storicamente esistente e un ideale normativo non ancora realizzato, verso il quale la tradizione saggistica tenderebbe senza mai coincidere pienamente con esso. Anche il titolo Der Essay als Form partecipa di questa ambiguità: l'«als» assume la forza di un «come se», collocando il saggio fra la forma che storicamente possiede e quella che resta soltanto possibile.[12]

L'ambiguità linguistica non coincide tuttavia con l'oscurità perseguita come fine. Essa serve piuttosto a preservare la mobilità dei significati contro le definizioni che pretendono di far coincidere senza residui parola, concetto e oggetto. La retorica del saggio deve inoltre riflettere sulla propria componente fittizia e sulla propria parzialità, riconoscendo l'«inverità» attraverso la quale si muove la sua pretesa di verità.[13]

La forma del testo mette così in scena la tensione che ne costituisce il contenuto: il saggio aspira alla conoscenza dell'oggetto, ma rifiuta di presentarla come possesso definitivo; costruisce una forma rigorosa, ma incorpora in essa la possibilità dell'interruzione, dell'errore e della revisione. La sua autoriflessione non elimina tali contraddizioni, bensì le assume come condizioni del pensiero antisistematico.[14]

In una lettura complessiva delle Noten zur Literatur, Joseph Litvak ha inoltre richiamato l'attenzione sul virtuosismo stilistico di Adorno e sulla costruzione della «frase dialettica», nella quale paradossi lessicali, logici e sintattici rendono la dialettica una pratica della scrittura oltre che un contenuto teorico.[15]

Note

  1. ↑ Pourciau, p. 623.
  2. ↑ Adorno, pp. 9-10.
  3. ↑ Adorno, pp. 9-12.
  4. ↑ Ophälders, pp. 325-326.
  5. ↑ Adorno, pp. 25-26.
  6. ↑ Adorno, pp. 11-15.
  7. ↑ Adorno, pp. 23-26, 32.
  8. ↑ Adorno, pp. 27-28.
  9. 1 2 Adorno, pp. 10-12.
  10. 1 2 Adorno, pp. 20-23.
  11. ↑ Pourciau, pp. 625-626.
  12. ↑ Pourciau, pp. 643-644.
  13. ↑ Pourciau, pp. 628-629, 633-634.
  14. ↑ Pourciau, pp. 633-634, 643-645.
  15. ↑ Litvak, pp. 37-38.

Bibliografia

  • (DE) Theodor W. Adorno, Der Essay als Form, in Gesammelte Schriften. Band 11: Noten zur Literatur, Francoforte sul Meno, Suhrkamp, 2003, pp. 9-33.
  • (EN) Joseph Litvak, Adorno Now, in Victorian Studies, vol. 44, n. 1, 2001, pp. 33-39, JSTOR 3830144.
  • (DE) Markus Ophälders, Der Essay als Form im Schaffen des jungen Lukács, in Marina Marzia Brambilla e Maurizio Pirro (a cura di), Wege des essayistischen Schreibens im deutschsprachigen Raum (1900–1920), Amsterdam, Rodopi, 2010, pp. 325-346, ISBN 9789042028616.
  • (EN) Sarah Pourciau, Ambiguity Intervenes: The Strategy of Equivocation in Adorno's “Der Essay als Form”, in MLN, vol. 122, n. 3, 2007, pp. 623-646, JSTOR 4490833.

Voci correlate