Ociroe (figlia di Chirone)

Antonio Tempesta, Ociroe trasformata in cavalla

Nella mitologia greca, Ociroe fu una figlia del centauro Chirone e della ninfa Cariclo: era nata sulle rive di un ruscello. Ebbe il dono della divinazione, e si lasciò sfuggire la rivelazione delle vicende segrete legate al futuro di Asclepio. Per punizione, venne trasformata in cavalla[1].

L'episodio venne raccontato da Publio Ovidio Nasone nel Libro II de Le metamorfosi versi dal 633 al 675, ridotti in ottava rima da Giovanni Andrea dell'Anguillara come segue:[2]

226

Chiron, che del figliuol preso avea cura,

Ch'uscì fuor vivo d'un corpo funesto,

Fu sol virile insino alla cintura,

Tutto era forma di cavallo il resto.

Fu figliuol di Saturno, e la natura

Fe, ch'ei nascesse gemino per questo;

Saturno amò già Filira, che nacque

Dell'Oceano, al fin con lei si giacque.

227

Un dì perche la sua moglie, e sorella,

Che ve'l trovò, non comprendesse il fallo,

Prese a bel studio una forma novella,

E si fece di subito un cavallo.

Gravida lasciò poi la Ninfa bella,

Onde nacque Chiron semicavallo,

Che l'ignobil sua parte inferiore,

Trasse dal trasformato genitore.

228

Questi con studio di nutrir godea

Sì degna prole fra la sua famiglia,

E de l'onor, che giunto al peso avea,

Vivea contento, e lieto à maraviglia.

Più cura una donzella ne tenea,

Ch'era indovina, e del Centauro figlia;

Che sapea, che quel parto almo, e giocondo

Salute esser dovea di tutto il mondo.

229

In Frigia già nell'onorate sponde

Del furioso, e rapido Caico

D'una Naiade nacque di quell'onde

Questa indovina Vergine, ch'io dico.

Chiamossi Ocira, ed ebbe sì seconde

Le stelle al suo natale, e 'l ciel sì amico,

Che profetò gli altissimi decreti,

Che in mente degli Dei stavan secreti.

230

Tutta infiammare un dì la fata Ocira

Si sente da lo Dio, c'ha chiuso in petto:

Rivolge gli occhi al dolce infante, e 'l mira

Scapigliata, et orribil ne l'aspetto,

Indi secondo il suo furor l'inspira,

Scioglie la lingua a quel, che le vien detto,

Cresci, fanciul, la cui somma virtute

Di te gloria sarà, d'altrui salute.

231

Alma gentil, più che mai fosse in terra

Accetta, salutifera, e gradita,

Tu l'alma (se dal corpo si disserra)

Tornar potrai di novo al corpo unita,

Tu sol saprai trar l'anima sotterra,

Donando al corpo sì stupenda aita:

Ma ti torrà da sì mirande prove,

Lo stral de l'avo tuo paterno Giove.

232

E d'immortal diventerai mortale,

Di mortal morto, e poi di morto Dio:

Onde più volte il tuo destin fatale,

Così rinnoverai, com'or dico io.

Così dicea la donna spiritale

Al picciolo fanciul, nè qui finio;

Ma rivolse il profetico furore

Al biforme, ed attento genitore.

233

E tu, nato immortal padre, che gli anni

Pensi, che non ti debbian mancar mai,

Voglio, che da me sappi, che t'inganni,

E vo dirti una cosa, che non sai,

In questa grotta, in questi stessi scanni

Un tuo nipote un dì seder vedrai

Figlio d'un tuo fratel, c'havendo un mostro

Ucciso, albergherai nel tetto nostro.

234

Le venenose sue freccie mirando,

Che del valor di lui ti faran fede,

E le qualità sue considerando,

Caderanne una, e feriratti un piede:

E nove giorni un gran dolor provando,

Non cesserai di dimandar mercede,

E pregherai, che d'immortal gli Dei

Ti facciano mortal: dove or non sei.

235

Onde mossi a pietade essi vorranno,

Che tronchino il tuo fil le tre sorelle:

Dei fatti Ocira, che sol gli Dei sanno,

Avea da dir mill'altre cose belle;

E forse, che gli Dei trasformeranno

Le sue membra biforme in tante stelle,

Che somigliando il già terrestre velo,

Faran, che splenderà Centauro in cielo.

236

Ma tosto lasciò star l'infante, e lui,

Da maggior cura la vergine oppressa,

E non curando ragionar d'altrui,

Volse il profetar tutto a se stessa.

Ahi lassa Ocira, ed indovina fui,

Ma veggo ben, che non sarò più dessa:

Soggiunge poi mirando il padre fiso,

Spargendo amare lagrime dal viso:

237

Dolce genitor mio, ferma le ciglia

Ben fisse in me, se mai cara m'avesti,

Godi con gli occhi la tua mesta figlia,

Pria che perda la forma, che le desti,

Frati, e sorelle, e mia dolce famiglia,

Dolce antro, dolci boschi, e dolci vesti,

Godetevi quel poco, che si puote,

L'umana forma mia, l'umane note.

238

Felice me, troppo felice, s'io

Non avessi saputi i gran secreti

Dell'alta mente de l'eterno Dio,

E men scoperti i suoi santi decreti,

Non perderei l'umano aspetto mio,

E vedrei tutti voi contenti e lieti,

Ch’or con faccia vedrò turbata e mesta,

Mentre pascendo andrò per la foresta.

239

Già s'incomincia la mia sorte acerba,

Già perdo il mio bel volto a voi sì grato,

Già più m'aggrada, e m'appetisce l'erba,

Che qualsivoglia cibo più pregiato,

Già capricciosa, indomita e superba,

Scorrer vorrei per ampio e verde prato,

Già prendo (e servo sol l'umana mente)

La cavallina forma mia parente.

240

Servassi almen l'uomo al cavallo unito,

Già mio padre ha viril l'aspetto, e 'l dire:

Quest'ultimo parlar mal fu sentito,

Che nol potè distinto proferire:

Dappoi non fu nè parlar, nè nitrito,

Ma parve un, che fingesse di nitrire:

Di novo si provò, ne passo guari,

Che initi mandò fuor, spediti, e chiari.

241

Star si sforza in due piedi, ed usa ogn'arte,

Per voler esser donna, e non le giova:

Ma trasformar si sente a parte, a parte,

Già l'una, e l'altra man la terra trova;

Si congiungon le dita, e non si parte,

Più l'un dall'altro, ch'un'altra unghia nova

La lega, unisce, e cerchia intorno intorno,

Ch'è nera e soda e quasi a par d'un corno.

242

S'allarga il capo verso la cervice,

Si stringe ove si prende il cibo, e il fiato,

Per il giogo del collo fan radice

Gli sparsi crini, e van dal destro lato;

Non men la veste misera e infelice

Cangiò contra sua voglia il primo stato;

Si fe cuoio col pelo; indi incarnossi,

Benchè una parte in coda trasformossi.

Note

  1. ↑ Pierre Grimal, Enciclopedia della mitologia, traduzione di Pier Antonio Borgheggiani, 2ª ed., Brescia, Garzanti, 2005, ISBN 88-11-50482-1.
  2. ↑ Giovanni Andrea dell'Anguillara, Le Metamorfosi d'Ovidio ridotte da Giovanni Andrea dell'Anguillara in ottava rima, 1792.