Nicolò Bozzo

Nicolò Bozzo
Nicolò Bozzo ritratto in divisa da Generale di Divisione
NascitaGenova Pra', 10 giugno 1934
MorteGenova, 28 gennaio 2018
Cause della mortenaturale
Luogo di sepolturaCimitero di Genova Pra'
Dati militari
Paese servitoItalia (bandiera) Repubblica italiana
Forza armata Esercito Italiano
ArmaArma dei Carabinieri
Anni di servizio1956 - 1996
GradoGenerale di Divisione
CampagneLotta al terrorismo politico italiano, anni di piombo
Comandante di Tenenza CC
Milano/P.ta Sempione
Unità radiomobili CC Milano
Reparti antiterrorismo Italia settentrionale
Comando provinciale CC Savona.
Legione CC Catanzaro
Capo di Stato Maggiore Comando interregionale CC "Pastrengo" Milano
Regione CC Lombardia.
Comando interregionale CC "Pastrengo" Milano
Polizia Municipale di Genova
DecorazioniGrande Ufficiale al Merito della Repubblica italiana
Studi militari17° Corso presso Scuola allievi Ufficiali e Sottufficiali di Artiglieria A.u.C. in Foligno

Laurea in Giurisprudenza - Università degli Studi di Milano

Laurea in Scienze Politiche - Università degli Studi di Milano

Titolo Scuola di guerra dell'esercito 94° corso

4° corso di formazione alla Scuola di perfezionamento per le forze di polizia (SFP) di Roma

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Nicolò Bozzo (Genova, 10 giugno 1934 – Genova, 28 gennaio 2018) è stato un carabiniere, investigatore e generale italiano.

Ufficiale dei Carabinieri dal profilo pubblico riservato. Nel corso della sua carriera operò nel contrasto al terrorismo interno, in ambito investigativo e istituzionale, in una fase storica segnata anche dalle attività di intelligence e dalle inchieste sulle strutture clandestine emerse durante gli anni di piombo.
Si occupò di vicende relative alle infiltrazioni massoniche nell’Arma. Partecipò alle indagini sul rapimento di Aldo Moro, la strage di Ustica[1] e alle operazioni contro le Brigate Rosse, tra cui l'irruzione di via Fracchia, a Genova, nel 1980.[2][3] L'episodio, nel corso del quale furono uccisi quattro militanti brigatisti, è stato oggetto di ampio dibattito pubblico e giudiziario.[4][5] Le ricostruzioni disponibili, basate su atti processuali e testimonianze, offrono interpretazioni differenti delle modalità dell’intervento.
Fu inoltre coinvolto nelle vicende relative al tentativo di colpo di Stato noto come “Piano Solo”, attribuito al generale De Lorenzo.[6] Secondo quanto da lui stesso riferito in successive testimonianze, durante la crisi politica del 1964 avrebbe ricevuto incarichi operativi nell’ambito delle misure predisposte dall’Arma dei Carabinieri per fronteggiare eventuali disordini politici e sociali a Milano, e avrebbe avuto conoscenza di elenchi di esponenti politici e sindacali[7] destinati a possibili provvedimenti restrittivi in caso di attuazione del piano.[8][9]

Biografia

Intraprese la carriera militare nell’Arma dei Carabinieri nel 1956, ottenendo la nomina a Sottotenente di Complemento nel 1957. La sua attività si sviluppò nel contesto storico della fase immediatamente successiva al Conflitto Mondiale e della successiva instabilità politica e sociale della Repubblica italiana. Ricoprì incarichi a Milano, Savona, Messina, Catanzaro, Genova e in altre città. Operò in coordinamento con Ufficiali di alto grado, tra cui il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, del quale divenne stretto collaboratore. Fu lo stesso dalla Chiesa a volerlo al proprio fianco nei Reparti Speciale Antiterrorismo,[10] affidandogli la responsabilità operativa e il coordinamento delle attività di polizia giudiziaria per l’Italia settentrionale.[11][12] In tale ruolo ne condivise l’impegno nel contrasto all’eversione politica durante il periodo degli anni di piombo, operando in qualità di Ufficiale dell’Arma, nell’ambito delle iniziative istituzionali di prevenzione e repressione dell’eversione armata.

