Impatto ambientale dei Data Center

L'impatto ambientale dei Data Center (o Centri Elaborazione Dati - CED) comprende l'insieme delle ricadute ecologiche, climatiche, sanitarie e territoriali derivanti dalla costruzione e dall'operatività delle grandi infrastrutture informatiche. Con la crescente digitalizzazione globale e lo sviluppo di tecnologie ad alta intensità computazionale, come l'intelligenza artificiale e il cloud computing, la proliferazione dei data center ha sollevato un vasto dibattito scientifico e sociale.[1][2] Se da un lato queste infrastrutture sono essenziali per l'economia moderna e vedono muoversi gli interessi di numerosi grossi investitori,[3][4] dall'altro presentano criticità legate all'enorme consumo di risorse, all'inquinamento locale e alle alterazioni microclimatiche, fattori che hanno generato crescenti opposizioni da parte delle comunità ospitanti.[5]
Consumo di risorse
Energia e Acqua
I data center sono strutture "energivore" che richiedono un'alimentazione elettrica costante non solo per il funzionamento dei server, ma soprattutto per i complessi sistemi di raffreddamento (HVAC), necessari per evitare il surriscaldamento delle macchine. Il progressivo impiego di processori legati all'intelligenza artificiale ha ulteriormente innalzato i requisiti energetici per metro quadro.[6] Oltre all'elettricità, molti impianti utilizzano ingenti quantità di acqua potabile per i sistemi di raffreddamento evaporativo. Tale fabbisogno entra spesso in competizione con l'uso agricolo e civile delle risorse idriche locali; le indagini di settore hanno evidenziato criticità legate all'elevato consumo idrico continuo di queste strutture anche durante i periodi di siccità prolungata, creando forti asimmetrie con i concomitanti piani di risparmio idrico e di razionamento imposti alla popolazione residente.[7][8]
Consumo di suolo
La costruzione dei data center "hyperscale" richiede vasti appezzamenti di terreno. L'insediamento di queste architetture, che si sviluppano per decine di migliaia di metri quadrati, comporta un massiccio consumo di suolo, spesso a discapito di aree agricole o verdi. L'impermeabilizzazione dei terreni e la cementificazione contribuiscono alla perdita di biodiversità e all'alterazione del deflusso delle acque meteoriche.[9]
Inquinamento e impatto microclimatico
Inquinamento atmosferico, acustico e luminoso

Una delle criticità ambientali maggiori è rappresentata dai sistemi di alimentazione di emergenza. Per garantire l'operatività 24 ore su 24 anche in caso di blackout, i data center sono dotati di imponenti batterie di generatori (gruppi elettrogeni), prevalentemente alimentati a gasolio. I test periodici e l'attivazione di questi generatori rilasciano nell'atmosfera volumi significativi di inquinanti, tra cui polveri sottili (PM10 e PM2.5) e ossidi di azoto (NOx).[10] A questo si sommano l'inquinamento luminoso, dovuto all'illuminazione perimetrale continua per ragioni di sicurezza, e l'inquinamento acustico generato dal ronzio ininterrotto dei massicci impianti di ventilazione e condizionamento, che può superare le soglie di tollerabilità per i centri abitati limitrofi.[11] Le dirette conseguenze di queste emissioni atmosferiche sulla qualità dell'aria sollevano crescenti allarmi per la salute pubblica. La letteratura scientifica evidenzia, infatti, come il rilascio di ossidi di azoto (NOₓ) da parte dei gruppi elettrogeni contribuisca in modo significativo alla formazione dell'ozono troposferico.[12] Recenti analisi e inchieste internazionali hanno sottolineato come l'enorme fabbisogno energetico legato all'espansione dell'intelligenza artificiale rischi di tradursi in un proporzionale innalzamento dell'inquinamento locale, un fenomeno spesso definito come il lato "sporco" dell'infrastruttura digitale.[13][14] Questa dinamica sta spingendo le comunità residenti e gli enti regolatori a una maggiore severità nella valutazione dell'impatto sanitario e nel rilascio dei permessi ambientali per l'installazione dei nuovi impianti di emergenza.