Matteo Abindi

| Matteo Abindi | |
|---|---|
| Nascita | Savona, 20 settembre 1911 |
| Morte | Cairo Montenotte, 1º febbraio 1945 |
| Dati militari | |
| Paese servito | |
| Forza armata | |
| Anni di servizio | 1931-1936 |
| Guerre | Guerra d'Etiopia |
| Decorazioni | Croce al merito di guerra |
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Matteo Abindi, detto Il Biondino (Savona, 20 settembre 1911 – Cairo Montenotte, 1º febbraio 1945), è stato un partigiano italiano attivo nella Resistenza fra Liguria e Piemonte.
Figura controversa, rimasta a lungo ai margini della storiografia ufficiale, Matteo Abindi è stato al centro di un acceso dibattito pubblico, riemerso soprattutto dopo la pubblicazione dei libri dello storico Fulvio Sasso, che hanno contribuito a una rilettura critica — seppur discussa — del suo operato, inserito nel contesto del conflitto fra partigiani e nazifascisti, e dei contrasti fra le diverse formazioni partigiane[1].
Biografia
Matteo Abindi nacque da genitori ignoti all'ospedale San Paolo di Savona il 20 settembre 1911, e venne ricoverato nel locale Ospizio per l'Infanzia Abbandonata.
Nella storiografia sulla Resistenza il cognome è spesso riportato nella forma Abbindi, con due "b". Tuttavia, documenti coevi conservati presso il Comune di Savona (atto di nascita), l'Archivio della Diocesi di Savona (atto di battesimo) e l'Archivio della Provincia di Savona (fascicolo dell'Ospizio per l'Infanzia Abbandonata) riportano il cognome nella forma Abindi, con una sola "b"[2][3][4]. In questa voce si adotta la forma Abindi, coerente con la documentazione anagrafica coeva.
L'Ospizio per l'Infanzia Abbandonata affidò Matteo Abindi ad una coppia di contadini di Pradone, una piccola frazione del comune di Castelletto Uzzone, nella Val Bormida, in provincia di Cuneo. Matteo era l'unico figlio maschio della famiglia, crebbe aiutando i genitori adottivi nelle mansioni contadine. Secondo testimonianze raccolte successivamente, compaesani ed amici lo descrivevano come un ragazzo energico e gioviale, amante delle feste da ballo, e grande esperto di bestiame[5].
Negli anni 1931-1932 svolse il servizio di leva nel 1° Reggimento Alpini, Battaglione di Ceva. Nel 1935 si arruolò come volontario per la Guerra d'Etiopia[6]. Riportò una ferita al braccio sinistro durante un combattimento e per questo venne decorato con la Croce al Merito di Guerra. Fu congedato nel marzo 1936, dopo aver contratto la malaria. Alcuni testimoni ricordarono di aver seguito con ammirazione i vivaci racconti della sua esperienza di guerra[7].
Negli anni successivi svolse diversi lavori saltuari, fino al maggio 1943, quando, grazie anche all'invalidità di guerra, venne assunto come operaio presso lo stabilimento della Montecatini di Cairo Montenotte, in provincia di Savona. Nel novembre 1943 Matteo Abindi venne precettato dal governo della Repubblica Sociale Italiana, per andare a lavorare in Germania. Abindi era celibe e non aveva figli. Secondo quanto riportato da Fulvio Sasso, Abindi si sentì discriminato, ritenendo di essere stato scelto in quanto trovatello, e, pur non avendo mai manifestato interesse per la politica, iniziò a maturare un forte risentimento nei confronti dei fascisti[8]. Decise di darsi alla macchia. Raggiunse clandestinamente in treno Garessio, e da lì si spostò a piedi fino alla Val Casotto, in provincia di Cuneo, dove si erano formate le prime bande partigiane[9].
