L'Imperio

L'imperio
AutoreFederico De Roberto
1ª ed. originale1929
Genereromanzo
Sottogenereromanzo politico/romanzo parlamentare
Lingua originaleitaliano
SerieTrilogia degli Uzeda
Preceduto daI Viceré

L'imperio è un romanzo incompiuto di Federico De Roberto, pubblicato postumo nel 1929. Costituisce il terzo e ultimo tassello del ciclo degli Uzeda, dopo L'illusione e I Viceré, ed è generalmente considerato uno dei più rilevanti esempi italiani di romanzo parlamentare, incentrato sulla rappresentazione del potere politico nella Roma postunitaria.[1][2]

Il romanzo riprende la figura di Consalvo Uzeda di Francalanza, già centrale ne I Viceré, e ne segue l'ascesa nella vita pubblica romana, accostandola al percorso del giovane giornalista Federico Ranaldi. Attraverso questo doppio asse narrativo, De Roberto amplia il tema della decadenza aristocratica trasformandolo in una riflessione sulla crisi del parlamentarismo, sul trasformismo e sul carattere illusorio della vita politica nazionale.[3]

Origini e caratteristiche

L'imperio nasce come continuazione diretta dei I Viceré. De Roberto cominciò a lavorarvi subito dopo il romanzo del 1894, immaginandolo come il capitolo dedicato alla conquista e alla gestione del potere politico da parte di Consalvo Uzeda.[2][3]

La stesura ebbe però un andamento discontinuo. Secondo la ricostruzione critica, i primi nuclei del romanzo furono composti negli anni Novanta dell'Ottocento; dopo un'interruzione legata anche alla crisi intellettuale e personale dello scrittore, De Roberto riprese il progetto nei primi anni del Novecento, e dal 1908 frequentò ripetutamente Roma, Montecitorio e l'ambiente dei giornalisti parlamentari per raccogliere materiali e osservazioni dirette.[2] Il carattere compositivamente aperto del testo e alcune oscillazioni onomastiche confermano la natura di opera in fieri.[4]

Il romanzo fu pubblicato solo dopo la morte dell'autore, nel 1929, e rimase incompiuto. La critica ha tuttavia riconosciuto che, anche in questa forma, l'opera conserva una forte autonomia artistica e un preciso disegno ideologico.[1][4]

Dal punto di vista formale, L'imperio combina l'eredità naturalista e verista con una marcata componente psicologica e con un'intonazione ironico-parodica. De Roberto vi applica i criteri della documentazione, dell'osservazione diretta e dell'impersonalità narrativa, ma piega questi strumenti a una rappresentazione corrosiva della politica parlamentare, trasformando il romanzo in un dispositivo di smascheramento del potere.[2][4]

Trama

Il romanzo si apre a Roma, durante la seduta inaugurale della XV legislatura del Regno d'Italia. Dalle tribune di Montecitorio osserva la scena Federico Ranaldi, giovane laureato meridionale che aspira a inserirsi nel giornalismo politico e che guarda inizialmente alla vita parlamentare con rispetto, curiosità e un residuo di fiducia negli ideali del Risorgimento.[2]

Accanto a lui si muove il secondo protagonista, Consalvo Uzeda di Francalanza, neoeletto deputato e discendente della famiglia aristocratica al centro del ciclo derobertiano. Consalvo arriva alla politica già formato da una lunga pratica di opportunismo, finzione e adattamento: le lotte familiari e le precedenti esperienze amministrative gli hanno insegnato a usare le idee come strumenti, a modulare il discorso secondo l'uditorio e a perseguire il potere come fine autonomo.[3][2]

Ranaldi entra nell'ambiente parlamentare grazie al deputato Satta, conoscente del padre, che lo coinvolge in un nuovo giornale politico nato per sostenere una formula trasversale e trasformistica, fondata su un eclettismo presentato come soluzione pratica alla crisi dei vecchi partiti. Attraverso la redazione del giornale, i corridoi parlamentari, i salotti e le conversazioni tra deputati e giornalisti, il giovane assiste progressivamente alla trasformazione della politica in gioco di interessi, mediazioni e opportunismi.[2]

Intanto Consalvo si adopera per rafforzare la propria posizione. La sua carriera riceve una svolta quando, dopo avere accettato di tenere una conferenza contro il socialismo, viene ferito in un attentato. L'episodio viene sfruttato politicamente e giornalisticamente: la sua figura cresce improvvisamente di statura pubblica, trasformandosi in simbolo della difesa dell'ordine e della libertà contro la violenza demagogica. Da quel momento la sua ascesa accelera fino a condurlo al governo, in una traiettoria che il romanzo presenta non come consacrazione morale, ma come effetto di una macchina politica fondata sull'apparenza e sul tornaconto.[2]

Parallelamente, Federico Ranaldi attraversa un processo opposto. Se all'inizio egli entra a Roma con illusioni civili e con una fiducia residua nella missione storica dell'Italia unita, l'esperienza diretta della politica lo conduce a un radicale disinganno. La frequentazione dell'ambiente parlamentare gli rivela il divario tra retorica nazionale e pratica quotidiana del potere, tra memoria del Risorgimento e miseria del trasformismo contemporaneo.[2][4]

