Marcia verde
| Marcia verde parte della Guerra del Sahara Occidentale | |||
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| Data | dal 6 al 10 novembre 1975 (ritiro definitivo ordinato il 18 novembre) | ||
| Luogo | Sahara spagnolo | ||
| Esito | Ritiro civile ordinato dopo una penetrazione di 10 km; sblocco negoziale che porta agli Accordi di Madrid (14 novembre 1975). | ||
| Modifiche territoriali | La Spagna si ritira progressivamente dal territorio entro il febbraio 1976; spartizione e occupazione del Sahara Occidentale da parte di Marocco e Mauritania. | ||
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La Marcia verde (in arabo المسيرة الخضراء?, al-masīrat ul-khaḍrāʾ) è stata una manifestazione strategica di massa svoltasi nel novembre del 1975, coordinata dal governo marocchino e appoggiata dalle Forze armate reali marocchine con l'intenzione di costringere la Spagna franchista a cedere la provincia del Sahara spagnolo al Marocco[1][2]. La marcia prese il nome dal verde, colore tradizionale dell'Islam.
L'evento mobilitò un imponente schieramento di circa 350 000 civili disarmati, i quali, scortati da reparti militari, penetrarono per alcuni chilometri all'interno del territorio saharawi al fine di affermare le rivendicazioni di sovranità promosse dal re Hassan II. L'operazione contò inoltre sul supporto logistico e sull'avallo coperto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America e della CIA[3], in quanto, nel quadro della Guerra fredda, Washington e Parigi prediligevano l'inclusione del territorio nel Marocco filo-occidentale piuttosto che la nascita di uno Stato indipendente potenzialmente nell'orbita dell'Algeria e del blocco orientale.
La Marcia avvenne all'indomani del parere consultivo pronunciato dalla Corte internazionale di giustizia di L'Aja e causò forti tensioni diplomatiche che sfociarono nella firma degli Accordi di Madrid il 14 novembre 1975 e nella successiva decolonizzazione spagnola, innescando l'inizio del prolungato conflitto del Sahara Occidentale tra Marocco e indipendentisti del Fronte Polisario[4].
Contesto
Il colonialismo spagnolo e la politica locale
Il territorio del Sahara Occidentale, area abitata prevalentemente dalle tribù nomadi dei Sahraui (sottogruppi del popolo berbero-arabo dei Bidhan), divenne possedimento spagnolo nell'ultimo trentennio del XIX secolo. La prima colonia costiera fu fondata nel 1884 a Villa Cisneros (odierna Dakhla), e la successiva spartizione fu ratificata in accordo con la Francia tramite i trattati di Madrid del 1912[5]. L'occupazione effettiva dell'entroterra desertico, condotta per ragioni geostrategiche legate alla difesa delle vicine Isole Canarie, fu consolidata soltanto a partire dal 1934 con l'istituzione della base di Smara e completata negli anni del franchismo.
Nel 1958, per sottrarsi alle prime ondate di decolonizzazione, il regime di Francisco Franco mutò formalmente lo status del possedimento proclamandolo cinquantatreesima provincia di Spagna e conferendo formalmente ai residenti saharawi la cittadinanza spagnola[6]. L'amministrazione spagnola adottò sistematicamente una linea tesa a isolare la popolazione indigena dall'influenza del Marocco e della Mauritania; in un documento riservato dell'Alto Stato Maggiore spagnolo del 1960 si raccomandava esplicitamente di applicare «una politica antimarocchina, ma non nazionalista»[7].
Le Nazioni Unite, non riconoscendo la "provincializzazione", inserirono dal 1960 il Sahara nella lista dei territori non autonomi sottoposti al Comitato per la decolonizzazione. Tramite la Risoluzione 2072 del 16 dicembre 1965, l'Assemblea Generale richiese a Madrid l'avvio della decolonizzazione e l'organizzazione di un referendum sul diritto di autodeterminazione[8].
