Quinto Cecilio Basso

Quinto Cecilio Basso, in latino Quintus Cecilius Bassus, in greco Καικίλιος Βάσσος o Βάσσος τε Καικίλιος (fl. I sec. a.C. – dopo il 42 a.C.), è stato un militare romano, di stanza in Siria, presso Tiro, sotto Cesare. Promosse una ribellione contro Cesare nell'estate del 46 a.C. dopo aver eliminato il legittimo governatore della provincia, Sesto Giulio Cesare. Assegnatosi la carica di pretore, si sostituì a quest'ultimo istituendo un dominio personale dalla città di Apamea.

Biografia

Cavaliere[1] romano, aveva militato in giovane età sotto Gneo Pompeo Magno,[2][3][4] ma era un personaggio poco conosciuto nelle alte sfere Romane.[5] Fu al centro di uno degli eventi più misteriosi e poco chiariti della guerra civile tra Cesare e Pompeo: l'ammutinamento, durato diversi anni, di una legione di Cesare stanziata in Siria.

Linizio della sedizione: Le divergenze fra le fonti

Le fonti giunte fino a noi divergono su diversi aspetti di questa vicenda, specialmente sui fatti avvenuti prima che Basso ottenesse il comando della legione Siriana:

  1. Cassio Dione spiega[6] come Basso, dopo la sconfitta a Farsalo, si fosse ritirato a Tiro "svolgendo di nascosto attività mercantili", e come "in un primo momento se ne stasse buono, contento che lo si lasciasse campare"; presto però avrebbe iniziato a raccogliere intorno a se "gente della sua risma" e a stabilire legami con i legionari che passavano dalla città per il "servizio di sorveglianza"; legionari appartenenti alla legione stanziata in Siria da Cesare sotto il Quaestor Pro Praetore della siria nel 47 a.C.[7] Sesto Giulio Cesare, plenipotenziario di fiducia di Cesare nella regione, nonché cugino del futuro dittatore.
    Quando poi iniziarono a giungere dall'Africa notizie allarmati, sempre più frequenti di insuccessi di Cesare "non si tenne più" e cominciò un'attività di "sovversione", "o perché simpatizzasse con Scipione e Catone, [impegnati in quel momento nella campagna di Tapso] o puntando a costituirsi una sua posizione di potere indipendente". Fu scoperto e portato davanti a Sesto ma riusì a farla franca inventandosi che racoglieva truppe volontarie da inviare in aiuto a Mitridate I del Bosforo. Dopodiché si mise perfino a creare lettere false nelle quali Scipione, dall'Africa, gli annunciava la sconfitta e la morte di Cesare, e l'attribuzione a lui del Governo della Siria; in forza delle quali, occupò Tiro e mosse all'attacco dell'accampamento di Sesto.
    Ma ancora una volta gli andò male: venne sconfitto e ferito; e quì il racconto di Dione sbanda nell'inverosimile:[8] Basso, pur sconfitto e ferito, non viene in alcun modo perseguitato ne punito, ed in questo frangente, decise di "abbandonare la maniera forte" ed inviò messaggi segreti ai soldati di Sesto, riuscendo ad indurre alcuni di loro ad assassinarlo; e con ciò la legione (tranne pochi uomini di guarnigione ad Apamea, fuggiti in Cilicia) passò agli ordini di Basso.[9]
  2. Appiano, preferisce seguire una diversa fonte:[3][10][N 1][N 2] Secondo Appiano, a Basso fu assegnata la "cura" della legione che Cesare aveva appostato in Siria, mentre il "prestigio del comando" apparteneva a Sesto, "giovanotto che, essendo un depravato, portava in giro la legione in ogni dove in modo indecente, spingendola ai piaceri(Ad Libidinem); e rimproverato da Basso rispose insultandolo". Il racconto prosegue con Basso che, essendosi attardato a presentarsi al cospetto di Sesto che lo aveva convocato, viene fatto "trascinare con la forza", e la truppa dopo questo ennesimo sopruso uccide Sesto, per poi pentirsene, spinti dal timore della ritorsione di Cesare, e fà giurare a Cecilio Basso, insieme a loro, di "combattere fino alla morte se non fosse sopravvenuto il perdono di Cesare".[12]

Le due versioni in contraddizione, sono il frutto di una dura polemica storeografica deformante in direzioni contrapposte, sorta evidentemente a ridosso della vicenda, e non certo secoli dopo.[8][N 3] Si può però osservare che, nonostante la diametrale lontananza delle due versioni, in alcuni casi sembra di essere di fronte alla presentazione distorta della stessa scena: Cecilio trascinato davanti a Sesto in Appiano, e che, catturato, giustifica gli arruolamenti in Dione.[8]