Folgore
In Val Casotto, Matteo Abindi si unì ai partigiani autonomi guidati da Landino Mora, detto "Dino", un ex ufficiale dell'esercito[10]. La Divisione guidata da Dino si chiamava Folgore, ad Abindi piacque quel nome e decise di assumerlo come suo nome di battaglia[11]. "Folgore" partecipò ad alcune azioni in cui fece valere la sua esperienza di reduce di guerra e la sua abilità nell'uso delle armi.
A metà del gennaio 1944, Abindi si spostò a Serra Pamparato, nella Val Tanaro, per unirsi ai partigiani autonomi guidati da Italo Cordero, mantenendo il nome di battaglia di Folgore[11]. Nelle sue memorie autobiografiche, Italo Cordero descrisse Folgore come il più coraggioso ed audace dei suoi uomini[12]. Di Italo Cordero e Folgore, secondo quanto riportato da Fulvio Sasso, si trova menzione anche nei diari di Enrico Martini Mauri.
Il 1° marzo 1944, in seguito ad uno scontro a fuoco coi nazisti, nei pressi di Ceva, il partigiano "Milone" venne ucciso, mentre Folgore venne dato per disperso[13]. In realtà Matteo Abindi era riuscito a fuggire nella boscaglia[14]. Deciso a tornare in Val Bormida, Abindi raggiunse a piedi Gottasecca, dove fu ospite di alcuni parenti, quindi rimase nascosto per qualche giorno nella casa della famiglia adottiva, a Pradone[15].
Nel frattempo si erano radunati nei dintorni diversi giovani, principalmente disertori o ex militari allo sbando e renitenti alla leva o ai bandi nazifascisti. Abindi decise di formare con questi una nuova squadra partigiana, della quale divenne il capo, assumendo il nome di battaglia de "Il Biondino". Abindi riunì i giovani nel paese di Santa Giulia, una frazione del comune di Dego, in provincia di Savona, perché qui si trovavano due antichi palazzi, grandi abbastanza da ospitare i partigiani[16]. Abindi conosceva bene Santa Giulia, che è vicina ai luoghi in cui era cresciuto, per avervi lavorato in passato come bracciante.
Il Biondino a Santa Giulia
Per tutta la primavera e buona parte dell'estate del 1944, Santa Giulia fu un presidio partigiano tranquillo, perché i nazifascisti lo consideravano inattaccabile. Secondo alcune testimonianze, un disertore austriaco si unì alla squadra del Biondino e sparse presso i tedeschi la voce che il presidio fosse ben difeso e fortemente armato[17].
La relativa sicurezza della zona fece sì che a Santa Giulia venissero detenuti prigionieri e sospetti collaborazionisti. Secondo alcune ricostruzioni, in questo contesto avvennero anche esecuzioni sommarie, tema che resta uno degli aspetti più controversi della vicenda di Abindi[18][19].
La squadra guidata da Abindi si sosteneva anche attraverso requisizioni di beni e contributi provenienti dal territorio. Secondo le fonti, tali risorse provenivano sia da donazioni volontarie di alcune famiglie benestanti della zona, sia da prelievi forzati. I partigiani del Biondino sottraevano inoltre periodicamente prodotti agricoli destinati agli ammassi comunali fascisti, che venivano successivamente redistribuiti tra i partigiani e parte della popolazione contadina locale[20].
Il 30 giugno 1944, il partigiano Angelo Prete[21], detto "Devic", o "Device", giunse a Santa Giulia per comunicare che si era da poco costituita sulle Langhe la XVI Brigata Garibaldi, di cui lui era il comandante, e che la squadra guidata dal Biondino ne faceva ufficialmente parte[22].
Angelo Prete era un venticinquenne operaio e militante comunista di Santo Stefano Belbo. Nel marzo 1944 era evaso dal carcere di Asti e si era spostato sulla Langa, dove era diventato uno dei comandanti più capaci e rispettati delle Brigate Garibaldi, le formazioni partigiane guidate dal Partito Comunista Italiano.
I partigiani guidati da Devic e gli uomini del Biondino, avevano già collaborato in alcune azioni. Il 12 maggio 1944, alla stazione di Piana Crixia, avevano sequestrato un treno carico di prigionieri diretti in Germania, liberando una trentina di uomini[23].
