Regno di Hormuz

Regno di Hormuz
Regno di Hormuz – Bandiera
Dati amministrativi
Nome completoRegno di Hormuz
Nome ufficiale(IT) Regno di Hormuz
(FA) هرمز
Lingue ufficialiPersiano, Arabo
CapitaleHormuz
Dipendente da Impero Portoghese (1515-1622)
Politica
Forma di StatoStato assoluto
Forma di governoMonarchia
NascitaXI Sec. (intorno al 1060) con Muhammed I Deramku
CausaEmigrazione di Muhammed I Deramku dall’Oman alla costa iraniana
Fine1622 con Muhammad Shah IV b. Firuz Shah
CausaPresa di Ormuz
Territorio e popolazione
Bacino geograficoTerritori costieri lungo lo Stretto di Hormuz
Territorio originaleIsola di Hormuz
Economia
Commerci conImpero britannico, Impero ottomano, Regno del Portogallo, Indonesia
Religione e società
Religioni preminentiSunnismo
Religione di StatoSunnismo
Evoluzione storica
Succeduto da Impero safavide
Ora parte diEmirati Arabi Uniti (bandiera) Emirati Arabi Uniti
Iran (bandiera) Iran
Oman (bandiera) Oman
Arabia Saudita (bandiera) Arabia Saudita
Bahrein (bandiera) Bahrain

Il Regno di Hormuz (conosciuto anche come Hormoz o Ormus; in persiano هرمز‎; in portoghese Ormuz), è stato un regno che si trovava nella parte orientale del Golfo Persico e al suo apice si estendeva fino al Bahrein a occidente. Il regno fu fondato nell’XI secolo inizialmente come dipendenza del Sultanato selgiuchide di Kerman, e successivamente come tributario autonomo dei turcomanni Salghuridi e del Ilkhanato.[1][2] Nella sua fase finale Hormuz divenne uno stato cliente dell’Impero portoghese. Gran parte del suo territorio fu infine annesso dall’Impero safavide nel XVII secolo. Confinava con la Miladian di Laristan, con la quale ebbe frequenti contrasti.

L’isola fu una base economica di grande rilievo per gli scambi commerciali e il traffico marittimo, fungendo da importante porto tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano.[2] Questo porto si trovava originariamente sulla costa meridionale dell’Iran, a est dello Stretto di Hormuz, vicino all’odierna città di Minab, e fu in seguito trasferito sull’isola di Jarun, che divenne nota come Isola di Hormuz,[3] situata nei pressi dell’attuale città di Bandar Abbas.

Etimologia

Secondo un’etimologia popolare, “Hormuz” deriverebbe dalla pronuncia in medio persiano del nome della divinità zoroastriana Ahura Mazdā. In alternativa, è stato suggerito che il nome provenga da Hur-Muz, cioè “luogo delle dattere”.[4] Un'altra possibilità è che il termine derivi da ὅρμος, hormos, parola greca che significa “insenatura, baia”.[5]

Il nome dell’insediamento urbano che fungeva da capitale dell’antico Regno di Hormuz era indicato anche come Naband.[6]

Antico Regno di Hormuz

Il primo periodo della storia dei sovrani di Hormuz inizia con l’emigrazione del principe-mercante arabo Muhammad Diramku dall’Oman alla costa iraniana nell’XI secolo e durò fino al trasferimento della capitale sull’Isola di Hormuz a cavallo tra XIII e XIV secolo; durante questo periodo Hormuz godette di una lunga fase di autonomia sotto la dipendenza formale dei sovrani persiani, dalla fondazione del regno nell’XI secolo fino all’arrivo dei portoghesi. Eventi rilevanti di questa fase includono le lotte di potere tra i numerosi emiri di Hormuz e delle regioni circostanti e il mantenimento del ruolo economico di Hormuz.[2][5]

Hormuz fu governato dai discendenti di Muhammad Diramku (Deramkub, “coniatore di dirham”), che fondò il regno come dipendenza del Regno di Kerman dopo il crollo della dinastia dei Buwayhidi, raggiungendo il suo apogeo sotto la dinastia mongola degli Ilkhanidi.[7] In età medievale, il regno era ben conosciuto come un emporio internazionale che controllava entrambe le sponde del Golfo Persico e buona parte della costa del Mar Arabico.[5]

«Fu durante il regno di Mir Bahrudin Ayaz Seyfin, quindicesimo re di Hormuz, che i Selgiuchidi invasero Kerman e da lì si spinsero fino a Hormuz. Le ricchezze di Hormuz attiravano incursioni così frequenti che gli abitanti cercarono rifugio al largo della terraferma e si trasferirono inizialmente sull’isola di Qeshm. Mir Bahrudin visitò poi l’isola di Jerun e l’ottenne da Neyn (Na’im), re di Keys (Kish), cui appartenevano tutte le isole della zona. Dopo aver intrapreso il pellegrinaggio dell’Hajj, Mir Bahrudin divenne ampiamente conosciuto come Haji Bahrudin nelle terre di Hormuz.»[8]