Anni di piombo

Negli anni del terrorismo (1970–1980 circa), Nicolò Bozzo fu attivo in diverse Operazioni e indagini dei Carabinieri contro organizzazioni armate di estrema sinistra. Alcuni dettagli delle Operazioni rimangono riservati; le fonti disponibili riportano principalmente gli episodi in cui Bozzo è espressamente citato. Tra le operazioni documentate figura l’arresto di Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse, avvenuto durante un’irruzione in un covo a Milano, in via Maderno, come riportato dalla stampa dell’epoca.[13]
Nelle indagini coordinate da Nicolò Bozzo contro le Brigate Rosse, il 20 febbraio 1980 a Torino, dopo una serie di fortunate coincidenze, i Carabinieri arrestarono Patrizio Peci e Rocco Micaletto nel corso di accertamenti su un possibile covo.[14]

Fotografia investigativa che ritrae Patrizio Peci, Rocco Micaletto e di spalle Angela Vai, militanti delle Brigate Rosse, realizzata tra il 1979 e il 1980 dal Nucleo antiterrorismo dell’Arma dei Carabinieri nel corso di attività investigative contro l’organizzazione durante gli Anni di piombo. La fotografia proviene dall’archivio privato della famiglia del generale Nicolò Bozzo.

In seguito all’arresto, Peci avviò una collaborazione con l’autorità giudiziaria. Durante gli interrogatori, rese dichiarazioni al Generale Carlo Alberto dalla Chiesa ed all’allora Tenente Colonnello Bozzo, fornendo informazioni che contribuirono allo sviluppo delle indagini e all’individuazione di diversi covi dell’organizzazione, tra cui quello di via Fracchia a Genova.[15]
Nel quadro delle attività di contrasto al terrorismo svolte in quegli anni, rientrarono anche le indagini relative all’omicidio del giornalista Walter Tobagi, avvenuto a Milano nel 1980. In tale ambito Bozzo prese parte alle attività investigative condotte dall’Arma dei Carabinieri[16] per l’individuazione dei responsabili dell’attentato.[17] Le indagini portarono successivamente all’arresto dei membri del gruppo responsabile dell’azione.[18]
A seguito dell'omicidio emersero sospetti su possibili omissioni informative da parte di alcuni Ufficiali dell'Arma, che avrebbero avuto contatti con infiltrati nei gruppi terroristici senza rivelare l'attentato imminente, come discusso in alcune ricostruzioni giornalistiche.[19]
Durante il sequestro di Aldo Moro,[20] Bozzo fu coinvolto in diverse fasi dell’indagine,[21] tra cui l’irruzione nel covo di via Monte Nevoso a Milano, il 1º ottobre 1978, nel corso della quale furono arrestati militanti delle Brigate Rosse, tra cui Nadia Mantovani, Franco Bonisoli e Lauro Azzolini.[22][23] L’episodio assunse particolare rilievo a seguito del ritrovamento, nel 1990,[24] di ulteriori documenti nello stesso appartamento già perquisito nel 1978, tra cui materiale riconducibile al cosiddetto memoriale Moro. Il rinvenimento di tali documenti, non individuati durante la precedente operazione, sollevò dubbi sull’accuratezza delle perquisizioni e sull’eventuale incompletezza delle attività investigative svolte all’epoca.[25][26]

Tali circostanze portarono a un approfondimento da parte delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro,[27] che esaminarono le modalità operative degli interventi effettuati in via Monte Nevoso e le responsabilità dei soggetti coinvolti. In questo contesto, Bozzo fu ascoltato come testimone sugli incarichi ricoperti, fornendo la propria ricostruzione delle operazioni condotte dall’Arma dei Carabinieri nel corso delle indagini.[28][29]
Il periodo degli anni di piombo coincise con una fase rilevante della carriera del Generale Bozzo, caratterizzata dall’impegno nelle attività di contrasto alla criminalità politica e terroristica.