Tuttavia, il partigiano savonese Cesare Sciamanna, detto "Ortica", che per circa un mese fece parte della squadra del Biondino a Santa Giulia, nelle sue memorie autobiografiche scrisse che Matteo Abindi mal tollerava di essere comandato da Angelo Prete, ed inoltre, per la sua insofferenza nei confronti della politica, non era intenzionato ad entrare a far parte di una formazione guidata dal PCI[24]. Abindi manteneva contemporaneamente rapporti anche con alcune formazioni partigiane autonome, non legate ai partiti politici. Fulvio Sasso interpreta questi rapporti anche come il segnale di una progressiva presa di distanza dalle brigate garibaldine, favorita dal fatto che le formazioni autonome, grazie ai contatti con gli Alleati, disponevano di approvvigionamenti più cospicui e stabili[25].
A partire dal 18 luglio 1944, trovò rifugio a Santa Giulia Benedetto Cerruti, un insegnante cinquantenne di Varazze, che i partigiani chiamavano "Il Professore" o "Il Commissario Ivan". Cerruti era un militante ed attivista comunista, e conosceva bene Angelo Prete "Devic", era stato fra i coordinatori dell'azione che ne aveva consentito la fuga dal carcere. Il ruolo del "Professore" nella vicenda del Biondino è molto dibattuto; le testimonianze raccolte da Fulvio Sasso lo descrivono come un "commissario politico", e dicono che abbia esercitato una certa influenza su Abindi, come consigliere e mediatore[26].
Il 3 agosto 1944 Matteo Abindi venne processato da un tribunale di partigiani garibaldini in località Prunetto (CN). Anche questo fatto è raccontato nei diari del partigiano Cesare Sciamanna "Ortica", che nel frattempo era stato messo da Devic al comando della squadra di Prunetto[27]. Il Biondino era sotto accusa per furto e per aver giustiziato delle spie fasciste, o presunte tali, in assenza di processi e verbali. Fu Devic ad intercedere in favore del Biondino, riconoscendone le qualità di combattente, pur redarguendolo per i suoi metodi, giudicati inopportuni.
Tuttavia Devic tentò di togliere al Biondino il comando della sua squadra, per sostituirlo col capitano Mario Zunino, adducendo come motivazione ufficiale la mancanza di istruzione e di preparazione di Matteo Abindi[28]. Nel frattempo in tutta la provincia di Savona, inclusa la Val Bormida, si stavano concentrando circa quindicimila fra soldati ed ufficiali della Divisione San Marco.
Il 18 agosto 1944, cinque partigiani appartenenti alla Brigata Savona, un gruppo di Autonomi guidati da Giuseppe Dotta "Bacchetta", arrestarono tre genieri tedeschi dell'Organizzazione Todt, in località Guadobono, in provincia di Alessandria[29]. Dotta, ritenendo inutile e pericolosa l'azione, ordinò ai suoi uomini di accompagnare i genieri a Santa Giulia. Gli uomini del Biondino avrebbero dovuto portare i prigionieri in automobile a Marsaglia, da Enrico Martini Mauri, ma la benzina scarseggiava ed i dintorni erano presidiati dagli uomini della San Marco. Non rimase che custodire i tre genieri a Santa Giulia[30].
Testimoni interpellati da Fulvio Sasso hanno riferito che Abindi, conscio del fatto che la presenza dei tre genieri rappresentasse un pericolo, non li custodì in prigione, ma li lasciò liberi di muoversi nel paese, sperando che decidessero spontaneamente di fuggire.
Il 19 agosto 1944, per rappresaglia, il Comando tedesco catturò quarantacinque ostaggi nella zona di Malvicino, ed informò il parroco del paese che, se i genieri non fossero stati liberati, tutti gli ostaggi sarebbero stati fucilati ed il paese dato alle fiamme[31]. Le trattative furono condotte da Don Virginio Icardi, detto "Italicus", parroco di Squaneto[32]. Lo scambio andò a buon fine ed i genieri furono liberati il 25 agosto. Nel lasciare Santa Giulia avevano ringraziato Abindi per il buon trattamento ricevuto, promettendo di non rivelare nulla di quanto avevano visto nel paese. Tuttavia, già il giorno seguente i nazisti arrivarono a Castelletto Uzzone e si spinsero fino alle porte di Santa Giulia, ma furono respinti dai partigiani della Brigata Savona[33].