Questi spostamenti di potere segnarono la fine dell’età d’oro del Golfo Persico, ma i porti insulari di Qays e poi quello continentale di Hormuz (inizialmente tributario della Persia) divennero rinomati empori. I sovrani hurmuzî svilupparono Qalhat, sulla costa dell’Oman, per controllare entrambi i lati dell’ingresso al Golfo Persico. Più tardi, nel 1300, i mercanti hurmuzî si liberarono della sovranità persiana e riorganizzarono il loro emporio sull’isola anch’essa chiamata Hurmuz, dove accumularono ricchezze leggendarie. La natura dei rapporti tra i Nabâhina e gli hurmuzî resta poco chiara.[9]

Mausoleo di Bibi Maryam

Nuovo Regno di Hormuz

L’inizio del regno dell’emiro Rukn al-Din Mahmud Qalhati (1249–1286) segnò l’avvio di un nuovo periodo nella storia di Hormuz. Questa fase fu generalmente caratterizzata dall’indipendenza sempre più marcata di Ormus dal Kerman e dai Salghuridi (situati nella provincia di Fars) e dall’espansione della sua influenza verso il Bahrain degli Usfuridi e l’Oman.[10]

Al tempo della competizione tra gli Ilkhanidi e il Khanato Chagatai, la vecchia città di Hormuz, nota anche come Nabands e Dewankhana, fu abbandonata dai suoi abitanti. Nel 1301, infatti, sotto la guida del re Baha ud-Din Ayaz e di sua moglie Bibi Maryam, la popolazione si trasferì sulla vicina isola di Jerun.[11][12]

All’inizio del XV secolo, Hormuz fu uno dei regni visitati dalla flotta di spedizione cinese comandata dall’ammiraglio Zheng He durante i viaggi di esplorazione della dinastia Ming, costituendo la destinazione finale della flotta durante il quarto viaggio.[13][14] Ma Huan, interprete al servizio della spedizione, descrisse positivamente la società di Hormuz nello Yingya Shenglan, scrivendo ad esempio che «gli arti e i volti della gente sono raffinati e chiari […] sono robusti e di bell’aspetto; i loro abiti e i loro copricapi sono eleganti, distintivi e raffinati».[14] Fei Xin, un altro membro dell’equipaggio, fornì una descrizione di Hormuz nello Xingcha Shenglan.[14] Egli annotò, tra l’altro, che la società di Hormuz godeva di un alto tenore di vita, osservando che «le classi inferiori sono ricche», e descrisse le abitudini di abbigliamento locali: le lunghe vesti indossate da uomini e donne, i veli portati dalle donne sulla testa e sul volto quando uscivano e i gioielli sfoggiati dai ceti più agiati.[14]

Essendo conosciuta come un emporio internazionale e rinomata in Europa come centro commerciale, la sua prosperità portò alla sua fama, tanto da indurre i portoghesi a lanciare attacchi e conquistarla all’inizio del XVI secolo.[5][7]

Conquista portoghese (1507-1515)

Nella tarda sera del 26 settembre 1507, la flotta portoghese guidata dall'esploratore portoghese Afonso de Albuquerque,fece il suo ingresso nel porto di Hormuz, ornata di bandiere e salutando la città con una salva di mezz’ora.[15]

Mappa portoghese di Hormuz risalente al 17° sec.

La notizia della conquista portoghese dell’Oman aveva seminato grande sgomento in città, e si era diffusa la voce che i portoghesi arrivassero persino a divorare esseri umani.[16] Forse per questa ragione Albuquerque non fu accolto da alcun emissario con cui poter trattare. In tale situazione convocò a bordo il capitano della più grande nave in porto – un mercantile gujarati di 800 tonnellate – affinché facesse da tramite con il sovrano di Hormuz. Egli dichiarò di essere giunto con ordini da Re Manuele I del Portogallo per ridurre Hormuz a vassallo e porlo sotto la sua protezione, offrendo tuttavia la possibilità di capitolare senza spargimenti di sangue.[17]

Hormuz era allora governato non dal suo giovane re dodicenne Seyf ad-Din, ma dal potente visir, l’eunuco bengalese Cogeatar (Hwaga Ata), che non si lasciò intimidire dalla flotta relativamente ridotta. Durante la notte, i portoghesi udirono uomini imbarcarsi sulle navi e barricate erigersi, segno chiaro dell’intenzione del visir di resistere.[18] I portoghesi furono circondati da circa 50 navi mercantili armate dal lato di terra e tra le 120[19] e le 200 imbarcazioni leggere a remi dal lato del mare. Albuquerque non tentò di rompere l’accerchiamento; preferì invece sfruttare l’eccessivo numero di imbarcazioni nemiche per permettere all’artiglieria di colpire con maggior efficacia.[20]

Con le trattative ormai interrotte intorno alle 9 del mattino seguente, la nave ammiraglia di Albuquerque, la Cirne, aprì il fuoco, seguita dal resto della flotta. Le bordate furono scambiate tra la flotta ormusi e i portoghesi, con chiaro vantaggio di questi ultimi, e grandi nubi di fumo avvolsero le navi, riducendo notevolmente la visibilità.[20]

Dalle spiagge, gli abitanti di Hormuz, incluso il giovane re, assistevano alla battaglia; alcuni rimasero uccisi da palle di cannone vaganti e si dispersero.