Irruzione di via Fracchia

Nel corso della sua attività di contrasto al terrorismo durante gli anni di piombo, Nicolò Bozzo prese parte alle operazioni che portarono all’individuazione, a Genova, di un appartamento in via Umberto Fracchia utilizzato come base operativa delle Brigate Rosse, sulla base delle indicazioni fornite dal brigatista pentito Patrizio Peci.

Il tenente colonnello dei Carabinieri Nicolò Bozzo davanti a una bandiera delle Brigate Rosse sequestrata durante le indagini successive all’irruzione nel covo brigatista di via Fracchia a Genova (28 marzo 1980), un episodio significativo della lotta contro il terrorismo interno in Italia. La fotografia proviene dall’archivio privato della famiglia del generale Nicolò Bozzo.

Nella notte del 28 marzo 1980 l’irruzione nell’appartamento fu condotta sul campo dal capitano Michele Riccio nell’ambito del Nucleo speciale antiterrorismo dell’Arma; Bozzo ne aveva curato la pianificazione e la direzione strategica dell’intervento.[30]

Durante l’operazione si sviluppò un conflitto a fuoco tra i carabinieri e i brigatisti presenti. Nell’azione persero la vita quattro militanti delle Brigate Rosse: Riccardo Dura, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli e Annamaria Ludmann; il maresciallo dei carabinieri Rinaldo Benà rimase gravemente ferito.[31]

Secondo le ricostruzioni dei responsabili dell’operazione, i militari intimarono la resa agli occupanti dell’appartamento e il conflitto a fuoco ebbe origine quando i brigatisti reagirono aprendo il fuoco. Bozzo ha successivamente affermato che, nell’ambito delle operazioni contro le Brigate Rosse, le linee guida dell’Arma prevedevano il rispetto dei diritti dei militanti arrestati; nel caso di via Fracchia, tutti gli occupanti del covo persero la vita durante il conflitto a fuoco.

La fotografia qui inserita costituisce un documento d’archivio relativo alla fase investigativa successiva all’irruzione di via Fracchia e non è da intendersi come forma di scherno nei confronti di alcuna delle parti coinvolte nella vicenda.

Rapporti tra ufficiali dell’Arma e ambienti massonici

Secondo fonti giornalistiche e biografiche, il generale Nicolò Bozzo ha ricoperto anche l’incarico di presidente del COCER dell’Arma dei Carabinieri, eletto nel 1980 e rieletto nel 1984 per un secondo mandato.[32][33][34] Il COCER è l’organismo di rappresentanza militare previsto dall’ordinamento per il personale delle Forze armate, compresa l’Arma dei Carabinieri e non costituisce un sindacato in senso civilistico; la sua presidenza è una carica elettiva, tra gli ufficiali/militari, distinta dagli incarichi di comando. Le fonti che attribuiscono a Bozzo tale ruolo lo collegano alle sue iniziative di denuncia relative a presunte ingerenze della loggia massonica P2 all’interno dell’Arma dei Carabinieri.[35][36] Tuttavia, allo stato delle conoscenze disponibili, non risultano documenti ufficiali o atti istituzionali che attestino formalmente lo svolgimento di tale incarico. Nel 1981 denunciò 51 ufficiali dei Carabinieri, mettendo a rischio la propria carriera (la denuncia riguardava presunte penetrazioni della loggia P2[37] di Licio Gelli all’interno dell’Arma e, secondo una recensione del libro "Nei secoli fedele allo Stato" di Michele Ruggiero, tale gesto non gli sarebbe stato perdonato da alcuni settori dell’Arma e della politica),[38] accusati di essere affiliati alla massoneria deviata, ritenendo tali presenze incompatibili con la legalità e l’integrità dell’istituzione militare.[39] Negli anni successivi fu ascoltato in diverse audizioni parlamentari[28][40] dedicate al terrorismo e alle stragi degli anni di piombo, nelle sue deposizioni e in successive pubblicazioni, Bozzo sostenne l’esistenza di contrasti interni all’Arma riconducibili, a suo giudizio, alla presenza di infiltrazioni massoniche che avrebbero influito negativamente sull’efficacia operativa e sulla conduzione di alcune indagini.[41][42] La sua azione fu orientata alla tutela della trasparenza e l'onestà all'interno dell'Arma dei Carabinieri.[43][44]

