Ociroe (figlia di Chirone)

Nella mitologia greca, Ociroe fu una figlia del centauro Chirone e della ninfa Cariclo: era nata sulle rive di un ruscello. Ebbe il dono della divinazione, e si lasciò sfuggire la rivelazione delle vicende segrete legate al futuro di Asclepio. Per punizione, venne trasformata in cavalla[1].
L'episodio venne raccontato da Publio Ovidio Nasone nel Libro II de Le metamorfosi versi dal 633 al 675, ridotti in ottava rima da Giovanni Andrea dell'Anguillara come segue:[2]
226
Chiron, che del figliuol preso avea cura,
Ch'uscì fuor vivo d'un corpo funesto,
Fu sol virile insino alla cintura,
Tutto era forma di cavallo il resto.
Fu figliuol di Saturno, e la natura
Fe, ch'ei nascesse gemino per questo;
Saturno amò già Filira, che nacque
Dell'Oceano, al fin con lei si giacque.
227
Un dì perche la sua moglie, e sorella,
Che ve'l trovò, non comprendesse il fallo,
Prese a bel studio una forma novella,
E si fece di subito un cavallo.
Gravida lasciò poi la Ninfa bella,
Onde nacque Chiron semicavallo,
Che l'ignobil sua parte inferiore,
Trasse dal trasformato genitore.
228
Questi con studio di nutrir godea
Sì degna prole fra la sua famiglia,
E de l'onor, che giunto al peso avea,
Vivea contento, e lieto à maraviglia.
Più cura una donzella ne tenea,
Ch'era indovina, e del Centauro figlia;
Che sapea, che quel parto almo, e giocondo
Salute esser dovea di tutto il mondo.
229
In Frigia già nell'onorate sponde
Del furioso, e rapido Caico
D'una Naiade nacque di quell'onde
Questa indovina Vergine, ch'io dico.
Chiamossi Ocira, ed ebbe sì seconde
Le stelle al suo natale, e 'l ciel sì amico,
Che profetò gli altissimi decreti,
Che in mente degli Dei stavan secreti.
230
Tutta infiammare un dì la fata Ocira
Si sente da lo Dio, c'ha chiuso in petto:
Rivolge gli occhi al dolce infante, e 'l mira
Scapigliata, et orribil ne l'aspetto,
Indi secondo il suo furor l'inspira,
Scioglie la lingua a quel, che le vien detto,
Cresci, fanciul, la cui somma virtute
Di te gloria sarà, d'altrui salute.
231
Alma gentil, più che mai fosse in terra
Accetta, salutifera, e gradita,
Tu l'alma (se dal corpo si disserra)
Tornar potrai di novo al corpo unita,
Tu sol saprai trar l'anima sotterra,
Donando al corpo sì stupenda aita:
Ma ti torrà da sì mirande prove,
Lo stral de l'avo tuo paterno Giove.
232
E d'immortal diventerai mortale,
Di mortal morto, e poi di morto Dio:
Onde più volte il tuo destin fatale,
Così rinnoverai, com'or dico io.
Così dicea la donna spiritale
Al picciolo fanciul, nè qui finio;
Ma rivolse il profetico furore
Al biforme, ed attento genitore.
233
E tu, nato immortal padre, che gli anni
Pensi, che non ti debbian mancar mai,
Voglio, che da me sappi, che t'inganni,
E vo dirti una cosa, che non sai,
In questa grotta, in questi stessi scanni
Un tuo nipote un dì seder vedrai
Figlio d'un tuo fratel, c'havendo un mostro
Ucciso, albergherai nel tetto nostro.
234
Le venenose sue freccie mirando,
Che del valor di lui ti faran fede,
E le qualità sue considerando,
Caderanne una, e feriratti un piede:
E nove giorni un gran dolor provando,
Non cesserai di dimandar mercede,
E pregherai, che d'immortal gli Dei
Ti facciano mortal: dove or non sei.
235
Onde mossi a pietade essi vorranno,
Che tronchino il tuo fil le tre sorelle:
Dei fatti Ocira, che sol gli Dei sanno,
Avea da dir mill'altre cose belle;
E forse, che gli Dei trasformeranno
Le sue membra biforme in tante stelle,
Che somigliando il già terrestre velo,
Faran, che splenderà Centauro in cielo.
236
Ma tosto lasciò star l'infante, e lui,
Da maggior cura la vergine oppressa,
E non curando ragionar d'altrui,
Volse il profetar tutto a se stessa.
Ahi lassa Ocira, ed indovina fui,
Ma veggo ben, che non sarò più dessa:
Soggiunge poi mirando il padre fiso,
Spargendo amare lagrime dal viso:
237
Dolce genitor mio, ferma le ciglia
Ben fisse in me, se mai cara m'avesti,
Godi con gli occhi la tua mesta figlia,
Pria che perda la forma, che le desti,
Frati, e sorelle, e mia dolce famiglia,
Dolce antro, dolci boschi, e dolci vesti,
Godetevi quel poco, che si puote,
L'umana forma mia, l'umane note.
238
Felice me, troppo felice, s'io
Non avessi saputi i gran secreti
Dell'alta mente de l'eterno Dio,
E men scoperti i suoi santi decreti,
Non perderei l'umano aspetto mio,
E vedrei tutti voi contenti e lieti,
Ch’or con faccia vedrò turbata e mesta,
Mentre pascendo andrò per la foresta.
239
Già s'incomincia la mia sorte acerba,
Già perdo il mio bel volto a voi sì grato,
Già più m'aggrada, e m'appetisce l'erba,
Che qualsivoglia cibo più pregiato,
Già capricciosa, indomita e superba,
Scorrer vorrei per ampio e verde prato,
Già prendo (e servo sol l'umana mente)
La cavallina forma mia parente.
240
Servassi almen l'uomo al cavallo unito,
Già mio padre ha viril l'aspetto, e 'l dire:
Quest'ultimo parlar mal fu sentito,
Che nol potè distinto proferire:
Dappoi non fu nè parlar, nè nitrito,
Ma parve un, che fingesse di nitrire:
Di novo si provò, ne passo guari,
Che initi mandò fuor, spediti, e chiari.
241
Star si sforza in due piedi, ed usa ogn'arte,
Per voler esser donna, e non le giova:
Ma trasformar si sente a parte, a parte,
Già l'una, e l'altra man la terra trova;
Si congiungon le dita, e non si parte,
Più l'un dall'altro, ch'un'altra unghia nova
La lega, unisce, e cerchia intorno intorno,
Ch'è nera e soda e quasi a par d'un corno.
242
S'allarga il capo verso la cervice,
Si stringe ove si prende il cibo, e il fiato,
Per il giogo del collo fan radice
Gli sparsi crini, e van dal destro lato;
Non men la veste misera e infelice
Cangiò contra sua voglia il primo stato;
Si fe cuoio col pelo; indi incarnossi,
Benchè una parte in coda trasformossi.
Note
- ↑ Pierre Grimal, Enciclopedia della mitologia, traduzione di Pier Antonio Borgheggiani, 2ª ed., Brescia, Garzanti, 2005, ISBN 88-11-50482-1.
- ↑ Giovanni Andrea dell'Anguillara, Le Metamorfosi d'Ovidio ridotte da Giovanni Andrea dell'Anguillara in ottava rima, 1792.