Le imbarcazioni leggere ormusi, cariche di numerosi arcieri persiani mercenari, manovrarono per attaccare in massa la flotta portoghese. In quel momento i portoghesi incontrarono qualche difficoltà a causa della scarsità di uomini, ma il gruppo compatto di imbarcazioni nemiche a basso pescaggio costituì un bersaglio ideale: circa una dozzina furono affondate e molte altre rese inservibili, bloccando così il passo alle navi che seguivano.[20] Con l’aumentare della confusione e della disorganizzazione tra gli ormusi, i portoghesi passarono all’offensiva: Albuquerque fece abbordare la grande carracca gujarati, che fu espugnata dopo una dura lotta. Una dopo l’altra, i portoghesi catturarono o incendiarono gran parte delle navi nemiche.[21] Infine, sbarcarono presso gli arsenali e incendiarono le periferie di Hormuz; temendo un assalto sanguinoso, il visir Cogeatar issò una bandiera bianca sul palazzo reale, annunciando la resa.[22] Con non più di 500 uomini e sei navi malandate, Albuquerque aveva sottomesso la più potente potenza navale del Golfo.

Dopo lunghe trattative, il 10 ottobre Afonso de Albuquerque incontrò il re di Hormuz Seyf ad-Din, il visir Cogeatar e il suo braccio destro Rais Nureddin Fali per firmare i termini della capitolazione: un tributo di 15 000 ashrafi (una moneta persiana), l’esenzione dei portoghesi dal pagamento dei dazi doganali e il diritto di erigere una fortezza sull’isola, in cambio della possibilità per il re di mantenere il proprio trono sotto la protezione militare portoghese, mentre ai mercanti sarebbero state restituite le navi catturate durante la battaglia.[23]

Persiani di Hormuz raffigurati dai portoghesi nel Códice Casanatense.

Albuquerque ordinò ai suoi uomini di iniziare a costruire la fortezza sull’estremità settentrionale dell’isola, lavorando a turni, e ogni notte i portoghesi reimbarcavano per poi tornare al mattino (per non far scoprire il loro esiguo numero).[24] Ciò stupì gli abitanti di Hormuz, poco abituati a vedere uomini d’arme impegnarsi in lavori manuali.[25]

Poiché Hormuz era uno stato tributario della Persia safavide, Albuquerque si trovò di fronte a due inviati persiani che gli chiesero il pagamento del tributo. Egli rispose consegnando loro cannoni, spade, palle di cannone e frecce, affermando che quella era la “moneta” coniata in Portogallo per pagare tributi.[26]

Tuttavia, la costruzione della fortezza nel duro clima di Hormuz provocò gravi lamentele e dissidi tra i portoghesi, specialmente fra i capitani, che contestavano la decisione di Albuquerque di indugiare a Hormuz.[27] Nel dicembre dello stesso anno, quattro marinai disertarono verso Cogeatar, rivelandogli il numero reale dei portoghesi e il malcontento interno. Resosi conto del pericolo, Albuquerque evacuò i suoi uomini dall’incompiuta fortezza e li reimbarcò, ponendo Hormuz sotto blocco nella speranza che la mancanza di acqua costringesse Cogeatar a restituire i disertori e a sottomettersi. Anche i portoghesi, tuttavia, dovettero affrontare lunghi viaggi verso l’isola di Qeshm o quella di Larak per approvvigionarsi di acqua dolce.[28] Infine, l’8 febbraio 1508, dopo che tre dei suoi capitani – Afonso Lopes da Costa, António do Campo e Manuel Teles[29] – erano già fuggiti a Cochin, in India, con le rispettive navi,[29] Albuquerque, consapevole della debolezza della sua posizione, abbandonò anch’egli Hormuz.[30]

Nell’agosto dello stesso anno, Albuquerque salpò nuovamente per Hormuz per verificarne la situazione e, lungo il tragitto, saccheggiò Qalhat, accusata di aver fornito provviste avariate l’anno precedente.[31] Resosi conto che Hormuz era stata adeguatamente fortificata e che la Cirne imbarcava una quantità pericolosa d’acqua, decise però di rientrare in India.[32], giurò di non tagliarsi la barba finché non avesse conquistato Hormuz.[33]

