Mimo greco

Con mimo o mimo greco si intende una forma parateatrale (non era un genere letterario), destinato appunto alla rappresentazione teatrale.

Aristotele

Evoluzione

Le origini: Sofrone

Il mimo sembra essere stato inventato da Sofrone di Siracusa nel V secolo a.C.. Sofrone fu autore di dialoghi in prosa in dialetto dorico[1], contenenti personaggi sia maschili che femminili, alcuni seri, altri umoristici, e raffiguranti scene di vita quotidiana dei greci siciliani. Sebbene in prosa, erano considerati poemi[2]; in ogni caso non erano destinati alla rappresentazione teatrale. Erano scritti in un linguaggio conciso e popolare, ricco di proverbi e colloquialismi. La prima citazione del genere e di Sofrone è in Aristotele, che paragonò il mimo ai dialoghi socratici[3]: «q|L'arte [l'imitazione] che si avvale soltanto della prosa nuda [ossia senza musica] o dei versi (e questi sia mescolati tra loro, sia usanti un solo genere di metri) si trova ad essere finora priva di un nome comune: non avremmo infatti alcun termine comune da applicare ai mimi di Sofrone e di Senarco e ai dialoghi socratici, né se qualcuno compisse l'imitazione mediante trimetri [giambici] o elegie o qualcos'altro del genere.|Traduzione A. D'Andria» Di sicuro, le pantomime di Sofrone erano scritte; ciò che abbiamo non sono trascrizioni di una performance improvvisata, né scenari di tipo Commedia dell'Arte, ma questo è il limite massimo a cui possiamo spingerci con la definizione di "letterario" applicata a Sofrone, ed è ben lontano dal dimostrare che queste pantomime non venissero recitate su un palcoscenico, per strada o nella piazza del mercato per un pubblico più ampio. Sarbbero, comunque, necessarie prove più solide per sostenere che Sofrone scrivesse solo per rappresentazioni simposiali e per un pubblico relativamente sofisticato che apprezzava la rappresentazione caricaturale della gente semplice.

La prima rappresentazione di mimo di cui abbiamo testimonianza diretta è descritta da Senofonte[4], con la descrizione di un mimo nel suo Simposio, con il suo sentimentalismo erotico relativo agli amori di Dioniso e Arianna:

«Dopo di ciò, per prima cosa fu sistemato un trono all'interno, poi entrò il Siracusano e disse: «Uomini, Arianna sta per entrare nella stanza sua e di Dioniso; dopo di ciò giungerà Dioniso, un po' brillo per essere stato con gli dei, ed entrerà da lei; poi scherzeranno tra loro». Dapprima dunque giunse Arianna, adornata come una sposa, e si sedette sul trono. Non essendo ancora apparso Dioniso, si suonava col flauto il ritmo bacchico. Fu allora che ammirarono il maestro di ballo: non appena Arianna lo udì, fece un gesto tale che chiunque avrebbe capito che aveva ascoltato con gioia; e non gli andò incontro né si alzò, ma era evidente che a stento se ne stava tranquilla. Quando poi Dioniso la scorse, avvicinandosi a passo di danza con atteggiamento quanto mai affettuoso, le si sedette sulle ginocchia e, abbracciandola, la baciò. Ella sembrava provar vergogna, ma tuttavia ricambiava l'abbraccio con affetto. E i commensali, vedendoli, sia applaudivano sia gridavano di farlo ancora.

Quando Dioniso, alzandosi, fece alzare con sé Arianna, a quel punto fu possibile contemplare gli atteggiamenti di loro due che si baciavano e si abbracciavano. Coloro che li guardavano, vedendo Dioniso davvero bello e Arianna nel fiore della giovinezza, e notando che non scherzavano ma si baciavano davvero con le labbra, contemplavano la scena tutti elettrizzati. E infatti udivano Dioniso che le chiedeva se lo amasse, ed ella giurava in modo tale che non solo Dioniso, ma anche tutti i presenti avrebbero giurato che il giovane e la fanciulla si amavano reciprocamente. Sembravano infatti non persone a cui erano state insegnate quelle movenze, ma persone a cui era stato permesso di fare ciò che desideravano da tempo.»

La prima prova nota di una rappresentazione pubblica di una compagnia di mimi è, comqunque, datata all'ultimo quarto del III secolo a.C.

