Macone
Macone (in greco antico Μάχων?, Máchon; Corinto o forse Sicione, metà III secolo a.C. – ...) è stato un poeta greco antico.
Biografia
Di Sicione o Corinto, sarebbe vissuto all'epoca del drammaturgo Apollodoro di Caristo (III secolo a.C.). Tuttavia, pur essendo autore di commedie, Macone, secondo le fonti, operò principalmente ad Alessandria, tanto che è ricordato da Ateneo anche come maestro dell'erudito Aristofane di Bisanzio (vissuto, grosso modo, dal 257 al 180 a.C.)[1]:
«Macone di Sicione, dell'epoca di Apollodoro di Caristo, è anch'egli uno dei commediografi: ma non rappresentò ad Atene le sue commedie, bensì ad Alessandria. Fu, inoltre, buon poeta, a parte i sette (della Pleiade Alessandrina), sicché il grammatico Aristofane desiderò studiare con lui.»
Sepolto ad Alessandria, sulla sua tomba, sempre a detta di Ateneo, era inciso questo epigramma di Dioscoride:
fai germogliare un'edera contenziosa e viva sulla tomba:
ché non di qualcosa di ritrito, ma dell'arte arcaica
qualcosa di degno tu ricopri i resti.
E ciò dirà il vecchio: "O città di Cecrope, anche presso il Nilo
vi è ove germoglia il pungente timo tra le Muse".»
Opere
Delle opere di Macone sappiamo che fu autore di commedie, delle quali ci sono stati tramandati alcuni frammenti indiretti della Ἄγνοια[2] e della Ἐπιστoλή[3]. Ad essi si è aggiunta una citazione, non testuale, dall'Auge (sicuramente una commedia mitologica, che parodiava Euripide), in Filodemo di Gadara[4].
Ateneo, inoltre, ha conservato 462 versi[5] di divertenti aneddoti in trimetri giambici, le Χρεῖαι. Il titolo stesso è una parodia delle massime di tipo filosofico e morale in cui i retori si esercitavano spesso: il fatto che Macone abbia deciso di concentrare le sue massime, in modo indiscriminato, in bocca a etere, parassiti e poeti (tra i quali Difilo, Euripide, Filosseno), così come importanti figure politiche (Tolomeo o Demetrio I Poliorcete), dimostra che l'opera fu scritta certamente per intrattenimento, ma anche con fine altamente sovversivo rispetto alle sentenze filosofiche per noi testimoniate solo da opere molto più tarde[6]. Nelle Chreiai è possibile distinguere due classi di aneddoti, all'incirca uguali nel numero. Nella prima, la storia viene raccontata senza riserve; nella seconda, essa è limitata da una riserva come se Macone volesse declinare una responsabilità che nella prima classe invece accettava. Sarebbe ottimistico supporre che Macone fosse coerente nel distinguere in questo modo un tipo di fonte dall'altro, ma forse non è irragionevole ipotizzare che un tipo di fonte fosse più soggetto a tale limitazione rispetto a un altro.
Macone scrive, inoltre in un linguaggio fintamente colloquiale, che riproduce l'interesse per le forme della lingua parlata presenti in molta letteratura alessandrina. Lo stile semplice punta soprattutto sulle freddure e, non di rado, su doppi sensi osceni, che dovevano rappresentare una sorta di gossip letterario per il pubblico colto dell'autore:
Note
- ↑ Ateneo, XIV 664a.
- ↑ 4 versi in Ateneo XIV, 664b: «Nulla è per me più dolce della mattýe (piatto prelibato a base di carne speziata); / se a mostrarcela per primi a noi Attici siano stati i Macedoni / o tutti quanti gli dei, non lo so; / tranne il fatto che appartiene certamente a qualcuno di raffinatissimo» (trad. A. D'Andria).
- ↑ 11 versi in Ateneo, VIII 345f-346b: «Sono un ghiotto di prelibatezze, e questa per noi è la base / dell'arte. Bisogna che abbia una naturale passione / colui che non vuole rovinare gli ingredienti tramandati. / Prendendosene cura, infatti, non fallirà. / Inoltre, quando gli organi di senso sono puliti, / non puoi sbagliare. Cuoci e assaggia frequentemente. / Non c'è sale? Aggiungilo. Ha 〈ancora〉 bisogno di qualcos' / altro? Assaggia di nuovo, finché non trovi l'accordo giusto. / Tendi [il sapore] proprio come una lira finché non sia piacevole, / e poi, non appena ti sembra che ormai tutto sia in armonia, / esegui un'ottava completa (un accordo perfetto) †Nicolaida di Micono†» (trad. A. D'Andria).
- ↑ Fr. XXI Gow: «...e che [l'arte] non venga chiamata scienza e saggezza, né che la poesia dica sempre ciò che è conveniente, né che accompagni con il flauto un qualche accidente della sorte; ma che Macone e (quelli) da Eudemo abbiano preso discorsi di ogni genere di uomini gli uni con gli altri e azioni che, nell' Auge, mediante la composizione di un certo tipo di linguaggio in trimetri, confutano, schiaffeggiando in contrasto con essa le dottrine socratiche, attraverso le quali egli dice che [il poeta] non trarrà alcun giovamento se renderà qualcuno, parlandone, un buon poeta...» (trad. A. D'Andria).
- ↑ In 18 frammenti nell'edizione Gow.
- ↑ A. S. F. Gow, Introduction a Machon. The fragments, Oxford 1967, pp. 12-13.
Bibliografia
- A S. F. Gow, Machon. The fragments, Oxford 1967.
- A. W. Bulloch, La poesia ellenistica. Figure minori, in Letteratura greca della Cambridge University. Milano 2007, pp. 351–352.
Voci correlate
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Collegamenti esterni
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