Le mosche del capitale
| Le mosche del capitale | |
|---|---|
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| Autore | Paolo Volponi |
| 1ª ed. originale | 1989 |
| Genere | romanzo |
| Sottogenere | letteratura industriale |
| Lingua originale | italiano |
| Ambientazione | Italia |
Le mosche del capitale è un romanzo dello scrittore e poeta Paolo Volponi, pubblicato nel 1989. Il romanzo, dedicato ad Adriano Olivetti (definito "maestro dell'industria mondiale"[1]) presenta spunti autobiografici: l'autore infatti lavorò in qualità di dirigente per Olivetti e Fiat, dove assunse conoscenze sul mondo aziendale che si riflettono in modo evidente nell'opera.[2]
Storia editoriale
Modelli
Giacomo Leopardi e le Operette morali
Tra i principali modelli letterari de Le mosche del capitale la critica individua le Operette morali di Giacomo Leopardi. Durante la lunga gestazione del romanzo Paolo Volponi inserì infatti una serie di dialoghi affidati a oggetti, animali ed elementi naturali – come il celebre colloquio fra il ficus e il terminale o quello fra la luna e il calcolatore – che richiamano direttamente la struttura dialogica e l'intento critico delle operette leopardiane. Secondo Emanuele Zinato, il coro oggettuale rappresenta la maggiore innovazione della prosa del romanzo e trova il proprio precedente più evidente proprio nell'opera leopardiana, di cui riprende l'impiego di interlocutori stranianti per mettere in discussione le ideologie dominanti e offrire una riflessione universale sulla società contemporanea.[3][2]
La tradizione satirico-rinascimentale
La critica ha inoltre evidenziato l'influenza della tradizione satirica rinascimentale. Nelle carte preparatorie del romanzo compaiono riferimenti alla Vie inestimable de Gargantua di François Rabelais e al Momus di Leon Battista Alberti, opere caratterizzate dalla rappresentazione grottesca del potere e dall'uso della deformazione caricaturale. Volponi recupera tali modelli per costruire una satira del capitalismo contemporaneo fondata sull'iperbole, sull'ironia e sulla parodia, elementi che contribuiscono a trasformare la vicenda autobiografica in un'allegoria della società tardo-industriale.[2][4]
Modernismo e romanzo di formazione
Un ulteriore riferimento è rappresentato dalla tradizione del romanzo modernista europeo. Pur ambientando la narrazione nella società postindustriale degli anni Settanta e Ottanta, Volponi mantiene una prospettiva critica riconducibile al modernismo, distante dall'accettazione postmoderna della frammentazione e della perdita di centro. Romano Luperini e Emanuele Zinato hanno definito Le mosche del capitale un'opera «neomodernista», nella quale la crisi dell'individuo si estende all'intero sistema sociale e produttivo. Nella fase di elaborazione del romanzo Volponi si confrontò inoltre con il modello del romanzo di formazione, di cui conserva alcuni elementi in forma ormai degradata e problematica attraverso la figura di Bruto Saraccini, protagonista del romanzo.[3][5][6]
Fasi di stesura
La genesi de Le mosche del capitale fu particolarmente lunga e complessa e accompagnò Paolo Volponi per circa quindici anni, dalla metà degli anni settanta fino alla pubblicazione del romanzo nel 1989. L'opera nacque in stretta relazione con alcune vicende biografiche dell'autore, in particolare l'uscita dall'Olivetti nel 1971, dopo il fallimento dei suoi progetti di riforma dell'organizzazione aziendale, e la successiva esperienza alla Fiat, conclusasi nel 1975 con il licenziamento seguito alla sua pubblica adesione al Partito Comunista Italiano. A questi eventi si aggiunse il trauma della morte di Pier Paolo Pasolini, amico e punto di riferimento intellettuale di Volponi.[7]
