Periodo speciale

Trasporto a trazione animale durante la crisi (1994)

Con l'espressione periodo speciale (in spagnolo: "período especial en tiempos de paz") si indica il prolungato periodo di crisi economica e trasformazione strutturale che colpì Cuba a partire dalla fine degli anni ottanta del Novecento. Innescato dal collasso del blocco sovietico, in particolare dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica e dallo scioglimento del Comecon, fu aggravato dalle vulnerabilità interne del modello economico cubano e dall'inasprimento dell'embargo statunitense.[1][2][3]

La fase più acuta della crisi si collocò nella prima metà degli anni novanta, mentre un progressivo miglioramento si registrò verso la fine del decennio, in relazione al rafforzamento dei rapporti economici e diplomatici con il Venezuela guidato da Hugo Chávez che si affermò come principale partner commerciale e diplomatico dell'isola.[4]

Il período especial fu caratterizzato da gravi privazioni materiali, tra cui una drastica riduzione dei generi alimentari razionati a prezzi sovvenzionati, diffuse carenze energetiche e il collasso di un’economia strutturalmente dipendente dalle importazioni sovietiche.

La crisi determinò profonde trasformazioni economiche e sociali, tra cui lo sviluppo dell’agricoltura urbana e di pratiche agroecologiche, la riduzione dell’uso dei trasporti motorizzati e l’emergere di nuove forme di adattamento economico.[5][6]

Contesto storico e origini del termine

Fidel Castro, 2003

L'espressione período especial era già presente nel discorso politico cubano a partire dagli anni ottanta: nata nell'ambito della pianificazione della difesa nazionale, designava originariamente lo scenario in cui un'invasione statunitense avrebbe costretto Cuba a uno stato di emergenza e di assedio nazionale.

Nel 1990, in un discorso alla Federazione delle Donne Cubane, Fidel Castro dichiarò di aver studiato un "periodo speciale in tempo di guerra" per l'eventualità di un blocco navale totale da parte degli Stati Uniti, e che gravi difficoltà nell'Unione Sovietica avrebbero potuto far scivolare Cuba in un "periodo speciale in tempo di pace".[7] Nell'agosto del 1990, mentre l'instabilità sovietica si aggravava, Castro annunciò l'entrata in vigore di tale periodo, adottando una serie di piani di contingenza originariamente concepiti per i tempi di guerra.[8][9]

A partire dal 1986, tuttavia, il governo cubano aveva già avviato un ciclo di riforme interne noto come proceso de rectificación de errores y tendencias negativas ("processo di rettifica degli errori e delle tendenze negative"), che puntava a regolamentare pesantemente le imprese private e ad abolire i mercati liberi.[10][11] Secondo Pérez-López, le riforme della rettifica avevano già prodotto un calo della produzione prima che si abbattesse il colpo esterno della dissoluzione del blocco socialista.[12]

Nel 1991 il crollo dell'Unione Sovietica determinò un collasso economico su larga scala nelle neonate repubbliche indipendenti. Per Cuba, che aveva intrattenuto per tre decenni stretti rapporti commerciali e di sussidio con Mosca nell'ambito del Comecon, la dissoluzione del blocco socialista ebbe conseguenze devastantiː il PIL calò del 35% tra il 1989 e il 1993, la spesa sociale reale pro capite diminuì del 78%, la disoccupazione aumento dell'8% e gli indicatori sociali subirono un deterioramento.[13][14]

Il período especial non fu soltanto la risposta a uno shock esterno, ma anche l'esito di vulnerabilità strutturali aggravate da tensioni interne al modello economico emerse già negli anni precedenti, che la rettifica aveva tentato, senza successo, di arginare.[15]

Il crollo del blocco sovietico

La dipendenza strutturale dall'URSS

Alla fine degli anni ottanta, i paesi socialisti rappresentavano la quasi totalità degli scambi economici di Cuba: nel 1988 essi coprivano l’87,4% delle importazioni e l’86,3% delle esportazioni.[16]

Nei decenni precedenti al período especial, il Comecon - il consiglio per la mutua assistenza economica del blocco socialista - arrivò a rappresentare quasi l'85% del commercio estero cubano[17], con transazioni condotte pressoché interamente in valuta non convertibile.[8]

Cuba. Campi di canna da zucchero

Nel quadro di questi accordi preferenziali l'URSS acquistava lo zucchero cubano a prezzi da quattro a undici volte superiori a quelli di mercato, pagava il nichel a prezzi doppi rispetto al valore mondiale e riforniva l'isola di petrolio a prezzi agevolati, consentendo a Cuba di riesportare l'eccedenza petrolifera sui mercati internazionali in cambio di valuta pregiata.[18][19]

Nel quinquennio 1986-1990 i sussidi sovietici ammontavano mediamente a 4,3 miliardi di dollari l'anno, corrispondenti al 21,2% del prodotto nazionale lordo cubano; nell'arco dell'intero periodo 1960-1990, l'aiuto sovietico totale raggiunse i 65 miliardi di dollari, di cui il 60,5% in forma non rimborsabile - donazioni, sussidi di prezzo e crediti automatici - a copertura dei disavanzi commerciali annuali.[8]

