Metodo Stanislavskij

Gli interni del Teatro d'arte di Mosca in una foto del 1902-1903

Il metodo Stanislavskij è un approccio sistematico alla recitazione teatrale, messo a punto dall'attore, regista e insegnante teatrale russo Konstantin Sergeevič Stanislavskij nell'arco di un lungo periodo di tempo a partire dai primi anni del '900. Esso è oggi considerato una tappa fondamentale per la nascita della recitazione e del teatro moderno. I risultati degli studi di Stanislavskij furono pubblicati nei libri Il lavoro dell'attore su se stesso del 1938 e Il lavoro dell'attore sul personaggio, uscito postumo nel 1957.

Il metodo si basa sull'approfondimento psicologico del personaggio e sulla ricerca di affinità tra il mondo interiore del personaggio e quello dell'attore, tale per cui l'esternazione delle emozioni del personaggio avviene attraverso la loro interpretazione e rielaborazione a livello intimo da parte dell'attore.

Nascita ed evoluzione del metodo

Stanislavskij
Stanislavskij con gli attori del Teatro d'arte, 1922
Il Teatro d'arte di Mosca nel 1920
Chechov legge Il gabbiano, Stanislavskij, Nemirovič-Dančenko e alcuni attori ascoltano

Quando nel giugno 1897 Konstantin Sergeevič Alekseev, in arte Konstantin Stanislavskij, incontrò lo scrittore e regista Vladimir Nemirovič-Dančenko, insieme cominciarono a porre le basi per la nascita del Teatro d'arte di Mosca, che vide la luce nel 1898. Il metodo di Stanislavskij, da lui spesso chiamato "psicotecnica", si andò delineando nel corso del tempo e attraverso una serie di passaggi successivi.[1]

I primi anni

In un primo momento, Stanislavskij e Nemirovič-Dančenko cercarono di portare gli attori del teatro a una condizione ottimale, contrastandone i vizi quali la dissipazione morale, i ritardi, la mancata conoscenza del testo, ma dotandoli anche di migliori condizioni di vita. Venne loro garantita sempre una piccola stanza dove avere la propria riservatezza e una biblioteca personale. Venne rifiutata qualsiasi gerarchia all'interno della compagnia: tutti gli attori avevano la stessa importanza e chi in uno spettacolo aveva avuto una parte da protagonista, nel successivo avrebbe potuto essere una semplice comparsa. [1] Stanislavskij diceva che "non esistono piccole parti, ma piccoli attori". L'attore doveva andare oltre il proprio "piccolo Ego" per accedere all'"Io spirituale".

Il metodo

A partire dai primi anni del '900, Stanislavskij si rese conto che il compito del regista non doveva sostituirsi agli attori, quanto guidarli verso la scoperta dell'inconscio. Il lavoro "va dal conscio all'inconscio", diceva, bisogna arrivare là dove risiede il materiale incandescente, sotto la soglia dell'Io cosciente e della volontà.

Stanislavskij riconobbe la centralità dell'attore all'interno della messa in scena, attribuendo alla regia non una posizione centrale né tanto meno autoreferenziale, ma di guida e supporto all'attore stesso. Tale consapevolezza crebbe quando Stanislavskij venne in contatto coi testi di Anton Čechov: la messa di scena del Giardino dei ciliegi del 1904 segna i primordi della nascita del metodo.[2]

Se un attore deve replicare uno stesso spettacolo per molto tempo, il rischio è che la sua interpretazione diventi ripetitiva, meccanica, vuota. Per evitare questo, è necessario che l'attore sia profondamente coinvolto in ciò che sta facendo. Stanislavskij ricorda che interpretare significa agire ("Dramma" dal greco δρᾶμα -ατος, significa «azione» e deriva dal verbo δράω «agire»).

L'attore, secondo Stanislavskij, deve agire veramente; fare qualcosa che abbia un significato, solo così può evitare che la sua interpretazione divenga meccanica, vuota, inespressiva.[3]

La centralità dell'azione è quella interiore: l'intenzione. Si può agire anche restando immobili. Anche il pensiero, infatti, è un'azione fisica. Stanislavskij cronometrò una volta l'immobilità di Eleonora Duse (la tragica italiana da cui prese ispirazione per il suo Sistema): 5 minuti! Eppure ogni fibra interna dell'attrice era in subbuglio. L'azione fisica non è dunque il gesto né il semplice movimento della spazio. È qualcosa che coinvolge anima e corpo, ma può essere minima e persino impercettibile.

