Lygia Clark

Lygia Clark (a sinistra) e Fayga Ostrower

Lygia Clark, pseudonimo di Lygia Pimentel Lins (Belo Horizonte, 23 ottobre 1920 – Rio de Janeiro, 25 aprile 1988), è stata un'artista brasiliana, tra le principali figure dell’arte contemporanea latinoamericana.

È associata al neoconcretismo e al costruttivismo brasiliano ed è considerata una pioniera dell’arte partecipativa e relazionale.[1][2][3]

Biografia

Lygia Clark nacque nel 1920 a Belo Horizonte, in Brasile.[4] Nel 1938 sposò Aluízio Clark Ribeiro e si trasferì a Rio de Janeiro, dove ebbe tre figli tra il 1941 e il 1945.[5]

Nel 1947 iniziò a studiare pittura con Roberto Burle Marx.[6] Tra il 1950 e il 1952 soggiornò a Parigi, dove si formò con artisti come Fernand Léger, Isaac Dobrinsky e Arpad Szenes.[4][5][7]

Neoconcretismo

Nel 1953 fu tra i fondatori del gruppo artistico Frente a Rio de Janeiro e partecipò alla prima National Concrete Art Exhibition (1957).[4][8] In seguito aderì al neoconcretismo, di cui fu una figura centrale insieme a artisti come Hélio Oiticica.[9]

Formalizzato nel 1959 con il Manifesto Neoconcreto, il movimento nacque a Rio de Janeiro in opposizione al concretismo paulista, proponendo un superamento del razionalismo, del materialismo e del dogmatismo geometrico a favore di un’arte più soggettiva, sensoriale e partecipativa. Influenzato dalla fenomenologia di Maurice Merleau-Ponty, il neoconcretismo poneva al centro l’esperienza percettiva e corporea, ridefinendo l’opera come entità dinamica e aperta alla partecipazione dello spettatore.[8][10][9]

Ricerca artistica

Dopo una fase iniziale legata alla pittura astratta, influenzata dal movimento costruttivista e da artisti come Max Bill, Clark sviluppò negli anni sessanta una ricerca orientata al coinvolgimento diretto del pubblico, in linea con i presupposti neoconcreti.[11][12][13]

Tra il 1960 e il 1963 realizzò i celebri Bichos (Creature), opere in metallo articolate e manipolabili, considerate opere fondamentali per lo sviluppo dell'arte partecipativa.[4][5][7] A partire dal 1964 introdusse le cosiddette "proposizioni", esperienze basate sull'interazione diretta del pubblico con materiali quotidiani.[13][6]

Nello stesso periodo avviò la serie Nostalgia of the Body, orientata al superamento dell'oggetto artistico tradizionale in favore di esperienze sensoriali fondate sul corpo e sulla percezione.[14][5] Le opere indagavano la relazione tra opposti quali interno ed esterno, individuale e collettivo, fisico e simbolico.[15][13][16]

Nel 1966 dichiarò simbolicamente di aver “abbandonato l’arte” come produzione di oggetti, orientandosi verso pratiche esperienziali.[17][7][11][18] In questi anni realizzò opere partecipative come Diálogo de mãos (Dialogo di mani), realizzata con Hélio Oiticica, Pedra e ar (Pietra e aria) e Breathe With Me, in cui l'esperienza sensoriale del pubblico diventava parte integrante dell'opera.[19][20][21][6][16][7]

Nel contesto culturale degli anni sessanta, il suo lavoro si inserì in un clima affine a quello che avrebbe portato alla nascita del movimento Tropicália, pur senza una partecipazione diretta al movimento. In questo ambiente di forte sperimentazione culturale e ridefinizione dell'identità brasiliana, la sua ricerca contribuì allo sviluppo di pratiche artistiche basate sul corpo e sulla relazione.[13]

Un esempio significativo di questo periodo è O eu e o tu (L'Io e il Tu, 1967), costituita da due tute in gomma industriale collegate da un elemento simile a un cordone ombelicale.[22] Indossate dai partecipanti, le tute li univano fisicamente pur impedendo il contatto visivo diretto, generando una relazione ambigua e intensamente corporea.[23][19]

Nel 1973 realizzò Baba Antropofágica, una delle sue opere più note, basata su un'esperienza collettiva e corporea tra i partecipanti.[13][24][7] L'anno successivo sviluppò Rede de Elásticos, in cui i partecipanti costruivano una rete elastica condividendo movimenti e percezioni.[25][26]

Fondò la sua ricerca sul superamento dell’opera come oggetto autonomo e sulla concezione dell’arte come “quasi-corpo”, completato dall’interazione dello spettatore.[27] Le sue riflessioni furono influenzate, tra l'altro, dalla fenomenologia di Maurice Merleau-Ponty e dalla psicoanalisi di Sigmund Freud.[28][13]