Tale dipendenza si estendeva all'intero apparato produttivo agricolo e industriale. Nel 1989 le piantagioni di canna da zucchero di proprietà statale coprivano una superficie tre volte superiore a quella destinata alle colture alimentari; l'esportazione di zucchero generava il 75% delle entrate, mentre veniva importato il 57% del fabbisogno alimentare dell'isola.[18]

Negli anni '80, Cuba superava la maggior parte dei paesi latinoamericani in termini di nutrizione, aspettativa di vita, bassa mortalità infantile, istruzione (il 96% degli adulti era alfabetizzato) e PIL pro capite, classificandosi al primo posto in America Latina e undicesimo nel mondo nell'Indice della qualità fisica della vita (Physical Quality of Life Index - PQLI) dell'Overseas Development Council, davanti agli Stati Uniti, collocati al quindicesimo posto.[20]

La modernizzazione agricola, che aveva fatto di Cuba il paese con il maggior numero di trattori pro capite e per unità di superficie dell'intera America Latina, poggiava interamente su importazioni di combustibili, macchinari e prodotti chimici (quasi la metà dei fertilizzanti cubani e oltre l'80% dei pesticidi era di provenienza sovietica) che, di lì a poco, sarebbero improvvisamente cessati.[18][21][22]

Il collasso del 1989–1991

Mappa animata dell'Unione Sovietica che mostra gli stati indipendenti e i cambiamenti territoriali in ordine cronologico

Il deterioramento cominciò prima del crollo formale dell'URSS. Con la caduta dei paesi dell'Europa orientale a partire dal 1989, Cuba perse i propri principali mercati di sbocco e le proprie fonti di approvvigionamento. Nel 1991 la dissoluzione dell'Unione Sovietica rese definitiva la crisi: la Federazione Russa, emersa dalle ceneri dell'URSS, schiacciata dal peso dei problemi di bilancio (tra cui il crescente debito estero) e dal calo della produzione petrolifera, pose fine allo scambio agevolato di zucchero cubano con petrolio sovietico, esigendo il pagamento in contanti. Nel 1992 gli scambi commerciali con l'ex blocco sovietico si ridussero drasticamente.[23]

Le conseguenze macroeconomiche furono di proporzioni eccezionali. Tra il 1989 e il 1993 il PIL cubano si contrasse di circa il 35%; le importazioni alimentari calarono del 70% e le esportazioni del 79,6%; il deficit fiscale raggiunse il 33,5% del PIL; la produzione industriale subì una caduta del 40%; il consumo di combustibili si ridusse di oltre il 50%; i consumi privati si contrassero del 39%.[24] Il commercio con la sola Unione Sovietica passò da 8,7 miliardi di dollari nel 1989 a 4,5 miliardi nel 1991, per poi crollare a soli 750 milioni nel 1993.[8]

L'impatto più immediato fu la quasi totale scomparsa del petrolio sovietico: le importazioni di greggio si ridussero al 10% dei livelli precedenti al 1990. Poiché l'intero sistema produttivo cubano - trasporti, industria, agricoltura - era interamente dipendente dai combustibili fossili, il blocco delle forniture paralizzò in breve tempo le infrastrutture fondamentali del paese. I trattori, le mietitrebbie e i macchinari agricoli si fermarono per mancanza di carburante e pezzi di ricambio; le fabbriche ridussero o azzerarono la produzione; i mezzi di trasporto pubblico cessarono di funzionare regolarmente, lasciando le città senza servizi essenziali.[25]

Poster contro l'embargo statunitense

Il ruolo dell'embargo statunitense

La crisi fu aggravata dall'embargo imposto dagli Stati Uniti fin dal 1962 e progressivamente inasprito negli anni successivi. Nel 1992 il Congresso statunitense approvò il Cuban Democracy Act (noto anche come legge Torricelli), che estendeva alle filiali estere di aziende americane il divieto di commerciare con l'isola, riducendo ulteriormente l'accesso cubano ai mercati internazionali e alle valute convertibili necessarie per compensare il crollo dei flussi commerciali con il blocco sovietico.[26]

Le privazioni

Razionamento alimentare ed energetico

Il período especial impose a Cuba un regime di privazioni materiali senza precedenti dall'avvio della Rivoluzione. Il governo cubano applicò al contesto della crisi economica i piani di razionamento originariamente concepiti per i tempi di guerra, estendendo e inasprendo il sistema della libreta de abastecimiento - la tessera annonaria introdotta nel 1962 - che regolava la distribuzione di generi di prima necessità a prezzi sovvenzionati.[27] Le quote mensili garantite dalla libreta scesero ben al di sotto del fabbisogno calorico minimo, costringendo la maggior parte della popolazione a dipendere dal mercato nero per integrare le razioni ufficiali.[28]