Nelle pagine finali conservate del romanzo, Ranaldi torna a Salerno e accetta una prospettiva privata e familiare sposando Anna. Questo epilogo, tuttavia, non rappresenta una riconciliazione ideale con il mondo, ma piuttosto un ripiegamento e una resa all'istinto di conservazione. La parabola dei due protagonisti, ovvero l'ascesa di Consalvo e il disincanto di Ranaldi, definisce così un doppio movimento attraverso cui De Roberto mette in scena la conquista del potere e, insieme, la dissoluzione delle illusioni civili.[2][4]

Personaggi

Consalvo Uzeda di Francalanza

Protagonista del romanzo e figura già centrale ne I Viceré, è il rappresentante più compiuto della continuità del potere aristocratico nell'Italia unita. Ambizioso, scettico e spregiudicato, interpreta la politica come arte della finzione e dell'adattamento. La sua parabola romana mostra come la modernità parlamentare non spezzi la logica della sopraffazione, ma ne trasformi semplicemente le forme.[3][2]

Federico Ranaldi

Giovane laureato e aspirante giornalista, è l'altro protagonista del romanzo. La sua funzione è insieme narrativa e ideologica: osservatore inizialmente ingenuo del mondo parlamentare, attraversa un processo di formazione negativa che lo conduce alla disillusione. Attraverso il suo sguardo il lettore assiste allo smascheramento delle ritualità di Montecitorio e del linguaggio politico nazionale.[2][4]

Satta

Deputato e mediatore politico, introduce Ranaldi nell'ambiente romano e nel progetto del nuovo giornale. Rappresenta una politica fondata sulla combinazione pragmatica di formule e alleanze, e incarna la logica trasformistica che il romanzo denuncia.[2]

Anna

Figura dell'epilogo, accolta da Ranaldi come possibile approdo privato dopo il fallimento dell'esperienza politica romana. Il matrimonio con lei non assume nel romanzo un significato conciliativo, ma piuttosto il valore di un ripiegamento finale.[2][4]

Lorani

L'attentatore di Consalvo. La sua azione, pur marginale come gesto individuale, diventa decisiva nella costruzione pubblica della fortuna politica di Francalanza, mostrando il ruolo del caso e della spettacolarizzazione nella vita parlamentare.[2]

Temi e interpretazioni

Il tema dominante del romanzo è il potere. In L'imperio De Roberto porta a compimento una linea già presente nelle opere precedenti del ciclo degli Uzeda: l'idea che la storia politica moderna non rappresenti una rottura rispetto al passato aristocratico, ma una sua metamorfosi, in cui le stesse logiche di dominio continuano a operare sotto le forme della rappresentanza parlamentare.[3][2]

Un secondo nucleo fondamentale è la critica del trasformismo. Il romanzo non si limita a denunciare il tradimento degli ideali risorgimentali, ma mostra come la politica parlamentare sia strutturalmente dominata da mediazioni opportunistiche, interessi personali, propaganda e finzione. In questo senso il dissenso derobertiano non è solo morale o civile, ma investe l'idea stessa di progresso storico.[2]

La critica ha inoltre sottolineato il nesso fra disastro politico e disastro esistenziale. Nella lettura proposta da Giuseppe Lo Castro e ripresa da Jessica Mazzotti, il romanzo non si arresta alla satira del Parlamento, ma estende il proprio pessimismo alla condizione umana, facendo emergere un nichilismo che si addensa soprattutto nella parabola di Ranaldi e nelle sue riflessioni finali.[4] In questa prospettiva, l'opera mette in scena il fallimento dell'idealismo risorgimentale e, insieme, l'impossibilità di sostituirlo con una fede nuova.[2]

Al centro del libro sta infine il rapporto fra realtà e apparenza. Il primo titolo pensato per l'opera, Realtà, è stato interpretato dalla critica come una spia significativa: il romanzo si propone infatti come cronaca disincantata e abbassamento realistico delle mitologie pubbliche, smontando il carattere sacrale della politica parlamentare e rivelandone il fondo farsesco e prosaico.[4]

Stile e tecniche narrative

Dal punto di vista stilistico, L'imperio combina la tecnica dell'impersonalità derivata dal verismo con una forte carica ironica e polemica. De Roberto adotta una voce narrativa esterna e controllata, ma utilizza tale apparente oggettività per accentuare il carattere grottesco e degradato dell'ambiente politico, ottenendo una forma di personalizzazione indiretta del discorso narrativo.[2]

Le scene parlamentari e giornalistiche sono costruite con attenzione documentaria e con una resa visiva e sonora particolarmente intensa. La critica ha sottolineato come il primo capitolo, incentrato sulla percezione di Montecitorio da parte di Ranaldi, abbia quasi la qualità di un reportage, grazie alla centralità dell'udito, del brusio e del vocio dei giornalisti che smontano il tono sacrale dell'aula.[4]