L'attore deve fondersi col personaggio o meglio, con "la parte" (una parte di sé). Significa che si tratta di un lavoro introspettivo (su se stessi, come recita il titolo del libro), piuttosto che una ricerca esteriore di adeguamento a un modello astratto e "presupposto".

L'attore approfondisce la vita dl personaggio (anche al di fuori di ciò che si vede sulla scena) e associa le emozioni che il personaggio prova nel testo alle proprie esperienze personali. In questo modo l'attore ripesca dal proprio vissuto, ricordando emotivamente quando nella sua vita ha provato emozioni simili (quella che Stanislavskij chiama "memoria emotiva").[4] Questo percorso portò alla nascita del metodo: le prime bozze furono redatte nel 1906, nel 1909 vide la luce una prima versione, infine nel 1911 Stanislavskij era in grado di mettere alla prova con gli attori le tecniche da lui codificate.[5]

A partire dagli anni '30 vi fu un'ulteriore evoluzione senza che ciò significasse rinnegare quanto scoperto in precedenza, poiché l'azione fisica è anzitutto un'azione interiore, non solo esteriore. Non si tratta di discontinuità con quanto fatto in precedenza. Gli attori, prima ancora di imparare il testo, dovevano trovare una serie di azioni fisiche che esprimessero l'intenzione o l'obiettivo della scena. Quando la scena era diventata una sequela di azioni, era infine possibile unire il testo alle azioni fisiche.[6] il testo assume significato nel contesto. Ed è importantel comprdere perché il personaggio dice ciò che dice e con quale obiettivo. È nel come che una parola acquista senso. E questo è dato dal comportamento.

Il personaggio è ciò che fa non ciò che dice o crede di essere.

È il sottotesto che dà senso al testo, ovvero le azioni e intenzioni sottostanti al testo stesso che saranno visibili nel comportamento.

Le opere

Stanislavskij descrisse il suo metodo e la sua evoluzione nelle opere Il lavoro dell'attore su se stesso (1938) e Il lavoro dell'attore sul personaggio, (1957, postumo). Il primo è scritto sotto forma di dialogo tra un gruppo di insegnanti di teatro e un gruppo di allievi, mentre il secondo è suddiviso in due parti: una teorica (come affrontare determinati problemi attorali) e una pratica (analisi degli attori e dei personaggi in tre spettacoli). Il secondo testo rimase incompiuto di poco, a causa della morte dell'autore.[7]

Note

  1. 1 2 Alonge, pp. 66-69; Alonge e Tessari, pp. 164-166.
  2. ↑ Malcovati, p. 140; Alonge, pp. 70-72; Alonge e Tessari, pp. 170-171.
  3. ↑ Alonge, pp. 70-72; Alonge e Tessari, pp. 170-171.
  4. ↑ Malcovati, pp. 150-152; Alonge, pp. 70-72; Alonge e Tessari, pp. 170-171.
  5. ↑ (EN) Perviz Sawoski, The Stanislavski System Growth and Methodology (PDF), 2ª ed.. URL consultato il 7 gennaio 2026 (archiviato dall'url originale il 10 febbraio 2016).
  6. ↑ Malcovati, pp. 186-189; Alonge, p. 72; Whyman, p. 247.
  7. ↑ Malcovati, p. 141.

Bibliografia

  • Roberto Alonge, Il teatro dei registi, Laterza, 2006, ISBN 978-88-420-7368-0.
  • Roberto Alonge e Roberto Tessari, Manuale di storia del teatro, UTET, 2006, ISBN 978-88-6008-059-2.
  • Fausto Malcovati, Stanislavskij - Vita, opere e metodo, Laterza, 2011, ISBN 978-88-420-3232-8.
  • (EN) Rose Whyman, The Stanislavsky System of Acting: Legacy and Influence in Modern Performance, Cambridge University Press, 2008.

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