Il 28 agosto 1944 Santa Giulia e la vicina borgata di Sanvarezzo vennero colpite da un rastrellamento nazista[34]. È ipotizzabile che i genieri della Todt avessero rivelato che i partigiani del Biondino non erano così ben armati ed equipaggiati come i nazifascisti temevano. Le abitazioni dei contadini vennero saccheggiate e date alle fiamme. Nel rastrellamento perse la vita Teresa Bracco, una contadina ventenne di Sanvarezzo, trucidata da un soldato nazista per aver resistito ad un tentativo di violenza sessuale. Teresa Bracco è stata beatificata dalla Chiesa cattolica il 24 maggio 1998. Le sue spoglie sono custodite nella chiesa di San Marco Evangelista a Santa Giulia[35].
I soldati tedeschi provenivano da Cairo Montenotte e da Dego, con una formazione a tenaglia che lasciò libera una via di fuga verso il Santuario del Todocco. Lì si ritirarono gli uomini guidati da Abindi, convinti di non avere i mezzi per fronteggiare i nazisti. Nel Santuario del Todocco, i partigiani decisero di attuare una risoluzione già maturata in precedenza: Abindi e i suoi uomini avevano già deciso in maggioranza di abbandonare le Brigate Garibaldi per unirsi agli Autonomi di Enrico Martini Mauri sulle Langhe[36].
La morte di Devic
Dal Santuario del Todocco, Abindi informò, tramite una staffetta, Remo La Valle, detto "Il Tenente Speranza", un ufficiale dei partigiani autonomi di Mauri. Il Tenente Speranza mandò a dire a Devic di trovarsi la sera del 29 agosto all'albergo Corona Grossa di Cortemilia, per discutere di problemi territoriali; in realtà l'intenzione era quella di comunicargli che il Biondino ed i suoi uomini stavano per abbandonare la XVI Brigata Garibaldi[36].
Devic arrivò a Cortemilia accompagnato da "Carlo", il delegato civile della sua brigata. L'incontro fra Devic ed il Biondino avvenne nel ponte sul fiume Bormida, alla presenza di una decina di testimoni, e culminò con l'uccisione di Devic. Il medico necroscopo ravvisò la presenza di quattro ferite d'arma da fuoco nella regione toracica sinistra[37].
Per via orale sono state tramandate diverse versioni contrastanti di questo incidente[38]. La sera stessa del 29 agosto 1944, il delegato civile Carlo rilasciò una testimonianza scritta[39][40]. Dal testo risulta che Devic fosse in uno stato di forte agitazione, per quello che considerava un gesto di grave insubordinazione da parte del Biondino e dei suoi uomini. Si sarebbe rivolto ad Abindi ed ai partigiani "Pino" e "Bettino" con fare particolarmente minaccioso. Al culmine di un acceso diverbio, secondo la testimonianza di Carlo, Devic avrebbe posto le mani sull'arma; immediatamente dopo, il delegato civile riferì di aver udito degli spari e di aver visto Devic cadere a terra.
Questa versione dei fatti, interpretata da alcuni come compatibile con un gesto di legittima difesa da parte di Abindi, è stata confermata dall'ex-partigiano Giuseppe Dotta "Ercolino", uno degli uomini del Biondino che furono fra i testimoni dell'uccisione di Devic, in una testimonianza resa a Fulvio Sasso nel novembre 1999[41].
