Invasione carmata dell'Iraq
| Invasione carmata dell'Iraq (927–928) parte delle guerre tra i Carmati e il Califfato abbaside | |||
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| Data | Ottobre/novembre 927 – estate 928 | ||
| Luogo | Mesopotamia (Iraq) | ||
| Esito | Vittoria carmata | ||
| Schieramenti | |||
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| Comandanti | |||
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| Effettivi | |||
| Voci di operazioni militari presenti su Wikipedia | |||
L'invasione carmata dell'Iraq fu un'incursione a larga scala da parte dei Carmati del Bahrayn condotta contro il Califfato abbaside colpendo la regione metropolitana dell'Iraq. Cominciò nell'autunno del 927 e proseguì fino all'estate del 928.
L'invasione fu il culmine di una serie di devastanti incursioni dirette contro le carovane Hajj, a cui vanno aggiunte il sacco di Basra e di Kufa, negli anni precedenti. Avvenuti in un periodo di diffuso malcontento nei confronti del governo abbaside, che appariva incapace di contrastare i Carmati, questi attacchi esacerbarono le tensioni politiche a Baghdad, contribuendo alla caduta in disgrazia ed esecuzione del visir Ibn al-Furat.
Nell'ottobre/novembre 927, il capo carmata, Abu Tahir al-Jannabi, condusse un esercito di non più di 2 300 uomini a invadere Iraq. Nel mese di dicembre, i Carmati espugnarono Kufa e sconfissero il numericamente superiore esercito dell'emiro semi-autonomo dell'Azerbaigian, Yusuf ibn Abi'l-Saj, che fu fatto prigioniero. I Carmati procedettero ad avanzare verso nord seguendo il corso dell'Eufrate in direzione di Baghdad, dove si diffuse il panico. Un esercito di oltre 40 000 uomini fu allestito per confrontarsi con gli invasori, ma i comandanti abbasidi, Mu'nis al-Muzaffar e Abu'l-Hayja al-Hamdani, preferirono evitare lo scontro in campo aperto e decisero piuttosto di ostacolare l'avanzata carmata distruggendo i ponti e canali nei pressi della capitale abbaside. La conseguente alluvione arrestò l'avanzata carmata il 7 gennaio 928, quando aveva ormai raggiunto i sobborghi della città. I Carmati si ritirarono seguendo il corso del fiume Eufrate fino in Alta Mesopotamia, devastando la regione ed estorcendo riscatti dalle città. Non trovando resistenza, i Carmati si ritirarono in patria nell'estate del 928. La loro presenza aveva favorito rivolte da parte di simpatizzanti, i cosiddetti Baqliyya, nel Sawad di Kufa, che furono soffocate dalle autorità abbasidi. I ribelli superstiti si unirono ai Carmati in ritirata verso il Bahrayn.
Poco tempo dopo l'invasione, i Carmati saccheggiarono La Mecca nel gennaio 930 ed occuparono l'Oman nello stesso anno, ma i problemi interni posero un freno alla loro avanzata. Un giovane persiano che era stato fatto prigioniero in Iraq, Abu'l-Fadl al-Isfahani, fu riconosciuto come il Mahdi atteso da Abu Tahir, e il potere passò a lui. Il suo comportamento stravagante, tuttavia, rese ben presto evidente che non si trattava del mahdi atteso dai Carmati, e fu assassinato. Tali sviluppi demoralizzarono i Carmati, che tentarono di ristabilire relazioni pacifiche con gli Abbasidi. Nonostante ciò, l'invasione del 927–928 aveva gravemente compromesso la situazione finanziaria e politica del Califfato abbaside, che precipitò in un circolo vizioso di colpi di stato militari e guerre intestine tra signori della guerra, che culminarono nel 946 con l'ascesa al potere in Iraq della dinastia buyide.