Sviluppi sulla strage di Ustica

La sua testimonianza[45] fu acquisita anche nell’ambito delle indagini sulla strage di Ustica. In particolare, la sua presenza casuale presso la base aerea francese di Solenzara la notte del 27 giugno 1980 fu oggetto di approfondimento da parte del giudice istruttore Rosario Priore,[46] il quale, nell’ordinanza-sentenza, la indicò come elemento significativo ai fini della ricostruzione dei fatti.[47] Negli atti si afferma che tale circostanza attestava l’operatività della base[48][49] nella fascia oraria considerata e si inseriva nel quadro ricostruttivo che ipotizzava lo svolgimento di un combattimento aereo in corrispondenza del cosiddetto “punto Condor”,[50] denominazione utilizzata per indicare la posizione lungo l’aerovia tra le isole di Ponza e Ustica in cui si registrò l’ultimo contatto radar con il volo DC-9 Itavia.[51]

Vicende nella Regione Liguria

A Savona, insieme ai giudici Francantonio Granero e Michele Del Gaudio, partecipo' alle indagini e all’arresto del presidente della Regione Liguria Alberto Teardo,[52][53] nell’ambito di vicende amministrative e politiche documentate da fonti giornalistiche e ufficiali.[44][54] Teardo, esponente del Partito Socialista, era accusato di corruzione e associazione a delinquere e si era appena dimesso dalla presidenza della Regione per candidarsi alla Camera dei deputati; l’arresto segnò la fine della sua carriera politica. Questo caso rappresentò una delle prime importanti indagini anticorruzione in Liguria. L'allora tenente colonnello dei Carabinieri Nicolò Bozzo fornì un supporto operativo decisivo ai giudici, mettendo a loro disposizione una base sicura nella caserma di Corso Ricci a Savona. Da questa sede, nel 1983, partirono i mandati di arresto per Teardo e i suoi complici, segnando una tappa significativa nella lotta alla corruzione politica. Il coinvolgimento di Teardo nelle liste della loggia massonica segreta P2 alimentò il clima di tensione legato alla "questione morale" (in riferimento alla “questione morale” sollevata da Enrico Berlinguer nel 1981, secondo cui l’appartenenza alla loggia massonica P2 — associazione segreta ritenuta un centro di potere occulto — costituiva motivo di inopportunità politica, a prescindere da eventuali rilievi penali), che precedette gli scandali di Mani Pulite. La cosiddetta “questione morale savonese” invece si caratterizzò, rispetto ad altri fenomeni analoghi, per aspetti di particolare originalità: non si trattava solo di una “centrale” di raccolta di tangenti ma di un fenomeno di contropotere organizzato, in cui poteri extra-legali (come le logge massoniche "coperte") determinavano gli assetti politici e gli atti concreti della Pubblica Amministrazione, al di fuori da qualsiasi possibilità di controllo democratico.[55] Il contributo di Bozzo fu fondamentale per garantire il regolare svolgimento delle indagini, consolidandolo come figura centrale[56] nello smantellamento di una delle reti di corruzione più rilevanti della Liguria negli anni '80.[57][58] Successivamente, il suo operato attirò l’attenzione del pool di Mani Pulite,[59] che gli affidò la consegna del primo avviso di garanzia all’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi (il 21 novembre 1994, durante la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità transnazionale a Napoli), riconoscendone la sua capacità e professionalità nella gestione di indagini di alto profilo.[60][61][62]

Periodo dei sequestri di persona in Calabria

Durante il periodo di comando della Legione Carabinieri di Catanzaro, Nicolò Bozzo fu coinvolto anche nelle operazioni di contrasto ai sequestri di persona in Calabria alla fine degli anni Ottanta, tra cui quella che portò alla liberazione di Cesare Casella.[63] Quando Bozzo arrivò in Calabria nel 1989, erano già sei gli ostaggi nelle mani delle bande di sequestratori tra l'Aspromonte e la Sila. Grazie all'adozione delle nuove procedure da lui introdotte, cinque dei sei ostaggi furono liberati, mentre uno, l'anziano Vincenzo Medici, morì durante la prigionia.[64]