Tuttavia, esiste anche una seconda testimonianza scritta del delegato civile Carlo, che differisce in maniera significativa dalla prima[42]. Mentre la prima testimonianza fu resa immediatamente dopo i fatti, in un contesto informale e non istruttorio, questa seconda deposizione, redatta il 4 settembre 1944, venne invece raccolta nell'ambito di una relazione ufficiale presso il Comando garibaldino, in un clima di forte tensione successivo all'uccisione di Devic. In questo frangente, Carlo rivide criticamente la prima testimonianza, sostenendo che fosse stata resa sotto pressione. Pur adottando un tono più apertamente accusatorio nei confronti di Abindi, anche questa relazione non chiarisce in modo univoco la dinamica dell'uccisione né identifica esplicitamente l'autore materiale degli spari.
Va sottolineato che l'uccisione di Devic avvenne in un clima di forti contrasti tra le Brigate Garibaldi e le formazioni autonome operanti sulle Langhe[43].
Secondo diverse ricostruzioni storiografiche, l'episodio suscitò una forte indignazione negli ambienti garibaldini, dove venne interpretato da molti come un gesto deliberato, potenzialmente idoneo a innescare un conflitto armato tra le diverse formazioni partigiane. In questo contesto, alcuni nuclei garibaldini avrebbero ricevuto l'ordine di rintracciare e uccidere Matteo Abindi[44][45].
Garibaldini e Autonomi si contesero inoltre il diritto di sottoporre Abindi a processo, non essendo chiaro a quale formazione egli appartenesse formalmente al momento dell'uccisione di Devic. Dopo una fase di incertezza e rinvii, e anche in considerazione dell'intensificarsi degli scontri con le forze nazifasciste, a metà del novembre 1944 venne deciso di rinviare il processo alla fine della guerra[46].
Il Biondino a Roccaverano
Dopo la morte di Devic, Abindi ed i suoi uomini si unirono agli Autonomi guidati da Enrico Martini Mauri, che mise Abindi a capo di un gruppo di circa duecento partigiani, in una zona dell'Astigiano. Il suo comando aveva sede vicino a Roccaverano. Anche col nuovo gruppo, meglio armato rispetto a quello di Santa Giulia, Abindi ebbe modo di dimostrare le proprie capacità di combattente e comandante, portando a termine con successo diverse azioni di guerriglia contro i nazifascisti, in particolare fra il settembre e l'ottobre 1944, come documentato dai diari di Mauri[47].
Abindi aveva l'obbligo di consegnare i prigionieri al Comando di Cortemilia, dove venivano giudicati da un apposito tribunale partigiano, affinché non venissero più giustiziati senza processo né verbale, come sembra che avvenisse a Santa Giulia[48].
In quello stesso periodo, a Roccaverano, Abindi fu protagonista di un episodio controverso, ricostruito successivamente da Fulvio Sasso sulla base di testimonianze raccolte tra la popolazione locale[49]. Secondo tali ricostruzioni, Abindi avrebbe ucciso personalmente due uomini che gli erano stati segnalati da un contadino come rapinatori e stupratori; solo in seguito si sarebbe appreso che si trattava di due ex soldati britannici fuggiti dal campo di prigionia di Montechiaro d'Acqui, che si trovavano con una donna consenziente.
A metà del mese di novembre 1944, le Langhe vennero colpite da una serie di intensi rastrellamenti nazifascisti, che causarono lo sbandamento di diverse formazioni partigiane, già provate dalla sospensione degli aiuti da parte degli Alleati, a seguito del Proclama Alexander.
In questo contesto il gruppo guidato da Abindi si ritrovò sempre più isolato. A seguito degli incidenti che portarono alla morte di Devic e dei due ex soldati inglesi, peggiorò la reputazione di Abindi, che diventò una figura sempre più osteggiata, sia dai nazifascisti, che dai partigiani garibaldini, e non più protetta dagli Autonomi di Mauri. Molti degli uomini di Abindi si unirono alla formazione di Giustizia e Libertà, guidata dall'avvocato Emilio Botta, detto "Bormida", che faceva riferimento al Partito d'Azione[50].