Contesto storico
Origini dei Carmati del Bahrayn
Negli anni ottanta e novanta del IX secolo, il missionario sciita ismailita Abu Sa'id al-Jannabi aveva raccolto un forte seguito tra le tribù beduine del Bahrayn.[3] Nell'899, si verificò uno scisma in seno al movimento ismailita tra una branca che riconosceva l'autorità del futuro califfo fatimide, Abdallah al-Mahdi, e tra coloro che respingevano le sue pretese all'imamato, che divennero noti come "Carmati". Indipendentemente se fosse mosso da convinzioni genuine o da opportunismo politico, Abu Sa'id si schierò con questi ultimi.[4][5][6] Una volta alleatosi con le tribù beduine locali di Banu Kilab e Banu Uqayl, nonché con i mercanti del golfo persico, Abu Sa'id fu in grado di conquistare la capitale della regione, e nel 900 consolidò la propria indipendenza sconfiggendo un esercito abbaside inviato per recuperare il controllo del Bahrayn.[7]
Sotto il governo di Abu Sa'id, i Carmati del Bahrayn non rimasero coinvolti né nelle fallimentari rivolte ismailite di inizio X secolo contro il califfato abbaside sunnita in Siria e Iraq, né nell'istituzione del Califfato fatimide in Ifriqiya. A parte un'incursione su Basra nel 912, si mantennero in pace con gli Abbasidi, anche perché il visir abbaside Ali ibn Isa ibn al-Jarrah aveva accettato loro di pagare un tributo e rifornirli di armi.[8] Abu Sa'id fu assassinato nel 913/4, e gli succedettero, almeno nominalmente, tutti i figli che governarono collegialmente.[9] Il primogenito, Abu'l-Qasim Sa'id al-Jannabi, era almeno inizialmente quello con autorità maggiore, ma il suo regno fu di breve durata; fu sostituito dal più ambizioso e bellicoso ultimogenito, Abu Tahir al-Jannabi, nel 923.[7][10][11]
Sacco carmato di Basra
Sotto la conduzione dell'appena sedicenne Abu Tahir, i Carmati cominciarono a condurre incursioni ai danni del Califfato abbaside a partire dall'attacco a sorpresa ai danni di Basra la notte dell'11 agosto 923. La città fu saccheggiata per i successivi diciassette giorni, e i Carmati tornarono indisturbati in patria carichi di bottino e di schiavi.[10][12] All'inizio delle ostilità contribuì probabilmente la destituzione del visir Ali ibn Isa, sostituito dal più bellicoso Ibn al-Furat.[10][13] Non appena ricevette la notizia dell'attacco, Ibn al-Furat inviò truppe a Basra, le quali arrivarono tuttavia solo quando i Carmati erano già partiti.[14] Si trattava di una situazione che si sarebbe ripetuta diverse volte negli anni successivi: i contingenti di razziatori carmati erano di piccole dimensioni ma estremamente mobili, e ciò faceva sì che una qualunque reazione militare abbaside risultasse tardiva e inefficace. A ciò va aggiunto che la base di operazioni carmata in Bahrayn era al sicuro da ogni rappresaglia abbaside.[15]
Nonostante la gravità del sacco di Basra, Ibn al-Furat si preoccupò di stabilizzare la propria posizione piuttosto che intraprendere preparativi militari contro i Carmati; in effetti, per allontanare il principale rivale da Baghdad, inviò il comandante supremo, Mu'nis al-Muzaffar, con le proprie truppe a Raqqa, in esilio virtuale.[14] Nel frattempo il figlio di Ibn al-Furat, al-Muhassin, era impegnato nella tortura sistematica di funzionari per estorcere loro denaro.[16]
Incursioni ai danni delle carovane Hajj e caduta di Ibn al-Furat