Inoltre, un forte incentivo economico al mantenimento della presenza spagnola sorse nei primi anni 1960 con la scoperta e lo sfruttamento, avviato nel 1962, degli ingenti giacimenti di fosfati di Bou Craa. Il persistente paternalismo coloniale e l'emarginazione socio-economica dei saharawi fecero però crescere l'opposizione locale, culminata nella violenta repressione spagnola dei manifestanti negli incidenti di Zemla del 1970 a El Aaiún[9].
Le rivendicazioni di Marocco e Mauritania e la nascita del Fronte Polisario
Il Marocco sin dall'indipendenza ambiva a reintegrare i territori che considerava storicamente legati alla dinastia alawita nell'ambito dell'ideologia del Grande Marocco, che aveva già condotto al conflitto con la Spagna nella Guerra di Ifni (1957-1958)[10]. Nei primi anni 1970 la monarchia di Hassan II stava attraversando una grave crisi interna di legittimità e repressione nota come gli "anni di piombo", durante i quali il sovrano scampò a due tentativi di colpo di Stato militari nel 1971 e nel 1972[2]. La causa nazionalista del Sahara occidentale si trasformò così nell'elemento chiave per ricompattare le Forze Armate, legittimare il trono e raccogliere il consenso trasversale dell'opinione pubblica e dell'opposizione marciando verso un obiettivo comune[7].
Parallelamente, tra gli studenti saharawi maturò una forte coscienza nazionalista: nel 1973, ad opera di El Ouali Mustafa Sayed, fu fondato il Fronte Polisario, un'organizzazione di guerriglia anticoloniale sostenuta militarmente e diplomaticamente dalla vicina Algeria. Pressato dall'insurrezione armata e dalle rivendicazioni parallele della Mauritania a sud, nel 1974 il governo spagnolo accettò di condurre un censimento ufficiale per celebrare il referendum ONU di autodeterminazione l'anno seguente[11]. Nel contempo Madrid tentò invano di stimolare una forza politica filo-spagnola fondando il Partido de la Unión Nacional Saharaui (PUNS).
Il parere della Corte internazionale di giustizia
Per bloccare il referendum e impedire la nascita di un Sahara indipendente, nel dicembre 1974 Marocco e Mauritania ottennero dall'ONU la Risoluzione 3292 che sospendeva la consultazione chiedendo alla Corte internazionale di giustizia (CIG) di L'Aja un parere consultivo sullo status giuridico del territorio al tempo della colonizzazione. Una missione esplorativa dell'ONU che visitò la regione nel maggio 1974 accertò che la quasi totalità della popolazione saharawi rifiutava l'annessione al Marocco o alla Mauritania, auspicando l'indipendenza con il Fronte Polisario come principale riferimento politico[6].
Il 16 ottobre 1975 la Corte pubblicò il proprio verdetto. I giudici stabilirono che il Sahara occidentale non era terra nullius (terra di nessuno) all'epoca della colonizzazione spagnola e riconobbero che erano esistiti storici legami religiosi e personali di fedeltà (bay'a) tra i sultani del Marocco e alcune tribù saharawi, oltre ad alcuni diritti fondiari intrecciati con tribù mauritane[12]. Tuttavia, la Corte concluse all'unanimità che nessuno di questi vincoli storici configurava un vincolo di sovranità territoriale esclusiva tale da ostacolare l'applicazione del principio della libera autodeterminazione dei popoli della popolazione autoctona mediante referendum[13].
La preparazione e la logistica
L'annuncio della Marcia
Già avvisato dai propri canali diplomatici sull'esito della sentenza, il 26 settembre 1975 Hassan II organizzò una riunione segreta con i governatori provinciali per preparare la mobilitazione. Pochi giorni dopo la CIA informò il Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger dei piani di invasione di Rabat; gli USA raccomandarono cautela formale ma assicurarono un supporto di fondo per scongiurare che un Sahara indipendente potesse cadere nella sfera d'influenza socialista di Algeri e Mosca[7].
