Mario Borghi

Mario Borghi (Sanremo, 19 luglio 1964) è un criminale italiano, ex maresciallo dei Carabinieri condannato in via definitiva per una serie di reati commessi alla fine degli anni novanta in Sardegna. Secondo gli atti giudiziari, fu indicato come il capo di un gruppo criminale organizzato definito dalla stampa la Banda delle nigeriane, responsabile di rapine a mano armata ai danni di prostitute extracomunitarie e dei loro clienti.[1]

Mario Borghi

Biografia

Sposato e padre di una figlia, Mario Borghi di Ozieri intraprese la carriera nell'Arma dei Carabinieri nel 1986.[2] Prima delle vicende giudiziarie che lo resero noto, prestava servizio come maresciallo presso la caserma di Sassari, dove era addetto all'ufficio denunce.

Coinvolgimento nella banda delle nigeriane

Il 7 maggio 1996, su richiesta del giudice per le indagini preliminari, Mario Borghi fu arrestato e condotto nel carcere militare di Forte Boccea con l'accusa di essere il promotore di una banda che rapinava prostitute nigeriane e i clienti con cui si appartavano.[3] Gli episodi si verificarono principalmente nella zona industriale di Predda Niedda, nei pressi di Sassari.

Veduta aerea di Predda Niedda, luogo in cui avvenivano le rapine

Secondo gli atti giudiziari, per compiere le rapine a mano armata Borghi utilizzava la sua auto privata, una Hyundai di colore bianco, la pistola d'ordinanza e il tesserino da pubblico ufficiale. Una delle donne sentite durante le indagini riferì di essere stata rapinata due volte a distanza di due giorni e lo identificò attraverso le fotografie mostrate in questura.[4] Le indagini ebbero origine dalla denuncia di una delle vittime, che aveva annotato la targa dell'automobile utilizzata dalla banda, risultata di proprietà del maresciallo. A partire da quel dato, gli investigatori risalirono a Borghi, che venne successivamente riconosciuto anche dalle altre vittime.
Le testimonianze dei complici e le intercettazioni telefoniche autorizzate dal pubblico ministero Giuseppe Porqueddu furono determinanti per il suo arresto e la successiva condanna.[5]

Processi e condanne

Mario Borghi fu condannato in primo grado a sei anni di reclusione per rapina a mano armata, truffa continuata, spaccio di droga, abuso d'ufficio, frode, ricettazione, negoziazione di assegni di provenienza illecita e uso di documenti falsi. La condanna fu confermata in appello e, in Cassazione, rinunciò a proseguire il ricorso concordando con il procuratore generale una pena definitiva di quattro anni e sei mesi di reclusione il 29 settembre 1999. A seguito della sentenza passata in giudicato, Borghi fu radiato dall'Arma dei Carabinieri, gli fu revocata la pensione di servizio e ricevette l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, come previsto dalla normativa vigente per i pubblici ufficiali condannati a pene detentive di particolare gravità.

Condanna per subornazione

In un procedimento successivo, fu condannato a un altro anno di reclusione, senza sospensione condizionale della pena, per un tentativo di subornazione, avendo cercato di convincere per telefono una delle vittime, offrendole del denaro, a ritrattare la propria testimonianza. Quest'ultima, viste le numerose minacce telefoniche che continuava a ricevere e su suggerimento di un ispettore di polizia, installò per precauzione un sistema per registrare le chiamate su un'audiocassetta, successivamente utilizzata come prova durante il procedimento giudiziario.[6] Tra le registrazioni acquisite risultò decisiva quella relativa a una conversazione telefonica con Borghi avvenuta la sera prima del processo, il cui contenuto fu reso noto dal quotidiano La Nuova Sardegna.
L’articolo riportava le espressioni con cui l’ex maresciallo tentò di indurre la vittima a rendere false dichiarazioni in aula, tra cui:

  • «La pillola lei la deve addolcire. Lei deve dire che non mi riconosce e basta»;[7]
  • «Lei deve dire: "Mi sembrava lui, ma adesso vedendolo dal vivo non è più lui" [...] Lei dice: "Ascò, non lo riconosco, cosa volete da me? Mi sembrava lui e adesso non lo è più"»;[7]
  • «Io non ho problemi di soldi, in ogni caso non ci sono problemi di soldi, io posso pagare».[7]

Ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo

Dopo la condanna in via definitiva, Borghi presentò ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo il 15 gennaio 2000, dichiarando che i suoi diritti fossero stati violati in relazione alla legittimità delle intercettazioni e all'imparzialità dei giudici, a causa dell'ampia copertura mediatica del caso. La Corte osservò che Borghi aveva rinunciato a proseguire il ricorso in Cassazione, preferendo accordarsi con il procuratore generale per una riduzione della pena, e pertanto non aveva esaurito i rimedi interni previsti dalla legge italiana. Inoltre, la Corte rilevò che le trascrizioni delle conversazioni telefoniche relative al tentativo di subornazione, in cui Borghi aveva cercato di convincere una delle vittime a ritrattare la propria testimonianza, erano state prodotte da un privato e presentate volontariamente durante il procedimento. Osservò anche che alcune prove materiali, come un assegno rubato e utilizzato da Borghi per pagare della merce, erano state regolarmente acquisite e non costituivano violazioni dei suoi diritti. In data 20 giugno 2002 il ricorso, classificato come Key cases, categoria utilizzata dalla CEDU per evidenziare provvedimenti di particolare rilevanza giurisprudenziale, fu respinto come inammissibile, confermando che l'intero procedimento giudiziario si era svolto nel pieno rispetto delle garanzie previste dalla legge. La Corte sottolineò inoltre che, essendo Mario Borghi un pubblico ufficiale e considerata la gravità dei reati contestati, la copertura mediatica era legittima poiché l'interesse pubblico, il diritto di cronaca e la libertà di stampa giustificavano la diffusione delle informazioni relative al suo caso.[8] Per la natura del provvedimento e per i principi giuridici richiamati nella sentenza, il ricorso Borghi c. Italia (n. 54767/00) è stato citato come caso di studio di riferimento nel volume di procedura penale del giurista Simone Lonati.[9] Il rilievo giurisprudenziale della pronuncia è stato inoltre oggetto di analisi dottrinale in relazione al tema della democrazia deliberativa e della tutela dei diritti fondamentali,[10] nonché richiamato come precedente significativo nel dibattito sulle criticità del sistema processuale italiano in materia di testimonianze nei casi in cui l'imputato, come nel caso di Borghi, fosse detenuto in carcere.[11]

L'omicidio dell'avvocato Salvatore Dongu

Durante il processo penale contro Borghi per subornazione di testimone, il giudice Massimo Zaniboni, successivamente eletto presidente del Tribunale di Sassari nel 2017,[12] ricevette una lettera anonima scritta con un normografo contenente minacce di morte che facevano riferimento all'omicidio di Salvatore Dongu, avvenuto a Macomer il 20 gennaio 1999.[13] Dongu era il difensore di una delle vittime che con la sua denuncia aveva dato avvio alle indagini che portarono all'arresto e alle successive condanne di Borghi.[14]

Attività successive alla detenzione

Dopo il periodo di detenzione in carcere, Mario Borghi ha provato a intraprendere la carriera di scrittore "nella speeranza di diventare famoso".[15]

Successivamente ha fondato l’associazione culturale Pubblica Bettola, attraverso la quale vendeva servizi editoriali e corsi tematici,[16] rimasta attiva per un breve periodo e poi chiusa.[17]

Nel 2014 ha lanciato una campagna di raccolta fondi per l’apertura del circolo culturale Pubblica Bettola, in cui si sarebbero dovuti tenere concorsi letterari, concorsi di canto e attività per bambini. La raccolta fondi ha visto la partecipazione di nove sostenitori e ha raccolto 186 euro.[18]

Nel 2019 ha aperto a Ozieri una libreria in franchising con il marchio Booklet che ha cessato l'attività nel 2023.[19]

Critiche alla magistratura

Nel 2015 Mario Borghi ha scritto un articolo contenente gravi accuse nei confronti della magistratura di Sassari, affermando di poter testimoniare personalmente in merito a «cosette perse in quella Procura negli anni ’90 o di plichi contenenti droga che venivano addebitati in maniera disinvolta a gente che non c’entrava» e accusando inoltre un giudice di essere «riuscito in una sentenza a dimostrare l’esistenza di un’autovettura mai esistita (la Hyundai Pony)». Tuttavia quelle accuse non furono accompagnate da alcun documento probatorio e risultano in contrasto con il giudicato definitivo del procedimento penale a suo carico, la cui regolarità era già stata confermata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2002.
Sebbene Borghi non menzioni mai il proprio procedimento penale né citi esplicitamente il pubblico ministero che chiese la sua condanna, ha inserito quell'articolo in una categoria del suo blog recante il nome e cognome di quel pubblico ministero, il procuratore Giuseppe Porqueddu.[20]