I primi nuclei progettuali del romanzo risalgono già alla metà degli anni settanta. Nelle carte preparatorie compare inizialmente il titolo provvisorio Il consulente, concepito come il memoriale di un dirigente industriale deluso e tradito dalle strutture del potere economico. In questa fase l'impianto era fortemente autobiografico e legato all'esperienza personale dell'autore nel mondo dell'industria. Nel corso della lunga elaborazione il progetto si ampliò progressivamente. Il passaggio dal titolo Il consulente a Le mosche del capitale segnò il tentativo di trasformare una vicenda individuale in una rappresentazione più ampia dei meccanismi del potere capitalistico contemporaneo. Alla materia autobiografica si affiancarono numerosi materiali accumulati da Volponi negli anni: progetti aziendali, riflessioni politiche, documenti relativi all'organizzazione industriale e appunti di carattere letterario.[2]
Tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta il romanzo assorbì altri filoni narrativi. Uno di questi era costituito da un progetto di ambientazione fantastica e apocalittica, poi abbandonato come opera autonoma ma parzialmente confluito nella stesura definitiva. Un secondo filone riguardava invece la figura dell'operaio Antonino Tecraso, protagonista di un romanzo distinto dedicato alla crisi del movimento operaio e alle trasformazioni del lavoro nell'epoca dell'automazione. Sebbene Volponi continuasse a lungo a considerare separate le due opere, il personaggio di Tecraso venne infine integrato ne Le mosche del capitale come contrappunto alla vicenda del dirigente Bruto Saraccini.[3]
La fase di scrittura più intensa si collocò tra il 1979 e il 1983, prima dell'ingresso di Volponi in Senato nelle liste del PCI. In questi anni l'autore produsse una quantità molto vasta di materiali manoscritti e dattiloscritti, accumulando testi appartenenti a progetti diversi e spesso sovrapposti. Nella fase finale il materiale fu sottoposto a un lungo lavoro di selezione e montaggio, anche con l'aiuto di collaboratori ed editor, che contribuì a ridurre considerevolmente la mole delle carte preparatorie rispetto alla versione pubblicata.[2]
Trama
Bruto Saraccini è il direttore del personale della MFM di Salisborgo C., una grande azienda industriale nella quale ha costruito la propria carriera coltivando un'idea dell'impresa fondata sulla partecipazione dei lavoratori, sulla ricerca e sulla responsabilità sociale. Uomo di vasta cultura umanistica e dotato di notevoli capacità organizzative, Saraccini è convinto che l'industria possa diventare uno strumento di progresso collettivo e spera di ottenere un ruolo da dirigente che gli consenta di attuare un vasto programma di rinnovamento aziendale. Le sue aspettative vengono tuttavia frustrate quando il presidente Ciro Nasàpeti, pur stimandolo, preferisce affidare il futuro dell'azienda all'ingegner Sommersi Cocchi, interprete di una concezione più rigida, tecnocratica e orientata all'efficienza produttiva. Da questo momento prende avvio la progressiva estromissione di Saraccini dai centri decisionali e il suo confronto sempre più amaro con le logiche del potere economico. Dopo la rottura con la MFM, Saraccini entra in rapporto con il potente Megagruppo guidato da donna Fulgenzia e dal nipote Astolfo. Anche in questo nuovo ambiente tenta di proporre i propri progetti di riforma, ma si rende conto che le sue competenze e la sua immagine