Pieve di Santa Maria a Diecimo

Pieve di Santa Maria Assunta
Facciata
StatoItalia (bandiera) Italia
RegioneToscana
LocalitàDiecimo (Borgo a Mozzano)
Coordinate43°57′49.38″N 10°30′10.74″E
Religionecattolica di rito romano
TitolareMaria, madre di Gesù
Arcidiocesi Lucca
Stile architettonicoromanico
Inizio costruzioneXII secolo

La pieve di Santa Maria a Diecimo è un edificio sacro che si trova in località Diecimo a Borgo a Mozzano.

Storia e descrizione

Pieve di santa maria a diecimo 02

Tradizionalmente fondata dal vescovo Frediano e nota dal 919, la pieve nell'aspetto e nelle dimensioni attuali fu costruita a partire dall'inizio del XII secolo dalla Contessa Matilde di Canossa. Con il completamento della chiesa, la committenza ecclesiastica provvide a fornirla di fonte battesimale, di un pulpito e della recinzione presbiteriale, arredi poi smontati a seguito della visita pastorale del 1675, in parte ancora conservati in chiesa ed in parte dispersi.

La chiesa presenta un prospetto basilicale a salienti, semplice e regolare, che affida la decorazione solo al paramento murario a grossi blocchi di calcare a fasce lapidee di differente altezze e alle figurazioni dell'architrave del portale di accesso[1]. Esso reca una decorazione raffigurante una serie di grandi e vigorosi tralci di vite e grappoli d'uva sostenuti da piccole figure, è databile agli ultimi decenni del XII secolo ed è attribuibile ad una bottega influenzata da quelle di Biduino e di Guidetto[2].

L'abside è coronata da una teoria di archetti pensili su mensole scolpite a rilievo molto basso. A fianco di essa sorge l'alta torre campanaria a pianta quadrata, che segnala la presenza della chiesa anche da lunga distanza, si presenta progressivamente più aperto dal basso verso l'alto da monofore, bifore, trifore e al sommo da quadrifore, ed è coronato da merlature aggiunte nell'Ottocento. Il campanile, ispirato a prototipi lombardo-lucchesi, dovrebbe rappresentare il completamento dell'intera fabbrica, verso la fine del XII secolo o all'inizio del successivo.

L'interno è a tre navate divise da pilastri rettangolari ornati da sottili strisce scure e concluso da grande abside semicircolare. La chiesa possiede alcuni resti del menzionato arredo scultoreo della prima metà del XIII secolo riferibile a differenti maestranze della taglia di Guidetto[1]: a destra dell'ingresso si trova ancora il fonte battesimale esagonale, composto da lastre rettangolari delimitate da pilastrini sormontati da pomelli a forma di pera o di cespo vegetale, una versione semplificata di un tipo diffuso nel territorio, da Barga a Brancoli

Alla parete destra è addossata una statua raffigurante il profeta Isaia che, con i due leoni stilofori con preda ai lati dell'accesso al presbiterio rappresentano ciò che rimane del pulpito. La presenza di due soli elementi stilofori fa pensare che esso presentasse di fronte le due sculture reggenti con colonnine la cassa, e che fosse poggiato al recinto presbiteriale e all'ultimo pilastro destro della navata, nella stessa posizione di quello del San Cristoforo di Barga. Non è possibile appurare se la cassa presentasse rilievi narrativi o decorazioni geometriche o fitomorfe. La recinzione presbiteriale, della quale non rimangono elementi, potrebbe essere stata costituita da elementi rettangolari verticali divise da cornici modanate e costituite da specchiature marmoree oppure da tarsie figurate dello stesso materiale.

Il profeta Isaia

La statua/altorilievo raffigurante Isaia presenta il profeta seduto ed appoggiato ad un pilastrino, cosa che ne limita la visione ai soli lati frontale e laterali e che permette di ipotizzare con verosimiglianza che esso si trovasse appoggiato su uno dei lati della cassa, a sostegno, forse attraverso altri elementi scolpiti, il leggio, come avviene nel pulpito della vicina pieve di San Giorgio di Brancoli. La figura dalla testa ricciuta, abbigliata con tunica e veste soprammessa mostra, nel libro aperto, proprio un passo del Libro di Isaia (Et egredietur / virga de radice / Ieseo / et flos de / radice eius / ascende; 11,1) che ha permesso di riconoscerne il profeta menzionato.

