Mon chien

Mon chien
Una bambina con il suo cane, un legame inviolabile che nel film Mon chien viene violentemente tradito
Titolo originaleMon chien
Lingua originalefrancese
Paese di produzioneFrancia
Anno1955
Durata25 min
Dati tecniciB/N
Generedrammatico, documentario
RegiaGeorges Franju
Soggettocommento di Jacques Prévert
SceneggiaturaGeorges Franju
ProduttoreProcinex (Claude Jaeger), Antinex
Produttore esecutivoAssistenti alla regia Nicole Stephane e Michel Worms
FotografiaGeorges Delaunay e Jean Penzer
MusicheHenri Crolla, orchestra diretta da André Hodier
Interpreti e personaggi
  • Jacqueline Lemaire : la bambina
  • Il cane Rex: proprietario Marcel Lesourd
  • voce off: Roger Pigault

Mon chien è un film del 1955 di Georges Franju.

Narra della crudeltà di una separazione valutata degenere tra l'essere umano e un cane in occasione delle vacanze estive.

Trama

Il cortometraggio inizia con un avviso, una lunga didascalia che parla dell'abbandono dei cani nei mesi estivi e del destino impietoso che li aspetta, che siano bastardi o appartenenti a razze di ogni tipo. Dalle immagini idilliache del rapporto tra una bambina e il suo cane in una tranquilla villetta della borghesia si passa, in occasione delle vacanze, all'abbandono del cane in un bosco con la bambina che passa dall'incredulità alla disperazione. La tragica odissea canina diventa così la storia che il film racconta, con l'impietoso finale che, pur previsto, si fa fatica ad accettare.

Accoglienza

Critica

Jean Wagner in Éducation et cinéma scrivendo del film di Georges Franju ha valutato senza appello, e andando oltre Mon chien, la crudeltà e la superficialità insita nell'abbandono.[1]

Alla scheda di Mon chien presente nel volume dedicato al regista Georges Franju, Andrea Martini estrapola un dato tecnico oltre che affettivo: «La macchina da presa di Franju diventa soggettiva: sposa il punto di vista dell'animale, il suo arrivo di notte davanti alla casa chiusa, i suoi sforzi per superare il cancello ostile e infine l'ingresso nel sistema che riserviamo a quelli che abbiamo ancora il coraggio di definire nostri fratelli inferiori: il canile!».[2]

Marcella Leonardi nota che Mon chien segue, a distanza di circa un quinquennio, l'orrorifico Le Sang des bêtes e dà del protagonista animale una lettura antropomorfa prima valutandolo «Poetico e di una tristezza inenarrabile, quasi un thriller dai chiaroscuri profondi ma anche precursore dell’alienazione da nouveau romann», poi scrivendo ancora che «Le immagini degli animali dietro le sbarre spezzano il cuore, così come accadeva in Umberto D. (1952) di Vittorio De Sica».[3]

In seguito a questa dichiarazione di Franju: «Girare questo film mi ha trascinato giù per la china scivolosa del sentimentalismo. Me ne pento. D'altra parte, ho scelto di non girare la scena cruciale al canile, quella dell'uccisione con il gas», Bernardo Eisenschitz ha scritto: «È proprio questa omissione a rendere Mon chien il più crudele di tutti i film di Franju, perché tutto appare normale in questo viaggio di un cane condannato a morte non appena il suo padrone gli toglie il collare e la targhetta».[4]

Patrimonio, tra altre istituzioni culturali, della Cineteca di Bretagna, alla scheda del film, definito una fiaba realista, si legge che la visione finale dei cani prigionieri, dietro le loro sbarre, ci fanno vivere gli ultimi istanti di un condannato a morte.[5]

Note

  1. ↑ Jean Wagner, Éducation et cinéma, febbraio 1959.
  2. ↑ Andrea Martini (a cura di), Georges Franju, Fondazione Pesaro Nuovo Cinema onlus - Editrice Il Castoro, giugno 1999, pp. 151-152.
  3. ↑ Marcella Leonardi, Un cortometraggio di Georges Franju contro gli abbandoni estivi: Mon chien (1955), in Frammenti di cinema, 16 luglio 2025. URL consultato il 21 aprile 2026.
  4. ↑ Il Cinema ritrovato, Mon chien Georges Franju, in Cineteca di Bologna copia da Cinémathèque française, 2019. URL consultato il 21 aprile 2026.
  5. ↑ Cineteca di Bretagna, su cinematheque-bretagne.bzh.

Collegamenti esterni