Colonnello Bozzo, liberazione Cesare Casella

Secondo quanto riportato nel libro "Nei secoli fedele allo Stato" di Michele Ruggiero,[65] la svolta nelle indagini sul sequestro Casella si verificò alla fine del dicembre 1989, quando vennero impiegati alcuni operatori del Gruppo di Intervento Speciale (GIS), inviati sotto copertura come finti intermediari della famiglia Casella, con l’obiettivo di consegnare una parte del riscatto. A tal fine venne predisposto uno stratagemma che prevedeva l’utilizzo di un veicolo appositamente modificato per il trasporto occulto di militari.

Secondo la stessa fonte,[66] l’incontro con i sequestratori si concluse con uno scontro a fuoco, nel corso del quale Giuseppe Strangio, capo della banda, rimase ferito a una gamba e venne successivamente arrestato. Dopo 743 giorni di prigionia, nel gennaio 1990 Cesare Casella fu liberato.

Creazione dei Cacciatori d’Aspromonte (oggi Squadrone eliportato carabinieri cacciatori "Calabria")

Colonnello Bozzo in tuta operativa, in Aspromonte

Nel periodo in cui guidò la Legione Carabinieri di Catanzaro, Nicolò Bozzo operò contro il fenomeno dell’“anonima sequestri” in Calabria. L’Arma aveva predisposto un sistema di “squadriglie” incaricate della perlustrazione delle aree montane; tale modello operativo si rivelava tuttavia poco efficace, poiché le pattuglie risultavano facilmente individuabili e monitorate dalla criminalità organizzata sin dalla loro uscita dalle caserme, perdendo l’effetto sorpresa.

Ispirandosi ai principi operativi adottati nella lotta al terrorismo dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, Bozzo propose la creazione di un’unità mobile eliportata, caratterizzata da elevata specializzazione e dalla capacità di operare stabilmente nelle aree impervie dell’Aspromonte e della Sila. Secondo quanto riportato da Michele Ruggiero,[67] Bozzo ne curò l’impostazione organizzativa e l’identità distintiva, contribuendo alla definizione del nome, delle uniformi e del basco. Il reparto denominato originariamente, carabinieri “Cacciatori d’Aspromonte”, prevedeva l’inserimento degli operatori tramite elicotteri direttamente nelle zone montane, evitando la prevedibilità degli spostamenti dalle caserme e assicurando una presenza operativa continuativa sul territorio.

I Baschi rossi dello squadrone "Calabria".

Il reparto venne istituito il 1º luglio 1991 a Vibo Valentia, nell’ambito del Comando Regione Calabria; successivamente assunse la denominazione di “Squadrone Eliportato Carabinieri Cacciatori Calabria”, operando a supporto delle attività dell’Arma in contesti territoriali complessi.[68]

Nominato Generale di Divisione, prima di andare in ausiliaria nel 1996.

Profilo e contributo istituzionale

Nel corso della sua carriera Bozzo è ricordato da colleghi e studiosi come un ufficiale integerrimo e coerente; ricoprì incarichi di comando sia territoriali sia operativi, maturando esperienza nei settori della sicurezza interna.
Il suo impegno discreto a favore dello Stato contribuì in modo significativo alla tutela della legalità durante il periodo segnato dal terrorismo politico e dalla criminalità organizzata in Italia. La sua attività si articolò attraverso incarichi diversi e in contesti istituzionali complessi, portandolo a operare in fasi significative della storia repubblicana italiana.[69]
Le sue testimonianze e attività operative sono state successivamente utilizzate da magistrati, ricercatori e commissioni parlamentari come elementi di supporto nella ricostruzione delle strategie di contrasto al terrorismo interno e di altre vicende della sicurezza nazionale. Il suo profilo, oggetto di interesse soprattutto negli studi relativi agli anni di piombo e all’organizzazione delle strutture operative delle forze di sicurezza,[70] contribuisce a evidenziare il ruolo di una figura professionale e silenziosa, rimasta spesso ai margini della memoria pubblica.
Ad oggi risulta essere l'unico Generale di Divisione dell'Arma dei Carabinieri, nato a Genova.[71]