Attività in Europa e ultimi anni

Durante la dittatura militare brasiliana si trasferì a Parigi, dove insegnò alla Sorbona e approfondì la dimensione sensoriale e partecipativa della propria ricerca.[5][13][6] In questo periodo e negli anni successivi il suo lavoro si orientò progressivamente verso pratiche di carattere terapeutico, indagando il rapporto tra corpo, memoria e percezione. Dopo il ritorno a Rio de Janeiro nel 1977, sviluppò l'uso degli "oggetti relazionali", dispositivi sensoriali impiegati in contesti sperimentali vicini all'arte-terapia.[7][5][13][19]

Morì nel 1988 per un infarto.[17]

Mostre

L'opera di Clark ha ottenuto ampio riconoscimento internazionale nel corso dei decenni. Durante la sua carriera partecipò alla Biennale di Venezia nelle edizioni del 1954, 1960, 1962 e 1968, e a ogni edizione della Biennale di San Paolo tra il 1953 e il 1967.[29]

Nel 2021 è stata inclusa nella mostra collettiva Women in Abstraction al Centre Pompidou di Parigi.[30]

Tra il 2024 e il 2025 le sono state dedicate importanti retrospettive alla Whitechapel Gallery di Londra, alla Neue Nationalgalerie di Berlino e alla Kunsthaus di Zurigo.[31][32][33]

Collezioni

Le sue opere figurano nelle collezioni permanenti di importanti istituzioni, tra cui il Museum of Modern Art di New York, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid e il Museum of Fine Arts di Houston.[34]

Bibliografia

  • (EN) Guy Brett, Inside the Visible: An Elliptical Traverse of 20th Century Art in, of, and from the Feminine, a cura di Catherine de Zegher, The MIT Press (Cambridge, Massachusetts), 1996.
  • (EN) Lygia Clark, “Nostalgia of the Body”, in Yves-Alain Bois (a cura di), October:The Second Decade, 1986-1996, The MIT Press (Cambridge, Massachusetts), 1997.
  • (EN) Butler, Cornelia H., Luis Pérez-Oramas (a cura di), Lygia Clark: The Abandonment of Art, 1948–1988, The Museum of Modern Art (MoMA), New York, 2014.
  • (EN) Lygia Clark, Lygia Clark. Retrospektive / Retrospective, a cura di Irina Hiebert Grun, Maike Steinkamp, Cathérine Hug, E. A. Seemann, 2025.