I leoni provenienti dallo stesso pulpito, più piccole del naturale ma di plastica monumentalità, sono rappresentati nell'atto di sottomettere ed attaccare una preda, simbolo della lotta tra bene e male. Il leone, emblema della forza del Verbo cristiano, vince un rettile alato unione di aspide e basilisco in quello di destra e un uomo con pugnale in quello di sinistra, forse allusivo agli atti dell'uomo compiuti contro la fede e forse raffigurante un musulmano, anche per la fisionomia[3].

Le sculture che rimangono in chiesa mostrano una grande capacità tecnica dell'autore e peculiari tratti stilistici: pur nell'immobilità delle pose, il realismo dei dettagli e delle fisionomie suggeriscono un intimo dinamismo che le salva dalla rigidità e stimola l'osservazione da più lati. Il linearismo della recente scultura lucchese è qui superato in funzione di una concezione plastica, aggiornata sugli esempi di Niccolò, Guglielmo e Antelami, e di un naturalismo che possa dare una nuova espressività e vitalità alle sculture, arricchite anche da uno spiccato gusto decorativo. Tutti caratteristiche che fanno pensare, anche per queste sculture alla bottega di Guidetto da Como, dal 1190 circa impegnata nella Cattedrale di Lucca, con una datazione al primo-terzo decennio del XIII secolo.

In chiesa sono anche un sarcofago romano e, sempre nella navata destra, una lastra erratica raffigurante un cavaliere con grande scudo, localmente denominato Re Pipino. Quest'ultima, proveniente dal cimitero, rappresenta un personaggio di alto rango, di importanza politica, è databile anch'essa all'inizio del XIII secolo[4].

Il presbiterio è delimitato da una recinzione marmorea novecentesca ispirata a quelle romaniche del primo Duecento. Alla parete sinistra di esso è un tabernacolo eucaristico quattrocentesco forse attribuibile a Matteo Civitali per le analogie con le opere dello scultore in San Martino a Lucca[5].

Alla parete della navata sinistra è appesa una tela con il Compianto sul Cristo morto di Giuseppe Antonio Luchi, in cui si notano le suggestioni dei tenebrosi veneziani e del classicismo bolognese, tra Reni e Creti[6].

Note

  1. 1 2 Marco Frati, Scrigni di pietra. Edifici religiosi nella valle del Serchio tra XI e XIV secolo, in Arte nella Valle del Serchio. Tesori in Garfagnana e Mediavalle dall'Alto Medioevo al Novecento, Lucca, 2018, pag. 42.
  2. ↑ Annamaria Ducci, La scultura del medioevo, in Arte nella Valle del Serchio. Tesori in Garfagnana e Mediavalle dall'Alto Medioevo al Novecento, Lucca, 2018, pagg. 63 - 64.
  3. ↑ Gigetta Dalli Regoli, i Leoni custodes, in Conosco un ottimo storico dell'arte... Per Enrico Castelnuovo. Scritti di allievi ed amici pisani, a cura di M. Ferretti, M. M. Donato, Pisa 2012, pagg. 51 - 59.
  4. ↑ Annamaria Ducci, La scultura del medioevo, in Arte nella Valle del Serchio..., cit.,, 2018, pagg. 66 - 67.
  5. ↑ Claudio Casini, La scultura dalla seconda metà del Quattrocento al Settecento, in Arte nella Valle del Serchio. Tesori in Garfagnana e Mediavalle dall'Alto Medioevo al Novecento, Lucca, 2018, pag. 168.
  6. ↑ Paola Betti, La pittura tra Cinquecento e Settecento, in Arte nella Valle del Serchio. Tesori in Garfagnana e Mediavalle dall'Alto Medioevo al Novecento, Lucca, 2018, pagg. 240 - 241.

Bibliografia

  • Maria Teresa Filieri (a cura di), La Garfagnana e la Media Valle del Serchio: la storia, l'architettura, l'arte della città e del territorio: itinerari nel patrimonio storico-religioso, I Luoghi della Fede, Milano, 1999.
  • Valerio Ascani, Scultori toscano-ticinesi a Diecimo e a Barga nel Duecento, in Arte nella Valle del Serchio. Tesori in Garfagnana e Mediavalle dall'Alto Medioevo al Novecento, Lucca, 2018, pagg, 81 - 106.

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