Libreta de abastecimiento, il sistema cubano di razionamento alimentare

La crisi energetica si manifestò immediatamente nella vita quotidiana. I blackout si estesero fino a sedici ore al giorno nelle città, paralizzando le industrie e i servizi. I trasporti pubblici collassarono per mancanza di carburante: nelle aree urbane scomparvero gli autobus e nelle campagne i trattori si fermarono nei campi.[29] Il governo rispose organizzando un sistema di camion agricoli adibiti al trasporto di passeggeri nelle aree urbane, i cosiddetti camiones, in sostituzione degli autobus fermi per mancanza di carburante, e promosse l'utilizzo della bicicletta, importando dalla Cina circa un milione di unità nel biennio 1990-1991.[29][30]

In agricoltura venne reintrodotta la trazione animale; per favorire la preservazione della forza lavoro animale venne vietata la macellazione dei bovini, quando priva di autorizzazione statale, e istituite "scuole" per addestrare oltre 150.000 buoi al lavoro nei campi.[31][32]

Nel 1994, nella fase più acuta della crisi economica, l'agricoltura cubana produsse il 55% di quanto realizzato nel 1990.[33]

Conseguenze sulla salute e sull'alimentazione

Le privazioni alimentari ebbero effetti misurabili sulla salute della popolazione. Tra il 1988 e il 1993 l’apporto energetico quotidiano pro capite diminuì da 2.899 a 1.863 kcal, con una significativa riduzione dell’assunzione di proteine e grassi e una crescente dipendenza dai carboidrati.[34]

Negozio libreta a L'Avana

Le conseguenze cliniche più gravi si manifestarono in un’epidemia di neuropatia ottica e periferica che tra il 1992 e il 1993 colpì circa 50.000 persone, attribuita a carenze vitaminiche e proteiche. La crisi colpì in modo particolare le fasce più vulnerabili: tra il 1989 e il 1996 la mortalità tra gli ultrasessantacinquenni aumentò del 13%, mentre l’incidenza del basso peso alla nascita crebbe nei primi anni novanta.[35]

Nel medio periodo, tuttavia, la riduzione dell’apporto calorico e il cambiamento forzato degli stili di vita - caratterizzato da un aumento dell’attività fisica quotidiana - produssero anche effetti epidemiologici di segno opposto. Studi successivi hanno registrato una diminuzione significativa della mortalità associata al diabete di tipo 2 e alle malattie cardiovascolari tra la fine degli anni novanta e i primi anni 2000.[29][36]

Questi miglioramenti non compensarono i costi umani della crisi, che comportò una diffusa condizione di insicurezza alimentare e un deterioramento delle condizioni di vita per una parte rilevante della popolazione.[37]

Le misure di emergenza

Per far fronte alla drammatica recessione, a partire dal 1993 il governo cubano implementò una serie di riforme che investirono sia la sfera monetaria sia quella produttiva e commerciale, all'interno di una strategia di aggiustamento indirizzata a minimizzare i costi sociali, mirare alla decentralizzazione economica e a una parziale apertura ai meccanismi di mercato.[8]

Le principali direttrici furono l'apertura all'esterno, attraverso il turismo, per promuovere l'afflusso di divise estere e la promozione di modelli economici privati o cooperativi per stimolare la produttività interna.[38]

Legalizzazione del dollaro, ampliamento del lavoro autonomo

Una casa particular a Trinidad

Una delle misure più rilevanti fu la legalizzazione del possesso e della circolazione del dollaro statunitense (Decreto-Legge 140 del 1993) e l'istituzione di un sistema di dualità monetaria, finalizzati a incamerare valuta pregiata tramite le rimesse dalla diaspora cubana residente principalmente negli Stati Uniti e a far emergere i capitali circolanti nel mercato informale.[39]

Fu inoltre ampliata la sfera del lavoro autonomo (cuentapropismo): i cubani poterono avviare piccole attività di ristorazione familiare (i cosiddetti paladares), affittare stanze ai turisti stranieri (casas particulares) e offrire servizi artigianali e di trasporto. Si trattava tuttavia di un'apertura limitata e soggetta a forti restrizioni: le attività non potevano impiegare personale esterno al nucleo familiare, erano obbligate ad acquistare le forniture nei negozi al dettaglio in valuta e non avevano accesso ai canali di approvvigionamento statali.[8][40]

La riforma agraria e i mercati liberi

Nel settore agricolo il governo trasformò le grandi aziende statali in Unità di Base di Produzione Cooperativa (UBPC), cedendo in usufrutto ai lavoratori il 42% delle terre agricole utilizzabili. Questa redistribuzione delle terre cambiò radicalmente il volto delle campagne cubane, fino a prima riservate alla monocultura della canna da zucchero: il settore statale, che nel 1992 controllava il 75% della terra, scese al 35,8% entro il 2007, lasciando spazio a forme di gestione non statali più flessibili.[41]

Nel settembre-ottobre 1994 furono inoltre riaperti i mercati agricoli liberi, permettendo ai produttori di vendere le eccedenze a prezzi regolati dalla domanda e dall'offerta dopo aver soddisfatto le quote statali.[40][42]

