Ilse Koch

Margaret I. "Ilse" Koch, nata Köhler (Dresda, 22 settembre 1906 – Aichach, 1º settembre 1947), è stata una criminale di guerra tedesca, moglie di Karl Otto Koch, il comandante del campo di concentramento di Buchenwald e ufficiale delle SS. È conosciuta anche come "strega di Buchenwald" ("Die Hexe von Buchenwald"), "cagna di Buchenwald" ("Buchenwälder Hündin"), "donnaccia di Buchenwald" ("Buchenwälder Schlampe") e "iena di Buchenwald" ("Hyäne von Buchenwald"), per il suo crudele sadismo nei confronti dei prigionieri.
Dai processi ufficiali condotti a suo carico, sono infatti emersi particolari raccapriccianti, come quello secondo il quale, per una passione feticista per i tatuaggi, usava selezionare i prigionieri tatuati per poi farli uccidere e scuoiarne la pelle.[1] Secondo alcune testimonianze portate nel medesimo processo, usava come soprammobili per la tavola due tsantsa, ovvero teste umane mummificate secondo riti occultisti.[2] La sua fama ha contribuito a fare di Buchenwald uno dei lager più spaventosi della Germania nazista già in epoca antecedente alla fine della guerra, tanto da indurre persino le SS a adoperarsi per la sua cattura.[3]
Biografia


Figlia di contadini, definita allegra e cortese, all'età di 15 anni lasciò la scuola per andare a lavorare in fabbrica. Poi iniziò il lavoro di bibliotecaria. Erano i tempi post-prima guerra mondiale, la Germania faticava a riprendersi dopo la sconfitta e la giovane iniziò a interessarsi all'ascesa del nazismo in Germania, diventando anche l'amante di numerosi soldati della SA.
La sua crudeltà iniziò nel 1936, quando diventò sorvegliante e segretaria presso il campo di concentramento di Sachsenhausen, vicino a Berlino. Qui conobbe e sposò il comandante Karl Otto Koch. Nel 1937 arrivò al campo di concentramento di Buchenwald, non come guardiano, ma come moglie del comandante. Influenzata dal potere e dalla posizione del marito, iniziò a torturare gli internati. Nel 1941 divenne Oberaufseherin ("capo supervisore") del reparto femminile di sorveglianza del campo.[4]
Karl Otto Koch nello stesso anno fu nominato comandante del campo di concentramento di Majdanek. Nel 1943 furono arrestati entrambi dalla Gestapo per malversazione e altri crimini.[5] Ilse fu imprigionata verso la fine del 1944 o inizio 1945 a Weimar. Nel 1945 suo marito fu condannato a morte dalla corte SS a Monaco di Baviera e giustiziato in aprile. Ilse fu rilasciata e andò a stabilirsi con la propria famiglia a Ludwigsburg. Fu nuovamente arrestata dalle autorità statunitensi il 30 giugno 1945.
Crimini di guerra
Dopo la guerra venne accusata di aver selezionato prigionieri ebrei per essere appositamente uccisi al fine di poter realizzare oggetti decorativi come lampade da camera o copertine per libri di pregio con la loro pelle. Ad esempio gli ex internati Josef Ackermann e Gustav Wegerer testimoniarono nel 1950 di aver assistito personalmente (pressappoco nell'agosto del 1941) all'assemblaggio di una lampada in pelle umana fornita direttamente a Ilse Koch. Tale crimine venne comunque ritenuto apocrifo in quanto, seppur alla liberazione di Buchenwald vennero ritrovati numerosi oggetti realizzati con pelle e altre parti anatomiche umane, la loro connessione con Koch non è del tutto sicura. Il responsabile era più probabilmente il medico delle SS Erich Wagner, il quale scrisse uno studio mentre si trovava a Buchenwald su quello che riteneva il presunto legame tra le tendenze criminali e la pratica di tatuarsi la pelle[6].
Nonostante ciò, ulteriori prove e fonti autoritarie da numerosi testimoni esposte nel corso dei processi a Koch fecero emergere che realizzasse un ampio uso del lavoro schiavistico sui prigionieri fino allo stremo; che avesse aggredito e torturato personalmente gli internati portando in più occasioni alla loro morte[6]. Nel 1940 Koch commissionò inoltre la costruzione di un maneggio coperto all'interno del campo del costo di oltre 250.000 reichsmarks (circa 1,3 milioni di euro del 2025 con possibili inflazioni dovute alla guerra). Molti prigionieri che risultano aver lavorato al progetto sono morti durante la costruzione.
Processo e suicidio
Processata dal tribunale militare di Dachau, fu condannata all'ergastolo nel 1947, pena poi commutata in 4 anni «perché non erano state fornite prove evidenti».[7] Fu rilasciata però nel 1949 dal Generale Lucius Clay, comandante statunitense della zona tedesca, ma venne subito arrestata e processata dalla corte tedesca, viste le proteste che si erano scatenate per la sua liberazione. Venne nuovamente condannata al carcere a vita.[8][9] S'impiccò nella sua cella della prigione di Aichach in Baviera dopo aver scritto una lettera al figlio Uwe, avuto nel corso della prigionia con un altro detenuto criminale di guerra nel 1947.[10] Venne poi sepolta nel cimitero vecchio di Aichach.
Riferimenti nella cultura popolare
La figura di Ilse Koch sarà ispirazione per il protagonista omonimo del film Ilsa, la belva delle SS (1975) diretto da Don Edmonds, uno dei film che inaugurerà il filone della Nazisploitation, sovente ispirati ai crimini di Koch.
Ilse Koch, interpretata da Vicky Krieps, appare in Monster: la storia di Ed Gein, terza stagione della serie antologica Monster di Netflix.
Note
- ↑ (EN) Forensic Report on Human Lamp Shades, su scrapbookpages.com. URL consultato il 29 dicembre 2021.
- ↑ Presse-papiers fatto con delle teste umane mummificate. Libero. Digilander. Francesco Coluccio.
- ↑ (DE) Lampenschirme aus Menschenhaut? - Gedenkstätte Buchenwald, su www.buchenwald.de. URL consultato l'11 gennaio 2025 (archiviato dall'url originale il 6 febbraio 2023).
- ↑ The Holocaust Chronicle, su 1937: Quiet Before the Storm, Holocaustchronicle.org, p. 117. URL consultato il 7 giugno 2011.
- ↑ Fu Georg Konrad Morgen ad occuparsi della coppia, a seguito delle numerose voci sorte attorno a loro, per sevizie e maltrattamenti e fu lui il giudice della corte che li giudicò.
- 1 2 Tomaz Jardim, Ilse Koch on Trial: Making the 'Bitch of Buchenwald', Cambridge, MA, Harvard University Press, 2023.
- ↑ Encyclopedia of the Third Reich, New York, Macmillan, 1991, p. 43.
- ↑ Yearbook of the European Convention on Human Rights, vol. 5, Martinus Nijhoff Publishers, 1963, pp. 126–136, ISBN 978-90-247-0949-6.
- ↑ GERMANY: Very Special Present, in Time, 25 dicembre 1950. URL consultato il 28 aprile 2015 (archiviato dall'url originale il 24 giugno 2013).
- ↑ David A. Hackett, The Buchenwald Report, 2011, p. 43, n. 19 (archiviato dall'url originale il 5 luglio 2021).
Voci correlate
Altri progetti
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Collegamenti esterni
- (EN) Flint Whitlock, Ilse Koch, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- (EN) The Trial of Ilse Koch, su scrapbookpages.com. URL consultato il 5 aprile 2007 (archiviato dall'url originale il 14 aprile 2008).
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