Joseph Glasco

Joseph Glasco (Pauls Valley, 19 gennaio 1925 – Galveston, 31 maggio 1996) è stato un pittore, disegnatore e scultore statunitense, tra i protagonisti dell'espressionismo astratto americano. È noto sia per la fase figurativa della sua prima maturità, caratterizzata da un disegno di straordinaria intensità psicologica, sia per la progressiva dissoluzione della figura umana nelle opere tarde, costruite su un linguaggio astratto che egli stesso contribuì a definire nel corso degli anni cinquanta.
Glasco occupa un posto singolare nella storia dell'arte americana per i legami profondi che lo unirono al Messico — dove studiò, incontrò Rufino Tamayo e tornò più volte nel corso della vita — e per la sua particolare capacità di mantenere una posizione indipendente rispetto alle correnti dominanti dell'arte del dopoguerra. Nei suoi anni newyorkesi fu introdotto da Alfonso Ossorio in un ambiente che comprendeva Jackson Pollock, Lee Krasner, Willem de Kooning e Jean Dubuffet; in seguito strinse amicizie decisive con artisti di generazioni più giovani, tra cui Julian Schnabel e George Condo.
Giovinezza e formazione
Joseph Glasco nacque il 19 gennaio 1925 a Pauls Valley, Oklahoma, e crebbe a Tyler, Texas. I suoi genitori erano Lowell e Pauline Glasco. Ebbe tre fratelli — Gregory, Gordon e Michael — e due sorelle, Anne Brawley e Marion Chambers (sposata con l'industriale petrolifero C. Fred Chambers).
In un convitto di Saint Louis scoprì la propria vocazione artistica. Successivamente si iscrisse all'Università del Texas ad Austin, finché la chiamata alle armi, seguita all'entrata in guerra degli Stati Uniti, non interruppe i suoi studi.
La Seconda guerra mondiale e il primo incontro con l'Europa
Arruolato nell'esercito americano, Glasco prestò servizio nel teatro europeo come soldato semplice nella Terza Armata del generale George S. Patton. Partecipò alla Battaglia delle Ardenne — una delle più sanguinose del fronte occidentale, combattuta nell'inverno del 1944–1945 — e per il proprio coraggio in combattimento fu decorato con la Stella di Bronzo.
Al termine della guerra, in attesa degli ordini di rimpatrio, fu assegnato alla Portsmouth School of Art di Bristol, in Inghilterra. Fu questa una circostanza fortunata: durante quel soggiorno ebbe i primi contatti diretti con la scena artistica europea, visitò i teatri londinesi e compì un breve viaggio a Roma, allora ancora in fase di ricostruzione postbellica, dove i musei erano in gran parte chiusi ma le chiese aperte. Quella prima immersione nell'arte italiana — affrescata nelle absidi, scolpita nelle navate — avrebbe lasciato un'impronta duratura.[1]
Messico: San Miguel de Allende e Città del Messico (1948)
Rientrato in Texas, Glasco lavorò brevemente a Dallas come illustratore pubblicitario. Compreso rapidamente che quella non era la sua strada, si trasferì a Los Angeles per studiare con Rico Lebrun al Jepson Art Institute. Nel Natale del 1947 lesse su Life un articolo intitolato «GI Paradise», che descriveva una scuola d'arte a San Miguel de Allende, in Messico, fondata dall'intellettuale peruviano Felipe Cossío del Pomar: l'articolo generò oltre seimila domande di ammissione da parte di veterani di guerra; Glasco fu tra i cento selezionati.[1]
Arrivò in Messico nel febbraio del 1948. La scuola — che sarebbe diventata il precursore del celebre Instituto Allende — operava nell'antico convento delle monache dell'Immacolata Concezione. Glasco abbandonò San Miguel prima della fine dell'anno accademico e fu ammesso alla Scuola Nazionale di Pittura e Scultura «La Esmeralda» di Città del Messico.[1]