[15] La portata del problema ha assunto dimensioni tali che, negli Stati Uniti, la crescente domanda energetica dell'intelligenza artificiale ha spinto le aziende tecnologiche a richiedere la costruzione di vere e proprie centrali termoelettriche a gas dedicate esclusivamente all'alimentazione dei data center. Un'inchiesta del New York Times dell'agosto 2026 ha rivelato che, a livello federale, sono state proposte o avviate le costruzioni di almeno 82 nuove centrali a gas destinate a questo scopo, capaci di generare emissioni inquinanti paragonabili a quelle di metà dell'intero parco auto statunitense.[16] Oltre al massiccio rilascio di anidride carbonica, questi impianti emettono inquinanti nocivi come particolato, formaldeide e ossidi di azoto. L'indagine giornalistica ha inoltre sollevato forti criticità sul piano della trasparenza amministrativa, documentando come in alcuni Stati le autorizzazioni ambientali per questi progetti siano state approvate con procedure d'urgenza nel giro di pochissimi giorni, bypassando totalmente la fase di avviso e consultazione pubblica dei cittadini residenti.[16]
Isole di calore
I data center estraggono il calore generato dai server e lo riversano nell'ambiente esterno. Recenti studi scientifici hanno dimostrato che grandi concentrazioni di questi impianti agiscono come potenti alteratori termici, contribuendo alla creazione di "isole di calore" artificiali.[17][18][19] Utilizzando un dataset sulle temperature della superficie terrestre prodotto dalla NASA, un team di ricerca guidato dal Dipartimento di Informatica e Tecnologia dell’Università di Cambridge ha rilevato che, tra il 2004 e il 2024, le aree intorno a oltre 6.000 data center nel mondo hanno registrato un aumento medio della temperatura del suolo di circa 2 °C. In alcuni casi, l’incremento ha raggiunto i 9 °C.[20][21] A conferma di questa criticità, recenti analisi accademiche hanno misurato quantitativamente il cosiddetto "data heat island effect", dimostrando come il calore disperso dai grandi complessi possa incidere significativamente sull'innalzamento delle temperature a livello locale.[22] Il fenomeno risulta particolarmente critico qualora gli impianti vengano localizzati in aree geografiche già soggette a ristagno atmosferico e criticità climatiche (come la Pianura Padana in Italia), dove l'immissione continua di aria calda in atmosfera rischia di peggiorare le condizioni di vivibilità e la qualità dell'aria locale.
Impatto sulla salute pubblica
L'Istituto Superiore di Sanità (ISS) e vari enti di tutela della salute pubblica hanno evidenziato i rischi sanitari derivanti dalla vicinanza residenziale a poli logistico-tecnologici di questo tipo. L'esposizione cronica alle emissioni di scarico dei generatori a combustibile fossile (tra cui monossido di carbonio, biossido di zolfo, ossidi di azoto e polveri sottili) e il disturbo del sonno causato dal rumore a bassa frequenza e dall'inquinamento luminoso sono correlati a un incremento di patologie respiratorie, cardiovascolari e disturbi legati allo stress. Secondo alcune ricerche indipendenti focalizzate sulla zonizzazione sanitaria, le emissioni dei generatori diesel di un singolo data center possono influire sulla salute dei residenti che vivono in un raggio di almeno 1 chilometro (0,6 miglia) dalla struttura, potendosi spingere a distanze superiori a seconda delle condizioni atmosferiche di dispersione.[23]
I pareri istituzionali e le criticità sanitarie in Italia
A livello istituzionale italiano, l'ISS è intervenuto direttamente nelle procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) relative a diversi progetti di poli hyperscale in Lombardia, sollevando criticità formali per la tutela della salute delle popolazioni residenti. Dall'analisi dei pareri tecnici emessi per i progetti nei territori di Siziano (con ricadute stimate anche su Lacchiarella e Pieve Emanuele), Settimo Milanese, Cornaredo e Vimercate, sono emerse infatti diverse problematiche. Riguardo alla qualità dell'aria e ai picchi espositivi, l'installazione di vasti parchi di generatori di emergenza a gasolio (con configurazioni che variano da 81 fino a 133 unità per singolo campus) comporta il rilascio di significative quantità di inquinanti primari e secondari come PM10, PM2.5, ossidi di azoto (NO2) e biossido di zolfo (SO2).