di intellettuale vengono utilizzate soprattutto come elementi decorativi e di prestigio. Mentre i dirigenti del gruppo lo lusingano e ne valorizzano pubblicamente il profilo culturale, le sue proposte rimangono prive di reale influenza sulle strategie aziendali. La sua esperienza si trasforma così in un progressivo processo di disillusione, che mette in crisi la fiducia maturata nel corso di un'intera vita professionale. Alla vicenda di Saraccini si affianca quella dell'operaio calabrese Antonino Tecraso, coinvolto nelle tensioni politiche e sociali che attraversano il mondo del lavoro negli anni della ristrutturazione industriale. Accusato di attività sovversive e coinvolto nei meccanismi repressivi che colpiscono il dissenso operaio, Tecraso rappresenta il versante opposto ma complementare rispetto al protagonista. Le sue vicende mostrano le conseguenze della crisi della centralità operaia e delle trasformazioni tecnologiche che stanno modificando radicalmente il rapporto tra lavoro, produzione e conflitto sociale.[8]
Nel corso del romanzo le storie dei due personaggi si intrecciano con quelle di numerosi dirigenti, impiegati, operai, animali e oggetti parlanti, che contribuiscono a comporre una rappresentazione corale del mondo industriale contemporaneo. Attraverso una struttura narrativa frammentaria e polifonica, la vicenda mette in scena il predominio crescente delle logiche economiche e finanziarie su ogni ambito della vita collettiva.[3]
Nella parte conclusiva Saraccini rinuncia definitivamente alle prospettive di carriera che gli vengono offerte e abbandona il sistema di potere nel quale aveva creduto di poter operare come riformatore. La morte di Nasàpeti e il fallimento dei progetti di trasformazione dell'impresa segnano simbolicamente la conclusione della sua esperienza e la definitiva affermazione di un ordine economico impermeabile a ogni tentativo di cambiamento.[3]
Personaggi
- Bruto Saraccini: Il protagonista del romanzo. Direttore del personale della MFM di Salisborgo C., sostiene un modello di impresa fondato sulla partecipazione dei lavoratori e sulla responsabilità sociale, entrando progressivamente in conflitto con le logiche del potere industriale.
- Ciro Nasàpeti: Il presidente della MFM. Pur riconoscendo le capacità di Saraccini, ne ostacola l'ascesa ai vertici dell'azienda e ne diviene il principale antagonista.
- Sommersi Cocchi: Dirigente e ingegnere della MFM. Viene designato per la guida dell'azienda al posto di Saraccini e rappresenta una concezione tecnocratica della gestione industriale.
- Donna Fulgenzia: La proprietaria del Megagruppo. Accoglie Saraccini nel proprio entourage, attribuendogli soprattutto una funzione rappresentativa e culturale.
- Astolfo: Nipote di donna Fulgenzia e collaboratore del Megagruppo. Intrattiene un rapporto diretto con Saraccini e ne segue le vicende professionali.
- Antonino Tecraso: Operaio calabrese coinvolto nelle lotte sociali e nella repressione politica. La sua vicenda si sviluppa parallelamente a quella del protagonista.
- Teofrasto: Fondatore della MFM. Pur non partecipando direttamente alla narrazione, costituisce il modello ideale di imprenditore cui Saraccini continua a fare riferimento.
- Tozzo: Collaboratore del Megagruppo e consigliere di Astolfo. Esprime una visione disincantata dei rapporti di potere e delle trasformazioni della società contemporanea.
- Teodolinda: Addetta alle pulizie degli ambienti aziendali. Fa parte del coro di figure minori che contribuiscono alla rappresentazione del mondo industriale narrato nel romanzo.