Afonso de Albuquerque

Il 4 novembre 1509, Albuquerque succedette a Francisco de Almeida come governatore dell’India portoghese. Prima di tornare a Hormuz, conquistò Goa nel 1510, Malacca nel 1511 e compì un’incursione nel Mar Rosso nel 1513. In tutto questo tempo Albuquerque non cessò di raccogliere informazioni su Hormuz, né di scambiare ambasciatori o corrispondere con i suoi visir.[34] Nel frattempo, tra il 1507 e il 1515, a Hormuz erano avvenuti profondi cambiamenti che spinsero Albuquerque ad agire quanto prima: Coge Atar era stato assassinato, e il nuovo visir, il suo braccio destro Rais Nureddin Fali, aveva fatto avvelenare il re Seyf ad-Din, sostituendolo con il fratello diciottenne Turan Shah.[35] Tuttavia, anche Rais Nureddin fu presto estromesso dal potere dal nipote Rais Ahmed tramite un colpo di Stato, mantenendo il controllo con la forza e con la repressione, sostenuto da una fazione di corte. Questo clima di violenza e minacce spaventò profondamente il giovane Turan Shah, che temeva di essere assassinato o accecato.[36]

Albuquerque radunò quindi a Goa una flotta di 27 navi, 1.500 portoghesi e 700 malabaresi, e nel marzo 1515 gettò nuovamente l’ancora davanti a Hormuz, tra squilli di tromba e una potente salva di artiglieria;[37] «Le navi sembravano in fiamme», avrebbe poi ricordato l’oculista Gaspar Correia.[38]

Hormuz appariva fortificata e pronta a una lunga resistenza; tuttavia, re Turan Shah e Rais Nureddin non si opposero ad Albuquerque, sperando che potesse essere un alleato contro l’usurpatore Rais Ahmed (definito dai portoghesi un “tiranno”), poiché i portoghesi si erano dimostrati interessati soltanto al commercio e al tributo, e non a un controllo effettivo del regno.[39] Così, il 1º aprile, re Turan Shah permise ad Albuquerque di sbarcare le sue truppe e di prendere ufficialmente possesso di Hormuz senza spargimenti di sangue, e finalmente la bandiera del Portogallo fu issata sull’isola.[39] Prima di occuparsi degli affari di Hormuz, Albuquerque concesse una solenne udienza pubblica a un ambasciatore inviato da Shah Ismail, giunto per avviare colloqui diplomatici con i portoghesi; Albuquerque considerava infatti fondamentale assicurarsi rapporti amichevoli con la Persia contro l’Impero ottomano.

Alcune settimane dopo, Albuquerque fu informato da Turan Shah che Rais Ahmed tramava di assassinarlo. Albuquerque chiese quindi un incontro con il re e i suoi ministri in un palazzo pesantemente presidiato da soldati portoghesi. Lì fece uccidere i suoi capitani e lo stesso Rais Ahmed alla presenza del sovrano, “liberando” così Turan Shah dal giogo dell’usurpatore; per rassicurare il giovane re circa la sua sicurezza come vassallo del Portogallo, Albuquerque lo armò cavaliere e si rivolse a lui non come conquistatore, ma come servitore:

«Signore Turuxá, re di Hormuz, ora sei un cavaliere, per queste armi che ti concedo e per l’amicizia del re del Portogallo. Io in suo nome, così come tutti questi cavalieri e fidalgos, ti serviremo fino alla morte; dunque ordina che vengano tagliate le teste a quanti lo meritino, e non temere nessuno fintanto che sarai amico del mio signore re.»[40]

Nel frattempo, una folla ribelle si era radunata attorno al palazzo, temendo che il re fosse stato assassinato; Turan Shah fu allora condotto sul tetto del palazzo, da dove si rivolse trionfalmente alla città, che esultò per la morte di Rais Ahmed.[41]

Fortezza

Planimetria della fortezza portoghese di Hormuz. Il primitivo forte eretto da Albuquerque è segnato in rosso.

Messa in sicurezza Hormuz, Albuquerque riprese la costruzione della fortezza, impiegando i suoi uomini e manodopera locale assunta, e vi partecipò anche personalmente.[42] Il sito scelto si trovava all’estremità settentrionale dell’isola a forma di goccia, in posizione strategica con vista sulla città e sui due porti. La pianta aveva la forma di un pentagono irregolare con sette torri ed era intitolata a Nostra Signora della Concezione, Fortaleza da Nossa Senhora da Conceição de Hormuz, in portoghese. Vi stazionava una guarnigione di 400 soldati portoghesi.[43] Fu eretto anche un grande ceppo nel mercato e successivamente fu aperto un ampio cortile tra la fortezza e la città.

Nel 1550 la vecchia fortezza fu rinnovata e ampliata sotto la direzione dell’architetto Inofre de Carvalho, che progettò una struttura più grande e meglio adattata ai principi della guerra con la polvere da sparo.

Amministrazione portoghese

A Hormuz, Albuquerque adottò il principio del governo indiretto: al re fu consentito di governare il proprio regno come vassallo della Corona portoghese, ma fu disarmato e i portoghesi assunsero il controllo della difesa, lasciandogli soltanto una guardia reale, trasformando di fatto il regno in un protettorato.[44] Fu imposto il tributo annuo di 15 000 ashrafi, e Albuquerque riscosse anche gli arretrati, pari a 120 000 ashrafi.[45] Nel corso del XVI secolo, tale somma fu progressivamente aumentata.