Nel marzo 924, i Carmati annientarono la carovana Hajj sulla via del ritorno dalla Mecca a Baghdad, facendo prigionieri molti notabili della corte abbaside.[12][17] Trattandosi di simpatizzanti pro-Shi'a affluiti in gran numero in Bahrayn, il governo abbaside, indebolito dalle lotte intestine tra le varie fazioni e incapacitato dalla mancanza di fondi, non riuscì a contrastare efficacemente la minaccia carmata.[18] La distruzione della carovana Hajj costituiva una testimonianza dell'incapacità del governo abbaside di assolvere uno dei doveri più fondamentali.[19] Scoppiarono dei tumulti nelle vie di Baghdad contro Ibn al-Furat, la cui posizione a questo punto era diventato molto precaria. Mu'nis fu richiamato a Baghdad nel mese di giugno, e i comandanti militari fecero pressioni affinché Ibn al-Furat venisse destituito. Il 16 luglio il visir fu destituito e giustiziato, insieme al figlio al-Muhassin.[20] L'evento sancì la definitiva ascesa delle autorità militari nella lotta per il potere con la burocrazia civile, che avrebbe comportato conseguenze nefaste a lungo termine.[20]
La carovana Hajj dell'anno successivo fu attaccata lungo la via per La Mecca, e, nonostante disponesse di una scorta di 6 000 uomini, dovette tornare indietro a Kufa incalzata dai Carmati, subendo pesanti perdite.[18][21] I Carmati pretesero la cessione di Basra e del Khuzistan, e quando tali richieste vennero respinte, irruppero a Kufa e la saccheggiarono per sette giorni. Finanche le porte di ferro della città furono smantellate e portate in Bahrayn.[18][22] Nella successiva stagione Hajj, nel gennaio 926, una possente scorta militare garantì la sicurezza dei pellegrini, ma le autorità abbasidi dovettero comunque pagare una cifra esosa ai Carmati per ottenere il permesso di passare. Nel corso del successivo Hajj, la carovana dovette essere annullata perché il governo abbaside non disponeva dei fondi sufficienti per garantire la scorta, e il panico si diffuse alla Mecca con la sua popolazione che arrivò addirittura a evacuare la città nel timore (risultato poi infondato) di un possibile attacco carmato che tuttavia non si concretò.[18]
Preparativi abbasidi e il richiamo di Ali ibn Isa
Nel frattempo, il governo abbaside si affrettò a investire ulteriori risorse per reclutare ulteriori soldati, ma i due visir di breve durata che succedettero a Ibn al-Furat, Abdallah al-Khaqani e Ahmad al-Khasibi, non furono in grado di puntellare le finanze dello stato.[23] La situazione si aggravò ulteriormente per via delle voci che continuavano a circolare secondo cui degli elementi del governo abbaside fossero segretamente collusi con i Carmati, un'accusa che era liberalmente mossa agli avversari politici all'epoca.[23]
Per la disperazione, nel 926 il visir al-Khasibi richiese l'intervento dell'emiro semiautonomo sagide di Azerbaigian e Armenia, Yusuf ibn Abi'l-Saj, con le proprie truppe, affinché si confrontasse con la minaccia carmata. Poiché le casse dello stato erano vuote, il gettito fiscale delle province orientali ancora sotto il controllo abbaside (il Jibal e la Persia nordoccidentale), nonché dei domini dello stesso Ibn Abi'l-Sajn, fu usato per mantenere l'esercito.[24][21] Secondo lo storico Hugh Kennedy si trattava di un'"idea stolta": le truppe sagidi, per lo più provenienti dagli altopiani, non erano abituati a combattere nelle pianure desertiche dell'Iraq, e inoltre la lealtà di Ibn Abi'l-Saj a Baghdad era quantomeno dubbia e basata sulla condizione di ricevere le somme promesse.[1]