Poche ore dopo il pronunziamento dell'Aja del 16 ottobre 1975, il sovrano apparve alla televisione di Stato. Sfruttando l'ambiguità del verdetto e citando esclusivamente il paragrafo 162 che riconosceva gli storici legami di lealtà tribale verso il sultano, Hassan II proclamò che «il diritto ha prevalso sull'ingiustizia» e convocò una marcia popolare pacifica di 350 000 volontari civili armati unicamente di Corano e bandiere nazionali per attraversare il confine del Sahara spagnolo e ripristinare l'integrità territoriale del Regno[14][15].
Organizzazione, reclutamento e logistica
In soli tre giorni oltre 524 000 cittadini marocchini si presentarono agli uffici di reclutamento. Il governo stabilì quote provinciali precise per selezionare i 350 000 partecipanti definitivi: le province costiere meridionali tra Marrakech e Agadir contribuirono con oltre 120 000 persone, le città della costa atlantica centrale con 72 000, e le province sahariane meridionali come Tarfaya, Tiznit ed Errachidia con 53 000; il nord (da Tangeri a Oujda) rimase deliberatamente sottorappresentato con 65 000 presenze. Gli studenti universitari furono esclusi per ragioni di sicurezza politica, mentre fu promossa la partecipazione di 50 000 donne e di un vasto contingente di funzionari statali[7].
Lo sforzo logistico fu di portata eccezionale, interamente finanziato dalle casse statali e dai sussidi economici di stati alleati della Lega Araba, in primo luogo l'Arabia Saudita:
- Furono impiegati 113 treni speciali e requisiti oltre 2 100 veicoli leggeri e 6 000 tra autocarri e autobus per convogliare le folle verso la base di Tarfaya.
- Presso il confine fu eretta una tendopoli estesa su 70 km² costituita da 22 000 tende d'accoglienza.
- Furono ammassate oltre 17 000 tonnellate di viveri e schierate 127 800 tonnellate di riserve idriche e di carburante aviotrasportate a ciclo continuo dalla flotta di C-130 dell'Aeronautica militare marocchina, con assistenza sanitaria garantita da 470 medici e 230 ambulanze[15][16].
Le manovre militari coperte
Mentre l'attenzione internazionale era focalizzata sul raduno di Tarfaya, l'Esercito reale marocchino avviò un'invasione armata segreta a est del Sahara spagnolo. A partire dal 31 ottobre 1975, contingenti corazzati e di fanteria marocchina per un totale di circa 10 000 soldati penetrarono nel settore nord-orientale occupando posizioni strategiche evacuate dalle guarnigioni spagnole come Farsia, Haousa e Idiriya. Tale manovra doveva impedire un'eventuale discesa delle truppe dell'esercito dell'Algeria e bloccare la guerriglia del Fronte Polisario lontano dal litorale atlantico percorso dai marciatori civili. All'interno del corteo della Marcia Verde furono inoltre infiltrati in incognito circa 30 000 soldati regolari e gendarmi, incaricati di mantenere la disciplina, impedire deviazioni e garantire la sicurezza delle colonne[3].
Lo svolgimento della marcia
L'ingresso nel Sahara occidentale (6 novembre)
La crisi scoppiò in concomitanza con il momento di massima vulnerabilità interna del regime spagnolo: il Capo dello Stato spagnolo, Generalissimo Francisco Franco, giaceva agonizzante a Madrid (morirà il 20 novembre 1975), mentre il principe di Spagna Juan Carlos esercitava funzioni reggenti temporanee in un clima di incertezza politica. Il governo del primo ministro Carlos Arias Navarro, temendo che uno scontro militare sul suolo coloniale potesse innescare una rivoluzione interna analoga alla Rivoluzione dei garofani portoghese, diede ordine di evitare bagni di sangue.
Il 4 novembre, il governatore militare spagnolo del Sahara, generale Federico Gómez de Salazar, attivò la «Operazione Marabunta»: i reparti della Legione spagnola e i reggimenti di fanteria arretrarono di 12 chilometri rispetto al confine di Stato, stendendo un largo cordone di campi minati e reticolati difensivi a nord di Daoura per bloccare l'eventuale marcia sulla capitale El Aaiún.