La fortezza portoghese di Hormuz

Lo stato di intrighi violenti tra le fazioni di corte e la brutale repressione di Rais Ahmed avevano dissuaso molti mercanti dal frequentare la città negli anni precedenti, causando un calo dei traffici; questa tendenza fu invertita solo con la presa portoghese. Allo stesso tempo, la presenza militare portoghese rese la navigazione nel Golfo molto più sicura. I sovrani di Bassora, Bahrein, Lar e i governatori persiani vicini inviarono ambasciate ad Albuquerque per stringere relazioni amichevoli.[46] Grandi folle si radunavano per vedere Albuquerque ogni volta che percorreva le strade, e pittori furono inviati a Hormuz per ritrarlo.[47]

Poiché tutto il commercio marittimo tra l’India e il Medio Oriente passava per Hormuz, il gettito annuo complessivo della città fu stimato da alcuni autori portoghesi, come Gaspar Correia, intorno a 140 000 cruzados, di cui 100 000 solo dai dazi doganali; lo storico portoghese João de Barros riportò che nel 1524 i dazi avevano fruttato 200 000 cruzados. Con il controllo di Hormuz, Albuquerque si assicurò anche il commercio strategico dei cavalli da guerra, esportati dall’Arabia e dalla Persia in India via Hormuz, che dirottò verso Goa. Tra tutti i possedimenti portoghesi in Oriente, Hormuz divenne così una fonte vitale di reddito per l'India portoghese.

Declino dopo la conquista portoghese

In qualità di vassalli del regno portoghese, il Regno di Ormus partecipò congiuntamente all’invasione del Bahrein del 1521, che pose fine al dominio dei Jabridi sull’arcipelago del Golfo Persico. Il sovrano jabrida era nominalmente vassallo di Ormus, ma il re Muqrin ibn Zamil si era rifiutato di pagare il tributo richiesto da Ormus, provocando l’invasione sotto il comando del conquistatore portoghese António Correia.[48] Nella battaglia per il Bahrein la maggior parte dei combattimenti fu condotta dalle truppe portoghesi, mentre l’ammiraglio ormusi Reis Xarafo rimase in disparte ad osservare.[49]

Costumi di Ormus (1670).

I portoghesi governarono il Bahrein attraverso una serie di governatori ormusi. Tuttavia, gli sunniti ormusi non erano ben visti dalla popolazione sciita del Bahrein, che subiva svantaggi religiosi,[50] generando ribellioni. In un caso, un governatore ormusi fu crocifisso dai ribelli,[51] e il dominio portoghese terminò nel 1602, dopo che il governatore ormusi, parente del re di Ormus,[52] iniziò a giustiziare i membri delle principali famiglie del Bahrein.[53]

Castello portoghese (Hormuz)

I re di Hormuz sotto il dominio portoghese furono ridotti a semplici vassalli dell’impero portoghese in India, controllato principalmente da Goa. L’archivio della corrispondenza tra i re e i governatori locali di Hormuz,[54] e tra alcuni di essi e i re del Portogallo, mostra i dettagli della disintegrazione del regno e dell’indipendenza delle sue varie parti. Vi si evidenziano i tentativi di sovrani come Kamal ud-Din Rashed di ottenere un favore separato dai portoghesi per garantire il proprio potere.[55] Ciò si rifletté nella progressiva indipendenza di Mascate, già dipendenza di Hormuz, che si affermò come uno degli stati successori.

Conquista anglo-persiana del 1622

Nel XVII secolo il dominio portoghese su Hormuz cominciò a vacillare, minato da crescenti tensioni con la popolazione locale, da ribellioni in Bahrein e dalla concorrenza di nuovi attori europei nell’Oceano Indiano. L’Impero safavide, sotto lo scià ʿAbbās I il Grande, mirava da tempo a riconquistare Hormuz e a porre fine al predominio lusitano nel Golfo Persico. L’occasione arrivò con l’alleanza stipulata con la Compagnia Inglese delle Indie Orientali, interessata a spezzare il monopolio commerciale portoghese.

Nel gennaio del 1622 una flotta anglo-persiana di circa 5 000 uomini, composta da truppe safavidi e da squadre navali inglesi provenienti da Surat, mise sotto assedio l’isola di Hormuz. Gli inglesi fornirono il supporto navale e l’artiglieria pesante, mentre i persiani condussero le operazioni terrestri. Dopo settimane di bombardamenti e combattimenti, la fortezza portoghese, mal rifornita e indebolita da anni di isolamento, fu costretta alla resa nell’aprile 1622[56].

La caduta di Hormuz pose fine a più di un secolo di predominio portoghese nello stretto che porta il suo nome. Gli inglesi ricevettero in ricompensa il diritto di stabilire un emporio commerciale a Bandar Abbas, mentre gli safavidi integrarono l’isola e i territori circostanti nel loro impero, rafforzando il controllo persiano sul Golfo.

