Palazzo Hasht Behesht
| Palazzo Hasht Behesht | |
|---|---|
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| Localizzazione | |
| Stato | |
| Località | Tabriz |
| Coordinate | 38°05′19.6″N 46°17′27.4″E |
| Informazioni generali | |
| Condizioni | Demolito |
| Inaugurazione | 1486 |
| Distruzione | 1585 |
| Demolizione | 1585 |
| Stile | Architettura timuride |
| Uso | civile |
| Realizzazione | |
| Committente | Uzun Hasan e Yaqub Beg |
Il Palazzo Hasht Behesht (in persiano کاخ هشتبهشت, Kāx Hašt Behešt) era un capolavoro architettonico della città iraniana di Tabriz edificato ai tempi degli Ak Koyunlu. Il suo nome significa "gli otto Cieli" e fa riferimento a un concetto cosmologico secondo cui il paradiso avrebbe otto porte e otto stanze decorate con materiali preziosi. Questo appellativo venne dato a molti palazzi con giardini risalenti al XV secolo dell'Iran, della Turchia e dell'India, tra i quali quello di Tabriz era il più famoso.[1] Di tutti questi Hasht Behesht, gli unici che esistono ancora oggi in Iran sono il Chehel Sotun di Qazvin, l'Hasht Behesht di Esfahan e il giardino di Fin a Kashan.[2]
Storia
Il Palazzo Hasht Behesht di Tabriz venne costruito intorno al 1460 per volere di Uzun Hasan al centro del giardino di ʿEšratābād, come riferito dall'autore italiano del Viaggio di un mercante, opera in cui l'edificio è chiamato Astibisti.[1] La posizione del palazzo coincideva con i dintorni dell'odierna piazza Sahibabad, centro politico degli Ak Koyunlu che pullulava di edifici pubblici, in seguito distrutti dai terremoti o da invasioni straniere.[3] Il palazzo venne poi completato da Yaqub Beg, figlio di Uzun, nel 1486.[1] Fu usato come spazio cerimoniale anche dallo Scià Isma'il I, che aveva scelto proprio Tabriz come capitale dell'impero safavide.[2]
Una volta conquistata Tabriz, Solimano il Magnifico si impossessò anche del Palazzo Hasht Behesht, ordinando che non venisse distrutto. Ciò nonostante, a seguito di una seconda invasione ottomana nel 1585 l'edificio venne distrutto su ordine di Ja'far Pascià e al suo posto vi fu eretta una fortezza.[1][4] Gli ottomani presero come modello il Palazzo Hasht Behesht di Tabriz per costruire il Chiosco piastrellato (Çinili köşk) a Istanbul.[1]
Descrizione

Il palazzo fu costruito al centro di una vasta area recintata su una terrazza di marmo, dove si trovava un canale d'acqua con grandi draghi che sputavano acqua da ciascuno dei suoi angoli. La pianta dell'edificio era di forma ottagonale, ma la pianta interna delle stanze era cruciforme.[1] La forma ottagonale non era casuale: Hasht Behesht fa riferimento alle otto stanze del paradiso, e di conseguenza agli otto angeli che per l'Islam reggeranno il trono della divinità nel giorno del giudizio. Quindi la struttura comprendeva otto angoli con otto porte e ciò simboleggiava la felicità celeste.[3]
Sempre secondo l'autore veneziano di Viaggio di un mercante, il Palazzo Hasht Behesht era "alto 30 gradini" e aveva una superficie di 65-70 metri quadrati divisa in 8 sezioni, ognuna delle quali aveva 4 stanze e 4 sale d'attesa. Lo studioso Bani Masood ipotizza che l'espressione "30 gradini" intendesse la lunghezza della pianta, e non l'altezza del palazzo. Da ogni porta partiva un corridoio di marmo che conduceva all'edificio in sé. Di fronte alla porta principale c'era una piccola scalinata costruita con i marmi migliori, attraverso la quale si raggiungeva l'edificio.[5] Al piano superiore si suppone che ci fosse un ingresso con un salone interno e numerose stanze con vista sul giardino.[6] L'accesso alle stanze e alle sale d'attesa avveniva attraverso l'area sotto una cupola, e ogni stanza era piastrellata e decorata sontuosamente, secondo quanto riferito dai viandanti veneziani.[7] La sala cupolata era priva di illuminazione diretta e la sua luce proveniva dal collegamento spaziale tra le stanze e la sala delle scarpe.[8]
Il complesso comprendeva anche una struttura circolare con cupola, intesa come uno spazio separato dalle otto sezioni.[5] La cupola di questa struttura era costruita su un lungo stelo che ne evidenziava l'altezza, la grandiosità e l'ordine degli spazi interni, e condivideva lo stesso sistema a campate con molti edifici di epoca timuride, come ad esempio lo Shah-i-Zinda di Samarcanda.[6]
Attorno al Palazzo Hasht Behesht vi erano una moschea, edifici governativi e servizi ricreativi, come ad esempio un harem che era in grado di ospitare 1000 donne. Numerose porte si affacciavano su giardini e un sentiero collegava il complesso al palazzo reale.[6]
Influenza architettonica
Il Palazzo Hasht Behesht di Tabriz era considerato il più antico esempio di palazzo ottagonale dell'era safavide, dell'Impero ottomano e dell'India moghul.[8] e influenzò notevolmente la costruzione dei chioschi di queste aree. Alcuni di questi esempi sono il chiosco reale di Qazvin (Chehel Sotun),[9] l'Hasht Behesht di Esfahan,[10] la tomba di Humayun e il chiosco del Taj Mahal.[7]
Note
Bibliografia
- (EN) Sussan Babaie, Isfahan and its Palaces: Statecraft, Shi`ism and the Architecture of Conviviality in Early Modern Iran, Edinburgh University Press, 14 luglio 2008, ISBN 978-0-7486-3376-0.
- (EN) Masume Mirzaie et al., Recognition the Architectural form of Tabriz’s Hasht-Behesht Palace, in Bagh-e Nazar, University of Tehran, febbraio 2017.
- (EN) Charles Melville, Historical Monuments and Earthquakes in Tabriz, in Iran, vol. 19, 1981, pp. 159–177, DOI:10.2307/4299714.
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