Nella capitale visse quasi un anno, frequentando i circoli artistici della città. Lì conobbe Roberto Montenegro — pittore, muralista e illustratore, una delle figure più rispettate del Messico artistico del Novecento — e soprattutto Rufino Tamayo e sua moglie. Tamayo, nato a Oaxaca nel 1899 da ascendenza zapoteca, era allora già una figura centrale del modernismo messicano; per un periodo occupò l'appartamento e lo studio che Glasco aveva in città. Glasco avrebbe ricordato quell'incontro con affetto profondo: «Passai giù un anno intero. Me la spassai alla grande. Dipinsi un po'. Conobbi tanti artisti. Tamayo e sua moglie... Sono persone dolcissime, e imparai moltissimo da loro.»[1]
L'influenza di Tamayo è riconoscibile nelle prime opere a olio di Glasco: la rappresentazione ieratica delle figure, le texture dense della materia pittorica, il colore inteso come tonalità generale che avvolge la composizione. Prima di lasciare il Messico, Glasco partecipò alla mostra «Veterans in Mexico» alla Scuola Nazionale di Arti Plastiche, ottenendo il secondo premio con il dipinto Pelvis Bone; Tamayo era tra i membri della giuria.[1]
New York e il riconoscimento internazionale (1949–1960)
Nel febbraio del 1949 Glasco si trasferì a New York. Poco dopo il suo arrivo conobbe Alfonso Ossorio, artista e mecenate di generosa ospitalità, che lo introdusse in un circolo comprendente Jackson Pollock, Lee Krasner, Willem de Kooning, Jean Dubuffet e Clyfford Still.[1]
A venticinque anni tenne la sua prima personale alla Perls Gallery di New York. L'esito fu clamoroso: divenne l'artista più giovane la cui opera fosse entrata — in occasione di una collettiva di espressionisti astratti — nella collezione permanente del Museum of Modern Art di New York. La sua opera Big Sitting Cat (1949) fu acquisita dal MoMA, e il Metropolitan Museum of Art acquistò nello stesso anno un suo disegno.[2]
Alla chiusura della Perls Gallery, Glasco passò alla Catherine Viviano Gallery, che rappresentava anche il lascito di Max Beckmann e importanti artisti europei e americani.[1] Lì conobbe Stanley J. Seeger, collezionista di Picasso, che divenne uno dei suoi mecenati più fedeli. Joseph Hirshhorn fu un altro raccoglitore significativo delle sue opere: nel 1966 la Smithsonian Institution creò a Washington l'Hirshhorn Museum and Sculpture Garden per ospitare la sua collezione, tra cui dipinti e sculture di Glasco.[1]
Lo Studio Paul Facchetti e Parigi (1952)
Nel 1952 Glasco fu tra gli artisti esposti allo Studio Paul Facchetti di Parigi — la galleria che aveva aperto l'espressionismo astratto americano al pubblico europeo. La sua opera Boy (1950) portava il numero 58 del catalogo dello Studio e fu riprodotta in Un Art Autre (Parigi, 1952) di Michel Tapié, il testo fondativo che definì e divulgò il concetto di «art informel».[3]
Questa partecipazione collocò Glasco accanto a Jackson Pollock — la cui prima personale europea Facchetti aveva organizzato nel marzo del 1952 — nonché ad Alfonso Ossorio, Jean Dubuffet, Sam Francis, Georges Mathieu e altri rappresentanti dell'astrazione lirica. La presenza di Glasco in questo momento cruciale dell'avanguardia parigina attesta il precoce riconoscimento della sua opera nei circoli artistici più esigenti d'Europa.[1]
Italia: Roma, Venezia, Ischia (1952)