Dopo essere stato ospitato per un breve periodo a casa di Giuseppe Dotta "Ercolino", in località San Massimo, Abindi rimase completamente solo e visse allo sbando, nell'ultimo mese prima della cattura. Secondo le testimonianze raccolte da Fulvio Sasso, in questo periodo Abindi era rassegnato, nella consapevolezza della cattura imminente[51].
La cattura e la morte
Una sera del gennaio 1945 Matteo Abindi si recò presso la cascina Ferré, in località San Massimo, dove una famiglia di suoi conoscenti lo aveva invitato a cena. Trovò ad attenderlo una dozzina di militari della Divisione San Marco, che lo catturarono[50]. Il 13 gennaio il generale della Divisione San Marco Amilcare Farina, elogiò per iscritto i militari coinvolti nell'azione, per aver catturato uno dei più noti capi banda della zona[52].
Abindi fu condotto dai fascisti presso il loro Comando di Altare, dove, secondo le testimonianze raccolte da Sasso, venne percosso, sottoposto a torture e costretto a firmare una confessione scritta. Una decina di giorni dopo la cattura, Abindi fu trasferito nei locali dell'ex riformatorio di Cairo Montenotte, per essere sottoposto a processo. Il 29 gennaio 1945 Matteo Abindi venne condannato alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena. La sentenza fu eseguita alle otto di mattina di giovedì primo febbraio[53].
Durante il periodo di prigionia di Abindi, il partigiano Enrico Chiarlone, appartenente alla formazione di Giustizia e Libertà, guidata da Emilio Botta "Bormida", catturò un sergente tedesco, con l'intento di utilizzarlo per fare uno scambio di prigionieri e liberare Abindi, ma Botta glielo impedì[54]. Il tenente della Divisione San Marco Teodosio Zerminiani, che aveva coordinato l'azione che portò alla cattura di Abindi, venne fucilato dai partigiani il 20 aprile 1945 nella zona di Gorrino[55].
Nell'aprile 2002, l'autore di una lettera anonima inviata al settimanale "Il Corriere di Cairo e della Val Bormida", si dichiarava un ex partigiano di Giustizia e Libertà e sosteneva che la cattura di Matteo Abindi fu il frutto di un accordo fra il Comando della sua formazione ed il tenente Zerminiani. Sempre secondo l'autore della lettera, pochi giorni prima della Liberazione, Zerminiani si rivolse ai partigiani di Giustizia e Libertà, per ottenere protezione, ma venne fucilato perché ritenuto un testimone scomodo[56][57].
I fascisti non adottarono alcun provvedimento punitivo nei confronti del proprietario della cascina Ferré, che aveva invitato Abindi la sera della cattura. Questo elemento è stato segnalato da Fulvio Sasso come un'anomalia rispetto alle prassi repressive usuali e, secondo lo storico, può essere interpretato come un indizio a sostegno dell'ipotesi che la cattura di Abindi fosse il risultato di un accordo[45].
Memoria e controversie
Pur essendo stato per diversi mesi al comando di distaccamenti partigiani numerosi e operativi, per molti anni Matteo Abindi è rimasto ai margini della storiografia sulla Resistenza, risultando quasi assente dalle principali sintesi storiche dedicate al periodo.
Una ricostruzione storiografica univoca della sua figura e del suo operato è resa complessa dalla scarsità e dalla contraddittorietà delle testimonianze scritte. Abindi non fu infatti sottoposto a processo per l'uccisione di Angelo Prete "Devic" né per l'uccisione dei due ex soldati britannici; di conseguenza non esiste una versione giudiziaria ufficiale di questi episodi. Tali fatti, uniti all'ostilità manifestata da parte di numerosi ex partigiani, in particolare appartenenti alle Brigate Garibaldi, contribuirono a compromettere la sua reputazione nel dibattito pubblico del dopoguerra[58][59].