Infine, nell'aprile 927, Ali ibn Isa fu richiamato al visirato su insistenze di Mu'nis, per condurre una sorta di 'governo di unità nazionale' per risolvere la crisi.[23] Ali ibn Isa propese per una soluzione alternativa, reclutando truppe dalle tribù beduine di Asad e Shayban, più adeguate e meno gravose per l'erario.[1] Allo stesso tempo il visir tentò di convincere Ibn Abi'l-Saj a far ritorno nella sua provincia nativa, ma quest'ultimo rifiutò, così come aveva rifiutato di condurre le proprie truppe in battaglia se non avesse ricevuto in anticipo il denaro promesso. Nel frattempo le truppe sagidi stabilirono la propria base a Wasit, da dove oppressero la popolazione locale.[1]
Invasione

Caduta di Kufa e sconfitta dei Sagidi
Tuttavia, i piani di Ali ibn Isa avrebbero richiesto troppo tempo per essere implementati, e il tempo stava scadendo.[1] Nell'ottobre/novembre 927 i Carmati, sotto il comando di Abu Tahir, invasero l'Iraq, puntando su Kufa.[1] Mu'nis fu richiamato da una campagna contro l'Impero bizantino, una quantità considerevole di armi e di scorte fu immagazzinata a Kufa, e Ibn Abi'l-Saj ordinò di raggiungere la città. Tuttavia i Carmati, con una rapida avanzata, raggiunsero per primi Kufa, impadronendosi delle scorte immagazzinate.[1]
L'esercito invasore carmato era di dimensioni esigue — valutabile tra i 1 500 e i 2 300 uomini secondo le fonti medievali — per cui Ibn Abi'l-Saj si risolse ad attaccarli. Tuttavia, malgrado la notevole superiorità numerica, le truppe sagidi uscirono sconfitte dalla battaglia combattuta nei pressi di Kufa il 7 dicembre 927, e lo stesso Ibn Abi'l-Saj fu catturato.[22][25]
A questo punto i simpatizzanti ismailiti che avevano fino a quel momento celato le loro intenzioni (i Baqliyya) nel Sawad di Kufa, si rivoltarono apertamente, dalle tribù beduine di Rifa'a, Dhuhl e Abs, al nipote di uno dei primi missionari ismailiti Abu Muhammad Abdan, che assunse il controllo di Kufa e proclamò la fine della dinastia abbaside e l'arrivo imminente del messia islamico, il Mahdi. I ribelli furono ben presto dispersi dalle truppe abbasidi da Wasit sotto il comando di Harun ibn Gharib, ma i superstiti si unirono alle truppe di Abu Tahir.[22][26]
Marcia carmata su Baghdad e reazione abbaside
Dopo la vittoria conseguita a Kufa, i Carmati cominciarono la propria avanzata verso nord, puntando sulla stessa Baghdad.[27] Mentre i Carmati avanzavano, il panico si diffuse a Baghdad, dove molti temevano che la città sarebbe caduta e il Califfato abbaside sarebbe collassato, anche perché si erano diffuse delle voci secondo cui Abu Tahir aveva già diviso i palazzi califfali tra i suoi seguaci.[26][27] Il governo abbaside arrivò addirittura a mobilitare le proprie truppe di palazzo, che di rado lasciavano la capitale, per fronteggiare la minaccia.[28] Ali ibn Isa fu costretto a rivolgersi alla regina madre, Shaghab, per ottenere il denaro necessario per arruolare i marinai di Baghdad al servizio del governo.[27]
Nel frattempo, i Carmati raggiunsero Anbar il 14 dicembre, trovando il ponte sull'Eufrate distrutto. Alcuni uomini a bordo di barche riuscirono ad attraversare il fiume e a ripararlo, permettendo la traversata al resto dell'esercito, ma lasciando indietro sulla sponda occidentale le loro salmerie.[29][27] Nel corso della notte, gli Abbasidi riuscirono di nuovo a distruggere il ponte, bloccando i Carmati a est del fiume, ma quest'ultimi, malgrado ciò, continuarono la propria marcia sulla capitale abbaside.[30]