La conquista anglo-persiana del 1622 segnò una svolta fondamentale nella storia della regione: ridimensionò in maniera definitiva la presenza portoghese nel Medio Oriente e aprì la strada a una crescente influenza delle potenze europee, in particolare dell’Inghilterra e, più tardi, dell’Olanda, nei traffici tra l’India e il Mediterraneo[57].

Resoconti sulla società di Ormus

Casa portoghese a Hormuz. Le abitazioni venivano volutamente allagate a causa del caldo. Raffigurazione tratta dal Códice Casanatense

Situata tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano, Ormus era considerata un “proverbio di ricchezza e lusso”,[58] forse ben esemplificato dal detto arabo: «Se il mondo intero fosse un anello d’oro, Ormus ne sarebbe il gioiello».[58] La città era però nota anche per la sua licenziosità secondo i resoconti dei visitatori portoghesi; Duarte Barbosa, uno dei primi lusitani a viaggiare a Ormus agli inizi del XVI secolo, scrisse:

«I mercanti di quest’isola e città sono persiani e arabi. I persiani [parlano arabo e un'altra lingua che chiamano Psa[59]], sono alti e di bell’aspetto, un popolo elegante e distinto, uomini e donne; sono robusti e agiati. Onorano grandemente la fede di Maometto. Si concedono molti piaceri, tanto che tra loro tengono giovani per pratiche abominevoli. Sono musicisti e possiedono strumenti di vario genere.»[60]

Lo stesso tema ricorre nel resoconto di Henry James Coleridge sulla vita del missionario navarrese San Francesco Saverio, che transitò per Ormus nel suo viaggio verso il Giappone:

«Lo stato morale [della città] era enormemente e infamemente corrotto. Era la dimora della più turpe sensualità e delle forme più degradate di ogni religione d’Oriente. I cristiani non erano migliori degli altri nella licenza estrema delle loro vite. Vi erano pochi sacerdoti, e quelli che c’erano erano una vergogna al loro nome. Gli arabi e i persiani vi avevano introdotto e diffuso le forme più detestabili di vizio. Ormus era detta una nuova Babele per la confusione delle lingue, e per le sue abominazioni morali paragonabile alle città della pianura. Il matrimonio legittimo era un’eccezione rara. Forestieri, soldati e mercanti si abbandonavano senza freni alle loro passioni... L’avarizia era diventata una scienza: la si studiava e praticava, non per guadagno, ma per sé stessa, per il piacere di imbrogliare. Il male era divenuto bene, e si considerava buon affare rompere promesse e non tenere conto degli impegni...»[61]

L’abate Guillaume Thomas François Raynal descrisse Hormuz nei seguenti termini: divenne la capitale di un impero che comprendeva una parte considerevole dell’Arabia da un lato e della Persia dall’altro. Al momento dell’arrivo dei mercanti stranieri, offriva uno spettacolo più splendido e piacevole di qualsiasi altra città d’Oriente. Persone provenienti da ogni parte del globo vi scambiavano merci e conducevano affari con un’aria di cortesia e attenzione difficilmente riscontrabili altrove. Le strade erano coperte di stuoie e in alcuni punti di tappeti, mentre i tendaggi di lino sospesi dai tetti delle case riparavano dal sole. Le abitazioni erano ornate da armadi indiani con vasi dorati, o porcellane colme di piante fiorite o aromatiche. Nelle piazze sostavano cammelli carichi d’acqua. Vini persiani, profumi e ogni delicatezza per la tavola erano disponibili in grande abbondanza, e la musica d’Oriente vi raggiungeva il suo massimo splendore... In breve, ricchezza universale, commercio fiorente, cortesia degli uomini e galanteria delle donne univano le loro attrattive per fare di questa città la sede del piacere.[62]

Rappresentazioni nella letteratura

  • Ormus è menzionata in un passaggio del poema epico di John Milton, Paradiso perduto (Libro II, vv. 1–5), dove il trono di Satana «eclissava le ricchezze di Ormus e dell’India», collegando secondo Douglas Brooks l’immagine di Ormus a quella di un «Oriente sublime ma perverso».[63]
  • È citata anche nella poesia Bermudas di Andrew Marvell, dove i melograni sono descritti come «gioielli più preziosi di quelli che mostra Ormus». Nel sonetto To Emily Dickinson di Hart Crane, compare nel distico: «Some reconcilement of remotest mind– / Leaves Ormus rubyless, and Ophir chill.»
  • Il closet drama Alaham di Fulke Greville è ambientato a Ormus.
  • Il regno di Ormus, chiamato "Ormuz", è descritto nel romanzo di Hilary Mantel Wolf Hall come «il regno più arido del mondo, dove non ci sono alberi e l’unico raccolto è il sale. Se ci si pone al centro, si guardano per trenta miglia in ogni direzione pianure cenerine: oltre le quali giace la riva del mare, incrostata di perle».