Accoglienza e critica
Fin dalla pubblicazione nel 1989, Le mosche del capitale è stato considerato uno dei romanzi più complessi e ambiziosi della produzione di Paolo Volponi. La critica ha generalmente interpretato l'opera come una rappresentazione allegorica del capitalismo avanzato e della progressiva subordinazione della società, della politica e della cultura alle logiche economiche e finanziarie. Secondo Romano Luperini, il romanzo costituisce una delle più significative rappresentazioni letterarie italiane della condizione postmoderna, pur mantenendo un punto di vista profondamente critico e riconducibile alla tradizione modernista.[5.1] La critica successiva ha inoltre sottolineato la capacità anticipatrice dell'opera, che individua già negli anni Ottanta fenomeni destinati a caratterizzare la globalizzazione economica e la finanziarizzazione della società contemporanea.[9][3.1]
La polifonia e il coro degli oggetti
Uno degli aspetti maggiormente analizzati dalla critica è la struttura polifonica del romanzo. Volponi affida infatti la parola non soltanto ai personaggi umani, ma anche a oggetti, animali, piante e strumenti tecnologici, che intervengono direttamente nella narrazione attraverso dialoghi e monologhi autonomi.[3.2] Tra gli esempi più celebri figurano il dialogo tra il ficus e il terminale elettronico e quello tra la luna e il calcolatore, episodi che riprendono il modello delle Operette morali di Giacomo Leopardi e lo trasferiscono nel contesto della società industriale contemporanea.[3.3][2.1] Secondo Franco Fortini, questi inserti sono fondamentali poiché introducono una dimensione cosmica che sovrasta la vicenda dei dirigenti industriali e relativizza le loro ambizioni di potere.[10]
Reificazione e straniamento
Diversi studiosi hanno interpretato la presenza di oggetti parlanti come manifestazione del processo di reificazione che caratterizza il romanzo. In questo universo narrativo persone e cose tendono infatti a perdere le rispettive differenze: gli individui si trasformano in ingranaggi impersonali del sistema economico, mentre gli oggetti acquisiscono una voce e una soggettività apparentemente autonome. [11]
Tiziano Toracca ha osservato come l'intero mondo rappresentato nelle Mosche sia ormai completamente assorbito dalle logiche del capitale, fino al punto che anche la natura non costituisce più un'alternativa positiva ma appare integrata nel sistema dominante.[12]
L'effetto complessivo è quello di un radicale straniamento che consente all'autore di mettere in discussione i luoghi comuni della società contemporanea attraverso il filtro dell'ironia e della deformazione grottesca.[3.3]
Il capitale come protagonista
Un altro elemento frequentemente evidenziato dalla critica è l'assenza di un vero protagonista individuale. Sebbene il romanzo segua principalmente la vicenda del dirigente Bruto Saraccini, molti studiosi hanno sostenuto che il vero protagonista dell'opera sia il potere stesso.
Secondo Toracca, tutti i personaggi risultano subordinati a una forza superiore che coincide con il capitale e con le sue logiche di accumulazione, trasformando il potere economico in una sorta di organismo onnipresente che determina i comportamenti degli individui e delle istituzioni.[12.1]
Una celebre affermazione del romanzo sintetizza efficacemente questa interpretazione:
Linguaggio, accumulazione e "delirio verbale"
Sul piano stilistico, Pier Vincenzo Mengaldo ha individuato nell'accumulo sintattico la principale cifra espressiva del romanzo. Le lunghe enumerazioni, le serie verbali, gli elenchi e le accumulazioni producono un effetto di sovrabbondanza che riflette il funzionamento stesso del capitalismo contemporaneo.[13]
Anche Franco Fortini ha interpretato tale procedimento come una forma di «delirio verbale», nella quale la voce critica dell'autore finisce per scontrarsi continuamente con il linguaggio del potere che intende denunciare.[14]
L'impossibilità del romanzo
Una parte della critica ha infine letto Le mosche del capitale come una riflessione metanarrativa sulla crisi stessa della forma romanzesca. In una società dominata dall'omologazione e dalla trasformazione di ogni esperienza in merce, la narrazione tradizionale apparirebbe impossibile, poiché non esistono più individui dotati di autentica autonomia o percorsi esistenziali distinguibili.[15]
Secondo questa interpretazione, il carattere frammentario, polifonico e sperimentale dell'opera non costituisce soltanto una scelta stilistica, ma la conseguenza diretta del mondo che il romanzo rappresenta: una realtà nella quale il capitale tende a occupare ogni spazio dell'esperienza umana e a rendere problematica la stessa possibilità del racconto.[16]
Edizioni
- Paolo Volponi, Le mosche del capitale, Giulio Einaudi Editore, 1989.
- Paolo Volponi, Le mosche del capitale, in Romanzi e prose III, a cura di Emanuele Zinato, Torino, Einaudi, 2003.