[24] L'ISS ha rilevato che le ricadute di queste emissioni andrebbero a gravare su aree territoriali (come quelle del Milanese, del Pavese e della Brianza) dove la qualità dell'aria risulta già critica e superiore ai valori massimi raccomandati dalle linee guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Esiste anche il rischio di impatto cumulativo e la necessità di valutare i rischi sanitari acuti legati agli scenari di blackout. In caso infatti di interruzione prolungata della rete elettrica su macro-area, l'accensione simultanea dei generatori di decine di data center limitrofi potrebbe generare picchi espositivi fortemente dannosi per la salute pubblica.[25] Una criticità sanitaria rilevante riguarda anche la potenziale contaminazione delle falde acquifere superficiali e profonde. I progetti analizzati comportano massicci stoccaggi di gasolio e lo svolgimento di profondi scavi in aree classificate come zone di ricarica degli acquiferi. In alcuni casi, l'ISS ha riscontrato la vicinanza, o la parziale sovrapposizione, delle aree di cantiere con le fasce di rispetto (Zona di Tutela Assoluta e Zona di Rispetto) di pozzi pubblici attivi per l'estrazione di acqua destinata al consumo umano.[26] Da non sottovalutare inoltre il rischio microbiologico ed ecotossicologico: per mitigare gli impatti sanitari, l'ISS ha prescritto l'esecuzione di indagini ecotossicologiche su suolo e acque superficiali. Ha inoltre richiesto l'applicazione di rigidi piani di gestione per prevenire il rischio di proliferazione della legionella all'interno dei circuiti idrici e dei complessi sistemi di raffreddamento delle sale server.[27] A questo si aggiungono le preoccupazioni espresse riguardo al progetto del grande Data Center di Lacchiarella relative al rischio di incidente rilevante (c.d. "normativa Seveso"), dovuto ai massicci stoccaggi di gasolio necessari per i generatori, con potenziali pericoli per le aree residenziali e le infrastrutture circostanti.[28]
Opposizione sociale e moratorie
La percezione dei data center è rapidamente mutata nel corso degli anni Venti del duemila: da infrastrutture immateriali del web a complessi industriali pesanti.[29][30] Questo ha innescato diffuse reazioni sociali. Un'ulteriore criticità sollevata dalle comunità locali e da inchieste giornalistiche internazionali riguarda la grave mancanza di trasparenza. Le grandi multinazionali tecnologiche tendono infatti a mantenere segreti i dati reali sui consumi idrici, energetici e sull'effettivo impatto inquinante delle loro infrastrutture, sfruttando vuoti normativi e ostacolando le direttive europee sulla rendicontazione ambientale.[31] L'impatto asimmetrico di queste infrastrutture sui territori, che drenano risorse idriche ed energetiche a fronte di scarse ricadute occupazionali, ha portato alcuni osservatori e accademici a definire questa incontrollata espansione logistica come una nuova forma di "colonialismo digitale", in cui i grandi magazzini dell'algoritmo vengono calati dall'alto a discapito degli ecosistemi e delle comunità locali.[32]
Nel mondo
Negli Stati Uniti, le comunità locali hanno avviato proteste per bloccare i progetti di espansione legati all'intelligenza artificiale, contestando l'assorbimento delle reti elettriche e l'impatto ambientale.[33] Il fenomeno ha spinto all'adozione crescente di provvedimenti restrittivi, moratorie o veri e propri bandi di edificazione da parte delle amministrazioni locali nel tentativo di salvaguardare la stabilità delle reti elettriche e l'integrità dei bacini idrici.[34][30] Per supportare le comunità civiche si sono formate reti internazionali (come la Coalition for Responsible Data Center Development) impegnate a raccogliere database di ordinanze e regolamenti, fornendo strumenti normativi standardizzati per assistere le municipalità nella tutela delle risorse e nei vincoli di zonizzazione.[35] Manuali di "resistenza comunitaria" sono stati inoltre diffusi per assistere i cittadini nelle battaglie legali.[36][37]
In Italia