L'apertura agli investimenti stranieri e il turismo

Hotel Nacional, L'Avana

Contestualmente alle riforme interne, il governo modificò la Costituzione cubana nel 1992 per consentire nuove forme di proprietà mista e regolamentare gli investimenti stranieri.[43] Il turismo internazionale fu identificato come il settore prioritario per la generazione di valuta pregiata: lo Stato ristrutturò gli hotel esistenti, favorì la creazione di società a capitale misto (joint ventures) con operatori canadesi e spagnoli e potenziò le infrastrutture aeroportuali nelle località balneari. Il numero di turisti passò da 327.000 nel 1990 a 1.774.000 nel 2000, mentre i ricavi del settore superarono quelli dello zucchero già nel 1996.[44]

Il boom turistico produsse tuttavia effetti sociali contraddittori. Si diffuse una netta separazione tra l'economia in dollari, accessibile a chi lavorava nel turismo o riceveva rimesse, e quella in peso cubano, alimentando disuguaglianze inedite per la società cubana post-rivoluzionaria. Tra il 1989 e il 1999 il coefficiente di Gini cubano passò da 0,25 a 0,41, segnando uno degli incrementi più rapidi di disuguaglianza economica mai registrati nell'isola.[45]

I limiti delle riforme e l'interruzione del 1996

Nonostante i risultati positivi sul piano della stabilizzazione macroeconomica - il PIL ricominciò a crescere nel 1994-1995 dopo il punto di minimo del 1993 - le riforme furono bruscamente frenate a partire dal 1996. Castro le dichiarò concluse, invertendo su più fronti le aperture concesse: furono ridotte le licenze per il lavoro autonomo, inaspriti i controlli sui paladares e avviata una progressiva ricentralizzazione delle decisioni economiche. Secondo Mesa-Lago e Pérez-López, la logica politica - preservare il controllo del regime - prevalse sulla logica economica, replicando il ciclo già visto nelle decadi precedenti.[46]

Se gli indicatori sociali migliorarono dopo il 1994, nel 2003 molti non avevano ancora raggiunto i livelli del 1989, e la povertà e la disuguaglianza erano aumentate.[47]

Strategie di adattamento e trasformazioni produttive

Agricoltura biologica

La scomparsa degli input agricoli sovietici - petrolio, fertilizzanti e pesticidi - costrinse Cuba ad abbandonare il modello di agricoltura industriale su larga scala come risposta obbligata alla crisi: vennero progressivamente adottate tecniche di controllo biologico dei parassiti, compostaggio, rotazione delle colture e policoltura.[48]

Piantagione di tabacco

La trazione animale fu reintrodotta in modo capillare, con effetti positivi sul contenimento dell'erosione del suolo; nel contempo il governo sviluppò una rete di centri per la produzione di agenti di biocontrollo - insetti predatori, funghi entomopatogeni e preparati batterici - distribuiti a livello locale, al fine di ridurre la dipendenza da input esterni e i costi di trasporto.[49]

Nel breve periodo il cambiamento registrò un crollo significativo della produzione agricola: tra il 1990 e il 1994 il volume alimentare complessivo diminuì di circa il 40%; in particolare, il raccolto di verdure calò del 65% e quello di fagioli del 77% rispetto ai livelli del 1988.[50][51]

A partire dalla metà degli anni novanta, tuttavia, la riorganizzazione del settore e la redistribuzione delle terre favorirono una ripresa differenziata, trainata soprattutto dalle colture destinate al consumo interno. Tra il 1994 e il 1999 la produzione di tuberi e platani triplicò, quella di verdure quadruplicò, mentre la produzione di cereali crebbe dell'83%.[32]

Questo dinamismo del settore alimentare domestico permise all'apporto calorico della popolazione di risalire dalle 1.863 kcal del 1993 alle 2.580 kcal del 1999.[36] Al contrario, le produzioni tradizionali da esportazione rimasero in crisi profonda, con lo zucchero che nel 2005 registrava un volume produttivo inferiore dell'85% rispetto ai livelli del 1989.[42]

Agricoltura urbana

Organopónico a Camagüey

La crisi alimentare e la paralisi dei trasporti favorirono la diffusione dell’agricoltura urbana. Nelle città, e in particolare a L'Avana, spazi inutilizzati come cortili, tetti, parcheggi e lotti abbandonati vennero progressivamente convertiti in aree coltivate. Questa pratica nacque inizialmente in modo spontaneo e fu successivamente istituzionalizzata, a partire dal 1996, attraverso il programma degli organoponicos, orti urbani gestiti in forma cooperativa su terreni concessi dallo Stato in usufrutto e regolamentati dal Ministero dell’Agricoltura.[40]

Il settore conobbe una rapida espansioneː a L'Avana la forza lavoro impiegata nell'agricoltura urbana crebbe da 9.000 addetti nel 1999 a oltre 44.000 nel 2006, mentre i terreni coltivati all'interno della città raggiunsero i 35.000 ettari nel 2009. Entro i primi anni 2000, più della metà degli ortaggi e della frutta consumati a L'Avana provenivano dalla produzione urbana e periurbana.[52]

La riconversione agricola coinvolse in modo significativo anche la forza lavoro femminile: tra il 1993 e il 2001, le donne iscritte alle CCS (Cooperativas de Crédito y Servicios) aumentarono del 129%, mentre professionisti e tecnici confluirono nel settore cooperativo privato in misura inedita rispetto alle decadi precedenti.[53]