Ulteriori aspetti controversi del suo operato come capo partigiano riguardano le requisizioni e i furti con cui sosteneva la propria formazione, nonché le esecuzioni di informatori o presunte spie effettuate senza processo né verbale. Nel procedimento cui fu sottoposto a Prunetto il 3 agosto 1944, Abindi si difese sostenendo di non aver avuto alternative per mantenere i suoi uomini, non ricevendo aiuti dalla Brigata Garibaldi, e di aver fatto ricorso alle armi esclusivamente per difesa, senza aver avuto il tempo o le condizioni per istituire un tribunale partigiano[60].
A partire dal 1998, i lavori dello storico Fulvio Sasso hanno riacceso il dibattito sulla figura di Matteo Abindi, contribuendo a una rivalutazione almeno parziale del suo operato, in relazione al contributo fornito alla lotta contro il nazifascismo[61].
Secondo l'interpretazione proposta da Sasso al termine delle sue ricerche, Abindi fu un combattente e un comandante dotato di carisma e di notevoli capacità militari, ma caratterizzato da un temperamento impulsivo, che lo portò a compiere scelte discutibili[62]. Sempre secondo Sasso, la sua scarsa istruzione e la volontà di mantenersi indipendente e distante dalla politica ne accentuarono l'isolamento. Dopo la morte, Abindi sarebbe inoltre divenuto una sorta di capro espiatorio, al quale vennero attribuite responsabilità relative ad alcuni degli episodi più controversi della Resistenza nelle aree in cui aveva operato; le ricerche di Sasso hanno tuttavia contribuito a fare chiarezza su alcuni di questi eventi, escludendo il coinvolgimento diretto di Abindi[63].
Nel marzo 2002 sedici ex partigiani che avevano militato nelle formazioni guidate da Abindi presentarono un appello al Comune di Cairo Montenotte per la posa di una targa nel luogo della sua fucilazione: in quanto egli ha combattuto eroicamente contro i nazifascisti in Val Casotto, in Val Bormida e sulle Langhe[64]. La decisione suscitò forti polemiche, ampiamente documentate dalla stampa locale[65]. La targa venne inaugurata il 15 maggio 2002 con una cerimonia privata, alla quale non parteciparono rappresentanti delle istituzioni locali né dell'ANPI[66].
Note
- ↑ Mauro Camoirano, Tradito dai partigiani, fucilato dalla S. Marco, in La Stampa, 23 novembre 1997.
- ↑ Archivio del Comune di Savona, Ufficio di Stato Civile, atto di nascita di Matteo Abindi, 20 settembre 1911.
- ↑ Archivio Storico Diocesano di Savona, registro dei battesimi della parrocchia dell'Ospedale San Paolo di Savona, atto di battesimo di Matteo Abindi, 24 settembre 1911.
- ↑ Archivio della Provincia di Savona, Ospizio per l’Infanzia Abbandonata, fascicolo personale di Matteo Abindi, Reg.tro Gen.le. N. 382, Lett.ra D. Anno 1911/N. 59
- ↑ Sasso, p. 10.
- ↑ Sasso, p. 7.
- ↑ Sasso, p. 9.
- ↑ Sasso, p. 12.
- ↑ Sasso, p. 48.
- ↑ Sasso, p. 14.
- 1 2 Sasso, p. 17.
- ↑ Cordero, p. 170.
- ↑ Cordero, p. 66.
- ↑ Sasso, p. 60.
- ↑ Sasso, p. 23.
- ↑ Sasso, p. 25.
- ↑ Sasso, p. 65.
- ↑ Sasso, p. 72.
- ↑ Lettera di Enrico De Vincenzi al quotidiano "La Stampa", Cairo, il Biondino non merita lapidi., 14 dicembre 2000.
- ↑ Sasso, p. 36.
- ↑ Angelo Prete, su anpi.it.
- ↑ Sasso, p. 54.
- ↑ Sasso, p. 64.
- ↑ Sasso, p. 33.
- ↑ Sasso, p. 30.
- ↑ Sasso, p. 53.
- ↑ Sasso, p. 79.
- ↑ Sasso, p. 77.
- ↑ Giudici, p. 153.
- ↑ Sasso, p. 109.
- ↑ Guida ai luoghi della memoria: Malvicino e Spigno Monferrato, su isral.it.