La sera del 5 novembre Hassan II annunciò via radio l'ordine di partenza. Alle ore 10:33 del 6 novembre 1975 i primi scaglioni di manifestanti della colonna principale di 40 000 persone, alla cui testa marciava il Primo Ministro Ahmed Osman, tagliarono le reti del valico di confine di Tah travolgendo il posto di blocco evacuato ed entrando nel Sahara spagnolo recando copie del Corano, ritratti del re e migliaia di bandiere marocchine[17]. I civili percorsero dieci chilometri fermandosi dinanzi al fronte minato spagnolo, allestendo accampamenti improvvisati dove trascorsero la notte fronteggiando le truppe iberiche che avevano ricevuto ordini di non aprire il fuoco se non provocate[15].
L'escalation diplomatica e il ritiro (7-10 novembre)
Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU si riunì d'urgenza adottando dapprima la Risoluzione 379 e, il 6 novembre, la più dura Risoluzione 380, che deplorò categoricamente lo sconfinamento ordinando al Marocco di ritirare istantaneamente tutti i partecipanti all'interno dei propri confini internazionali.
Hassan II rispose incrementando la pressione: il 7 novembre fece valicare il confine a una seconda colonna di 100 000 persone da Abattekh verso Hagunia, e inviò un terzo raggruppamento dall'oasi di Zag per minacciare di accerchiamento la guarnigione spagnola di Mahbes. Di fronte al rischio che incidenti alle linee minate accendessero un conflitto aperto, l'8 novembre il ministro della Presidenza spagnolo, Antonio Carro Martínez, volò ad Agadir per trattare con Hassan II.
Durante i colloqui si giunse a un compromesso informale: il sovrano ordinò alle masse civili il rientro in patria, ottenendo in cambio che la Spagna aprisse immediatamente negoziati di cessione bilaterali escludendo l'ONU e il Fronte Polisario dal futuro del territorio. Il 9 novembre Hassan II annunciò via radio la conclusione del corteo:
A partire dal 10 novembre le colonne ripiegarono ordinatamente negli accampamenti di Tarfaya per poi essere smobilitate e rimpatriate entro il 18 novembre.
Conseguenze e impatto politico
Gli Accordi di Madrid e la spartizione coloniale
Il 14 novembre 1975 i rappresentanti dei governi di Spagna, Marocco e Mauritania siglarono segretamente gli Accordi Tripartiti di Madrid. La Spagna dichiarò la propria rinuncia ad esercitare le responsabilità di amministrazione sulla colonia, istituendo un'amministrazione temporanea tripartita che si sarebbe conclusa con lo sgombero definitivo del territorio entro il 28 febbraio 1976[18].
Nel patto la Spagna si garantì concessioni sulla pesca oceanica e conservò una partecipazione parziale del 35% nella miniera di fosfati di Bou Craa (successivamente liquidata)[19]. Il Sahara spagnolo fu spartito tra i due paesi rivendicatori:
Marocco: annetteva i due terzi settentrionali del territorio (regioni di Saguia el-Hamra e porzione di Río de Oro), compresa la capitale El Aaiún.
Mauritania: prendeva possesso del terzo meridionale, ribattezzato Tiris al-Gharbiyya (incluso il porto di Dakhla).
L'assemblea di notabili tribali locali (la Djema'a), riunitasi a El Aaiún il 26 febbraio 1976 sotto stretto controllo marocchino, votò l'adesione alla spartizione. Il giorno precedente l'ambasciatore spagnolo all'ONU, Jaime de Piniés, aveva formalizzato la cessazione della presenza spagnola precisando però che l'autentica decolonizzazione sarebbe culminata solo quando l'opinione del popolo saharawi si fosse espressa attraverso un voto valido e libero[18].
Lo scoppio della Guerra del Sahara Occidentale

Con il ritiro delle guarnigioni spagnole, l'esercito marocchino procedette all'occupazione armata dei centri abitati scontrandosi direttamente con il Fronte Polisario, sostenuto da truppe e rifornimenti dell'Algeria (contro cui l'esercito marocchino si scontrò nella prima battaglia di Amgala del gennaio 1976)[20]. Parte della popolazione saharawi fuggì dal territorio rifugiandosi nei campi profughi di Tindouf in territorio algerino.