Agroecologia

L’esperienza cubana di transizione verso l’agroecologia durante il período especial attirò l’attenzione della comunità scientifica internazionale e di organismi come la FAO, diventando un caso di studio per sistemi agricoli a basso impiego di input chimici.[54][55]

Alcuni studi hanno tuttavia evidenziato i limiti del modello, tra cui la minore produttività rispetto all’agricoltura convenzionale, l’elevata intensità di lavoro e la persistente dipendenza dalle importazioni per alcuni beni alimentari di base.[29][54]

Bilancio produttivo e limiti

Alcuni studi hanno inoltre evidenziato come l’aumento della produzione sia stato in parte legato all’estensione delle superfici coltivate e all'aumento delle terre ricevute in usufrutto grazie alle riforme di Raúl Castro, più che a un incremento generalizzato delle rese.[51] Di conseguenza, sebbene la riorganizzazione del settore agricolo abbia permesso di evitare il collasso nutrizionale più acuto degli anni novanta, Cuba resta ancora oggi in una condizione di forte vulnerabilità alimentare esterna.[51]

Nel 2013 l'isola ha importato oltre il 60% del riso necessario al consumo interno e quote analoghe di cereali e legumi, affrontando costi di acquisto mediamente superiori del 30% rispetto ai prezzi regionali, a causa delle triangolazioni commerciali imposte dall'embargo statunitense.[42]

Conseguenze sociali e demografiche

L'aumento della disuguaglianza

Uno degli effetti più profondi e duraturi del período especial fu la rottura dell'eguaglianza relativa che aveva caratterizzato la società cubana nei primi trent'anni della Rivoluzione. La legalizzazione del dollaro e l'apertura al turismo crearono una netta separazione tra chi aveva accesso alla valuta straniera attraverso le rimesse della diaspora, il lavoro nel settore turistico o l'attività autonoma, e chi dipendeva esclusivamente dal salario statale in pesos.[56][57]

Bambini cubani

Ad esempio, mentre un medico o un ingegnere statale guadagnava l'equivalente di circa 12-25 dollari al mese, un tassista privato o il proprietario di un piccolo ristorante (paladar) poteva incassare centinaia o migliaia di dollari nello stesso arco di tempo.[58]

Tra il 1989 e il 1999 il coefficiente di Gini passò da 0,25 a 0,41, e il rapporto tra il reddito del quintile più ricco e quello del quintile più povero della popolazione cubana crebbe da 3,8 a 13,5.[59][60] La disuguaglianza assunse anche una dimensione razziale: i cubani di origine africana, meno rappresentati nella diaspora e quindi con minore accesso alle rimesse, risultarono sistematicamente più colpiti dall'impoverimento.[60]

La crisi dei balseros e il Maleconazo

Maleconazo, protesta del 5 Agosto 1994

La disperazione materiale e la mancanza di prospettive sfociarono nella più grave crisi migratoria della storia post-rivoluzionaria cubana. Nell'estate del 1994, in risposta a una serie di episodi di tensione, il governo cubano sospese temporaneamente i controlli sull'emigrazione clandestina. Nel giro di poche settimane circa 35.000 cubani, i cosiddetti balseros, tentarono la traversata di 90 miglia verso la Florida su zattere e imbarcazioni di fortuna, in molti casi artigianali, rischiando la vita in mare aperto.[44][61]

La crisi dei balseros fu preceduta, il 5 agosto 1994, da una protesta spontanea sul Malecón de L'Avana, detta Maleconazo, la prima manifestazione di disordine civile di una certa entità nell'isola dall'avvio della Rivoluzione nel 1959. Castro in persona si recò sul posto e riuscì a disperdere i manifestanti, alleggerendo contestualmente le restrizioni all'emigrazione come valvola di sfogo alla pressione sociale.[62]

Trasformazioni demografiche e familiari

Il período especial produsse effetti strutturali sulla struttura demografica e sulla famiglia cubana, costringendo i nuclei familiari a riorganizzarsi per la pura sopravvivenza. Il tasso di natalità cubano, già in calo dai decenni precedenti, subì un'ulteriore contrazione negli anni della crisi più acuta. Mentre la speranza di vita continuò paradossalmente a crescere, passando da 73,8 anni nel 1990 a 75,7 nel 1999, la mortalità tra gli ultrasessantenni, la fascia più colpita dalle carenze alimentari e dal collasso dei trasporti, aumentò del 13%.[35][63]

La struttura familiare fu colpita da una nuova e netta stratificazione sociale legata alla valuta. La legalizzazione del dollaro e l'apertura alle rimesse crearono una frattura tra le famiglie con parenti all'estero, che ricevevano divisa, e quelle dipendenti esclusivamente dai salari statali in pesos, il cui valore reale era crollato del 90%.[64] La diaspora divenne così non solo un trauma da separazione, ma una strategia economica vitale: le rimesse si trasformarono in un pilastro fondamentale dell'economia familiare, permettendo l'accesso ai negozi in valuta (TRD) per l'acquisto di beni non reperibili con la libreta.[65]