- ↑ Giudici, p. 135 - 151.
- ↑ Sasso, p. 110.
- ↑ Giudici, p. 215.
- ↑ Beata Teresa Bracco in S. Marco evangelista, su santuaritaliani.it.
- 1 2 Sasso, p. 114.
- ↑ Sasso, p. 184.
- ↑ Adriano Balbo, *Quando inglesi arrivare noi tutti morti. Cronache di lotta partigiana: Langhe 1943-1945* Blu Edizioni 2005, p. 199.
- ↑ Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza in Piemonte (AISRP), fondo B AUT/mb 2 b, "Rapporto", testimonianza di Carlo, Cortemilia, 28 agosto 1944.
- ↑ Sasso, p. 180.
- ↑ Sasso, p. 96.
- ↑ Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza in Piemonte (AISRP), fondo B 30 b, "Relazione sull’omicidio del comandante Devic", 4 settembre 1944.
- ↑ Giampaolo De Luca, *Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese*, Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013, p. 187.
- ↑ Sasso, p. 98.
- 1 2 Il Biondino. L’uomo e il partigiano, su youtube.com.
- ↑ Sasso, p. 101.
- ↑ Sasso, p. 133.
- ↑ Sasso, p. 123.
- ↑ Sasso, p. 124.
- 1 2 Sasso, p. 128.
- ↑ Sasso, p. 129.
- ↑ Sasso, p. 196.
- ↑ Sasso, p. 145.
- ↑ Sasso, p. 155.
- ↑ Sasso, p. 143.
- ↑ Sasso, p. 131.
- ↑ Giudici, p. 380.
- ↑ Sasso, p. 122.
- ↑ Giudici, p. 381.
- ↑ Sasso, p. 80.
- ↑ Il partigiano Biondino; chi era in realtà?, in La Stampa, 3 settembre 1998.
- ↑ Sasso, p. 121.
- ↑ Sasso, p. 118.
- ↑ Sasso, p. 119.
- ↑ Targa per il Biondino? A Cairo esiste disaccordo., in La Stampa, 21 marzo 2002.
- ↑ Una targa commemorativa per il partigiano Abbindi., in La Stampa, 15 maggio 2002.
Bibliografia
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- Angelo Giudici, 28 agosto 1944. Teresa Bracco. Storia di una ricerca, Edizioni dell’Orso, 2007.
- Italo Cordero, Ribelle: Esperienze di vita partigiana dalla Val Casotto alle Langhe, dalla Liguria alle colline torinesi, Mondovì, tipografia Fracchia, 1991.
- Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013
- Stefano d'Adamo, Savona Bandengebiet - La rivolta di una provincia ligure ('43-'45), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999-2000
- Ferruccio Parri (Maurizio), Più duri del carcere, Mario Zino, Giulio Bertonelli, Mario Gherardi, Giovanni Trombetta, Pier Lorenzo Wronowski, Genova, Editrice Emiliano Degli Orfini, 1946.
- Adriano Balbo, Quando inglesi arrivare, noi tutti morti. Cronache di lotta partigiana 1943-1945, Blu Edizioni, 2005.
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- Renzo Amedeo (a cura di), Resistenza monregalese 1943-1945 - Val Casotto - Valli Tanaro - Mongia - Cevetta - Langhe - Valli Ellerio- Pesio - Corsaglia - Maudagna - Josina, Centro Studi Partigiani Autonomi - Associazione Volontari della Libertà, Torino 1986
Collegamenti esterni
- Il Biondino. L'uomo e il partigiano, su youtube.com., documentario prodotto nel 2007 dal Laboratorio Audiovisivi Buster Keaton, Università degli Studi di Genova, nell'ambito di Progetto Memoria 2007/08, promosso da ANPI Comitato Provinciale Savona, sezione ANPI di Cairo Montenotte (SV). Disponibile su YouTube.
- Scheda genealogica di Matteo Abindi su FamilySearch, su familysearch.org., con fotografie e riproduzioni dei documenti anagrafici