Comandante della Polizia municipale di Genova

Il Generale Nicolò Bozzo con la divisa da comandante della Polizia Municipale di Genova

Dopo il pensionamento dall'Arma, tra il 1998 e il 2002, Bozzo ha ricoperto il ruolo di comandante della polizia municipale di Genova, durante il quale è stato testimone di eventi di grande rilievo, quali il G8 del 2001.[72] In quella veste aveva potuto assistere ai fatti di piazza Alimonda, che hanno visto la morte di Carlo Giuliani il 20 luglio 2001, nonché alla cosiddetta “macelleria messicana” nella scuola Diaz. Questi rappresentano solo due tra i numerosi episodi accaduti nel corso del G8 di Genova, dalla cui organizzazione e gestione Bozzo e la polizia municipale furono, forse non a caso, completamente esclusi.[73]

Ultimi anni e riconoscimenti

In sintesi, Nicolò Bozzo fu una figura importante dell’Arma dei Carabinieri e della Storia italiana del secondo dopoguerra, coinvolto in indagini particolarmente complesse e delicate in ambito di sicurezza interna. Al termine della carriera fece ritorno a Prà (Genova), suo luogo natale, dove continuò a mantenere rapporti con la comunità praese; secondo un articolo locale pubblicato dopo la sua scomparsa, non recise mai i legami con il quartiere e mantenne relazioni anche informali con amici e conoscenti dopo il pensionamento.[74] Nel 1996 gli fu conferito il Premio Sacco della circoscrizione di Prà come praese insigne, mentre nel 1997 ricevette il Premio Città di Genova per l’attività svolta a tutela dell’Ordine e della Sicurezza Pubblica.
Le sue dichiarazioni sul caso dello stupro di Franca Rame del 1973 ebbero ampia eco sulla stampa nazionale.[75][76] Ricevette una copia autografa di un’opera di Dario Fo con dedica manoscritta.[77]

Scomparso nel 2018 all'età di 83 anni.[78]

Nicolò Bozzo; portiere della Sampdoria

È stato un giocatore dell'U.C. Sampdoria[79]

Onorificenze

Grande Ufficiale al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria
«Su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri.»
— 02/06/1996[80]

Bozzo ha inoltre ricevuto quattro encomi, di cui tre solenni, nel corso del servizio nell’Arma dei Carabinieri.[81]

