Piano Vanoni
Il Piano Vanoni, noto anche come Schema Vanoni, è un documento di politica economica approvato dal Consiglio dei ministri nel dicembre 1954 e intitolato Schema di sviluppo dell'occupazione e del reddito in Italia nel decennio 1955-1964.[1] Il testo, presentato nel 1955, è considerato un primo tentativo sistematico di affrontare la disoccupazione strutturale nella fase del dopoguerra e viene spesso indicato come un embrione della programmazione economica italiana degli anni successivi.[2][3]
Contesto
Nel corso degli anni cinquanta l'economia italiana conobbe un'accelerazione della crescita che avrebbe condotto al miracolo economico, ma il paese presentava ancora nodi strutturali rilevanti: squilibri territoriali, con un persistente divario tra Sud e Centro-Nord, e problemi di assorbimento della forza lavoro.[3] In questo quadro maturò l'idea di uno schema decennale che legasse obiettivi di crescita a obiettivi di occupazione e riequilibrio, assumendo che una dinamica espansiva stabile richiedesse un aumento degli investimenti e una direzione più consapevole dell'intervento pubblico.[1][4]
Genesi e presentazione
Lo Schema di sviluppo fu approvato nel dicembre 1954 dal governo presieduto da Mario Scelba, su proposta del ministro del Bilancio Ezio Vanoni.[1] Secondo la lessicografia economica, il Piano fu elaborato da un gruppo di esperti da lui ispirati e venne presentato in sede parlamentare nel 1955.[2]
Il documento, di ampiezza considerevole, intendeva offrire un quadro unitario di obiettivi e strumenti, assumendo come condizione necessaria un ritmo sostenuto e continuativo della crescita del reddito nazionale.[1][4]
Contenuti e obiettivi
Nella ricostruzione biografica di Treccani, il Piano mirava a conseguire in un decennio tre obiettivi macroeconomici: la piena occupazione (indicata come creazione di circa 3,2 milioni di nuovi posti di lavoro), la riduzione degli squilibri tra Nord e Sud e l'equilibrio della bilancia dei pagamenti.[1] A tali obiettivi era associata l'ipotesi che il reddito nazionale potesse crescere a un tasso medio annuo intorno al 5%.[1]
Nel riesame del 1958, Pasquale Saraceno ricostruì l'impianto dello Schema richiamando la triplice finalità (occupazione, riequilibrio territoriale, equilibrio estero) e l'assunzione di una crescita annua non inferiore al 5% come condizione per rendere compatibili gli obiettivi dichiarati.[4] Nella stessa prospettiva, la crescita attesa era legata a un aumento degli investimenti: Treccani sottolinea che i maggiori investimenti pubblici erano ritenuti necessari sia per elevare la produttività del lavoro sia per aumentare il numero degli occupati, con un finanziamento fondato su risparmio nazionale e prestiti esteri.[1]
Ricezione e seguito
Lo Schema suscitò un interesse ampio, ma non produsse un'immediata convergenza politica sulle scelte implicate: secondo Treccani, all'interno della Democrazia Cristiana si temeva che l'aumento della propensione al risparmio comportasse politiche percepite come restrittive, mentre i socialisti tendevano a leggere il Piano come una manovra di impronta keynesiana ritenuta inadeguata alla struttura dell'economia italiana del tempo.[5]
La morte di Vanoni nel febbraio 1956 privò il Piano del suo principale referente politico; in seguito, il mutamento del quadro europeo legato al Trattato di Roma (marzo 1957) contribuì a ridefinire lo scenario macroeconomico entro cui lo Schema era stato concepito.[5] Saraceno tentò di difendere e aggiornare l'impianto del Piano, ma nel 1959 – sempre secondo Treccani – le forze politiche rinunciarono definitivamente al suo aggiornamento, guardando a una nuova stagione di programmazione.[5]
Eredità
Nella ricostruzione di Treccani sulla programmazione economica, il Piano Vanoni è indicato come un primo embrione di politica di piano dell'Italia repubblicana: già nello Schema degli anni cinquanta, come nei piani successivi, ricorrono obiettivi quali il risollevamento economico-sociale del Mezzogiorno, la massima possibile occupazione e la riduzione di diversi divari socioeconomici.[3] La stessa fonte lessicografica sottolinea tuttavia che, pur rappresentando un tentativo sistematico di superare la disoccupazione strutturale, il Piano non venne tradotto in misure concrete di programmazione economica.[2]
Note
- 1 2 3 4 5 6 7 Antonio Magliulo, VANONI, Ezio, su Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani). URL consultato il 6 marzo 2026.
- 1 2 3 Vanoni, Ezio, su Dizionario di Economia e Finanza (Treccani). URL consultato il 6 marzo 2026.
- 1 2 3 Programmazione economica, su Treccani. URL consultato il 6 marzo 2026.
- 1 2 3 Pasquale Saraceno, Riesame del Piano Vanoni a fine 1957, in Moneta e Credito, vol. 11, n. 41, 1958, pp. 21-42. URL consultato il 6 marzo 2026.
- 1 2 3 Saraceno, Pasquale, su Il Contributo italiano alla storia del Pensiero: Economia (Treccani). URL consultato il 6 marzo 2026.
Bibliografia
- Pasquale Saraceno, Riesame del Piano Vanoni a fine 1957, in Moneta e Credito, vol. 11, n. 41, 1958, pp. 21-42.
- Pasquale Saraceno, Gli anni dello Schema Vanoni (1953-1959), a cura di Piero Barucci, Milano, Giuffrè, 1982.
Voci correlate
Collegamenti esterni
- Programmazione economica, su Treccani. URL consultato il 6 marzo 2026.
- Vanoni, Ezio, su Dizionario di Economia e Finanza (Treccani). URL consultato il 6 marzo 2026.
- Antonio Magliulo, VANONI, Ezio, su Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani). URL consultato il 6 marzo 2026.
- Pasquale Saraceno, Riesame del Piano Vanoni a fine 1957 (PDF), su Riviste online Sapienza (Moneta e Credito). URL consultato il 6 marzo 2026.