Rispetto a molti romanzi parlamentari coevi, L'imperio si distingue anche per la sua "doppia modulazione": la presenza dei due protagonisti evita il puro romanzo a tesi e permette a De Roberto di mostrare, da un lato, l'adattamento cinico di Consalvo e, dall'altro, la progressiva disfatta ideale di Ranaldi.[4] La narrazione diventa così, secondo una formula critica richiamata nel saggio del Senato, un'"operazione di verità, di scavo e di oltraggio", condotta mediante una scrittura che unisce realismo, introspezione e satira.[2]

La lingua aderisce in linea generale al modello corrente della prosa derobertiana: scarsa presenza di dialetto, uso controllato di coloriture idiomatiche, e valorizzazione dell'ironia come strumento di critica etica e ideologica. Tale scelta rende il linguaggio una vera arma polemica contro la retorica ufficiale dello Stato liberale.[2]

Contesto nel ciclo degli Uzeda e nel romanzo parlamentare

Nel ciclo degli Uzeda, L'imperio svolge una funzione decisiva perché sposta il fuoco dalla crisi della stirpe aristocratica, già rappresentata ne I Viceré, alla conquista dello Stato nazionale da parte della medesima logica di dominio. È in questo romanzo che il tema del potere diventa esplicitamente il principio unificatore dell'intera trilogia.[3][2]

L'opera si colloca inoltre nel filone del romanzo parlamentare, molto diffuso nella letteratura italiana di fine Ottocento. Tuttavia, rispetto ad altri esempi del genere, De Roberto se ne distacca per il rigore documentario, per la centralità della critica del trasformismo e per il rifiuto di ogni residua teleologia progressiva. Il Parlamento non appare come luogo imperfetto ma riformabile, bensì come spazio emblematico della continuità del dominio e della falsificazione.[2]

La critica ha messo in relazione L'imperio con altri testi della letteratura politico-parlamentare italiana, ma ne ha anche sottolineato l'originalità rispetto ai romanzi di ambiente romano o ministeriale coevi. Carlo A. Madrignani, richiamato nel saggio del Senato e nella recensione di Mazzotti, lo ha definito il più esplicito e impegnato romanzo sulla Roma politica fino a I vecchi e i giovani, proprio per la sua capacità di fondere il romanzo psicologico con una forma inedita di scrittura realista e di denuncia.[2][4]

Fortuna critica

Per lungo tempo L'imperio è stato considerato un'opera minore, anche a causa della sua incompletezza e della pubblicazione postuma. La fortuna di De Roberto, più in generale, fu modesta presso i contemporanei e solo nel Novecento avanzato la critica ha cominciato a riconsiderare il suo ruolo nella narrativa italiana.[1][2]

La rivalutazione del romanzo si è concentrata soprattutto su tre aspetti: il suo valore come romanzo parlamentare, il suo ruolo nel chiarire retrospettivamente il senso del ciclo degli Uzeda e la sua forza di denuncia del potere. In questa prospettiva, la critica recente ha insistito sulla modernità della sua rappresentazione del trasformismo, dell'intreccio tra stampa e politica e della teatralizzazione della vita pubblica.[3][4]

Anche nella forma incompiuta, L'imperio è oggi letto come un testo chiave per comprendere l'ultimo De Roberto, la sua radicale sfiducia nella storia nazionale e il passaggio da una critica politico-sociale a un pessimismo di portata più ampia, insieme storica ed esistenziale.[4]

Note

  1. 1 2 3 De Roberto, Federico, su Treccani. URL consultato il 9 aprile 2026.
  2. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 L'imperio di Federico De Roberto, su Senato della Repubblica - MinervaWeb. URL consultato il 9 aprile 2026.
  3. 1 2 3 4 5 6 7 Gabriele Pedullà, Uzeda! La politica spiegata da Federico De Roberto, Milano, Garzanti, 2019.
  4. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 Jessica Mazzotti, Federico De Roberto, L'Imperio, in Oblio, V, n. 17, 2015, pp. 140-142.

Bibliografia

  • Gabriele Pedullà, Uzeda! La politica spiegata da Federico De Roberto, Milano, Garzanti, 2019.
  • Romano Luperini, Pietro Cataldi e Lidia Marchiani, La scrittura e l'interpretazione, Palumbo, 1996, ISBN 88-8020-114-X.
  • Riccardo Castelli, Il punto su Federico De Roberto. Per una storia delle opere e della critica, Acireale-Roma, Bonanno, 2010.
  • Alessandra Briganti, Il Parlamento nel romanzo italiano del secondo Ottocento, Firenze, Le Monnier, 1972.
  • Jessica Mazzotti, Federico De Roberto, L'Imperio, in Oblio, V, n. 17, 2015, pp. 140-142.

Edizioni

  • Federico De Roberto, L'Imperio, Milano, Mondadori, 1929.
  • Federico De Roberto, L'Imperio, a cura di Nunzio Zago, Milano, BUR, 2009, ISBN 978-88-170-2897-4.
  • Federico De Roberto, L'Imperio, Milano, Mursia, 2012, ISBN 978-88-425-5132-4.
  • Federico De Roberto, L'Imperio, a cura di Gabriele Pedullà, collana I Grandi Libri, Milano, Garzanti, 2019, ISBN 978-88-118-1155-8.

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