In Italia si sta assistendo a una proliferazione senza precedenti di data center, trainata dalla crescente domanda di servizi cloud e intelligenza artificiale, che sta trasformando rapidamente ampie porzioni di territorio.[38] La costruzione di questi impianti si è concentrata prevalentemente in Lombardia, e in particolare lungo l'asse geografico tra Milano e Pavia, per via della vicinanza strategica agli snodi di fibra ottica (come il MIX di Milano, il principale punto di interscambio Internet in Italia).[39] Questa rapida espansione logistica ha sollevato critiche riguardo al consumo di suolo agricolo e alle condizioni climatiche della Pianura Padana.[40] Il tema è divenuto oggetto di dibattito pubblico locale anche in corrispondenza di ricorrenze per la salvaguardia ambientale.[41] Di fronte alla prospettiva di complessi industriali energivori a ridosso dei centri abitati, in numerosi comuni si sono costituiti comitati civici. Oltre a Lacchiarella nel sud milanese, interessata dal progetto di uno dei poli più estesi a livello europeo,[42] le proteste si sono allargate coinvolgendo altre realtà territoriali della provincia, tra cui i comuni di Rho, Cesate, Bollate, Paderno Dugnano e Magenta.[43] Questi gruppi, organizzando assemblee pubbliche, hanno iniziato a produrre osservazioni tecniche di carattere ambientale per contestare le varianti urbanistiche, dando progressivamente vita a reti di coordinamento inter-comunale per strutturare un'opposizione condivisa e informare la popolazione sui potenziali impatti sanitari e paesaggistici dei poli digitali.[44][45] Oltre all'hinterland milanese e al Pavese (in particolare con partecipate assemblee pubbliche e iniziative di sensibilizzazione nei comuni di Certosa di Pavia e Borgarello),[46][47] le mobilitazioni si sono estese anche ad altre aree della regione: a Pozzaglio ed Uniti, in provincia di Cremona, il progetto per un maxi data center da 270 mila metri quadrati ha innescato presidi di protesta da parte delle associazioni ambientaliste in concomitanza con le conferenze dei servizi territoriali.[48]
Voci correlate
Note
- ↑ Data center in Italia: la guida completa, su Agenda Digitale. URL consultato il 27 luglio 2026.
- ↑ I problemi ambientali dei data center, su Rivista Studio. URL consultato il 27 luglio 2026.
- ↑ Paola Dezza, Hines pronta a investire 1,5 miliardi in Italia, su Il Sole 24 Ore, 29 aprile 2026. URL consultato il 29 luglio 2026.
- ↑ Coima studia fondo sui data center e cerca siti in Lombardia, su Milano Finanza, 31 luglio 2026. URL consultato il 2 agosto 2026.
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- ↑ Report Data Center 2026 (PDF), su WWF Italia. URL consultato il 27 luglio 2026.
- ↑ Mentre i cittadini risparmiavano acqua, un mega datacenter ne consumava milioni senza controlli, su Hardware Upgrade. URL consultato il 27 luglio 2026.
- ↑ Giorgio Boatti, L'acqua contesa dai grandi Data Center, su giorgioboatti.substack.com. URL consultato il 27 luglio 2026.
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Datacenter: opportunità o pericolo?, su YouTube, Naviglio Parlante, 20 giugno 2026. URL consultato il 30 luglio 2026. Il fisico e ricercatore Sergio Manera è attivamente impegnato in un'opera di divulgazione pubblica per informare le comunità locali sui rischi ambientali e sanitari dei data center. Attraverso la partecipazione a comitati civici territoriali e assemblee pubbliche, promuove la trasparenza e l'analisi critica degli impatti industriali, richiamando l'attenzione sugli studi scientifici legati al fenomeno delle "isole di calore" e al consumo di risorse. - ↑ L'effetto isola di calore dei data center, su Fortune Italia, 2 aprile 2026. URL consultato il 28 luglio 2026.
- ↑ AI, i grandi data center creano nuove isole di calore dove vivono 340 milioni di persone, su Key4biz. URL consultato il 28 luglio 2026.
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- ↑ Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Parere ISS prot. 0001100 del 13/01/2026 (Progetto Data Center Settimo Milanese) e Parere ISS prot. 16304 del 15/04/2026 (Progetto Data Center Siziano).
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- ↑ Oltre 150 persone all’assemblea contro i data center. Si organizza in Lombardia la mobilitazione contro le Big Tech, su MalpensaNews, luglio 2026. URL consultato il 31 luglio 2026.
- ↑ Comitati cittadini contro i data center - Rete di coordinamento, su Facebook.
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- ↑ Marco Birolini, I 20 nuovi datacenter in Lombardia: e a Pavia scatta la rivolta dei cittadini contro l'"ecomostro", in Avvenire, 2 luglio 2026. URL consultato il 10 agosto 2026.
- ↑ Marco Birolini, Tra Milano e Pavia si moltiplicano i comitati anti-data center. Ma c'è chi li difende, in Avvenire, 10 luglio 2026. URL consultato il 10 agosto 2026.
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