Nella primavera del 1952, Glasco attraversò l'Atlantico sulla Île de France insieme al suo compagno, lo scrittore William Goyen. I due si fermarono prima a Parigi, dove visitarono una mostra di Jean Dubuffet al Cercle Volney e incontrarono il pittore nel suo studio. Da Parigi proseguirono verso Venezia, dove Glasco fece visita a Peggy Guggenheim nel suo palazzo al Canal Grande — Palazzo Venier dei Leoni — profondamente colpito dalla collezione che lei vi aveva raccolto.[1]
Il 6 aprile si stabilirono a Roma, in un appartamento-studio al 53B di Via Margutta — lo stesso edificio dove Picasso aveva avuto uno studio nel 1917 — in affitto per sei mesi da un conte Borromeo. La sera prima, il 5 aprile, Glasco aveva inaugurato una mostra di ventiquattro disegni alla Viviano Gallery, accolta con favore dalla critica. A Roma frequentò artisti italiani come Afro e il fratello scultore Mirko, la clavicembalista Sylvia Marlowe e la pianista Elsie Rieti, moglie del compositore Vittorio Rieti. Assistette al festival della Musica del XX Secolo organizzato nell'ambito del Congresso per la Libertà della Cultura, dove si eseguivano lavori di Milhaud, Stravinskij e Poulenc.[1]
Fu a Roma e ad Ostia — l'antica città portuale di Roma — che Glasco realizzò una serie di disegni, tra cui lo studio di una celebre statua acefala di senatore, che avrebbero alimentato direttamente il grande dipinto Salome (1955). L'intensità di Roma risultò però alla fine opprimente: Goyen attraversò una grave crisi psicologica, e verso la fine di maggio i due lasciarono la città per trasferirsi a Forio, nell'isola d'Ischia, dove affittarono una casa a due piani. Glasco usò come studio la vecchia cucina di mattonelle con i suoi antichi forni da pane. In quegli stessi mesi anche W. H. Auden risiedeva a Forio.[1]
Dopo soggiorni a Napoli e Capri, Glasco raggiunse Zurigo verso il 19 giugno, dove lui e Goyen visitarono Ernst Robert Curtius — mentore di Goyen colpito da un ictus — e assistettero al Festival di Zurigo, durante il quale videro Richard Burton interpretare Amleto con la compagnia del London Old Vic. A luglio Glasco era di nuovo in Italia per la Biennale di Venezia, dove incontrò Catherine Viviano e i fratelli Basaldella; il padiglione americano era rappresentato da Willem de Kooning e Ben Shahn.[1]
Di ritorno a Taos, Glasco scrisse alla Viviano: «Ho ottenuto così tanto da questo viaggio. Ora riesco a vederlo tutto con più chiarezza e so cosa ha significato per me. Mi sento molto arricchito.»[1]
Cy Twombly e Mykonos
Intorno al 1961, attraverso la comune frequentazione del pittore italiano Afro, Glasco conobbe Cy Twombly a Mykonos. Twombly — anch'egli americano, ma dal 1957 stabilmente residente a Roma — condivideva con Glasco una posizione appartata rispetto alle correnti dominanti dell'arte americana del dopoguerra, oltre a una profonda familiarità con la cultura mediterranea e classica che entrambi avevano assorbito attraverso l'Italia. I due artisti si ritrovavano ogni estate sull'isola per molti anni. Quarant'anni dopo, entrambi sarebbero stati inclusi nella Biennale del Whitney del 1991, insieme a Jasper Johns, Ellsworth Kelly, Joan Mitchell, Robert Rauschenberg e Julian Schnabel.[1][4]
Viaggi e maturità stilistica (1962–1975)
Dopo lunghi soggiorni nella tenuta di Alfonso Ossorio a East Hampton, Glasco si stabilì con Goyen a Taos, Nuovo Messico, dove divenne una figura dei «Taos Moderns» e conobbe Frieda Lawrence, vedova di D. H. Lawrence, la cui influenza sulla sua vita e opera fu duratura.[1]
In questi anni la sua opera si sviluppò progressivamente dalle figurazioni molto stilizzate verso forme complesse con una geometria quasi cubista. I viaggi lo portarono in Grecia, alle Isole Canarie, in Portogallo, in Marocco e più volte in Messico. Agli inizi degli anni settanta si stabilì in un ampio loft dell'Ottocento a Galveston, Texas, che sarebbe diventata la sua residenza definitiva.[2]