- Paolo Volponi, Le mosche del capitale, Torino, Einaudi, 2017.
Note
- ↑ Paolo Volponi, Le mosche del capitale, Einaudi, 1989, Dedica al romanzo.
- 1 2 3 4 5 Paolo Volponi, Romanzi e prose III, a cura di Emanuele Zinato, Einaudi, 2003.
- ↑ pp. 792-794
- 1 2 3 4 5 Emanuele Zinato, Volponi, Palumbo editore, 2001.
- ↑ Maurizio Ferraris, Maurizio Ferraris editor e interprete delle Mosche del capitale, intervista a cura di Tiziano Toracca, in Allegoria, n. 71-72, 2015.
- ↑ Romano Luperini, L'allegoria del moderno, Editori riuniti, 1990.
- ↑ pp. 299-302
- ↑ Franco Moretti, Il romanzo di formazione, Einaudi, 1999.
- ↑ Gian Carlo Ferretti e Emanuele Zinato, Volponi personaggio di romanzo con tre testi inediti, Manni, 2009.
- ↑ Paolo Volponi, Le mosche del capitale, in Emanuele Zinato (a cura di), Romanzi e prose III, Torino, Einaudi, 2003.
- ↑ Massimo Raffaeli, Prefazione a Le mosche del capitale, Einaudi, 2017, pp. VII-X.
- ↑ Franco Fortini, Contro il delirio verbale del potere, in L'Indice, 1989, p. 5.
- ↑ Emiliano Alessandroni, Le misure del romanzo volponiano, in Salvatore Ritrovato, Tiziano Toracca e Emiliano Alessandroni (a cura di), Volponi estremo, Metauro, 2015, p. 23.
- ↑ Tiziano Toracca, Unico protagonista è il potere: allegorie, personaggi e straniamento nelle Mosche del capitale di Paolo Volponi, in Allegoria, n. 71-72, Palumbo Editore, 2015, ISSN 1122-1887.
- ↑ pp. 267-272
- ↑ Pier Vincenzo Mengaldo, La città industriale si sveglia, in Storia della lingua italiana. Il Novecento, Il Mulino, 1994, pp. 354-356.
- ↑ Franco Fortini, Contro il delirio verbale del potere, in L'Indice, p. 5.
- ↑ Maria Carla Papini, Paolo Volponi. Il potere, la storia, il linguaggio, collana Le Lettere, Firenze, 1997, pp. 108-109.
- ↑ Felice Rappazzo, Accumulo, costruzione, visionarietà in Le mosche del capitale, in Allegoria, n. 71-72, Palermo, Palumbo Editore, 2015, pp. 297-300.
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- Maurizio Ferraris, Maurizio Ferraris editor e interprete delle Mosche del capitale. Intervista a cura di Tiziano Toracca, Palermo, Palumbo, 2015, ISSN 1122-1887.
- Franco Fortini, Contro il delirio verbale del potere, Torino, L'Indice, 1989.
- Pier Vincenzo Mengaldo, La città industriale si sveglia, in Storia della lingua italiana. Il Novecento, Bologna, Il Mulino, 1994, ISBN 88-15-04332-2.
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- Felice Rappazzo, Accumulo, costruzione, visionarietà in Le mosche del capitale, in Allegoria, n. 71-72, Palermo, Palumbo, 2015, ISSN 1122-1887.
- Tiziano Toracca, Unico protagonista è il potere: allegorie, personaggi e straniamento nelle Mosche del capitale di Paolo Volponi, in Allegoria, n. 71-72, Palermo, Palumbo, 2015, ISSN 1122-1887.
- Paolo Volponi, Le mosche del capitale, in Emanuele Zinato (a cura di), Romanzi e prose III, Torino, Einaudi, 2003, ISBN 88-06-16326-4.
- Emanuele Zinato, Ripartire da Tecraso, in Allegoria, n. 71-72, Palermo, Palumbo, 2015, ISSN 1122-1887.