L'ellenismo

In età ellenistica, con Teocrito il mimo assunse caratteristiche diverse in quanto non fu più un genere scenico, ma esclusivamente di lettura e venne scritto in versi. Propriamente imitanti il mimo sono gli idilli 2, 14 e 15, definibili "mimi urbani": la Simeta del secondo idillio ama un uomo che chiama esplicitamente di Mindo, e annovera tra i suoi amici e conoscenti un'infermiera trace e un esperto di farmaci assiro; l'idillio 14 presenta un simposio non elitario a cui partecipano un argivo, un tessalo e un soldato, e si conclude con il consiglio di Tionico ad Eschine di partire per l'Egitto e unirsi alle fila dei mercenari di Tolomeo. Su questa falsariga, tra popolare e erudito, si muovono i mimiambi di Eroda, specie il V e il VII, con argomenti richiamanti scabrose composizioni note anche dai papiri[5].

Ilarodia e magodia

Inoltre in età ellenistica si divideva tra ilarodia e magodia. La magodia indicava che il mimo rappresentava qualcosa di tragico, come nel caso del cosiddetto Fragmentum Grenfellianum, noto come il "Lamento dell'amante abbandonata"[6]: sul recto del papiro è presente un contratto risalente all'ottavo anno di Tolomeo Filometore (173 a.C.), il che permette di datare il testo poetico al II secolo a.C. Inizialmente si pensava a un testo prosastico, il cui schema metrico è composto da dattili, giambi, anapesti, cretici, docmi.

Per quanto riguarda la "ilarodia", rappresentava qualcosa di comico, spesso con richiami parodici ad autori come Euripide: un esempio è il P. Oxy. 413, il noto "Mimo di Charition". Attualmente custodito a Oxford presso la Bodleian Library[7], il papiro fu edito per la prima volta da B. P. Grenfell e A. S. Hunt nel terzo volume di The Oxyrhynchus Papyri (1903), per poi essere oggetto di ulteriori edizioni e approfondimenti critici da parte di studiosi come Crusius, Manteuffel, Page, Wiemken e censito al numero 1745 del catalogo di Pack. Dal punto di vista cronologico, mentre la scrittura sul recto risale alla metà del II secolo d.C., il testo del mimo riportato sul verso è stato stilato in un momento leggermente successivo. Il testo può essere visto come una vera e propria traccia o canovaccio destinato alla messa in scena drammatica.

Interessante è l'ipotetica lingua indiana pronunciata dai personaggi barbari presenti nella pièce, che hanno rapito Charition, l'eroina, salvata dal buffone, il fratello della ragazza, il capitano della nave. Interessanti sono le didascalie sceniche (parepigraphai) e le notazioni musicali a margine: il papiro contiene, infatti, prescrizioni rumoristiche e comiche (inclusi suoni corporei e percussioni), affiancate da simboli interpretati come indicazioni per l'esecuzione di strumenti musicali, quali il tamburo (tympanismos) e le nacchere (krotalismos).

Note

  1. ↑ Suda, Σ 893.
  2. ↑ Ne restano 172 frammenti molto brevi, inizialmente raccolti nel classico studio di A. Olivieri, Frammenti della commedia greca e del mimo nella Sicilia e nella Magna Grecia. Parte seconda (Napoli, 1930).
  3. ↑ Poetica, 1447a 28
  4. ↑ Simposio 9, 2-6.
  5. ↑ Si vedano i frammenti di mimi in Herodae Mimiambi. Cum Appendice fragmentorum mimorum papyraceorum, Edidit I. C. Cunningham, Leipzig, BSB B. G. Teubner Verlagsgesellschaft, 1987, pp. 26-61.
  6. ↑ P. Grenf. 1, 1.
  7. ↑ Con la segnatura MS. Gr. class. b. 4(P).

Bibliografia

  • A. Olivieri, Frammenti della commedia greca e del mimo nella Sicilia e nella Magna Grecia. Parte seconda, Napoli, Libreria Scientifica Editrice, 1930.
  • D. L. Page, Select Papyri, III: Literary Papyri (Poetry), Loeb Classical Library, Harvard, University Press, 1941.
  • I. C. Cunningham, Herodas: Mimiambi, Oxford, Oxford University Press, 1971.
  • H. Wiemken, Der griechische Mimus. Dokumente zur Geschichte des antiken Volkstheaters, Bremen, Universiataverlag, 1972.
  • R. Kassel, C. Austin, Poetae Comici Graeci (PCG), Vol. I, Berlin-New York, De Gruyter, 2001 (pp. 187–253: Edizione critica standard attuale di tutti i testimoni e frammenti).
  • J. H. Hordern, Sophron and the Mime,Oxford, Oxford University Press, 2004.

Voci correlate