Note

  1. ↑ Michele Ruggiero - Nei secoli fedele allo Stato, pp. 249-256
  2. ↑ Michele Ruggiero - Nei secoli fedele allo Stato, pp. 151-179
  3. ↑ Michele Riccio, Anna Vinci - La strategia parallela. Il progetto occulto di assalto alla Repubblica, pp. 201-223
  4. ↑ La prima fase dell'istruttoria (PDF), su gerograssi.it.
  5. ↑ “Nel covo di via Fracchia c’erano le carte di Moro”, su ilfattoquotidiano.it.
  6. ↑ Paolo Biondani, Tutta la verità sul golpe (mancato) che cambiò la storia d’Italia, in lespresso.it, 19 aprile 2021.
  7. ↑ "Preparai le celle per Lama e Boldrini", in La Repubblica, 29 novembre 2000, p. 4, (accesso in abbonamento).
  8. ↑ Michele Ruggiero - Nei secoli fedele allo Stato, pp. 51-57
  9. ↑ Camillo Arcuri - Sragione di Stato, pp. 17-18
  10. ↑ Luca Fazzo, Quel Mucchio selvaggio con cui Dalla Chiesa battè le Brigate Rosse, in ilgiornale.it, 3 settembre 2017.
  11. ↑ Carlo Alberto dalla Chiesa - Soldato, Carabiniere, Prefetto, su musei.difesa.it, Ministero della Difesa, p. 270.
  12. ↑ Luca Fazzo, L'Arma lascia la sede della storica «Pastrengo», in Il Giornale, 2 febbraio 2017. URL consultato il 24 marzo 2026. L'articolo menziona Nicolò Bozzo quale stretto collaboratore del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e comandante della sezione speciale anticrimine operante a Milano negli anni di piombo.
  13. ↑ Paolo Pollichieni, Per un giubbotto antiproiettile non diventò un assassino, su ibb.co, 10 agosto 1991.
  14. ↑ Michele Ruggiero, Nei secoli fedele allo Stato, pp. 160–164.
  15. ↑ Filmato audio Luigi Maria Perotti, L'infame e suo fratello, su YouTube, a 20 min 27 s. URL consultato il 23 febbraio 2026.
  16. ↑ Giovanni Minoli, Perché Tobagi - Tobagi il coraggio della coerenza, in La storia siamo noi - disponibile su Rai Play - contributo Nicolò Bozzo min. 33:52 e min. 34:28, 23 marzo 2026.
  17. ↑ Bruno Rossi, “Omicidio Tobagi: la parte civile chiede che venga sentito il giornalista Cerruti”, in Corriere della Sera, 2 giugno 1983.
  18. ↑ Bruno Rossi, “L'omicidio Tobagi nelle deposizioni dei colleghi”, in Corriere della Sera, 17 giugno 1983.
  19. ↑ Fabio Cavalera, “Omicidio Tobagi, nuovi sospetti. Forse la P2 sapeva ma non parlò”, in Corriere della Sera, 1º giugno 1988.
  20. ↑ Vladimiro Satta, Odissea nel caso Moro, su google.it, EDUP, 2003, pp. 175, 157 e 240, ISBN 8884210631. URL consultato il 4 maggio 2026.
  21. ↑ Gianni Oliva, Intrigo internazionale. Perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire, su oscarmondadori.it, Oscar Mondadori, 2022, p. 266, ISBN 9788804751731. URL consultato il 4 maggio 2026.
  22. ↑ Pantaleone Sergi, “Nell'operazione Jumbo non c'erano infiltrati”, in La Repubblica, 21-22 ottobre 1990.
  23. ↑ Filmato audio Giovanni Minoli, La Storia Siamo Le carte di Moro - Un mistero ancora da risolvere, su YouTube, a 08 min 47 s. URL consultato il 16 marzo 2026.
  24. ↑ Bruno Balbo, "Così offendono il gen. dalla Chiesa. Arrivò dopo la perquisizione del covo", in archiviolastampa.it, 22 ottobre 1990. URL consultato l'8 maggio 2026.
  25. ↑ Camillo Arcuri - Sragione di Stato, pp. 43-45
  26. ↑ Michele Ruggiero, Nei secoli fedele allo Stato, pp. 137–144.
  27. ↑ Sergio Flamigni, Convergenze parallele. Le Brigate Rosse, i servizi segreti e il delitto Moro, su ibs.it, KAOS, 1998, p. 163, ISBN 8832281635. URL consultato il 4 maggio 2026.
  28. 1 2 Parlamento italiano, Audizione parlamentare sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro (PDF), su parlamento17.camera.it, 22 giugno 2015. URL consultato il 5 agosto 2025.
  29. ↑ Franco Scottoni, “NEL CASO MORO L' OPERAZIONE GLADIO”, in La Repubblica, 30 ottobre 1990, p. 3, (accesso in abbonamento).
  30. ↑ Camillo Arcuri - Sragione di Stato, pp. 46-49
  31. ↑ “Addio al maresciallo Benà, nel blitz di via Fracchia venne ferito dalle Br”, in Il Secolo XIX, 6 febbraio 2019.
  32. ↑ “È morto Nicolò Bozzo, il generale che denunciò i carabinieri massoni”, in Il Secolo XIX, 29 Gennaio 2018.
  33. ↑ Michele Ruggiero - Nei secoli fedele allo Stato, p. 183
  34. ↑ Camillo Arcuri - Sragione di Stato, p. 68
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Bibliografia

Documentari

Voci correlate

Collegamenti esterni