I circa duemila carmati si trovarono a dover affrontare un esercito di gran lunga superiore numericamente, sotto il comando di Mu'nis e del capo hamdanide Abu'l-Hayja.[31] Si narra che le liste militari contenessero i nomi di 42 000 uomini, ai quali vanno aggiunti i consistenti seguiti personali di Mu'nis e degli altri comandanti maggiori, nonché i Beduini condotti da Abu'l-Hayja.[2] Tuttavia, gran parte delle truppe abbasidi non erano state ben addestrate per via della mobilitazione di massa condotta in piena emergenza.[2] Secondo Kennedy, il numero effettivo di truppe regolari ed efficienti a disposizione del governo abbaside al tempo era probabilmente inferiore ai 10 000 uomini, e solo nel corso di emergenze.[32] Di conseguenza, invece di confrontarsi con i Carmati in campo aperto, Mu'nis ricorse alla rottura degli argini dei canali, che portò all'allagamento dei campi, e alla distruzione dei ponti che conducevano a Baghdad in modo da rallentare l'avanzata carmata.[26][31] Con la strada bloccata, il 7 gennaio 928, al tell di Aqarquf, da dove erano visibili le torri di Baghdad, l'avanzata carmata fu arrestata.[26]
Mentre l'armata carmata era ancora a est dell'Eufrate, gli Abbasidi pianificarono un attacco al loro accampamento sulla sponda occidentale, e liberare Ibn Abi'l-Saj.[31] A tale scopo, Mu'nis assegnò al proprio ciambellano Yalqbaq 6 000 truppe, parrebbe in gran parte sagidi.[33] Abu Tahir ebbe dei sospetti sulle loro intenzioni e riuscì ad attraversare il fiume nel corso della notte, per avvertire il proprio accampamento e preparare le difese. L'attacco abbaside fallì, e Ibn Abi'l-Saj fu giustiziato immediatamente dopo.[31]
Incursione carmata in Giazira
L'armata carmata riuscì ad attraversare l'Eufrate, ma nonostante l'avanzata verso Baghdad fosse stata arrestata, Abu Tahir non si arrese. I suoi uomini seguirono il corso del fiume verso nord invadendo la Giazira, che saccheggiarono estensivamente.[26][31] La cittadina di Hit resistette ai loro attacchi, ma in compenso saccheggiarono al-Daliya, al-Rahba, e raggiunsero Raqqa, che assaltarono invano. Bande più piccole di razziatori carmati si spinsero fino a Ras al-Ayn e Sinjar, estorcendo riscatti dalle città e devastando le campagne.[31][34]
Secondo Kennedy, la politica del governo abbaside di concentrare le proprie truppe nella capitale significava che le altre città del Califfato furono lasciate a sé stesse, venendo costrette a improvvisare frettolosamente le difese e reclutamenti di milizie in modo da respingere gli invasori.[35] Fu solo nell'estate del 928 che i Carmati fecero ritorno in Bahrayn, ma Abu Tahir in un componimento poetico promise che sarebbe tornato.[36]
Conseguenze
Sacco della Mecca e fine dell'espansione carmata
Abu Tahir attuò le proprie minacce attaccando la stessa Mecca nel gennaio 930, durante l'Hajj. Entrati in città, i Carmati massacrarono i pellegrini Hajj, profanarono il Zemzem gettandovi cadaveri e saccheggiarono la Kaaba, portando con sé le reliquie, tra cui la Pietra Nera, nella propria capitale al-Ahsa.[22][37] Questo evento potrebbe essere connesso a sviluppi interni nello stato carmato: al ritorno dall'Iraq, Abu Tahir riconobbe uno dei prigionieri, un giovane persiano di nome Abu'l-Fadl al-Isfahani, catturato a Qasr Ibn Hubayra, come il Mahdi atteso. Fu proclamato pubblicamente come tale nel 931, con i capi carmati che gli cedettero i pieni poteri.[38][39] Dal momento che, secondo la tradizione islamica, il Mahdi avrebbe dovuto annullare la legge religiosa di Maometto in vigore e annunciare una nuova e definitiva rivelazione,[40] la profanazione senza precedenti della Mecca era probabilmente connessa alle prospettive millennialiste associate al nuovo messia presso i Carmati.[41] Tuttavia il comportamento bizzarro e autocratico del presunto Mahdi, che si faceva adorare come se fosse un dio vivente e fece giustiziare diversi dei principali esponenti dei Carmati, finì per ritorcerglisi contro, e fu assassinato poco tempo dopo.[42]