Note

  1. ↑ (PT) Mauro Bellesa, As trajetórias de 4 artistas neoconcretos e sua influência até a Tropicália, in iea | Instituto de Estudos Avanacados da Universidade de Sao Paulo. URL consultato il 17 aprile 2026.
  2. ↑ (PT) Bruno Henrique Fernandes Gontijo, Piet Mondrian e o neoconcretismo brasileiro: a constituição de uma narrativa através da crítica de arte de Mário Pedrosa e Ferreira Gullar (PDF), in Revista de História da Arte e da Cultura, vol. 4, n. 2, luglio-dicembre 2023. URL consultato il 17 aprile 2026.
  3. ↑ (EN) Julia Kershaw, At Home in Twentieth-Century Brazil: An Analysis of Lygia Clark’s Models of Homes and Architectural Interiors, in sITA – studii de Istoria şi Teoria Arhitecturii, vol. 9, Universitatea de Arhitectură şi Urbanism »Ion Mincu«, 2021, pp. 209-223. URL consultato il 17 aprile 2026.
  4. 1 2 3 4 (EN) Alice Heeren, Clark, Lygia (1920–1988), in Routledge Encyclopedia of Modernism, 2 maggio 2017, DOI:10.4324/9781135000356-REM1333-1. URL consultato il 16 aprile 2026.
  5. 1 2 3 4 5 6 (EN) Biography, su Global Modern Women Artists. URL consultato il 17 aprile 2026.
  6. 1 2 3 4 (EN) Tatiane Schilaro, The Radical Brazilian Artist Who Abandoned Art, in Hyperallergic, 11 agosto 2014. URL consultato il 17 aprile 2026.
  7. 1 2 3 4 5 6 (EN) Mariianne Mays Wiebe, Lygia Clark, in Border Crossings, Dicembre 2014. URL consultato il 18 aprile 2026.
  8. 1 2 (PT) Lygia Clark | Timeline, su portal.lygiaclark.org.br. URL consultato il 17 aprile 2026.
  9. 1 2 (PT) Margaret Imbroisi e Simone Martins, Neoconcretismo, su historiadasartes.com, 2026. URL consultato il 23 aprile 2026.
  10. ↑ (EN) Lygia Clark. Retrospective – KUNSTHAUS, su kunsthaus.ch. URL consultato il 18 aprile 2026.
  11. 1 2 (EN) Lygia Clark: The Abandonment of Art, 1948–1988, su moma.org. URL consultato il 18 aprile 2026.
  12. ↑ (EN) Evelyne Bucher, Concrete Art / Neoconcretismo The Work and Impact of the Zurich Concretists in Brazil, su hauskonstruktiv.ch. URL consultato il 17 aprile 2026.
  13. 1 2 3 4 5 6 7 8 (EN) The small-scale architectures designed by Lygia Clark, su domusweb.it. URL consultato il 17 aprile 2026.
  14. ↑ (EN) Lygia Clark e Yve-Alain Bois, Nostalgia of the Body, in October, vol. 69, The MIT Press, 1994, pp. 85–109, DOI:10.2307/778990.
  15. ↑ Sarah Corona, Brasile alla conquista di New York. Al MoMA il primo grande omaggio all’artista Lygia Clark, dall’astrattismo all’abbandono della Pittura: ecco le immagini, in Atribune, 1º maggio 2014. URL consultato il 17 aprile 2026.
  16. 1 2 (EN) Adrian Anagnost, Presence, Silence, Intimacy, Duration: Lygia Clark's Relational Objects, su pelicanbomb.com, 10 maggio 2017. URL consultato il 17 aprile 2026.
  17. 1 2 (EN) The Abandonment of Art, su domusweb.it. URL consultato il 17 aprile 2026.
  18. ↑ (EN) Malika Pollack, ‘Lygia Clark: The Abandonment of Art, 1948–1988’ at the Museum of Modern Art, su observer.com, 14 maggio 2014. URL consultato il 18 aprile 2026.
  19. 1 2 3 (EN) Anagnost, Presence, Silence, Intimacy, Duration: Lygia Clark's Relational Objects, su Pelican Bomb, May 10, 2017. URL consultato il 18 aprile 2026.
  20. ↑ (EN) The Therapeutic Art of Lygia Clark | CHRISTINA GRAMMATIKOPOULOU | Interartive | Contemporary Art + Thought, su interartive.org. URL consultato il 17 aprile 2026.
  21. ↑ (EN) Lygia Clark. Pedra e ar (Stone and Air). 1966 | MoMA, su moma.org. URL consultato il 20 aprile 2026.
  22. ↑ (PT) The I and the You Série Roupa-Corpo-Roupa, su Lygia Clark Archive. URL consultato il 18 aprile 2026.
  23. ↑ (PT) Lygia Clark. O eu e o tu (The I and the you). 1967<<6 - South Gallery>>, su moma.org. URL consultato il 18 aprile 2026.
  24. ↑ (EN) Lygia Clark, Baba Antropofagica, su artbrain.org. URL consultato il 18 aprile 2026.
  25. ↑ (EN) Rede de elásticos (Elastic Net), su ibali Digital Collections UCT. URL consultato il 18 aprile 2026.
  26. ↑ (EN) John Alan Farmer, The Experimental Exercise of Freedom: A Conversation with Rina Carvajal and Alma Ruiz, in Art Journal, vol. 59, n. 1, 2000, pp. 22-31, DOI:10.1080/00043249.2000.10791979. URL consultato il 20 aprile 2026.
  27. ↑ (EN) John Alan Farmer, The Experimental Exercise of Freedom: A Conversation with Rina Carvajal and Alma Ruiz, in Art Journal, vol. 59, 7 maggio 2014, pp. 22-31, DOI:10.1080/00043249.2000.10791979. URL consultato il 18 aprile 2026.
  28. ↑ (PT) Mônica Botelho Alvim, Ato artístico e ato psicoterápico como experiment-ação: diálogos entre a fenomenologia de Merleau-Ponty, a arte de Lygia Clark e a Gestalt-Terapia, in Journal of the Gestalt Approach, vol. 13, n. 1, giugno 2007. URL consultato il 17 aprile 2026.
  29. ↑ (EN) Lygia Clark, su Hammer Museum – UCLA. URL consultato il 18 aprile 2026.
  30. ↑ (EN) Christine Macel, Karolina Ziębińska-Lewandowska (a cura di), Women in Abstraction (PDF), Thames & Hudson, 2021. URL consultato il 18 aprile 2026.
  31. ↑ (EN) Lygia Clark: The I and the You, su whitechapelgallery.org. URL consultato il 18 aprile 2026.
  32. ↑ (EN) Lygia Clark: Retrospective, su smb.museum. URL consultato il 18 aprile 2026.
  33. ↑ (EN) Lygia Clark. Retrospective – KUNSTHAUS, su kunsthaus.ch. URL consultato il 18 aprile 2026.
  34. ↑ (EN) Lygia Clark, su Luhring Augustine. URL consultato il 18 aprile 2026.

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