Note

  1. ↑ Charles Belgrave, The Pirate Coast, G. Bell & Sons, 1966, p.122
  2. 1 2 3 (EN) Lawrence Potter e Mohammad Bagher Vosoughi, The Persian Gulf in History, Basingstoke : Palgrave Macmillan, 2010, pp. 89.
  3. ↑ Muhammad Shabankareyi, Majma al-Ansab, p. 215.
  4. ↑ Qorbanali Ebrahimi, Hormoz-Hormuz, in Motale'at Irani, vol. 4, n. 7, 2005–2006, pp. 48.
  5. 1 2 3 4 Khodadad Rezakhani, The Kingdom of Hormuz, su Iranologie.com, 27 febbraio 2020. URL consultato il 14 dicembre 2020.
  6. ↑ Muhammad b. Ali Shabankareyi, Majma al-Ansab, Teheran, Amir Kabir, 1984, p. 215.
  7. 1 2 Willem Floor, Hormuz ii. Islamic Period, su Encyclopaedia Iranica. URL consultato il 9 maggio 2021.
  8. ↑ Nothing found for Hormuz Essays 3 3, su dataxinfo.com. URL consultato il 10 gennaio 2016 (archiviato dall'url originale il 26 febbraio 2020).
  9. ↑ Risso, Patricia, Oman And Muscat: an Early Modern History, Croom Helm, Londra, 1986, p. 10.
  10. ↑ (EN) Lawrence Potter e Mohammad Bagher Vosoughi, The Persian Gulf in History, Basingstoke : Palgrave Macmillan, 2010, pp. 92.
  11. ↑ M. B. Vosoughi, The Kings of Hormoz, p. 92.
  12. ↑
    1. 127 The Travels of Marco Polo the Venetian, J.M. Dent & Sons Ltd; E.P. Dutton & Co, Londra e Toronto; New York, 1926, p. 63. Sebbene Marco Polo si riferisca all’isola su cui sorgeva la città di Hormuz, Collis sostiene che a quel tempo Hormuz fosse ancora sulla terraferma. #85 Collis, Maurice. Marco Polo. Londra, Faber and Faber Limited, 1959, p. 24.
  13. ↑ Edward L. Dreyer, Zheng He: China and the Oceans in the Early Ming Dynasty, 1405–1433, New York, Pearson Longman, 2007, pp. 77–78, ISBN 978-0321084439.
  14. 1 2 3 4 Ralph Kauz e Roderich Ptak, Hormuz in Yuan and Ming sources, in Bulletin de l'École française d'Extrême-Orient, vol. 88, 2001, pp. 27–75, DOI:10.3406/befeo.2001.3509, JSTOR 43731513.
  15. ↑ Saturnino Monteiro (2010): Portuguese Sea Battles - Volume I - The First World Sea Power 1139-1521 pp.219-220
  16. ↑ Elaine Sanceau (1936) Indies Adventure: The Amazing Career of Afonso de Albuquerque, Captain-general and Governor of India (1509–1515), Blackie, p.43
  17. ↑ João de Barros (1553) Décadas da Ásia, ed. 1777, vol. II, p.128
  18. ↑ Saturnino Monteiro (2010): Portuguese Sea Battles - Volume I - The First World Sea Power 1139-1521 p.223
  19. ↑ João de Barros Décadas da Ásia, ed. 1777, vol. II, p.131
  20. 1 2 3 Saturnino Monteiro (2010): Portuguese Sea Battles - Volume I - The First World Sea Power 1139-1521 p.224
  21. ↑ Saturnino Monteiro (2010): Portuguese Sea Battles - Volume I - The First World Sea Power 1139-1521 pp.224-225
  22. ↑ Saturnino Monteiro (2010): Portuguese Sea Battles - Volume I - The First World Sea Power 1139-1521 p.225
  23. ↑ Elaine Sanceau (1936) Indies Adventure: The Amazing Career of Afonso de Albuquerque, Captain-general and Governor of India (1509–1515), Blackie, p.50
  24. ↑ Elaine Sanceau (1936) Indies Adventure, Blackie, p.52
  25. ↑ Dejanirah Couto, Rui Manuel Loureiro: Ormuz, 1507 e 1622: Conquista e Perda, Tribuna da História, 2007, p.36
  26. ↑ In portoghese: [...]mandando-lhe dizer que aquela era a moeda que se lavrava em Portugal pera pagar páreas àqueles que as pediam aos lugares e senhorios del-rei Dom Manuel, rei de Portugal e senhor das Índias e do reino de Ormuz. in Fernão Lopes de Castanheda (1554) Historia do descobrimento e conquista de India pelos Portugueses, vol. II, p.211
  27. ↑ Elaine Sanceau (1936) Indies Adventure, Blackie, pp.55-61
  28. ↑ Elaine Sanceau (1936) Indies Adventure, Blackie, p.68
  29. 1 2 Elaine Sanceau (1936) Indies Adventure, Blackie, p.69
  30. ↑ Elaine Sanceau (1936) Indies Adventure, Blackie, p.72
  31. ↑ Sanceau, 1936, p.76
  32. ↑ Sanceau, 1936, p.80
