Iryna Dovhan
Iryna Volodymyrivna Dovhan (in ucraino Ірина Володимирівна Довгань?, in russo Ірина Влади́мировна Довгань? Irina Vladimirovna Dovgan; Donec'k, 25 gennaio 1962) è un'attivista ucraina originaria del Donbass, rapita nel 2014 da mercenari russi e ribelli filo-russi del Battaglione Vostok a causa della sua posizione lealista verso il governo di Kiev.
Ha raccontato di essere stata picchiata e umiliata per cinque giorni, oltre ad essere stata legata pubblicamente in una strada di Donetsk e aggredita dalla folla in alcune foto che fecero il giro del mondo. Dopo essere stata liberata Iryna ha lasciato Donetsk e si è unita alla sua famiglia a Mariupol, una città controllata dalle forze ucraine fino al 2022.
È una delle fondatrici e responsabili di SEMA Ukraine, associazione che difende le donne vittime di tortura e violenza sessuale di guerra durante il conflitto russo-ucraino.[1]
Avvenimenti dell'agosto 2014
Secondo la sua testimonianza, è stata detenuta dal 23 agosto e interrogata dal Vostok, rapinata di soldi e carte di credito e tenuta ammanettata a un termosifone, prima di essere consegnata ai mercenari, apparentemente dell'Ossezia del Nord, che l'hanno sottoposta a torture e pestaggi, chiamandola fascista e costringendola a gridare "Sieg Heil", sparando ripetutamente con le pistole vicino alle sue orecchie, mettendo in scena finte fucilazioni, minacciando di violentarla. I ribelli che l'hanno rapita, torturata e tentato di violentarla assieme agli osseti, sono associati al battaglione Vostok, guidato dall'ex agente della SBU Alexander Khodakovsky, e l'hanno accusata di essere una spia e un osservatore di artiglieria delle forze armate dell'Ucraina. Iryna Dovhan insistette sul fatto che non è mai stata una spia, ma ammette di essere una volontaria che ha raccolto donazioni (cibo, vestiti, medicine e denaro) dalle persone del posto e le consegnava ai soldati ucraini situati nelle vicinanze. Disse anche che non era l'unica persona a Donetsk che voleva aiutare i soldati ucraini, attraverso queste donazione, e di aver fatto un errore fatale quando ha scattato la foto di soldati che ricevevano le raccolte, con l'intenzione di mostrarle alle persone che hanno donato le scorte.[2][3][4][5] È diventata famosa dopo che le sue foto scattate da Maurício Lima (pubblicate sul New York Times) sono apparse sui social e sui media internazionali, mostrandola in piedi, presumibilmente legata, in un incrocio trafficato nel centro di Donetsk con un cartello che la identifica come una spia, una bandiera ucraina e la scritta: "Lei uccide i nostri bambini". Ha raccontato che i passanti la schiaffeggiavano e la prendevano a calci, le sputavano addosso e le lanciavano pomodori in faccia. Le donne erano incitate ad insultarla e aggredirla da uno dei rapitori, un carceriere osseto che precedentemente le causò la rottura di due costole a calci. L'intervento di Lima pose fine al linciaggio. Una fotografia del suo maltrattamento ha suscitato indignazione diffusa in Ucraina, ha spinto i social media a identificarla e ha attirato l'attenzione degli osservatori dei diritti umani delle Nazioni Unite.[2][3][4][5][6]
È stata liberata il 28 agosto dopo che Mark Franchetti, reporter del quotidiano britannico The Sunday Times, e Dmitry Beliakov, un fotografo freelance russo, hanno chiesto al leader Alexander Khodakovsky di rilasciarla. Khodakovsky ordinò di liberare Iryna Dovhan e promise di disciplinare e punire i responsabili della sua detenzione e umiliazione pubblica.
Nelle sue interviste a Hromadske.TV e Radio Liberty, ha confessato che se non fosse stato per quelle foto, forse non avrebbe rivisto mai più la sua famiglia. Più tardi, il programma televisivo ucraino "Vikna" le fece un'intervista esclusiva con la sua famiglia, ospiti di un amico. Incontrò, ringraziò e abbracciò il fotografo Maurício Lima, che attirò grande attenzione sul suo sequestro facilitando una rapida liberazione.[5]
Conseguenze
Da settembre 2014 Dovhan e la sua famiglia hanno ricostruito le loro vita a Mariupol', ma non si aspettavano assistenza finanziaria dal governo ucraino.[2][3][4][5]
Nelle elezioni parlamentari ucraine del 2014 Dovhan si è candidata come apartitica. Anche la città di Mariupol' è stata annessa dalla Russia nel 2022 dopo una violenta battaglia in cui venne quasi rasa al suolo, per cui ha dovuto lasciarla trasferendosi a Kiev.
SEMA Ukraine
Diversi suoi torturatori sono morti in guerra, e Iryna ne ha denunciati altri con la speranza di poter ottenere giustizia. È responsabile e fondatrice di SEMA Ukraine (parte della rete mondiale SEMA del premio Nobel per la pace Denis Mukwege), che si occupa delle donne ucraine vittime di tortura, sequestro, detenzione illegale e violenza sessuale correlata al conflitto, fornendo assistenza legale e psicologica e sensibilizzando sul tema anche a livello internazionale.[7]
Vita privata
Iryna Dovhan è un'estetista professionista, e risiedeva a Jasynuvata. Ha studiato economia e possedeva un centro estetico nella sua città natale, che è stata presa dai ribelli nel mese di aprile. Al tempo del sequestro Dovhan aveva 52 anni. È sposata e ha una figlia e un figlio che nel 2014 avevano rispettivamente 16 anni e 32 anni.[2][5]
Note
- ↑ semaukraine.org.ua, https://semaukraine.org.ua/en/articleview/iryna-dovhan-head-of-sema-ukraine-took-part-in-the-international-congress-rethinking-ukraine-and-europe-new-challenges-for-historians.
- 1 2 3 4 Ukrainian Woman Tells Of Public Abuse At Hands Of Pro-Moscow Separatists, su rferl.org, Radio Free Europe/Radio Liberty, 9 September 2014. URL consultato il 9 September 2014.
- 1 2 3 As Peace Talks Approach, Rebels Humiliate Prisoners in Ukraine, The New York Times, 25 August 2014. URL consultato il 9 September 2014.
- 1 2 3 Ukrainian Activist Abused in Donetsk: Victim recounts torture at hands of Kremlin-backed insurgents, Ukraine Today, 3 September 2014. URL consultato il 9 September 2014.
- 1 2 3 4 5 Ukrainian Woman, Held Up to Public Abuse, Is Released, The New York Times, 31 August 2014. URL consultato il 9 September 2014.
- ↑ Irina Dovgan, la martire di Donetsk, su balcanicaucaso.org.
- ↑ Ucraina. «Trascinare in aula i miei violentatori è la spinta che mi fa sopravvivere», su avvenire.it.
Voci correlate
Collegamenti esterni
- SEMA Ukraine, su semaukraine.org.ua.