Abu Tahir fu in grado di mantenere il potere sul Bahrayn, e i massimi esponenti carmati denunciarono l'intero episodio come errore ritornando ad aderire alla legge islamica.[43][44] Nonostante ciò, la questione del falso Mahdi inferse un pesante colpo al prestigio di Abu Tahir e demoralizzò i Carmati, molti dei quali abbandonarono il Bahrayn per reclutarsi nelle armate dei vari signori della guerra locali.[43] Allo stesso tempo, l'evento pose un freno alle ambizioni di Abu Tahir: dopo aver conquistato l'Oman nel 930, sembrò intenzionato a sferrare una nuova invasione dell'Iraq, ma dopo il sacco di Kufa del 931, si ritirò con i propri uomini in Iraq per fronteggiare il falso Mahdi.[45] Negli anni successivi, i Carmati del Bahrayn entrarono in trattative col governo abbaside, che sfociarono nella conclusione di un trattato di pace nel 939, e infine nel ritorno della Pietra Nera alla Mecca nel 951. Questi eventi sancirono, secondo Hugh Kennedy, "l'assimilazione dello stato dei Carmati nell'ordine politico musulmano".[43][46]
Declino e collasso del Califfato abbaside
Nel Califfato abbaside, la disastrosa invasione carmata dell'Iraq, che lasciò devastato l'un tempo fertile Sawad, esacerbò le lotte politiche intestine a Baghdad.[21] Una volta passato l'immediato pericolo, la corte si assicurò la destituzione di Ali ibn Isa nel maggio 928,[31] e ripresero vigore gli intrighi e le contese per il potere, stavolta tra Mu'nis e Harub ibn Gharib. Questi scontri portarono alla momentanea detronizzazione del Califfo al-Muqtadir nel febbraio 929,[47] ma anche se il califfo ritornò al potere entro pochi giorni, negli anni successivi si ebbero una serie di golpe e controgolpe che culminarono nella detronizzazione e morte di al-Muqtadir per mano di Mu'nis nel 932.[21] Ciò, invece di stabilizzare la situazione, non fece che sottolineare l'ingerenza esercitata dai militari nelle politiche di corte. Nei decenni successivi, le lotte intestine tra i vari comandanti militari per il controllo di Baghdad e dei virtualmente impotenti califfi proseguirono fino alla presa di Baghdad da parte della dinastia buyide nel 945.[48]
Note
- 1 2 3 4 5 6 7 Kennedy 2013, p. 37.
- 1 2 3 Kennedy 2001, p. 163.
- ↑ Halm 1991, pp. 37–38.
- ↑ Daftary 2007, pp. 116–117, 121.
- ↑ Madelung 1996, pp. 24–29.
- ↑ Kennedy 2004, pp. 285, 287.
- 1 2 Kennedy 2004, p. 287.
- ↑ Halm 1991, pp. 176, 225–226.
- ↑ Halm 1991, pp. 176, 225.
- 1 2 3 Halm 1991, p. 226.
- ↑ Daftary 2007, pp. 121, 147–148.
- 1 2 Daftary 2007, p. 148.
- ↑ Kennedy 2004, p. 191.
- 1 2 Kennedy 2013, p. 34.
- ↑ Kennedy 2013, pp. 35–36.
- ↑ Kennedy 2013, pp. 33–34.
- ↑ Halm 1991, pp. 226–227.
- 1 2 3 4 Halm 1991, p. 227.
- ↑ Kennedy 2013, pp. 34–35.
- 1 2 Kennedy 2013, p. 35.
- 1 2 3 4 Kennedy 2004, p. 192.
- 1 2 3 4 Daftary 2007, p. 149.
- 1 2 3 Kennedy 2013, p. 36.
- ↑ Kennedy 2001, pp. 161–162.
- ↑ Kennedy 2013, pp. 37–38.
- 1 2 3 4 5 Halm 1991, p. 228.
- 1 2 3 4 Kennedy 2013, p. 38.
- ↑ Kennedy 2001, pp. 160–162.
- ↑ Halm 1991, pp. 227–228.
- ↑ Kennedy 2013, pp. 38–39.
- 1 2 3 4 5 6 7 Kennedy 2013, p. 39.
- ↑ Kennedy 2001, pp. 163–164.
- ↑ Kennedy 2001, p. 162.
- ↑ Halm 1991, pp. 228–229.
- ↑ Kennedy 2001, pp. 162–163.
- ↑ Halm 1991, p. 229.
- ↑ Halm 1991, pp. 229–230.
- ↑ Halm 1991, pp. 230–231.
- ↑ Daftary 2007, p. 150.
- ↑ Daftary 2007, pp. 97–98, 129–132.
- ↑ Halm 1991, p. 231.
- ↑ Halm 1991, pp. 231–235.
- 1 2 3 Daftary 2007, p. 151.
- ↑ Halm 1991, p. 236.
- ↑ Daftary 2007, pp. 149–150.
- ↑ Kennedy 2004, pp. 288–289.
- ↑ Kennedy 2013, pp. 39–41.
- ↑ Kennedy 2004, pp. 193–197.
Bibliografia
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