  33. ↑ Henry Morse Stephens: Albuquerque, p.60
  34. ↑ Sanceau 1936, p. 250
  35. ↑ Sanceau 1936, p. 251
  36. ↑ Sanceau 1936, pp. 265-266
  37. ↑ Sanceau 1936, p. 259
  38. ↑ Correia, Lendas da Índia, vol. II, p.468 in Sanceau, 1936, p.268
  39. 1 2 Sanceau 1936, p. 268
  40. ↑ In portoghese: Senhor Turuxá, rey d'Ormuz, agora sois feito cavalleiro, e com estas armas que vos dou e com a boa amizade do rey de Portugal, eu em seu nome, com estes seus cavalleiros, e fidalgos, todos vos serviremos até morrer; e portanto mandai cortar as cabeças a quantos volos merecerem, e não ajais medo de ninguém em quanto fordes amigo com ElRey meu senhor, in Gaspar Correia: Lendas da Índia, ed. 1860, vol. II, Academia Real das Ciências de Lisboa, Lisbona, p. 432
  41. ↑ Sanceau 1936, p. 275
  42. ↑ Elaine Sanceau (1936) Indies Adventure: The Amazing Career of Afonso de Albuquerque, Captain-general and Governor of India (1509–1515), Blackie, p.288
  43. ↑ Elaine Sanceau (1936) Indies Adventure, Blackie, p.293
  44. ↑ Elaine Sanceau (1936) Indies Adventure, Blackie, p.277
  45. ↑ Elaine Sanceau (1936) Indies Adventure, Blackie, p.278
  46. ↑ Elaine Sanceau (1936) Indies Adventure, Blackie, pp.281-282
  47. ↑ Elaine Sanceau (1936) Indies Adventure, Blackie, pp.281-282
  48. ↑ Sanjay Subrahmanyam, The Career and Legend of Vasco da Gama, Cambridge University Press, 1997, p.288
  49. ↑ James Silk Buckingham, Travels in Assyria, Media, and Persia, Oxford University Press, 1829, p.459
  50. ↑ Juan Cole, Sacred Space and Holy War, IB Tauris, 2007, p.39
  51. ↑ Charles Belgrave, Personal Column, Hutchinson, 1960, p.98
  52. ↑ Charles Belgrave, The Pirate Coast, G. Bell & Sons, 1966, p.6
  53. ↑ Curtis E. Larsen, Life and Land Use on the Bahrain Islands: The Geoarchaeology of an Ancient Society, University of Chicago Press, 1984, p.69
  54. ↑ Jahangir Qa'em Maqami, Asnad-e Farsi o Arabi o Torki dar Arshiv-e Melli-e Porteghal, su Asnad.
  55. ↑ Jahangir Qa'em Maqami, Asnad-e Farsi o Arabi o Torki..., su Asnad.
  56. ↑ K. N. Chaudhuri, The English East India Company: The Study of an Early Joint-Stock Company 1600–1640, Taylor & Francis, 1999, p.64, ISBN 0-415-19076-2
  57. ↑ Neill, Stephen, A History of Christianity in India, Cambridge University Press, p.549, ISBN 0521548853
  58. 1 2 Peter Padfield, Tide of Empires: Decisive Naval Campaigns in the Rise of the West, Routledge, 1979, p.65
  59. ↑ pesh, una radice semitica per “bocca”, richiama spesso il significato di “parlare”.
  60. ↑ The Book of Duarte Barbosa: An Account of the Countries Bordering on the Indian Ocean and their inhabitants, scritto da Duarte Barbosa e completato attorno al 1518, traduzione del 1812 della Royal Academy of Sciences di Lisbona, Asian Educational Services, 2005
  61. ↑ Francesco Saverio, Henry James Coleridge, The Life and Letters of St. Francis Xavier 1506–1556, Asian Educational Services, ed. 1997, pp.104–105
  62. ↑
    1. 252 Stiffe, A. W., "The Island of Hormoz (Ormuz)", Geographical Magazine, Londra, 1874 (aprile), vol. 1, pp.12–17, p.14
  63. ↑ Douglas Brooks, Milton and the Jews, Cambridge University Press, 31 marzo 2008, pp. 188–, ISBN 9781139471183. URL consultato il 3 aprile 2014.

Bibliografia

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  • Qa'em Maqami, Jahangir. "Asnad-e Farsi o Arabi o Torki dar Arshiv-e Melli-ye Porteghal Darbarey-e Hormuz o Khaleej-e Fars." Barrasihaa-ye Tarikhi (1356–1357).
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  • Vosoughi, Mohammad Bagher. "the Kings of Hormuz: from the Beginning until the Arrival of the Portuguese." in Lawrence G. Potter (ed.) The Persian Gulf in History, New York: Palgrave MacMillan, 2009.

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