L'opera tarda (1975–1996)
A metà degli anni settanta Glasco abbandonò definitivamente gli stili figurativi, surrealisti e cubisti per dedicarsi alla pittura astratta di grande formato. Sotto l'influenza di Ossorio aveva già cominciato a sperimentare il collage astratto agli inizi degli anni sessanta; a metà degli anni settanta le sue tele erano ormai pienamente astratte. Creava opere di grande intensità cromatica che ricoprivano l'intera superficie della tela in uno stile a mosaico ritmico e omogeneo: stendeva prima uno strato gestuale di pittura, poi ritagliava e incollava frammenti di tele appositamente dipinte. Glasco considerava questo approccio la naturale evoluzione del dripping di Jackson Pollock.[2]
Parlò delle sue ultime opere in un'intervista video condotta con il sostegno della Mellon Foundation, con Carol Mancusi-Ungaro della Menil Collection e Marti Mayo, allora direttrice del Contemporary Arts Museum Houston.[5]
Aprì uno studio a SoHo, New York, e tenne due personali alla Gimpel & Weitzenhoffer Gallery di Madison Avenue, nel 1979 e nel 1983.[6]
Nel 1985 una sua opera significativa fu scelta come fulcro della mostra Fresh Paint di Barbara Rose al Museum of Fine Arts, Houston, dove venne acquisita per la collezione permanente.[7] Nel 1986 il Contemporary Arts Museum Houston gli dedicò una grande retrospettiva, curata da Marti Mayo.[8]
Il ritorno in Messico: il Museo Tamayo e Julian Schnabel (1994–1995)
A Galveston Glasco aveva conosciuto il giovane artista Julian Schnabel, laureato all'Università di Houston. Nonostante la grande differenza d'età, i due strinsero un'amicizia intima e una complicità artistica che li portava a consigliarsi reciprocamente sul lavoro e a collaborare all'allestimento delle loro mostre — fino alla morte di Glasco.[1]
Nell'inverno 1994–1995 Glasco si recò a Città del Messico per aiutare Schnabel nell'installazione della retrospettiva che il Museo Tamayo gli dedicava — il museo che portava il nome dell'artista con cui Glasco aveva stretto amicizia quasi cinquant'anni prima nelle strade della capitale. Si alloggiò all'Ambasciata degli Stati Uniti a Città del Messico con l'amico David Chesler e approfittò del viaggio per esplorare la costa del Pacifico, stabilendosi per un periodo a Zihuatanejo con il gallerista Joe LoGiudice.[1]
Da quel viaggio tornò con una serie di dipinti su carta — studi di alberi che riflettono i paesaggi del suo ultimo periplo messicano, oggi conservati nella Joseph Glasco Charitable Foundation.[1]
Julian Schnabel, il film Basquiat e la dedica di un amico
Schnabel divenne in seguito un artista e regista di fama internazionale, e diresse il pluripremiato lungometraggio Basquiat (1996) sulla vita di Jean-Michel Basquiat. Glasco partecipò al film come attore e prestò la voce al segmento «Suicide Hotline». Come espressione della loro profonda amicizia, Schnabel dedicò il film a Joseph Glasco.[1]
Glasco continuò a esporre a livello nazionale e internazionale, viaggiando regolarmente in Europa, India, Hong Kong, Giappone, Malesia, Nepal, Singapore e Tailandia.[1] Nel 1991 le sue opere furono selezionate per la Biennale del Whitney — quarant'anni dopo la prima partecipazione alla mostra annuale del Whitney nel 1952.[4]
La sua ultima mostra, Joseph Glasco: A Celebration, si tenne al Galveston Arts Center.[9] Joseph Glasco morì il 31 maggio 1996 a Galveston, Texas.