Impatto sociale e di genere

I progressi pre-crisi e il loro ridimensionamento

Nei trent'anni successivi alla Rivoluzione del 1959, le donne cubane avevano compiuto significativi progressi nell'accesso all'istruzione superiore e al mercato del lavoro: all'inizio degli anni novanta il 57,3% degli studenti universitari era composto da donne e il 58% dei tecnici era di genere femminile.[66]

Secondo studi basati su interviste condotte a Cuba, il período especial contribuì tuttavia a ridimensionare parte di questi risultati, incidendo in modo significativo sulle condizioni di vita e di lavoro delle donne. In particolare, le donne lavoratrici si trovarono a dover conciliare l'attività professionale con un aumento del lavoro domestico e di cura, reso più oneroso dalla scarsità di beni e servizi.[67]

La «femminizzazione» della crisi

Donna cubana

Alcuni studi hanno interpretato tali dinamiche in termini di «femminizzazione» della crisi.[68][69] Poiché le donne erano tradizionalmente le principali responsabili della gestione dell'economia domestica, su di esse ricadde in larga misura l'onere quotidiano di far fronte alla scarsità: fare le code per procurarsi beni difficilmente reperibili, lavare i vestiti a mano a causa del deterioramento degli elettrodomestici e della mancanza di pezzi di ricambio, gestire le razioni alimentari e compensare, attraverso lavoro non retribuito, le carenze nei servizi pubblici.[70]

Secondo diverse testimonianze, la disuguaglianza di genere si sarebbe aggravata durante il Periodo Speciale, a causa della mancanza di aiuti da parte dello Stato e dell'indisponibilità degli uomini a partecipare alla cura dei figli e alle faccende domestiche.[71]

Lavoro e mobilità occupazionale

L'espansione del turismo internazionale, una delle principali risposte economiche alla crisi, ebbe effetti ambivalenti sul lavoro femminile. Alcuni studi documentano una mobilità occupazionale verso il basso: professioniste qualificate, tra cui mediche, insegnanti e ingegnere, lasciarono impieghi nel settore statale, remunerati in valuta nazionale svalutata, per attività meno qualificate nel turismo, dove l'accesso a mance in valuta estera garantiva redditi superiori.[72]

Allo stesso tempo, altre ricerche sottolineano come la presenza femminile nel settore statale sia rimasta elevata o sia cresciuta nella seconda metà degli anni novanta, anche in seguito a campagne governative volte a reincorporare le donne nel settore statale, dove la retribuzione era corrisposta in pesos. Fino al 2010, il 90% delle donne occupate risultava impiegata nel settore pubblico, spesso affiancando al lavoro statale attività informali o complementari per integrare il reddito.[70]

Intersezioni con la dimensione razziale

Gli effetti di genere del período especial si intrecciarono con disuguaglianze di natura razziale. In seguito alla legalizzazione del dollaro nel 1993 e alla crescente importanza delle rimesse, le donne afrocubane risultarono svantaggiate, in quanto meno inserite nelle reti migratorie da cui provenivano tali risorse.

Nel settore turistico, inoltre, diversi studi segnalano discriminazioni nell'accesso alle posizioni a diretto contatto con i visitatori stranieri, contribuendo a una distribuzione diseguale delle opportunità economiche.[70]

Il jineterismo

La località turistica di Varadero

Il turismo di massa contribuì anche alla diffusione del jineterismo, termine utilizzato per descrivere un insieme eterogeneo di relazioni economiche e sociali tra cubani e turisti stranieri. Tali pratiche includevano attività informali di intermediazione, vendita di beni e servizi e, in alcuni casi, relazioni sessuali retribuite.

La letteratura ha interpretato il fenomeno come un complesso fatto sociale, in cui si intersecano dinamiche di genere, razza e classe, mettendo in discussione le rappresentazioni ufficiali di uguaglianza sociale.[73]

Diversi studi sottolineano inoltre una marcata asimmetria di genere: le attività delle jineteras tendevano a essere più frequentemente associate alla prostituzione e maggiormente stigmatizzate rispetto a quelle dei jineteros, percepite come più ampie e meno direttamente connotate sul piano sessuale.[74]

Impatto culturale e letterario

Il período especial come categoria culturale

La crisi degli anni novanta non fu soltanto un fenomeno economico: trasformò profondamente l'immaginario collettivo cubano e generò una produzione culturale e letteraria di notevole originalità.

Il período especial divenne esso stesso una categoria culturale, un punto di riferimento cronologico nel parlato quotidiano - l'espressione antes de ("prima di") rimandava all'era precedente la crisi, piuttosto che alla Rivoluzione del 1959 - e uno spazio di elaborazione artistica delle contraddizioni aperte dall'apertura economica.[75]

La legalizzazione del dollaro nel 1993 e il conseguente boom del turismo ridefinirono i circuiti di produzione e consumo della cultura cubana. Nel novembre dello stesso anno un decreto consentì per la prima volta agli scrittori cubani di negoziare contratti con editori stranieri in modo indipendente dalle organizzazioni statali; nel 1995 una legge promosse gli investimenti esteri nell'isola. Queste misure produssero, a partire dalla metà degli anni novanta, quello che i critici letterari spagnoli definirono il nuevo boom della narrativa cubana, alimentato dalla domanda internazionale di una letteratura che documentasse la realtà post-sovietica dell'isola.[76]