Il 27 febbraio 1976 il Fronte Polisario proclamò a Bir Lehlu la nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD). Ebbe così inizio una prolungata Guerra del Sahara Occidentale che vide nel 1979 la Mauritania, dissanguata economicamente dalla guerriglia, ritirarsi dal conflitto cedendo la propria quota di territorio che fu istantaneamente occupata e annessa dalle forze marittime e terrestri di Rabat[4]. Le ostilità si interruppero soltanto con il cessate il fuoco concordato sotto l'egida ONU nel 1991, al quale seguì il dispiegamento della missione di pace MINURSO.
Aspetti giusinternazionalistici e status attuale
Nel quadro del diritto internazionale, la Marcia Verde e l'amministrazione del territorio rimangono un caso di controversia giuspubblicistica internazionale:
Marocco: Secondo Rabat, la mobilitazione costituì il legittimo ripristino dell'integrità del Regno fondata sui legami di fedeltà della bay'a confermati dalla sentenza della Corte di L'Aja del 1975. Nel 2007 il Marocco ha depositato all'ONU un piano che propone un'ampia autonomia regionale per il territorio sotto sovranità marocchina.
Nazioni Unite e
Unione africana: L'ONU non ha mai convalidato gli Accordi di Madrid in quanto, secondo un parere emesso nel 2002 dal Consultore Giuridico delle Nazioni Unite, un trattato tra potenze non può trasferire unilateralmente la sovranità su un territorio non autonomo; pertanto la Spagna rimane formalmente considerata la potenza amministratrice de iure del Sahara Occidentale[21][22]. Le deliberazioni dell'Assemblea Generale qualificano sistematicamente la presenza marocchina nel territorio in termini di "occupazione"[23]. La RASD è stata peraltro ammessa come Stato membro dell'Unione africana, portando il Marocco a ritirarsi dall'organizzazione continentale dal 1984 fino alla sua riammissione nel 2017.
Spagna: Dopo decenni di politica estera ufficiale tesa a sostenere le risoluzioni dell'ONU e l'organizzazione del referendum di autodeterminazione, sotto il governo di Zapatero si registrarono i primi segnali di cambiamento: secondo documenti diplomatici del Dipartimento di Stato statunitense diffusi da WikiLeaks, Madrid aveva iniziato ad appoggiare ufficiosamente la posizione marocchina e a tentare una mediazione tra le parti, sebbene il 15 dicembre 2010 l'allora ministra degli Esteri Trinidad Jiménez avesse smentito in Parlamento un abbandono della neutralità spagnola[24]. La svolta definitiva è avvenuta nel marzo 2022, quando il presidente del Governo Pedro Sánchez ha rotto la neutralità del paese dichiarando che il piano di autonomia marocchino del 2007 rappresenta la «base più seria, realistica e credibile» per risolvere la contesa, innescando di riflesso una grave rottura diplomatica e commerciale con l'Algeria e aspre critiche da parte delle organizzazioni saharawi[25][26].
Note
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- 1 2 (ES) Isaías Barreñada, Breve Historia del Sáhara Occidental, Catarata, 2022, ISBN 978-84-1352-496-2.
- 1 2 3 4 (ES) Bernabé López García, Rebelarse en el desierto. Movilizaciones políticas en el Oeste Sahariano [1932-2020], Bellaterra, 2022.
- ↑ (EN) Tony Hodges, Western Sahara. The Roots of a Desert War, Westport, Lawrence Hill Company, 1983, p. 135.
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- ↑ (ES) Risoluzione 34/37 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite sul Sahara Occidentale, su un.org, 21 novembre 1979.
- ↑ (ES) Jiménez niega que España apoye la propuesta marroquí de autonomía, in El Mundo, 15 dicembre 2010.
- ↑ (ES) Pedro Sánchez se pliega ante Marruecos y entrega el Sáhara 46 años dopo, in El Mundo, 19 marzo 2022.
- ↑ (ES) ¿Qué hay detrás de la ruptura de relaciones entre Argelia y Marruecos?, in RFI, 25 agosto 2021.
Bibliografia
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