Collezioni museali
A venticinque anni Glasco fu l'artista più giovane la cui opera fosse entrata nella collezione del Museum of Modern Art di New York. Le sue opere sono conservate nelle collezioni permanenti di numerosi musei americani di primo piano:
- Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York
- Baltimore Museum of Art, Baltimore, Maryland
- Brooklyn Museum, Brooklyn, New York
- Corcoran Gallery of Art, Washington D.C.
- Dallas Museum of Art, Dallas, Texas
- Detroit Institute of Arts, Detroit, Michigan
- Harvard Art Museums, Cambridge, Massachusetts
- High Museum of Art, Atlanta, Georgia
- Hirshhorn Museum and Sculpture Garden (Smithsonian Institution), Washington D.C.
- The Menil Collection, Houston, Texas
- Metropolitan Museum of Art, New York
- Museum of Fine Arts, Houston, Texas
- Museum of Modern Art (MoMA), New York
- Princeton University Art Museum, Princeton, New Jersey
- Solomon R. Guggenheim Museum, New York
- Whitney Museum of American Art, New York
- Yale University Art Gallery, New Haven, Connecticut
Riconoscimenti
- Stella di Bronzo per valore in combattimento durante la Battaglia delle Ardenne, 1944–1945
- Premio del Sindaco di Houston per straordinario contributo alle arti, 1987
Eredità e fondazione
Glasco morì lasciando un'opera che comprende oltre novecento pezzi — dipinti, disegni e sculture — gestita dalla Joseph Glasco Charitable Foundation, un ente benefico con sede a Dallas, Texas. La Fondazione amministra il lascito artistico di Glasco, sostiene borse di studio per studenti afroamericani di belle arti e promuove la presenza istituzionale dell'artista nei musei e nelle collezioni accademiche di tutto il mondo. I suoi archivi personali sono conservati agli Smithsonian Archives of American Art.[10]
Da luglio a ottobre 2025, il Museum of Fine Arts, Houston ha presentato la mostra Celebrating Joseph Glasco, in occasione del centenario della nascita dell'artista.
Note
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 Raeburn, Michael (2015). Joseph Glasco: The Fifteenth American. London: Cacklegoose Press. ISBN 978-1-61168-854-2.
- 1 2 3 «Deaths: Joseph Glasco, Abstract Expressionist». Washington Post, 11 giugno 1996.
- ↑ Villemur, Frédérique (2004). Paul Facchetti: The Studio. Informal Art and Lyrical Abstraction. Arles: Actes Sud. ISBN 978-2-7427-4773-3.
- 1 2 «Whitney Biennial 1991». whitney.org.
- ↑ «Joseph Glasco». adp.menil.org.
- ↑ MacCallum, Roberta (1979). Joseph Glasco. New York: Gimpel & Weitzenhoffer, Ltd.
- ↑ Rose, Barbara (1985). Fresh Paint. Austin, Texas: Texas Monthly Press, pp. 130–131.
- ↑ Mayo, Marti (1986). Joseph Glasco 1948–1986: A Sesquicentennial Exhibition. Houston, Texas: Contemporary Arts Museum Houston.
- ↑ Wilbur, Clint; Mayo, Marti (1995). Joseph Glasco: A Celebration. Galveston: Galveston Arts Center.
- ↑ «Joseph Glasco Papers». Smithsonian Archives of American Art. Consultato il 9 marzo 2026.
Altri progetti
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Collegamenti esterni
- (EN) Sito ufficiale della Joseph Glasco Charitable Foundation
- (EN) Catalogo ragionato delle opere di Joseph Glasco
- (EN) Joseph Glasco Papers, Archives of American Art, Smithsonian Institution
- (EN) Intervista con Joseph Glasco, Artists Documentation Program (Menil Collection)
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