Resolver e inventar: la letteratura della scarsità

Zoe Valdes, scrittrice e regista cubana

La studiosa britannica Esther Whitfield, esperta di cultura cubana post-sovietica, nel primo studio monografico dedicato agli effetti del período especial sulla produzione letteraria locale, ha analizzato come la crisi abbia trasformato la narrativa in uno spazio di riflessione sulla mercificazione dell'identità nazionale. Il dollaro, legalizzato come valuta interna tra il 1993 e il 2004, divenne non solo strumento economico, ma anche oggetto letterario, emblema delle nuove gerarchie sociali e delle tensioni tra chi aveva accesso alla valuta straniera e chi ne era escluso.[77]

Whitfield osserva che nel periodo speciale la scarsità divenne «un'abitudine», e che i verbi resolver e inventar, letteralmente "risolvere" e "inventare", sconfinarono oltre il loro uso ordinario per designare le strategie di sopravvivenza quotidiana, diventando un leitmotiv della cultura popolare e della produzione narrativa.[78]

Tra gli autori più studiati in questo contesto si trovano Pedro Juan Gutiérrez, la cui Trilogía sucia de La Habana (1998) restituisce la vita quotidiana nel centro Habana degli anni novanta attraverso una scrittura cruda e corporea; Zoé Valdés, che esplora le contraddizioni del sistema dalla prospettiva femminile; Ena Lucía Portela e Antonio José Ponte, la cui riflessione poetica e saggistica sul degrado urbano e sulle rovine de L'Avana si intreccia con la critica politica del regime.[79]

Whitfield analizza inoltre come Anna Lidia Vega Serova e Ronaldo Menéndez affrontino la dollarizzazione attraverso la figura della triade dollaro-libro-sessualità: in racconti come La encomienda e Billetes falsos, il dollaro irrompe negli spazi domestici femminili come forza destabilizzante, mentre la scrittura stessa viene messa in scena come merce da negoziare con il mercato internazionale.[80]

Nella stessa direzione si muove Mylene Fernández Pintado, la cui prima raccolta Anhedonia (1994) e il romanzo Otras plegarias atendidas (2003) inscrivono il período especial nel desiderio di fuga e nella tensione tra il restare e il partire, visti come le due uniche risposte possibili alla crisi.[81]

L'estetica della rovina

Havana, 2023

Accanto alla produzione narrativa si sviluppò una riflessione critica sull'estetica del degrado urbano come figura simbolica del período especial.[82] Díaz-Infante ha analizzato come la rovina, il patrimonio architettonico di L'Avana in stato di progressivo collasso, sia diventata il tema ricorrente della narrativa e della fotografia cubana degli anni novanta, giungendo a formare parte dell'immagine dell'identità nazionale.[83]

Díaz-Infante argomenta che la rovina non cesserà di essere il simbolo identitario del período especial finché Cuba non avrà avviato una transizione democratica, una lettura che connette l'estetica della crisi alla sua dimensione politica irrisolta.[84] Il turismo internazionale contribuì paradossalmente a consolidare questa estetica: gli stranieri consumavano le rovine di L'Avana come attrattiva esotica, trasformando il degrado in merce culturale esportabile, mentre gli scrittori cubani, alcuni dei quali vivevano sull'isola, altri nell' esilio, interrogavano criticamente questo processo di mercificazione.[85]

Evoluzione successiva

Nuovi partner e riequilibri economici

Hugo Chávez, 2010

Il período especial non ebbe mai una conclusione ufficiale. Il senso di privazione estrema cominciò ad attenuarsi intorno al 2000, quando il Venezuela guidato da Hugo Chávez, eletto presidente nel febbraio 1999, si affermò come nuovo partner energetico privilegiato di Cuba. Il 30 ottobre 2000 Castro e Chávez firmarono a Caracas il Convenio Integral de Cooperación Cuba-Venezuela, che stabiliva la fornitura di fino a 53.000 barili al giorno di petrolio e derivati a condizioni agevolate, in cambio dell'invio a Cuba di medici, insegnanti e tecnici cubani.[86] L'accordo fu progressivamente ampliato nel corso del decennio successivo. Le forniture raggiunsero il picco di 115.000 barili al giorno nel 2015, mentre i legami tra Cuba e Venezuela arrivarono a rappresentare, al loro apice nel 2012–2013, circa il 22% del PIL cubano.[87]

La nuova dipendenza dal Venezuela riprodusse forme di dipendenza analoghe a quelle instaurate con l’URSS: Cuba accedeva a sussidi energetici che rendevano possibile la ripresa produttiva, ma restava vulnerabile alle crisi esterne del paese fornitore. Questa fragilità si sarebbe manifestata concretamente con il progressivo declino economico del Venezuela a partire dal 2013 e il conseguente ridimensionamento delle forniture.[86]