Note

  1. ↑ Maresciallo dei carabinieri in carcere: rapinava prostitute, in La Stampa, 8 maggio 1996. URL consultato il 26 gennaio 2026.
  2. ↑ Roberto Muretto, «Era avviato a una brillante carriera», in La Nuova Sardegna, 8 maggio 1996, p. 33.
    «Archivio cartaceo consultabile presso l'archivio storico de La Nuova Sardegna»
  3. ↑ Il maresciallo tradito dalla targa, in La Stampa, 9 maggio 1996, p. 40. URL consultato il 29 gennaio 2026.
  4. ↑ Roberto Muretto, «Maresciallo in cella per rapina. Bersaglio preferito le prostitute di colore e i loro clienti.», in La Nuova Sardegna, 8 maggio 1996, p. 33.
    «Archivio cartaceo consultabile presso l'archivio storico de La Nuova Sardegna»
  5. ↑ Redazione, «Il carabiniere arrestato non risponde al magistrato Giuseppe Porqueddu», in La Nuova Sardegna, 9 maggio 1996, p. 4.
    «Archivio cartaceo consultabile presso l’archivio storico de La Nuova Sardegna»
  6. ↑ Corte europea dei diritti dell'uomo, estratti sentenza Borghi c. Italia, ricorso n. 54767/00, su hudoc.echr.coe.int.
  7. 1 2 3 Una telefonata intercettata mette nei guai l'ex maresciallo Mario Borghi: ritratti tutto, posso pagare, in La Nuova Sardegna, 5 giugno 1997, p. 5.
    «Archivio cartaceo consultabile presso l’archivio storico de La Nuova Sardegna.»
  8. ↑ CEDU, sentenza completa Borghi c. Italia, ricorso n. 54767/00, su justice.pappers.fr.
  9. ↑ "Il diritto dell'accusato a “interrogare o fare interrogare” le fonti di prova a carico", Simone Lonati, Giappichelli Editore, sentenza Borghi, p. 197 e nota 355 a p. 441
  10. ↑ Massimo Starita, Democrazia deliberativa e Convenzione europea dei diritti umani, in Rivista dell'Associazione Italiana dei Costituzionalisti, sentenza Borghi c. Italia, 2010, p. 263, nota 50.
  11. ↑ Andrea Tamietti, La giurisprudenza in tema di testimoni assenti e le criticità del sistema italiano, in Cassazione Penale, sentenza Borghi c. Italia, 2014, p. 337, nota 45.
  12. ↑ Nomina del dott. Massimo Zaniboni a presidente del Tribunale di Sassari (PDF), su Bollettino Ufficiale del Ministero della Giustizia, 19 luglio 2017.
  13. ↑ Patrizia Canu, «Una lettera riapre il caso del legale ucciso sulla 131», in L'Unione Sarda, 3 novembre 2004, p. 40.
    «Archivio cartaceo consultabile presso l'archivio storico de L'Unione Sarda»
  14. ↑ Gianni Bazzoni, «Condannalo o ti uccidiamo. La denuncia durante il processo al maresciallo Mario Borghi»., in La Nuova Sardegna, 3 novembre 2004, p. 3.
    «Archivio cartaceo consultabile presso l'archivio storico de La Nuova Sardegna»
  15. ↑ Lei non sa chi sono io!, su Stranoforte. URL consultato il 25 maggio 2026 (archiviato dall'url originale il 2 agosto 2013).
  16. ↑ Associazione Culturale Pubblica Bettola, Termini e Condizioni, su Internet Archive. URL consultato il 3 aprile 2026 (archiviato dall'url originale il 17 settembre 2019).
  17. ↑ Pubblica Bettola servizi editoriali di Mario Borghi, su Internet Archive. URL consultato il 27 marzo 2026 (archiviato dall'url originale il 18 luglio 2019).
  18. ↑ Raccolta fondi per il circolo "Pubblica Bettola", su Produzioni dal Basso. URL consultato il 27 marzo 2026.
  19. ↑ Barbara Mastino, Sabato l'evento anti-Covid organizzato dalla libreria Booklet, in La Nuova Sardegna, 12 gennaio 2021. URL consultato il 27 marzo 2026.
  20. ↑ Mario Borghi, Il giudice che non legge i giornali e il florilegio di verità giudiziarie, su Stranoforte, 8 ottobre 2015 (archiviato dall'url originale il 12 settembre 2025).

Bibliografia

  • Simone Lonati, Il diritto dell'accusato a "interrogare o fare interrogare" le fonti di prova a carico: studio sul contraddittorio nella Convenzione europea dei diritti dell'uomo e nel sistema processuale penale italiano, Torino, Giappichelli, 2009, ISBN 978-8834887462.

Collegamenti esterni