La testimonianza della fonte di Appiano, pro Cecilio e contro Sesto è sospetta di falsificazione.[14] Sarebbe invece da ritenere fededegna la versione di Dione (la cui demolizione della figura di Basso, non richiede l'esaltazione di Sesto)[8] che presenta Cecilio come un pompeiano apertamente ribelle a Cesare durante una fase della guerra civile a questi del tutto avversa: Basso avrebbe agito in un momento in cui si erano diffuse voci di sconfitta di Cesare in Africa,[15] su di una legione formata da elementi già agli ordini di Pompeo a Farsalo, e passati sotto di lui dopo la sconfitta.[16] Sesto Cesare era poi considerato l'erede politico di Cesare (in quanto suo parente più prossimo)[N 4] e una ribellione contro di lui è prova certa di un'azione filo-pompeiana.[N 5] Dione scrive inoltre che fosse apertamente dalla parte di Scipione e di Catone in quel momento (e così anche Giuseppe Flavio), anche se la lettera comunicante la morte di Cesare in Africa e l'affidamento a se stesso della provincia che mostrò a Sesto era chiaramente artefatta.[19]

  • Livio, un'altra fonte sulla vicenda (sebbene probabilmente anche fonte di Dione),[20] su questa vicenda è giunto fino a noi solo in forma di epitome[21] del libro che doveva narrare l'evento in maniera molto più dettagliata; questa sintesi non lascia capire come si esprimesse l'autore sui dettagli, ma coincide con Dione sul punto centrale della vicenda quando afferma che Cecilio Basso che: "incitava al conflitto, fece abbandonare Sesto Cesare dalla legione e lo fece uccidere" e che la legione, dopo l'assassinio, si schierò al fianco del ribelle. Tutto ciò avvenne tra la battaglia di Farsalo (9 agosto 48 a.C.) e quella di Tapso, che si svolse a distanza di poche settimane da questi fatti.

La repressione

mappa della provincia di Siria

Avendo de facto in mano il comando della legione, ed avendone reclutata un'altra alla buona,[22][N 6] Basso proseguì allacciando legami con i potentati locali, padroni di notevoli posizioni fortificate di cui la zona pullulava, che gli avrebbero poi garantito rifornimenti indefiniti;[N 7][26] nonché facendosi potenti alleati regionali, come il tetrarca della Galazia Deiotaro.[N 8] Trovando però, secondo Giuseppe Flavio, la convinta opposizione degli Idumei di Giudea, guidati da Antipatro, fedelissimo di Cesare.[28]

Le prime notizie sulla crisi Causata in siria da Basso giunsero a Roma nel settembre/ottobre del 46 a.C[29] e Cesare, venuto a conoscenza della sedizione, affidò a Quinto Cornificio, governatore della Cilicia, il compito di reprimerla, inviandogli legioni a supporto, mentre lui si sarebbe diretto in Spagna ad affrontare le residue forze pompeiane raccolte attorno a Sesto Pompeo.[30]

Questi rinforzi tuttavia partirono solo con il nuovo governatore della Siria dell'anno 45 a.C. Gaio Antistio Vetere, il quale subì una clamorosa sconfitta per mano di Cecilio Basso, grazie all'intervento del sovrano partico Pacoro I, e del capo arabo Alcaudonio,[N 9][31] già complice dei Parti contro Crasso, che aveva reclutato per Basso mercenari dalla Mesopotamia.[25][N 10]

Cesare a quel punto inviò un'altra spedizione composta da due eserciti per un totale di sei legioni, comandate da Lucio Staio Murco e Marco Crispo, ma tale forza, cinto d'assedio Basso, non poté averne ragione,[33] fino a che "egli non pose volontariamente se stesso nelle loro mani alle proprie condizioni".[25]

Con la morte di Cesare alle idi di marzo il cesaricida Gaio Cassio Longino, recatosi in Oriente trasse a sé le forze ribelli (anche in virtù dei suoi passati legami da questore) e quelle inviate da Cesare: Cecilio Basso e Crispo ottennero il perdono, mentre Stazio, conservando il rango che deteneva in precedenza, ricevette il comando della flotta.[34] Dopodiché non si sa più nulla di Basso. Probabilmente ciò è indizio di morte repentina, o della sua uscita dalla scena politica.