Interpretazioni storiografiche

La storiografia sul período especial concorda nel considerarlo uno spartiacque strutturale nella storia contemporanea di Cuba, più che una semplice fase recessiva. La crisi degli anni novanta, innescata dal crollo dell'Unione Sovietica e dalla perdita della maggior parte degli scambi commerciali, impose una trasformazione duratura degli assetti economici e sociali dell'isola, segnando il passaggio da un modello fortemente integrato nel blocco socialista a un sistema caratterizzato da maggiore eterogeneità e instabilità.[88]

L'Avana

Gli studiosi hanno descritto la risposta del governo come un processo «zigzagante», oscillante tra aperture al mercato e ricentralizzazione, nel tentativo di preservare il controllo politico senza rinunciare a misure di aggiustamento economico.[89][90]

Una parte della letteratura ha sottolineato inoltre la capacità dello Stato cubano di attuare una forma di «austerità umanistica»: nonostante la contrazione del prodotto interno lordo, sarebbero stati mantenuti livelli relativamente elevati di spesa sociale, consentendo la tenuta di indicatori come la speranza di vita e la mortalità infantile.[91][92]

Questa interpretazione è stata contestata da altri studiosi, che ne hanno messo in discussione la portata. Secondo questa lettura critica, la tenuta degli indicatori sociali sarebbe coesistita con un peggioramento delle condizioni materiali di vita e con un aumento significativo delle disuguaglianze, legato in particolare alla dualità monetaria e al crollo del valore reale dei salari statali. In questa prospettiva, l'enfasi riposta sulla spesa sociale restituirebbe un’immagine parziale della crisi, non pienamente rappresentativa delle trasformazioni economiche e sociali in atto.[93]

La periodizzazione del período especial, infine, resta oggetto di dibattito. Sebbene esista un consenso generale sul fatto che la crisi sia stata innescata dal crollo del blocco sovietico tra il 1989 e il 1990, le diverse fonti storiografiche e scientifiche propongono date d'inizio specifiche leggermente divergenti: mentre il 1990 è la data più citata come inizio formale del "período especial en tiempos de paz" per decreto governativo,[12][28][94][95] diversi autori utilizzano il 1989 per lo shock politico-economico[36] o il 1991 per l'impatto sistemico post-sovietico[96] come riferimenti cronologici alternativi.

Alcuni autori collocano la fine della fase più acuta tra il 1994 e il 1996, in coincidenza con la ripresa del prodotto interno lordo,[94][96][97] mentre altri propongono di interpretarlo come l'inizio di una fase più lunga di trasformazione, le cui dinamiche si estendono fino al XXI secolo.[28][95][98]

Il caso agricolo nel dibattito scientifico

Tra i diversi ambiti in cui si articola il dibattito scientifico sul período especial, il settore agricolo costituisce uno dei principali terreni di confronto.

Il passaggio a un modello a basso impiego di input chimici, determinato dal crollo delle importazioni di fertilizzanti, pesticidi e combustibili, è stato interpretato in modi divergenti. Una parte degli studi ha descritto l'esperienza cubana come un caso paradigmatico di transizione agroecologica su scala nazionale, sottolineando lo sviluppo dell'agricoltura urbana e periurbana e la diffusione di pratiche basate sul riciclo della materia organica, sulla diversificazione colturale e sulla riduzione della dipendenza da input esterni.[99]

Agricoltura urbana, Cuba

In questa prospettiva, Cuba è stata considerata un «laboratorio» di riferimento per modelli agricoli alternativi.[32][100][101] Altri autori hanno invece insistito sul carattere forzato di tale transizione, definita un bandaid approach (approccio cerotto), evidenziando come l'abbandono dell'agricoltura intensiva non sia derivato da una scelta programmatica, ma da una condizione di necessità.[96] In questa lettura, le riforme introdotte negli anni novanta sono state interpretate come misure emergenziali, finalizzate alla gestione della crisi piuttosto che a una ristrutturazione strutturale del sistema.[94] Sul piano produttivo, la letteratura concorda nel rilevare un andamento differenziato.[32][97]

Dopo un crollo significativo della produzione nei primi anni novanta, si registrò una ripresa parziale nella seconda metà del decennio, trainata soprattutto dalle produzioni destinate al consumo interno.[32] Al contrario, le colture da esportazione, in particolare lo zucchero, subirono un declino prolungato.[94] Alcuni studi sottolineano inoltre come l'aumento della produzione sia stato in parte legato all'estensione delle superfici coltivate e alla redistribuzione delle terre, più che a un incremento generalizzato delle rese.[51] Le valutazioni divergono anche in merito agli effetti ambientali.[29]

Se da un lato la riduzione dell'uso di input chimici e della meccanizzazione ha contribuito al recupero della fertilità dei suoli e alla diminuzione dell'inquinamento, dall'altro permane una struttura produttiva ibrida, in cui pratiche agroecologiche coesistono con forme selettive di agricoltura convenzionale per colture considerate strategiche.[51][96] Nel complesso, il modello agricolo emerso dal período especial è stato interpretato come una forma di «pluralismo tecnologico», capace di evitare una crisi alimentare più grave ma non di eliminare la dipendenza dalle importazioni, che continua a caratterizzare il sistema alimentare cubano.[41][96][97]

Note

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Bibliografia

Voci correlate

Collegamenti esterni