Patto Ciampi
Il Patto Ciampi[1] (anche detto Accordo interconfederale del 1993[2], Politica dei redditi[2], Protocollo 23 luglio 1993[3], Protocollo Ciampi[4]; ufficialmente Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione, sugli assetti contrattuali, sulle politiche del lavoro e sul sostegno al sistema produttivo[5]) è stato un accordo siglato tra il Governo Ciampi e le parti sociali il 3 luglio 1993 che regolava la Contrattazione collettiva.[6][7][8]
Descrizione
Storia
Dopo essere entrato in carica poco tempo prima come presidente del consiglio, nella fase drammatica in cui la prima repubblica stava collassando per via di tangentopoli e le istituzioni europee chiedevano garanzie per erogare una parte di un prestito di alcuni miliardi in valuta ECU, a fine giugno 1993 il presidente del consiglio Ciampi lanciò un ultimo appello alle varie parti sociali per siglare un accordo generale finale (dopo vari accordi preparatori siglati nei 3 anni precedenti che avevano portato anche ad aspre tensioni nel mondo del lavoro[2][9]) per regolare le tipologie di contrattazione collettiva, la crescita dei salari e altre politiche del lavoro.
Dopo essere giunti a un accordo il 3 luglio, esso venne sottoposto a referendum generale tra i lavoratori affiliati alla federazione CGIL-CISL-UIL il 23 luglio 1993 (data generalmente associata all'accordo stesso): votarono appena 1 327 290 lavoratori: tra di essi i "SÌ" ottennero il 67,05%, i "NO" il 26,98% mentre gli astenuti furono il 5,98%.[5][10]
Contenuti
L'accordo mirava a risolvere alcune questioni lasciate in sospeso negli anni precedenti e contemporaneamente a definire nuove politiche del lavoro per il futuro:
- Veniva adottato il criterio della "concertazione", ovvero la consultazione preventiva delle varie parti sociali;
- Veniva abolita la Scala mobile (e confermato l'Elemento distinto della retribuzione) introducendo una nuova "politica dei redditi", basati su un aumento dei redditi in base a un aumento della produttività del lavoro.
- Venivano definiti due livelli di contrattazione: uno nazionale tramite i CCNL e l'altro a livello aziendale o locale[5];
- Veniva ufficializzata la presenza delle Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU) nei luoghi di lavoro, in sostituzione dei Consigli di fabbrica eliminati informalmente già dal 1991.
Risultati e dibattiti successivi
Tale accordo definì la concertazione per alcune riforme e azioni politiche degli anni '90 e dell'inizio del nuovo millennio[8]:
- Riforma Dini del 1995 concertata da CGIL-CISL-UIL, le organizzazioni industriali e il governo: al referendum votarono 4,4 milioni di iscritti confederati e vide la vittoria del SÌ con il 64% (ma bocciata dai metalmeccanici e non firmata dalla Confindustria);
- Accordo sulle pensioni del 1997 (o "accordo di Ognissanti"), con parificazione dei dipendenti pubblici e privati nel pensionamento, accelerazione pensionamento delle persone con meno di 35 anni di contributi e definitiva eliminazione delle Baby pensioni;
- Il "Patto di Natale" del 22 dicembre 1998, per riavviare lo sviluppo, specie nel Mezzogiorno, ridurre l'inflazione e includere nuove parti sociali nella concertazione;
- "Patto per l'Italia" del 2002, per una nuova politica dei redditi, con obiettivi di sviluppo per il Mezzogiorno, agevolazioni fiscali per le imprese e la modifica dell'art. 18 (non aderì la CGIL).
Già all'inizio degli anni 2000 l'attenzione si era spostata per alcuni sul come migliorare la produttività del lavoro, che cominciava già a mostrare rallentamenti tangibili.[5] Altri ne sottolineano la positività e ne invocano oggigiorno una rinnovata versione.[9][1]
Il sistema della Concertazione entrò in crisi a inizio anni 2000 col deteriorarsi dei rapporti fra il governo Berlusconi (il quale già nel 2001 con il Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia auspicava un superamento del metodo concertativo a vantaggio del cosiddetto "dialogo sociale"[11]) e parte del sindacato (soprattutto la CGIL), non venendo ripreso neanche nel 2006 col successivo governo Prodi.[8]
Nel corso degli anni tale accordo è stato più volte analizzato da opinionisti di varia posizione[4][1][9] e ripreso anche come esempio da riproporre nuovamente.[12][13][14]
Note
- 1 2 3 A trent’anni dal “Patto Ciampi”, si rinnova la sfida della concertazione, su www.conquistedellavoro.it, 28 aprile 2023. URL consultato il 23 aprile 2026.
- 1 2 3 Accordo interconfederale, su www.wikilabour.it, 22 gennaio 2021. URL consultato il 23 aprile 2026.
- ↑ PROTOCOLLO 23 LUGLIO 1993 TRA GOVERNO E PARTI SOCIALI - POLITICA DEI REDDITI E DELL'OCCUPAZIONE, ASSETTI CONTRATTUALI, POLITICHE DEL LAVORO E SOSTEGNO AL SISTEMA PRODUTTIVO. (PDF), su confetra.com, 23 luglio 1993.
- 1 2 Sergio Cofferati, L'apice del Protocollo Ciampi e questi 30 anni di arretramento, su HuffPost Italia, 25 luglio 2023. URL consultato il 2 maggio 2026.
- 1 2 3 4 Enrico Marro, La politica dei redditi, dieci anni dopo, su Corriere della Sera (VIA: filcams.cgil.it), 1° luglio 2003. URL consultato il 23 aprile 2026.
- ↑ Accordo interconfederale del 23 luglio 1993 (PDF), su camera.it, 23 luglio 1993.
- ↑ Il testo dell'accordo tra governo,Confindustria e sindacati sulle nuove relazioni sindacali (PDF), su camera.it (archiviato dall'url originale il 26 giugno 2013).
- 1 2 3 Le tappe dall'accordo del '93 a oggi, su Il Sole 24 Ore, 13 ottobre 2007. URL consultato il 2 febbraio 2018.
- 1 2 3 1993-2023: dalla concertazione alla disarmonia. Perché oggi avremmo bisogno di un nuovo accordo Ciampi, su ildiariodellavoro.it, 24 luglio 2023. URL consultato il 23 aprile 2026.
- ↑ Le tappe dall'accordo del '93 a oggi, su Sole 24 Ore, 13 ottobre 2007.
- ↑ Libro Bianco sul Mercato del Lavoro in Italia, Ottobre 2001 - Parte Seconda, I.2
- ↑ Paolo Molinari, Il patto proposto da Letta e il precedente di Ciampi, su AGI, 19 aprile 2021. URL consultato il 2 maggio 2026.
- ↑ Si fa (troppo) presto a dire “concertazione”, su bollettinoadapt.it, 30 giugno 2021. URL consultato il 2 maggio 2026.
- ↑ Il premier al patto sugli statali, il precedente di Ciampi nel '93, su ANSA, 10 marzo 2021. URL consultato il 2 maggio 2026.