Note

Note esplicative

  1. ↑ forse Timagene di Alessandria.[11]
  2. ↑ pur menzionando una fonte che meglio concorda con le altre.[3]
  3. ↑ Canfora si dilunga sui possibili autori di tale polemica, indicando primariamente Livio e Timagene[13]
  4. ↑ Luciano Canfora suggerisce che Cesare avesse indicato in Sesto Giulio Cesare come suo erede nel periodo tra la battaglia di Farsalo, nel 49 a.C. e la morte di quest'ultimo.[17]
  5. ↑ Sesto era stato posto a guida di una regione chiave, tra l'Egitto recentemente conquistato e il Regno partico, contro il quale Cesare era in animo di scatenare un'offensiva prima[18]
  6. ↑ Gettando discredito anche sugli alleati di Basso,[23] Dione riporta queste reclute come schiavi[24]
  7. ↑ tra i quali si annoverarono: le città di Lisiade e Aretusa, rette da dinasti dela tribù degli Emeseni (Sampsigeramo e suo figlio Giamblico) a dire di Strabone più civilizzati di altri Sceniti(popoli simili ai nomadi della Mesopotamia) a causa della maggiore vicinanza alle popolazioni siriache; Elipoli e Calcide, quest'ultima sotto Tolomeo figlio di Menneo[25]
  8. ↑ sebbene Cicerone, parlando davanti a Cesare, lo aveva scagionato dall'accusa di aver complottato "con quel pazzo furioso di Cecilio"[27]
  9. ↑ Strabone[25] probabilmente parla di lui quando menziona un certo "Alchedamno re dei Rambei, nomadi al di qua dell'Eufrate"[23]
  10. ↑ Alcaudioni si schierò dalla parte di Basso, secondo Dione,[32] per il semplice fatto che questi avrebbe offerto più denaro degli altri comandanti romani, secondo Strabone invece,[25] ritenendo di aver subito dei torti dai vari promagistrati della Siria e nonostante avesse ricevuto il riconoscimento di amico del popolo romano.[23]

Fonti

  1. ↑ solo in Cassio Dione, XLVII,26,3; L'Ordre équestre à l'époque républicaine II di C. Nicolet, sembrerebbe non averlo? (da verificare)
  2. ↑ Livio, CXIIII
  3. 1 2 3 Appiano B.C., III,77
  4. ↑ Cassio Dione, XLVII,26,3
  5. ↑ Canfora 2026, p.274; Cicerone, Lettere ai familiari XII,18; Cicerone, Pro rege Deiotaro 23
  6. ↑ Cassio Dione, XLVII 26,3-17,2
  7. ↑ T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic II p.288
  8. 1 2 3 4 Canfora 2026, p.272
  9. ↑ traduzioni e contenuto generale del resoconto di Dione, di Luciano Canfora: Canfora 2026, pp.270-272
  10. ↑ Appiano B.C., IV,58
  11. ↑ Canfora 2026, pp.264-268
  12. ↑ traduzione e contenuti del resoconto di Appiano di Luciano Canfora: Canfora2026, pp.262-263,269-270
  13. ↑ Canfora 2026, tutto il capitolo 4 della parte IV: pp.257-285
  14. ↑ L. Canfora, Giulio Cesare, cit., p 214
  15. ↑ Cic., Pro rege Deiotaro, 25
  16. ↑ Canfora 2026, pp272-273
  17. ↑ Canfora 2005, pp. 268-269.,
  18. ↑ Appiano B.C., III,77,312
  19. ↑ Cassio Dione, XLVII, 26, 5
  20. ↑ Canfora 2026, p.277
  21. ↑ Livio Periochae, 114
  22. ↑ Canfora 2026, p.278
  23. 1 2 3 Canfora 2026, p.283
  24. ↑ Cassio Dione, XLVII,27,2
  25. 1 2 3 4 5 Strabone, 2,10-11
  26. ↑ Canfora 2026, p.282
  27. ↑ Canfora 2026, p.277;Cicerone, Pro rege Deiotaro 23-25
  28. ↑ Giuseppe Flavio, Antiquitates Judaicae, XIV, 269
  29. ↑ Canfora 2026, p.274; Cicerone a Cornificio, Lettere ai familiari XII,17,1
  30. ↑ Cic., Ad familiares, XII, 19
  31. ↑ Cic., Ad Atticum, XIV, 9, Pro rege Deiotaro, 23; Cassio Dione, XLVII, 27, 4
  32. ↑ Cassio Dione, 27,3-4
  33. ↑ Appiano B.C., LXVIII; Cassio Dione, XLVII,27,5
  34. ↑ Cassio Dione, XLVII,28,4; Appiano B.C., LIX; Flavio Giuseppe, Ant. Iud., XIV, 272

Bibliografia

Fonti antiche

Fonti moderne

  • Luciano Canfora, Studi di storia della storiografia romana, Bari, Edipuglia, 1993. pp. 200-201
  • Luciano Canfora, Giulio Cesare. Il dittatore democratico, Torino, RCS Libri, 2005.
  • Luciano Canfora, Augusto figlio di dio, RCS MediaGroup, 2026, ISSN 2532-1072.